Aprile 2002 AI CAPI RELIGIOSI DEL MONDO L’imperitura eredità del XX secolo è l’aver costretto i popoli del mondo a incominciare a considerarsi membri di un’unica razza umana e a reputare la terra la comune patria di quella razza. Malgrad o i conflitti e le violenze che continuano a oscurare gli orizzonti, i pregiudizi che sembravano far parte della natura della specie umana stanno dappertutto scomparendo. Assieme a loro cadono barriere che hanno per lungo tempo diviso la famiglia umana in una babele di sconnesse identità di origini culturali, etniche o nazionali. Che un cambiamento così fondamentale abbia potuto verificarsi in un periodo tanto breve—praticamente da un giorno all’altro nellaprospettiva dei tempi della storia—è indicativo dell’entità delle possibilità future. Tragicamente, la religione organizzata, la ragione della cui esistenza prevede il servizio alla causa della fratellanza e della pace, troppo spesso si comporta come uno dei più potenti ostacoli sulla via. Per citare un particolare doloroso esempio, essa ha per lungo tempo prestato la propria credibilità al fanatismo. Come organo di governo di una delle religioni mondiali, ci sentiamo in dovere di raccomandare uno scrupoloso esame della sfida che tutto ciò implica per i capi religiosi. I problemi e le circostanze che ne conseguono esigono che se ne parli con franchezza. Confidiamo che il comune servizio a Dio assicuri che quanto stiamo per dire sia accolto con lo stesso spirito di buona volontà con cui è esposto. Il problema appare molto più chiaro quando si consideri ciò che si è ottenuto in altri campi. In passato, a parte alcune eccezioni isolate, le donne erano considerate una specie inferiore, la loro natura restava avvolta nella superstizione, non avevano accesso alla possibilità di esprimere le potenzialità dello spirito umano ed erano relegate al ruolo di serve dei bisogni dei maschi. Chiaramente, in molte società queste condizioni persistono e sono perfino fanaticamente difese. Ma in un discorso globale, il concetto della parità dei sessi ha ora assunto, per tutti gli scopi pratici, la forza di un principio universalmente accettato. Gode del medesimo prestigio anche presso la maggior parte delle comunità accademiche e dei mezzi di informazione. Così radicale è stato il cambiamento che i sostenitori della supremazia maschile devono cercare appoggio nellefrange estreme dell’opinione consapevole. Di fronte a un analogo destino si trovano gli assediati eserciti del nazionalismo.Dopo ogni crisi negli affari mondiali, diventa sempre più facile per i cittadini distinguerefra un amor di patria che arricchisce la vita e l’assoggettamento a focose retoriche intesea provocare odio e paura verso gli altri. Anche quando si tratti di partecipare a ritinazionalistici familiari, la risposta della gente è pervasa tanto da sentimenti di imbarazzoquanto da forti convinzioni e pronti entusiasmi d’altri tempi. L’effetto è stato rafforzatodalla costante ristrutturazione in atto nell’ordine internazionale. Quali che siano lepecche del sistema delle Nazioni Unite nella loro attuale forma e i limiti della lorocapacità di svolgere azioni militari collettive contro l’aggressione, a nessuno puòsfuggire il fatto che il feticcio dell’assoluta sovranità nazionale è in via di estinzione. Anche i pregiudizi razziali ed etnici sono stati sottoposti allo stesso sbrigativo trattamento da parte di processi storici cui resta ben poca pazienza per tali pretenziosità. Nel caso specifico, il rifiuto del passato è stato particolarmente decisivo. Contaminato dall’associazione agli orrori del XX secolo il razzismo è giunto al punto da assumere in un certo qual modo l’aspetto di una malattia spirituale. Pur sopravvivendo in molte parti del mondo come atteggiamento sociale—una sventura per la vita di una grossa fetta dell’umanità—il pregiudizio razziale è ora così universalmente condannato di principio che nessun gruppo umano può più impunemente permettersi di adottarlo. Non si può certamente dire che un passato tenebroso sia stato cancellato e sia improvvisamente nato un mondo di luce. Moltissime persone continuano a subire gli effetti di inveterati pregiudizi di etnia, genere, nazionalità, casta e classe. Tutto fa pensare che queste ingiustizie permarranno a lungo, perché solo a poco a poco le istituzioni e i criteri che l’umanità sta elaborando riescono ad acquisire il potere di costruire un nuovo ordine di rapporti e di porgere aiuto agli oppressi. Ma quel che conta è che si è oltrepassata una soglia senza alcuna credibile possibilità di ritorno. Alcuni principi fondamentali sono stati identificati, formulati, ampiamente divulgati e stannoprogressivamente incarnandosi in istituzioni capaci di introdurli nel comportamento della gente. Non v’è alcun dubbio che, sia pur dopo una battaglia lunga e dolorosa, il risultato sarà una rivoluzione dei rapporti fra tutti i popoli, a livello delle radici della società. * All’inizio del XX secolo, il pregiudizio che più di ogni altro sembrava destinato a soccombere alle forze del cambiamento era quello religioso. In occidente, il progresso scientifico aveva già duramente colpito alcune delle colonne centrali dell’esclusivismo settario. Nel contesto della trasformazione che si stava verificando nel concetto che la razza umana ha di se stessa, il più promette nte fra i nuovi sviluppi religiosi sembrò essere il movimento interreligioso.continua...
continua...Nel 1893, l’Esposizione mondiale di Chicago sorprese perfino i suoi ambiziosi organizzatori dando origine al famoso «Parlamento delle religioni», una visione di consenso spirituale e morale che colpì l’immaginazione popolare in tutti i continenti e riuscì a fare ombra perfino alle meraviglie scientifiche, tecnologiche e commerciali celebrate dall’Esposizione. In breve, sembrò che antichi muri fossero caduti. Per alcuni influenti studiosi della religione, la riunione era unica, «senza precedenti nella storia del mondo». Il Parlamento, disse il suo illustre principale organizzatore, ha «liberato il mondo dal bigottismo». Un’immaginosa leadership, si previde fiduciosamente, avrebbe colto l’opportunità e ridestato nelle comunità religiose della terra, da lungo tempo divise, uno spirito di fratellanza che avrebbe fornito alla prosperità e al progresso del nuovo mondo il necessario supporto morale. Così incoraggiati, presero piede e fio rirono movimenti interreligiosi d’ogni sorta. Una vasta letteratura, disponibile in molte lingue, introdusse un crescente pubblico di credenti e non credenti agli insegnamenti di tutte le grandi fedi, un tema che a suo tempo avrebbe interessato la radio, la televisione, il cinema e infineInternet. Istituzioni di livello universitario fondarono programmi di studio per diplomi inreligione comparata. Alla fine del secolo erano ormai divenuti un fatto normale servizi di culto interreligiosi, impensabili solo pochi decenni prima. È chiaro purtroppo che queste iniziative mancano di logica intellettuale e impegno spirituale. A differenza dai processi di unificazione che stanno trasformando gli altri rapporti sociali dell’umanità, l’ipotesi che le grandi religioni del mondo siano tutte egualmente valide per natura e per origine è caparbiamente ostacolata da antiquati modelli settari di pensiero. Il progresso dell’integrazione razziale non è semplice espressione di sentimentalismo o mera strategia, nasce invece dal riconoscimento che i popoli della terra costituiscono un’unica specie le cui molteplici variazioni di per sé né conferiscono vantaggi né impongono svantaggi ai singoli membri della razza. Anche l’emancipazione delle donne ha comportato che le istituzioni sociali e l’opinione pubblica fossero disposte a riconoscere che non esistono ragioni, biologiche, sociali o morali, che giustifichino il fatto che si neghi alle donne la piena parità con gli uomini e alle ragazze pari opportunità educative rispetto ai ragazzi. E l’apprezzamento del contributo dato da alcune nazioni al modellamento di un’evolvente civiltà globale non suffraga l’illusione ereditaria che altre nazioni abbiano poco o punto da offrire all’impresa. Ma per lo più i capi religiosi sembrano incapaci di affrontare un riassetto così fondamentale. Altri segmenti della società accettano le implicazioni dell’unità del genere umano, non solo in quanto inevitabile passo successivo per il progresso della civiltà, ma anche come completamento di tutti i tipi di identità minori che la nostra razza porta a questo critico momento della nostra storia collettiva. La maggior parte della religione organizzata, invece, resta paralizzata sulle soglie del futuro, stretta nella morsa di quei dogmi e di quelle pretese di accesso privilegiato alla verità che hanno prodotto alcuni dei più aspri conflitti che abbiano diviso gli abitanti della terra. Le conseguenze in termini di benessere umano sono state disastrose. È sicuramente inutile menzionare nei dettagli gli orro ri oggi imposti a innocenti popolazioni dagli scoppi di fanatismo che infangano il nome della religione. E il fenomeno non è recente. Per citare solo un esempio fra molti, le guerre di religione dell’Europa del XVI secolo sono costate al continente la vita del trenta per cento circa della sua popolazione. È legittimo chiedersi quale sia stato l’ulteriore frutto dei semi piantati nella coscienza popolare dalle cieche forze del dogmatismo settario che le hanno ispirate. Al conto va aggiunto il tradimento della vita della mente che, più d’ogni altra cosa, ha privato la religione della sua intrinseca capacità di svolgere un ruolo decisivo nell’orientamento degli affari del mondo. Tutte prese da ordini del giorno che sprecano e inficiano le energie umane, le istituzioni religiose hanno fin troppo spesso svolto un ruolo di primo piano nello scoraggiare l’esplorazione della realtà e l’esercizio di quelle facoltà intellettuali che contraddistinguono il genere umano. Le denuncie del materialismo o del terrorismo non sono di grande aiuto nell’affrontare la crisi morale contemporanea, se non s’incomincia ad affrontare con sincerità la sconsideratezza che ha lasciato intere masse di credenti esposte e vulnerabili alla loro influenza. Queste pur dolorose riflessioni non vogliono essere un atto d’accusa contro la religione organizzata, ma un tentativo di ricordare l’incomparabile potere che essa rappresenta. La religione, come tutti sappiamo, tocca le radici della motivazione. Quando è stata fedele allo spirito e all’esempio delle trascendenti Figure che hanno dato al mondo i suoi grandi sistemi di credenze, essa ha risvegliato intere popolazioni alla capacità di amare, perdonare, creare, azzardare, superare pregiudizi, sacrificarsi per il bene comune e disciplinare gli impulsi dell’istinto animale. Indubbiamente, l’influenza di queste Manifestazioni del Divino che si sono succedute l’una all’altra sin dagli albori della storia documentata è stata la forza seminale dell’incivilimento della natura umana. Questa stessa forza, che ha operato con questo risultato in ere passate, resta un elemento inestinguibile della coscienza umana. Malgrado le circostanze avverse e i ben pochi incoraggiamenti significativi, essa continua a sorreggere la lotta per l’esistenza di milioni e
continua...milioni di persone e a suscitare in tutti i paesi eroi e santi le cui vite sono la più persuasiva dimostrazione dei principi contenuti nelle scritture delle rispettive fedi. Come il corso della civiltà dimostra, la religione è altresì capace d’influenzare profondamente la struttura dei rapporti sociali. Sarebbe in effetti difficile pensare a un solo progresso fondamentale della civiltà la cui spinta morale non sia venuta da questa sorgente perenne. È dunque concepibile che si possa entrare nello stadio culminante del millenario processo dell’organizzazione del pianeta in un vuoto dello spirito? Se le perverse ideologie che hanno imperversato nel nostro mondo nel secolo appena trascorso non hanno dato altro frutto, esse hanno almeno definitivamente dimostrato che questo bisogno non può essere soddisfatto da alternative accessibili alle capacitàdell’invenzione umana. * Le implicazioni per il nostro tempo sono riassunte da Bahá’u’lláh in parole scritte oltre un secolo fa e ampiamente divulgate nei decenni successivi:Non v’è alcun dubbio che i popoli del mondo, a qualsiasi razza o religione appartengano, si ispirano a un’unica Fonte celeste e sono sudditi di un solo Dio. La differenza degli ordinamenti sotto cui vivono deve attribuirsi ai mutevoli bisogni e alle cangianti esigenze del tempo in cui essi furono rivelati. Tranne alcuni che sono frutto della perversità umana, tutti gli altri sono stati decretati da Dio e sono un riflesso della Sua Volontà e del Suo Disegno. Sorgete e, armati del potere della Fede , infrangete gl’idoli delle fatue idee, che mettono discordia fra voi. Attenetevi a ciò che vi avvicina e vi unisce. Questo appello non chiede a nessuno di abbandonare la fede nelle verità fondamentali dei grandi sistemi di credenze del mondo. Tutt’altro. La fede ha un proprio imperativo e una propria giustificazione. Quello che altri credono—o non credono—non può essere l’autorità per una coscienza degna di questo nome. Ciò che le parole citate raccomandano in modo inequivocabile è la rinuncia a tutte quelle pretese di esclusività o finalità che, avviluppando nelle loro radici la vita dello spirito, sono state il più importante singolo fattore nel soffocare impulsi all’unità e nel promuovere odio e violenza. Questa è la storica sfida alla quale noi crediamo che i capi religiosi debbano rispondere, se vogliono che la guida religiosa abbia un significato nella società globale che sta nascendo dalle esperienze trasformatrici del XX secolo. È evidente che un numero crescente di persone sta arrivando a capire che la verità sulla quale tutte le religioni sono fondate è essenzialmente una. Questo riconoscimento non trae origine da risoluzioni di dispute teologiche, nasce come intuitiva consapevolezza scaturita da una crescente esperienza dell’altro e da un’incipiente accettazione dell’unità dell’umana famiglia. Dal marasma delle dottrine, dei rituali e dei codici religiosi ereditati da mondi scomparsi, emerge il sentimento che la vita spirituale, come l’unità evidente nelle diverse nazionalità, razze e culture, costituisce una sconfinata realtà parimenti accessibile a tutti. Perché questa diffusa percezione ancora esitante si consolidi e contribuisca efficacemente alla costruzione di un mondo pacifico, occorre che ottenga la piena conferma di coloro dai quali tuttora le masse della popolazione della terra si aspettano una guida. Per quanto riguarda gli ordinamenti sociali e le forme di culto, vi sono certamente grandi differenze fra le maggiori tradizioni religiose del mondo. E ben difficilmente potrebbe così non essere, se si pensa alle migliaia di anni durante i quali le successive rivelazioni del Divino si sono occupate dei mutevoli bisogni di una civiltà in costante evoluzione. In effetti, l’espressione del principio della natura evolutiva della religione sembrerebbe essere, in un modo o nell’altro, una caratteristica fondamentale delle scritture della maggior parte delle grandi fedi. Quello che non è moralmente giustificabile è che retaggi culturali intesi ad arricchire l’esperienza spirituale siano manipolati come strumenti per suscitare pregiudizi e alienazione. Il compito principaledell’anima sarà sempre di indagare la realtà, di vivere secondo le verità di cui si persuade e di portare pieno rispetto agli sforzi che altri compiano per fare altrettanto. Si potrebbe obiettare che, se si dovesse riconoscere a tutte le grandi religioni la stessa origine divina, si finirebbe con l’incoraggiare, o almeno agevolare, la conversione di un certo numero di persone da una religione all’altra. Vera o falsa che sia, questa eventualità è sicuramente di marginale importanza rispetto all’opportunità che la storia ha finalmente accordato a coloro che sono consapevoli di un mondo che trascende quello terreno—e alla responsabilità che questa consapevolezza comporta. Ciascuna delle grandi fedi può esibire commoventi e credibili testimonianze della propria capacità di alimentare il carattere morale. D’altro canto, nessuno potrebbe convincentemente sostenere che le dottrine legate a un particolare sistema di credenze siano state più o meno prolifiche di quelle legate ad altri sistemi nel generare bigottismo e superstizione. In un mondo che si sta integrando, è naturale che i modelli di risposta e di associazione subiscano un continuo processo di modificazione e il compito di qualsivoglia istituzione è quello di pensare a come gestire questi sviluppi in modo tale da favorire l’unità. Lagaranzia che il risultato finale sarà buono—spiritualmente, moralmente e socialmente—è nella
continua...costante fede delle inascoltate masse degli abitanti della terra nel fatto che l’universo non è regolato dal capriccio umano, ma da un’amorevole, inesauribile Provvidenza. Oltre al crollo delle barriere che dividono i popoli, la nostra era è testimone della caduta del muro un tempo insormontabile che il passato presumeva dovesse per sempre dividere la vita del Cielo da quella della Terra. Le scritture di tutte le religioni hanno sempre insegnato ai credenti che il servizio agli altri dev’essere visto non solo come dovere morale, ma anche come via di avvicinamento dell’anima a Dio. Oggi, la progressiva ristrutturazione della società conferisce al significato di questo ben noto insegnamento nuove dimensioni. Mentre l’antica promessa di un mondo animato da principi di giustizia va a poco a poco assumendo i tratti di una meta possibile, il soddisfacimento dei bisogni dell’anima e di quelli della società saranno sempre più visti come aspetti congiunti di una vita spirituale matura. Se i capi religiosi vogliono essere all’altezza della sfida che questo modo di vedere rappresenta, la loro risposta deve incominciare dal riconoscere che la religione e la scienza sono i due indispensabili sistemi di sapere grazie ai quali le potenzialità della consapevolezza si sviluppano. Lungi dall’essere in reciproco conflitto, queste due modalità fondamentali seguite dalla mente nell’esplorazione della realtà sono interdipendenti e sono state maggiormente produttive in quei rari ma felici periodi della storia in cui la loro complementarietà è stata riconosciuta ed esse hanno potuto lavorare assieme. Le idee e le esperienze prodotte dal progresso scientifico dovranno sempre rivolgersi alla guida dell’impegno spirituale e morale per garantirsi una corretta applicazione. Le convinzioni religiose, per quanto amate, devono sottoporsi volontariamente e con gratitudine all’esame imparziale dei metodi scientifici. Eccoci infine giunti a un tema che affrontiamo con una certa cautela perché tocca più direttamente la coscienza. Non è una sorpresa che, fra le molte tentazioni che il mondo offre, la prova che ha preoccupato i capi religiosi è l’esercizio del potere in questioni di fede. Nessuno di coloro che hanno dedicato lunghi anni a diligenti meditazioni e studi delle scritture di questa o quella grande religione ha bisogno che gli si rico rdi il più volte ribadito assioma che il potere ha la capacità di corrompere e che tanto più corrompe quanto più è grande. Le anonime vittorie interiori in questo senso riportate da numerosi membri del clero di tutti i tempi sono state indubbiamente una delle principali fonti della forza creativa della religione organizzata e figurano fra i suoi massimi pregi. D’altro canto il cedimento alla seduzione del potere e dei vantaggi del mondo da parte di altri capi religiosi ha coltivato un fertile terreno che ha prodottocinismo, corruzione e disperazione fra tutti coloro che lo riscontrano. Le conseguenze sulla capacità dei capi religiosi di svolgere i loro compiti sociali in questo momento della storia non hanno bisogno di commenti. * Occupandosi di nobilitare il carattere e di armonizzare le relazioni, la religione è stata nel corso della storia suprema fra le autorità che danno un senso alla vita. In ogni età, essa ha coltivato il bene, ha riprovato il male e ha tenuto alta davanti agli occhi di chiunque fosse disposto a vedere una visione di potenzialità tuttora inattuate. Dai suoi consigli, l’anima razionale ha tratto incoraggiamento per superare i limiti imposti dal mondo e realizzarsi. Come il suo nome implica, la religione è contemporaneamente stata la prima forza che unisce i diversi popoli in società sempre più vaste e più complesse attraverso le quali le capacità personali così liberate possano trovare espressione. Il grande vantaggio dell’epoca presente è la prospettiva che consente all’intera razza umana di vedere questo processo di incivilimento come un unico fenomeno, i ricorrenti incontri del nostro mondo con il mondo di Dio. Ispirata da questa prospettiva, la comunità bahá’í è stata sin dagli inizi un’energica promotrice di attività interreligiose. A parte le gradite associazioni che queste attività creano, i bahá’í vedono nel tentativo di avvicinarsi l’una all’altra compiuto dalle diverse religioni una risposta al Volere divino per una razza umana che sta raggiungendo la maturità collettiva. I membri della nostra comunità continueranno a prodigarsi in ogni possibile modo. Ma abbiamo il dovere verso i nostri compagni in questo sforzo comune di esporre chiaramente la nostra convinzione che se si vuole che il discorso interreligioso contribuisca significativamente alla guarigione dei mali che affliggono un’umanità disperata, si devono affrontare ora, con onestà e senza ulteriori divagazioni, le implicazioni della suprema verità che ha portato all’esistenza il movimento: che Dio è uno e che, al di là di ogni diversità di espressione culturale o interpretazione umana,anche la religione è una. Con il passar dei giorni aumenta il pericolo che i crescenti fuochi del pregiudizio religioso inneschino un incendio mondiale di cui è impossibile prevedere le conseguenze. I governi civili, da soli, non sono in grado di superare questo pericolo. E non possiamo nemmeno illuderci che gli appelli alla reciproca tolleranza possano da soli sperare di spegnere animosità che pretendono di avere una sanzione divina. La crisi esige dai capi religiosi una rottura con il passato tanto decisiva quanto quelle che hanno permesso alla società di affrontare gli altrettanto velenosi pregiudizi di razza, di genere e di nazionalità. L’unica giustificazione valida per esercitare un’influenza in
questioni di coscienza è quella di servire il bene del genere umano. In questo momento così cruciale nella storia della civiltà, le esigenze di questo servizio non potrebbero essere più chiare.«Il benessere, la pace e la sicurezza dell’umanità saranno irraggiungibili», scrive Bahá’u’lláh «a meno che e finché la sua unità non sia saldamente stabilita». LA CASA UNIVERSALE DI GIUSTIZIA
UN RAPPRESENTANTE UFFICIALE DELLE NAZIONI UNITE PER LA LIBERTA’ DI RELIGIONE ESPRIME LE SUE PAURE PER I BAHAI IN IRAN20 marzo 2006 – Nazioni Unite – New York I rappresentanti della Comunità Internazionale Bahá'í hanno reagito con preoccupazione alla dichiarazione del rappresentante delle Nazioni Unite a proposito di azioni del governo iraniano contro i bahá'í dell’Iran. Il Relatore Speciale delle Nazioni Unite per la libertà religiosa e di credo, signora Asma Jahangir, ha dichiarato che era molto preoccupata ed ha espresso le sue apprensioni in un comunicato stampa inviato oggi riguardante “una lettera riservata inviata il 29 dicembre 2005 ad un certo numero di agenzie governative dal Presidente dello Stato Maggiore del Quartier Generale delle Forze Armate in Iran. “La lettera” ha detto” che è indirizzata al Ministero dell’Informazione, alla Guardia Rivoluzionaria e alla Polizia, indica che il leader supremo, l’Ayatollah Khameini, ha dato istruzioni allo Stato Maggiore del Quartier Generale di identificare quelle persone che aderiscono alla Fede Bahá'í e di monitorare le loro attività. La lettera prosegue con la richiesta ai destinatari di raccogliere,in maniera molto riservata, ogni informazione sui membri della Fede Bahá'í. “Siamo riconoscenti alla signora Jahangir per aver messo in luce questa attività” dice Bani Dugal, il principale rappresentante bahá'í alle Nazioni Unite. “Condividiamo la sua preoccupazione per il benessere dei bahá'í e tremiamo al pensiero di ciò che quanto sopra possa significare. A causa della caratteristica dell’azione del governo, senza precedenti, stiamo rivolgendo all’Ambasciatore dell’Iran una richiesta di spiegazione”. La signora Jahangir “considera anche che tale controllo costituisca un’interferenza nei diritti dei membri di minoranze religiose inaccettabile e inammissibile”. “La preoccupazione del Relatore Speciale che tali informazioni possano essere usate come base per un aumento delle persecuzioni e delle discriminazioni nei confronti dei membri della Fede Bahá'í è decisamente fondata” ha detto la signora Dugal. Tali azioni cadono nel mezzo di un’onda di attacchi sempre maggiori verso i Bahá'í nei media, la natura dei quali nel passato ha dato il via ad assalti pilotati dal Governo nei confronti dei bahá'í. Nelle scorse settimane il quotidiano ufficiale di Teheran, Kayhan, ha riportato più di 30 articoli sui bahá'í e sulla loro religione dai toni diffamatori con lo scopo di creare delle provocazioni. Si sono poi unite la radio e la televisione con trasmissioni che condannano i bahá'í e il loro credo. L’aumento dell’influenza nei circoli governativi iraniani della Società Anti-Bahá'í denominata Hojjatieh, un’organizzazione che si è prefissa lo scopo di distruggere la Fede Bahá'í, inoltre può solo accrescere i timori per quella comunità perseguitata. Sappiamo bene a cosa può condurre una propaganda odiosa; la storia recente offre fin troppo esempi delle sue orripilanti conseguenze. Innalziamo un urgente appello a tutte le nazioni e i popoli per conto dei nostri correligionari in Iran affinché non permettano che gente pacifica e rispettosa delle leggi debba affrontare gli estremi ai quali si può arrivare solo per odio cieco. “dice la signora Dugal” Le azioni obbrobriose scaturite nel passato da circostanze simili non devono più essere ripetute. Non di nuovo.
I sette bahai attualmente detenuti illegalmente in Iran. Se vuoi saperne di più, clicca qui
Bahá'í International Comunity I Bahá'í e le ONG I Bahá'í e le Organizzazioni Non GovernativeLa comunità bahá'í sparsa sul pianeta gestisce le sue relazioni con il mondo esterno tramite gli uffici della Comunità Internazionale Bahá'í.Dal 1948 la Comunità Internazionale Bahá'í gode del riconoscimento di organizzazione internazionale non governativa presso le Nazioni Unite. Dal 1970 ha lo stato consultivo presso il Consiglio Socio Economico delle Nazioni Unite (ECOSOC), e presso il Fondo per l'Infanzia delle Nazioni Unite (UNICEF). Inoltre lavora a fianco dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO) ed è associata al Programma Ambientale delle Nazioni Unite (UNEP).Il lavoro della Comunità Internazionale Bahá'í è portato avanti da vari uffici specializzati che includono la Segreteria, l'Ufficio alle Nazioni Unite, l'Ufficio di Informazioni Pubbliche, l'Ufficio per l'Ambiente e l'Ufficio per il Progresso della Donna.Questi uffici, con rappresentanza al Centro Mondiale di Haifa, a New York, Ginevra, Parigi, Hong Kong, Londra, Gerusalemme e Isole Fiji, si occupano di una vasta gamma di attività a favore della pace, diritti umani, istruzione, sanità, ambiente e sviluppo sostenibile, e promozione della parità uomo donna. Molte di queste attività sono intraprese con la collaborazione di comunità bahá'í nazionali. Un bollettino internazionale "One Country" tiene informati su queste attività.La Comunità Internazionale Bahá'í collabora anche con molte organizzazioni internazionali non governative. Ad esempio, è membro della Rete su Conservazione e Religione del WWF, del Centro per il nostro Futuro Comune, della Rete di Educazione per Tutti, della Conferenza Mondiale di Religione e Pace e dei Patrocinatori per la Sicurezza dell'Alimentazione in Africa.
Il personale dell'ufficio della Comunità Internazionale Bahá'í a New York, ritratto di fronte all'edificio dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite. A differenza di qualsiasi altro personaledell’ONU, il nostro non è stipendiatodall’ONU ma da noi bahai direttamente.Il privilegio di contribuire alla Fede èun privilegio spirituale NON cedibileneppure all’ONU.
LA PROMESSA DELLA PACE MONDIALE Dichiarazione della Casa Universale di Giustizia Ottobre 1995 Ai popoli del mondo La Grande Pace verso cui gli uomini di buona volontà hanno lungo l’arco dei secoli teso i lorocuori, la cui visione ha infiammato i veggenti e i poeti di innumerevoli generazioni e di cui le sacre scritture dell’umanità hanno costantemente, èra dopo èra, tenuto salda la promessa, è ora finalmente alla portata delle nazioni. Per la prima volta nella storia è per tutti possibile considerare l’intero pianeta, con le miriadi di genti così diverse, in un’unica visuale. La pace mondiale non solo è possibile, è inevitabile. Essa è lo stadio successivo nell’evoluzione del nostro pianeta: secondo l’espressione di un grande pensatore, «la planetizzazione dell’umanità». Che la pace debba essere conseguita soltanto dopo inimmaginabili orrori causati dal caparbio avvinghiarsi dell’umanità a vecchi modelli di comportamento o sia invece accettata ora per un atto di volontà consultativa:ecco la scelta che si offre a tutti coloro che abitano la terra. In questa critica congiuntura, in cui i complessi problemi delle nazioni si fondono in un’unica comune preoccupazione per l’intero mondo, non riuscire ad arrestare l’ondata di conflitti e di disordini equivarrebbe a un irragionevole atto di irresponsabilità. Tra i presagi propizi del nostro tempo sono da annoverare: il costante incremento dei provvedimenti in direzione di un ordine mondiale, intrapresi nei primi vent’anni del nostro secolo dapprima con la creazione della Lega delle Nazioni, poi su più vasta base con la nascita dell’Organizzazione delle Nazioni Unite; il conseguimento dell’indipendenza, dopo la seconda guerra mondiale, da parte della maggioranza delle nazioni della terra (segno che ormai è giunto a termine il processo della formazione delle nazioni) e il coinvolgimento di queste giovani nazioni insieme con le più antiche in questioni di mutuo interesse; il conseguente vasto incremento di cooperazione fra popoli e gruppi fino ad ora isolati e antagonisti, cooperazione che si traduce in iniziative internazionali nei più svariati campi, scientifico, educativo, legale, economico e culturale; la nascita negli ultimi decenni di un inedito numero di organizzazioni internazionali a carattere umanitario; la diffusione dei movimenti femminili e giovanili che invocano la fine di tutte le guerre, e infine lo spontaneo proliferare di numerosi gruppi di persone comuni che cercano di comprendersi mediante la comunicazione personale. I progressi scientifici e tecnologici, avvenuti in questo secolo così eccezionalmente dotato, presagiscono un formidabile impulso nell’evoluzione sociale del pianeta e indicano i mezzi tramite i quali è possibile risolvere i problemi pratici dell’umanità. Di più: essi forniscono gli strumenti per amministrare la complessa vita di un mondo unificato. Ma nonostante tutto, persistono delle barriere. Dubbi, malintesi, pregiudizi, sospetti, meschini ed egoistici interessi ingombrano ancora il cammino delle reciproche relazioni fra le nazioni e i popoli. È il profondo senso di un dovere spirituale e morale che ci induce in questo momento così propizio a rivolgere la vostra attenzione alle penetranti intuizioni che Bahá’u’lláh, Fondatore della Fede Bahá’í di cui noi siamo i Fiduciari, comunicò per primo ai governanti della terra più di un secolo fa. «Da ogni parte soffiano i venti della disperazione - ha egli scritto - e la lotta che divide e affligge la razza umana aumenta quotidianamente. Si possono già scorgere i segni di imminenti agitazioni e caos, dato che la situazione generale appare lamentosamente difettosa». Tale profetico giudizio è stato ampiamente confermato dalla comune esperienza dell’umanità. Cospicue le incrinature che esistono nell’ordine oggi prevalente: l’incapacità degli Stati sovrani, organizzati come Nazioni Unite, a esorcizzare lo spettro della guerra, l’incombente collasso dell’ordine economico internazionale, la diffusione dell’anarchia e del terrorismo e le intense sofferenze causate a milioni di persone, il cui numero aumenta sempre più, da queste e da altre afflizioni. In effetti la violenza e i conflitti che caratterizzano i nostri sistemi sociali, economici e religiosi sono tali che molti hanno finito per arrendersi all’idea che questo tipo di comportamento sia intrinseco alla natura umana e quindi impossibile da scalzare.Con il radicarsi di tale visione, si è sviluppato nelle faccende umane una paralizzante contraddizione. Da un lato, uomini di tutte le nazioni proclamano non solo la loro disposizione ma anche la loro brama di pace e armonia e di porre fine alle strazianti inquietudini che affliggono l’esistenza quotidiana. D’altro lato, tuttavia, si sanziona in modo acritico l’asserzione secondo cui l’essere umano, inguaribilmente egoista e aggressivo, è incapace di edificare un sistema sociale ad un tempo progressivo e pacifico, dinamico e armonioso, un sistema che, pur favorendo la creatività e lo spirito di iniziativa dell’individuo, si fondi sulla cooperazione e sulla reciprocità.continua...
Giacché il bisogno di pace si fa sempre più urgente, questa contraddizione di fondo, che intralciala sua realizzazione, impone che si rivedano le ipotesi su cui si basa questa comune visione del travaglio storico dell’umanità. Quando si esamini la cosa in modo imparziale, si scopre che tale comportamento, lungi dall’esprimere la vera natura dell’uomo, rappresenta una distorsione del suo spirito. La chiarezza su questo punto permetterà a tutti i popoli di mettere in moto quelle forze sociali costruttive che, accordandosi con la natura umana, promuoveranno armonia e cooperazione invece di guerre e conflitti. Scegliere questa rotta non significa negare il passato dell’umanità: significa comprenderlo. LaFede Bahá’í considera l’attuale confusione in atto nel mondo e le disastrose condizioni delle faccende umane come una fase naturale di un processo organico irresistibilmente diretto alla finale unificazione dell’umanità in un unico ordine sociale i cui confini saranno quelli stessi del pianeta. La razza umana, che come unità distinta e organica è trascorsa attraverso stadi di evoluzione analoghi a quelli dell’infanzia e della fanciullezza nella vita degli individui, si trova ora nel periodo culminante della sua turbolenta adolescenza e s’avvicina a quel periodo, così a lungo atteso, che coincide con la maggiore età. Riconoscere francamente che i pregiudizi, le guerre e lo sfruttamento sono stati l’espressione di stadi immaturi in un ampio processo storico e che oggi la razza umana sta sperimentandol’inevitabile tumulto legato al suo pervenire collettivo alla maggior età, non offre ragioni per disperarsi, anzi è motivo indispensabile per intraprendere la mirabile impresa di edificare un mondo pacifico La realizzabilità di tale impresa, l’esistenza delle necessarie energie costruttive e la possibilità di erigere strutture sociali unificatrici sono i temi che vi sollecitiamo a prendere in esame. Per quante sofferenze e agitazioni i prossimi anni possano tenere in serbo e quantunque fosche le immediate prospettive, la comunità Bahá’í crede fermamente che l’umanità possa affrontare questa prova suprema confidando nell’esito finale. Lungi dall’indicare la fine di ogni civiltà, i convulsi mutamenti verso cui l’umanità è sempre più rapidamente sospinta serviranno a liberare le «potenzialità insite nella condizione umana» e a manifestare «la piena misura del destino dell’uomo sulla terra, l’innata eccellenza della sua realtà». I Compendio delle doti che distinguono la razza umana da tutte le altre forme di vita è quella realtà conosciuta come spirito umano, la cui qualità essenziale è la mente. Ricca di tale retaggio, l’umanità ha potuto edificare le civiltà e prosperare materialmente. Ma questi risultati non hanno mai appagato da soli lo spirito umano, la cui misteriosa natura propende verso la trascendenza, un volo verso l’invisibile, verso l’ultima Realtà, quell’inconoscibile essenza delle essenze chiamata Dio. Le religioni, recate al genere umano tramite una successione di luminari spirituali, hanno rappresentato l’anello fondamentale tra l’uomo e quella Realtà ultima, galvanizzando ed affinando la capacità umana di conseguire successo spirituale e nel contempo progresso sociale. Nessun serio tentativo di indirizzare nel senso giusto le faccende umane e di ottenere la pace mondiale può ignorare la religione. La percezione e la pratica che l’uomo ne ha rappresenta in grande misura la sostanza della storia. Un eminente storico ha descritto la religione come una «facoltà della natura umana». È arduo negare che il pervertimento di tale facoltà abbia abbondantemente contribuito a creare la confusione della società e conflitti nell’intimo dell’uomo e fra gli individui. Né può un osservatore imparziale sminuire la preponderante influenza che la religione ha esercitato sulle espressioni vitali della civiltà. Anzi, quanto essa sia indispensabile all’ordine sociale lo ha ripetutamente dimostrato la sua diretta efficacia sulle leggi e sulla moralità. Additando la religione come una forza sociale, Bahá’u’lláh ha scritto: «La religione è il più grande mezzo per l’instaurazione dell’ordine nel mondo e per il pacifico appagamento di coloro che vi dimorano ». Riguardo poi al declino o alla corruzione della religione, aggiunse: «Se la lampada della religione si oscurasse, ne deriverebbero confusione e disordine e la luce dell’equità, della giustizia, della tranquillità e della pace cesserebbe di brillare». Nell’enumerare tali conseguenze, gli scritti Bahá’í puntualizzano che la «perversione della natura umana, la degradazione del comportamento, la corruzione e il disfacimento delle istituzioni umane si rivelano, in queste circostanze, nei loro aspetti peggiori e ripugnanti. Si degrada il carattere dell’uomo, il suo senso di sicurezza viene scosso, rilassata la vigoria della disciplina, messa a tacere la voce della coscienza, oscurata la capacità di decenza e pudore, distorti i concetti di dovere, solidarietà, reciprocità e lealtà, e grado a grado s’estingue perfino il senso della pace, della gioia e della fiduciosa speranza». Giunta com’è nelle strettoie di paralizzanti conflitti, l’umanità deve esaminare se stessa, la propria negligenza, considerando le numerose allettanti voci alle quali ha prestato ascolto per trovare le fonti di malintesi e confusioni perpetrati in nome della religione.continua...
Coloro che, ciecamente ed egoisticamente, si sono tenuti stretti alle loro peculiari ortodossie, imponendo ai propri seguaci interpretazioni erronee e contrastanti delle parole dei Messaggeri divini, portano di tale confusione una pesante responsabilità - una confusione resa più grave dalle artificiali barriere erette tra fede e ragione, tra scienza e religione. Infatti, ove si esaminino con occhio imparziale le autentiche parole espresse dai Fondatori delle grandi religioni e gli ambienti sociali in cui essi furono costretti a compiere la loro missione, si scopre che nulla giustifica le contese e i pregiudizi che turbano le comunità religiose dell’umanità e di conseguenza tutte le vicende umane. L’insegnamento secondo il quale dobbiamo comportarci con gli altri come desidereremmo chegli altri si comportassero con noi, etica che riecheggia in vario modo in tutte le grandi religioni, conferisce vigore all’asserzione appena espressa per due particolari aspetti: esso compendia la condotta morale, che è il valore foriero di pace in tutte queste religioni indipendentemente dal loro luogo e periodo di origine ed esprime altresì un aspetto di unità che è il loro pregio essenziale, un pregio che il genere umano, con la sua disarticolata visione della storia, non ha saputo apprezzare. Avesse l’umanità scoperto la vera realtà di questi Educatori della sua collettiva fanciullezza, considerandoli promotori di un unico processo di civilizzazione, avrebbe senza alcun dubbio raccolto, dagli effetti cumulativi delle loro successive missioni, una messe infinitamente maggiore di benefici. Ma in questo, purtroppo, essa ha fallito. Il risorgere di un fanatico zelo religioso in numerose parti del mondo non può essere considerato altro che un segno di convulsione agonica. La natura di violenti e distruttivi fenomeni che vi sono associati attesta del fallimento spirituale che esso rappresenta. Anzi, uno dei tratti distintivi più singolari e dolenti dell’attuale scoppio di fanatismo religioso è la misura con cui, in ogni caso, tale fanatismo scardina non solo quei valori spirituali che conducono all’unità del genere umano ma anche le straordinarie vittorie morali conseguite da quelle stesse religioni che esso pretende di servire. Per quanto vitale sia stata la forza della religione nella storia dell’umanità e ancorché sensazionale l’odierno rigurgito di fanatismo religioso militante, da ormai vari decenni un numero sempre crescente di esseri umani considera la religione e le sue istituzioni di scarso rilievo rispetto ai principali interessi del mondo contemporaneo. Abbandonando la religione, essi si sono volti o all’edonistica ricerca dei piaceri materiali o all’inseguimento di ideologie opera d’uomo e designate a riscattare la società dai manifesti mali sotto il cui peso essa geme. Troppe di queste ideologie, purtroppo, invece di far proprio il concetto dell’unità del genere umano e di promuovere la concordia fra i diversi popoli, si sono messe a deificare lo Stato, a subordinare il resto dell’umanità a una sola nazione, razza, o classe; hanno tentato di sopprimere ogni tipo di dibattito e scambio di idee, oppure di abbandonare cinicamente milioni di persone in preda alla fame nei gangli di un sistema di mercato che sta fin troppo chiaramente aggravando le condizioni della maggioranza dell’umanità, permettendo nel contempo a esigui gruppi di vivere in un lusso che i nostri antenati a fatica avrebbero potuto immaginare. Tragici sono gli effetti di quei surrogati di fede creati nella nostra èra dai sapienti di questo mondo: nel massivo disinganno di interi popoli cui si era insegnato a render culto sui loro altari si può leggere l’irrevocabile verdetto della storia. I frutti prodotti da queste dottrine, dopo decenni di un esercizio di potere sempre più sfrenato da parte di coloro che ad esse devono la loro influenza negli affari umani, sono i mali sociali ed economici che, negli ultimi anni di questo nostro secolo, appestano ogni landa della terra. Alla base di tutte queste calamità materiali sono da porsi i danni spirituali manifesti nello stato di profonda apatia che è calata sulle masse di tutto il mondo e nell’estinguersi della speranza nei cuori di milioni di esseri umani diseredati e tormentati. È giunto il momento in cui i predicatori dei dogmi del materialismo, sia in Occidente che in Oriente, sia del mondo capitalista che di quello socialista, rendano conto della guida morale che hanno preteso di esercitare. Dov’è il «nuovo mondo» promesso da queste ideologie? Dove la pace internazionale ai cui ideali esse hanno proclamato di dedicarsi? E l’accesso alle conquiste culturali procacciate dall’esaltazione di questa razza o di quella nazione o di quella particolare classe sociale? Perché la vasta maggioranza dei popoli del mondo affondano sempre più cupamente negli abissi della fame e della sventura mentre smisurate ricchezze, quali né i Faraoni né i Cesari e nemmeno le potenze imperialistiche del secolo scorso poterono mai sognare, sono a disposizione degli odierni arbitri delle faccende umane? Ed è particolarmente nell’esaltazione delle mète puramente materiali, a un tempo scaturigine e tratto comune di tutte queste ideologie, che noi rinveniamo le fonti alimentatrici di quella menzognera concezione che predica l’essere umano incorreggibilmente egoista e aggressivo. È da questa idea che dobbiamo liberarci se vogliamo edificare un nuovo mondo a misura dei nostri discendenti.continua...
Il fatto che, alla luce dell’esperienza, gli ideali materialistici abbiano fallito lo scopo di soddisfare i bisogni del genere umano invita all’onesto riconoscimento che dobbiamo compiere un nuovo sforzo per trovare la soluzione ai tormentosi problemi del pianeta. Segno del comune fallimento di tali ideali è l’intollerabile condizione in cui versa oggi la società, una circostanza che tende a rafforzare, invece di mitigare, l’accanimento delle parti. Non c’è dubbio: ciò che urge è uno sforzo comune riparatore. E si tratta in primo luogo di un atteggiamento mentale. Vorrà l’umanità persistere nella sua caparbietà, continuando ad aggrapparsi ad obsoleti concetti e a inservibili teorie? O non vorranno piuttosto i suoi capi, prescindendo dalle ideologie, avanzare con risoluto volere per consultarsi in una ricerca di appropriate soluzioni? Coloro che hanno a cuore il futuro della razza umana meditino su questo consiglio. «Se ideali alungo perseguiti e istituzioni da gran tempo onorate, se certe premesse sociali e formule religiosehanno cessato di promuovere il benessere della maggior parte dell’umanità, se non più rispondono ai bisogni del genere umano in perenne evoluzione, lasciamo allora che vengano spazzati via e relegati nel limbo di antiquate e obliate dottrine. Perché, in un mondo soggetto all’immutabile legge del cambiamento e del declino, dovrebbero essi andar esenti dal deterioramento che coglie ogni istituzione umana? Le norme legali, le teorie politiche ed economiche sono infatti designate unicamente a salvaguardare gli interessi dell’umanità, e non a metterla in croce allo scopo di preservare l’integrità di particolari leggi o dottrine!». II Azioni come il mettere al bando gli ordigni nucleari, proibire l’uso di gas venefici o interdire laguerra batteriologica non elimineranno alle radici le cause della guerra. Queste misure pratiche, pur essendo ovviamente elementi importanti nel cammino della pace, sono tuttavia in sé ancora troppo superficiali per esercitare un’influenza durevole. Gli uomini sono sufficientemente ingegnosi per inventare altre forme di conflitto, e quindi usare il cibo, le materie prime, la finanza, il potere industriale, l’ideologia e il terrorismo per combattersi a vicenda in un’interminabile caccia alla supremazia e al dominio. Né è possibile che il colossale sconvolgimento nelle faccende dell’umanità sia ricomposto con la risoluzione di specifici conflitti e disaccordi fra singole nazioni. Bisognerà adottare una struttura autenticamente universale. Certo, i capi delle nazioni non mancano di riconoscere la dimensione mondiale del problema, che emerge da sé dal cumulo di questioni che essi si trovano ad affrontare ogni giorno di più. E per eliminare ogni possibilità di ignoranza riguardo alle sfide e ai bisogni in cui ci si imbatte, vi è la massa di studi e soluzioni proposti da numerosi gruppi impegnati e illuminati nonché dai vari enti delle Nazioni Unite. Ma persiste tuttavia il ristagno della volontà: ed è questo che bisogna esaminare con cura e risolutamente affrontare. Tale paralisi è radicata, già lo abbiamo detto, nella profonda convinzione dell’inevitabile rissosità del genere umano, che lo ha reso riluttante a prendere in esame la possibilità di subordinare gli interessi nazionali alle esigenze di un ordine mondiale e restio ad affrontare con coraggio le enormi conseguenze prodotte dalla creazione di un’autorità mondiale. Questo atteggiamento può essere infine fatto risalire anche all’incapacità di intere masse umane, in gran parte ignoranti e soggiogate, ad esprimere la loro brama di un nuovo ordine in cui vivere in pace, armonia e prosperità con tutti gli altri uomini. I passi tentati in direzione di un ordine mondiale, specialmente dopo la Seconda Guerra, offrono tuttavia alcuni segni di speranza. La crescente tendenza diffusa fra le nazioni a unirsi ufficialmente in gruppi che permettano loro di cooperare in questioni di mutuo interesse indica che alla fin fine tutte le nazioni potrebbero superare tale paralisi. L’Associazione delle Nazioni del Sud-Est asiatico, la Comunità e il Mercato Comune dei Caraibi, il Mercato Comune dell’America Centrale, il Consiglio per la Mutua Assistenza Economica, le Comunità Europee, la Lega degli Stati Arabi, l’Organizzazione dell’Unità Africana, l’Organizzazione degli Stati Americani, il Forum del Pacifico Meridionale - tutti gli sforzi collettivi rappresentati da tali organizzazioni spianano la via all’ordine mondiale. Un altro segno che fa ben sperare è la crescente attenzione dedicata ai più inveterati problemi del nostro pianeta. A dispetto delle evidenti manchevolezze che affliggono le Nazioni Unite, le oltre quaranta dichiarazioni e le convenzioni adottate da questa organizzazione, anche quando non sempre entusiastico è stato l’impegno dei vari governi, hanno tuttavia dato alla gente comune la sensazione di nuove prospettive. La Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, la Convenzione sulla prevenzione e la punizione del crimine di genocidio e similari misure riguardo all’eliminazione di tutte le forme di discriminazione basate sulla razza, il sesso o il credo religioso; la tutela dei diritti dei fanciulli; la salvaguardia di ogni essere umano contro la tortura; lo sradicamento della fame e della malnutrizione; l’uso del progresso scientifico e tecnologico nell’interesse della pace e a beneficio dell’umanità - tutte queste misure, se coraggiosamente applicate e ampliate, anticiperanno il giorno in cui lo spettro della guerra avrà perso il suo potere di dominare le relazioni internazionali. Anche se non è necessario trattare del significato di tutti gli argomenti esposti in queste dichiarazioni e convenzioni, una parte di essi, in virtù della loro diretta attinenza al processo di edificazione della pace mondiale, meritano un commento supplementare.continua...
Una delle più gravi barriere erette contro la pace è il razzismo, situabile fra i più perniciosi e persistenti mali dell’umanità. Il praticarlo perpetra una violazione tanto oltraggiosa della dignità degli esseri umani da non poter essere tollerato sotto alcun pretesto. Il razzismo rallenta lo sviluppo delle sconfinate potenzialità delle sue vittime, degrada chi lo pratica, avvelena il progresso dell’uomo. È necessario che il riconoscimento dell’unità del genere umano, attuato mediante adeguate misure legali, sia universalmente propugnato, se si vuole superare questo problema. Per l’eccessiva disparità fra ricchi e poveri, causa di intense sofferenze, il mondo si trova in uno stato di instabilità, virtualmente sull’orlo della guerra. Poche delle nostre società hanno affrontato con efficacia questa situazione. La soluzione richiede una combinata applicazione di vari elementi, spirituali, morali e pratici. Si richiede un ulteriore esame del problema che preveda la consultazione di esperti provenienti da un’ampia gamma di discipline e liberi da polemiche economiche e ideologiche, e che coinvolga in decisioni tanto urgenti le persone direttamente in causa. Si tratta di una questione legata non soltanto alla necessità di eliminare gli estremi di ricchezza e povertà, ma altresì a quelle verità spirituali la cui comprensione può produrre un nuovo atteggiamento mentale universale. Incoraggiare tale atteggiamento è già risolvere gran parte del problema. Lo sfrenato nazionalismo, che è cosa ben diversa da un sano e legittimo patriottismo, deve cedere il passo a un tipo di lealtà più ampia, l’amore per l’intera umanità. Afferma Bahá’u’lláh: «La terra è un solo paese e l’umanità i suoi cittadini». Questo concetto della cittadinanza mondiale è il diretto risultato della contrazione del mondo, per così dire, in un unico quartiere, in virtù dei progressi scientifici e dell’incontestabile interdipendenza delle nazioni. L’amore per tutti i popoli della terra non esclude naturalmente l’amore per il proprio paese. Il vantaggio della parte in una società mondiale è servita al meglio promuovendo il vantaggio del tutto. È necessario perciò dare incremento alle attività internazionali già esistenti nei vari settori, che alimentano la mutua amicizia e un senso di solidarietà fra i popoli. Le lotte religiose hanno causato, attraverso la storia, innumerevoli guerre e conflitti, rivelandosi una delle principali insidie al progresso, e oggi esse ripugnano a un numero crescente di uomini con fede o senza fede. I seguaci di tutte le religioni devono essere disposti ad affrontare le questioni di base che tale lotta pone e giungere a dare risposte chiare. Come possono risolvere le loro controversie, sia nella teoria che nella pratica? Questa la sfida alle guide spirituali del mondo: meditare con cuori colmi di spirito di compassione e di un’ardente brama di verità, le condizioni del genere umano e chiedersi se non possano, umili innanzi al loro Onnipotente Creatore, sommergere le loro divergenze teologiche in un magnanimo spirito di reciproca tolleranza che le metta in grado di operare insieme per la promozione della comprensione e della pace fra gli uomini. L’emancipazione delle donne e il conseguimento della piena parità fra i sessi, è uno dei requisiti più importanti della pace, ancorché meno riconosciuto. Negare un tale diritto di parità equivale a perpetrare un’ingiustizia nei riguardi di metà della popolazione mondiale e a incoraggiare negli uomini atteggiamenti e abitudini negative che si estendono dalla famiglia al lavoro alla vita politica, fino ai rapporti internazionali. La negazione di quel diritto non la giustifica alcun motivo, né morale, né pratico, né biologico. Soltanto quando le donne saranno ben accette in una totale partecipazione in tutti i campi dell’operare umano, si creerà quel clima morale e psicologico in cui potrà emergere la pace internazionale. La causa dell’educazione universale, che ha già arruolato al suo servizio un esercito di personedevote provenienti da ogni fede e nazione, merita da parte dei governi il massimo sostegno. Èl’ignoranza, infatti, il principale motivo del declino e della caduta dei popoli, nonché del perpetuarsi dei pregiudizi. Nessuna nazione può avere successo se non assicura l’istruzione a tutti i suoi cittadini. Ove mancanze di risorse adeguate, imponendo un certo ordine di priorità, limitino la capacità delle nazioni di mettere in atto questo impegno, allora gli enti responsabili a ciò preposti farebbero bene a prendere in considerazione la possibilità di dare assoluta priorità all’istruzione di donne e fanciulle, dal momento che è tramite le madri istruite che i benefIci della conoscenza possono diffondersi in tutta la società nel modo più efficace e rapido. Per restare al passo con le esigenze del nostro tempo, sarà bene insegnare a ogni fanciullo il concetto di cittadinanza mondiale come parte della sua educazione di base. Una fondamentale mancanza di comunicazione tra gli esseri umani indebolisce gravemente glisforzi tesi alla pace mondiale. L’adozione di una lingua ausiliare internazionale, che accelererebbe la soluzione di tale problema, richiede la più urgente attenzione. In tutti questi problemi bisogna evidenziare due aspetti. Il primo è che l’abolizione della guerranon è una mera faccenda di firme di trattati e protocolli: è piuttosto un compito complesso che esige nuovi livelli nell’impegno di risolvere questioni che di solito non vengono associate alla ricerca della pace. Basata solo su accordi politici, l’idea della sicurezza collettiva rimarrà una chimera. continua...
Il secondo aspetto è che la principale difficoltà per trattare problemi inerenti la pace consistenell’innalzare la situazione a livello dei principi, prescindendo dal puro pragmatismo. Infatti, la pace fiorisce da uno stato interiore sostenuto da una visione spirituale o morale, ed è soprattutto nel suscitare tale atteggiamento che si può rintracciare la possibilità di durature soluzioni. Esistono dei principi spirituali, o come alcuni preferiscono chiamarli dei valori umani, in base aiquali è possibile trovare la soluzione per ogni problema sociale. Ogni gruppo umano animato dabuoni intendimenti può, in generale, concepire delle soluzioni pratiche ai suoi problemi, ma di solito le buone intenzioni e la conoscenza pratica non bastano. Il pregio essenziale del principio spirituale consiste non solo nel fatto che esso presenta prospettive in piena armonia con la natura dell’uomo, ma che produce altresì atteggiamenti, energie, volontà e aspirazioni atti a favorire la scoperta e l’attuazione di misure pratiche. I capi dei governi e tutti coloro che detengono autorità sarebbero molto agevolati nei loro sforzi per risolvere i vari problemi se prima cercassero di riconoscere i principi implicati in quei problemi e poi se ne lasciassero guidare.III La questione principale che bisogna risolvere è come il mondo attuale,con la sua radicata consuetudine al conflitto, possa mutarsi in un mondo in cui prevalgano l’armonia e la cooperazione. L’ordine mondiale può fondarsi soltanto su un’incrollabile consapevolezza dell’unità del genereumano, verità spirituale confermata da tutte le scienze umane: l’antropologia, la fisiologia, la psicologia riconoscono infatti l’esistenza di un’unica specie umana, benché infinitamente diversificata negli aspetti secondari della esistenza. Riconoscere questa verità esige l’abbandono dei pregiudizi, di qualunque tipo di pregiudizio: di razza, classe, colore, credo, nazionalità, sesso, o grado di civiltà materiale, qualunque cosa insomma che induca esseri umani a considerarsi superiori agli altri. Il primo e fondamentale requisito per riorganizzare e amministrare il mondo come un solo paese, la dimora dell’umanità, è l’accettazione dell’unità del genere umano. E giacché il consenso universale su tale spirituale principio è indispensabile per il successo di qualsivoglia tentativo volto a edificare la pace nel mondo, esso deve essere proclamato al mondo intero, insegnato nelle scuole e costantemente sostenuto in ogni nazione quale preparazione di quell’organico mutamento delle strutture sociali che esso comporta. Nella visione bahá’í, il riconoscere l’unità del genere umano «richiede niente meno che la riedificazione e il disarmo dell’intero mondo civilizzato, un mondo organicamente unificato in tutti gli aspetti essenziali della sua esistenza, nei meccanismi politici, nelle aspirazioni spirituali, nei commerci e nelle finanze, nella scrittura e negli idiomi, ma un mondo nel contempo sconfinato per la diversità delle caratteristiche nazionali delle sue unità confederate». Shoghi Effendi, Custode della Fede Bahá’í, elaborando le implicazioni legate a questofondamentale principio, così commentava nel 1931: «Lungi dal mirare allo sconvolgimento delleattuali fondamenta della società, (esso) cerca anzi di ampliarne le basi, di rimodellarne le istituzioni in maniera consona ai bisogni di questo mondo in continuo mutamento. Non si pone in conflitto con alcun tipo di legittima fedeltà, né intende scalzare alcuna sostanziale forma di lealtà; non è suo scopo quello di estinguere nel cuore dell’uomo la fiamma di un sano e intelligente patriottismo, né di sopprimere il sistema delle autonomie nazionali così necessario ad evitare i mali di un eccessivo accentramento. Né trascura, o s’attenta di sopprimere, le differenze di origine etnica, di clima, storia, lingua e tradizioni, pensiero e costumi, che diversifica i vari popoli e nazioni del mondo: invita piuttosto a una lealtà più ampia a un aspirazione più grandiosa di qualsiasi altra che abbia mai animato la razza umana, insiste sulla subordinazione delle spinte e degli interessi nazionali alle impellenti esigenze dell’unità del mondo, rigetta da un lato l’eccessivo accentramento e ripudia dall’altro tutti i tentativi volti verso l’uniformità. La sua parola d’ordine è unità nella diversità». Conseguire queste mète richiede numerosi stadi nel processo di adattamento delle condotte politiche nazionali, che attualmente, in assenza di leggi chiaramente definite o universalmente accettate e di principi applicabili per ordinare i rapporti fra le nazioni, tendono all’anarchia. La Lega delle Nazioni, le Nazioni Unite e le numerose organizzazioni, nonché gli accordi da esse emanati, hanno senza dubbio giovato ad attenuare alcuni degli effetti negativi dei conflitti internazionali, ma si sono mostrate incapaci a prevenire le guerre. Si contano anzi a dozzine le guerre scoppiate dopo il secondo conflitto mondiale, e molte ancora imperversano. Gli aspetti preminenti di questo problema emersero già nel secolo scorso quando Bahá’u’lláh incominciò ad annunciare le sue proposte per edificare una pace mondiale. In messaggi indirizzati ai governanti della terra, egli propose il principio della sicurezza collettiva. Shoghi Effendi ne commentò il significato:continua...
«Cos’altro significano queste ponderose parole se non l’inevitabile limitazionedell’incondizionata sovranità nazionale come presupposto indispensabile alla costituzione della futura Confederazione di tutte le nazioni della terra? È necessario che si evolva una forma di Stato Supremo, in favore del quale tutte le nazioni del mondo saranno disposte a cedere ogni diritto di dichiarare guerra, alcuni diritti di tassazione e tutti i diritti d’armamento, eccetto quelli necessari a mantenere l’ordine interno entro i rispettivi confini. Questo Stato deve comprendere entro la sua orbita un Organo Esecutivo Internazionale per migliorare la sua suprema e indiscutibile autorità su qualsiasi membro recalcitrante dell’unione, un Parlamento Mondiale i cui membri saranno eletti dal popolo dei rispettivi Paesi e la cui elezione sarà approvata dai relativi governi, e un Tribunale Supremo i cui verdetti avranno effetto esecutivo anche nel caso in cui le parti interessate non accettassero di propria volontà di deferire il loro caso al suo giudizio. Una comunità mondiale in cui tutte le barriere economiche dovranno essere permanentementeabbattute e l’interdipendenza del Capitale e del Lavoro definitivamente riconosciuta; una comunità nella quale il vociare del fanatismo e delle lotte religiose tacerà per sempre; in cui la fiamma dell’animo-sità razziale sarà finalmente estinta; in cui un unico codice di leggi internazionali - prodotto del ponderato giudizio delle federazioni dei rappresentanti mondiali - avrà per sanzione l’istantaneo e coercitivo intervento di tutte le forze congiunte delle unità federali; e, finalmente, una comunità mondiale in cui la follia di un nazionalismo capriccioso e militaresco si tramuterà nella durevole consapevolezza della cittadinanza mondiale: tale appare, invero, nelle linee generali, l’Ordine previsto da Bahá’u’lláh, un Ordine che sarà considerato come il frutto più bello di un’èra che sta lentamente maturando». Bahá’u’lláh indicò quale sarebbe stata la realizzazione di questi provvedimenti di così vasta portata: «Verrà il tempo in cui sarà universalmente sentita l’impellente necessità di costituire una vasta assemblea che rappresenti tutti gli uomini. I potenti e i re della terra dovranno intervenirvi e, partecipando alle sue deliberazioni, prendere in considerazione le vie e i mezzi su cui si baseranno le fondamenta della Grande Pace mondiale fra gli uomini». Il coraggio, la determinazione, la purezza delle motivazioni, l’altruistico reciproco amore dei popoli: tutte le qualità spirituali e morali necessarie a compiere questo rilevante passo in direzione della pace sono concentrate sulla volontà di agire. E perché si desti questa volontà bisogna prestare la più seria attenzione alla realtà dell’uomo, ossia al suo pensiero. Comprendere l’importanza di questa possente realtà significa altresì riconoscere la necessità sociale di metterne in pratica lo straordinario valore mediante una consultazione che sia schietta, obbiettiva e amichevole e poi agire sui risultati di questo processo. Bahá’u’lláh ha insistentemente attirato l’attenzione sugli indispensabili pregi che la consultazione offre per porre in ordine le faccende umane. A questo proposito egli ha scritto: «La consultazione produce un maggiore grado di consapevolezza e tramuta le supposizioni in certezze. È quella folgorante luce che, in un mondo di tenebre, illumina la via e serve da guida. Per ogni cosa v’è e sempre vi sarà un grado di perfezione e maturità. La maturità del dono della comprensione si rende evidente in virtù della consultazione». Il solo tentativo di conseguire la pace mediante l’opera di consultazione da lui proposta può sprigionare uno spirito talmente benefico tra i popoli della terra che nessun potere potrebbe opporsi al finale, vittorioso esito. Riguardo ai procedimenti di questa accolta mondiale, ecco le intuizioni offerte da ‘Abdu’l-Bahá, figlio di Bahá'u'lláh e interprete autorizzato dei suoi insegnamenti. «Essi devono fare della Causa della Pace l’oggetto di generale consultazione e cercare con ogni mezzo a loro disposizione di stabilire un’Unione delle nazioni del mondo. Devono concludere un trattato vincolante e stabilire un patto con provvedimenti giusti, inviolabili e ben definiti. Devono poi proclamarli a tutto il mondo e ottenerne la sanzione da parte di tutta la razza umana. Una tal nobile ed eccelsa iniziativa, vera fonte di pace e benessere per tutto il mondo, tutti coloro che dimorano sulla terra devono pregiarla come sacra. Tutte le forze dell’umanità bisogna che siano impegnate a garantire la stabilità e la continuità di questo più grande Patto nel quale, secondo la sua natura onnicomprensiva, devono essere fissati con chiarezza i confini e le frontiere di ogni singola nazione, stabiliti in modo definitivo i principi guida delle reciproche relazioni fra i vari governi e infine determinati tutti gli accordi e gli obblighi internazionali. In egual guisa bisogna rigorosamente limitare la misura degli armamenti di ogni governo, perché se si acconsente che una nazione incrementi i preparativi di guerra e delle forze militari, si accenderà il sospetto delle altre. Il principio fondamentale su cui si basa questo solenne Patto deve essere così ben stabilito che se un governo violasse una delle sue clausole, tutti i governi della terra dovranno muoversi per ridurlo a completa sottomissione, anzi la stessa razza umana dovrà risolversi a neutralizzarlo, con ogni potere a sua disposizione. Se questo massimo rimedio verrà applicato al corpo infermo dell’umanità, senza dubbio essa guarirà dai suoi mali e rimarrà per sempre in uno stato di incolumità e sicurezza». L’organizzazione di questa possente adunanza è già molto in ritardo.continua...
Con tutto l’ardore dei nostri cuori, noi facciamo appello ai governanti di tutte le nazioni perchéafferrino questo momento così opportuno e prendano decisioni irrevocabili per convocare quest’adunanza mondiale. Tutte le forze della storia incitano la razza umana a compiere questo atto che segnerà per sempre l’albeggiare della sua maturità tanto a lungo attesa. Non vorrà l’organizzazione delle Nazioni Unite, con il pieno sostegno dei suoi membri, innalzarsi a compiere il nobile scopo di un evento tanto sublime? Riconoscano uomini e donne, giovani e bambini di tutte le parti della terra, l’eterno pregio diquesto atto che si impone a tutte le genti e levino le loro voci in uno spontaneo moto d’assenso. Sia anzi proprio la presente generazione a inaugurare questo glorioso stadio nell’evoluzione della vita sociale sul nostro pianeta. IVLa fonte del nostro ottimismo è una visione che trascende la mera fine delle guerre e la creazione di mezzi per la cooperazione internazionale. Se la pace permanente fra le nazioni è uno stadio essenziale, essa però non è, secondo le asserzioni di Bahá'u'lláh, la mèta finale dello sviluppo sociale del genere umano. Al di là di un iniziale armistizio imposto al mondo dal terrore dell’olocausto nucleare, al di là di una pace politica intrapresa con riluttanza da parte di nazioni rivali, sospettose e diffidenti, al di là di pragmatici accordi per la sicurezza e la coesistenza, al di là perfino dei numerosi esperimenti di cooperazione che tutti questi passi potranno rendere possibili, si pone la mèta finale: l’unificazione di tutti i popoli della terra in una sola universale famiglia. La disunione è un pericolo che le nazioni e i popoli della terra non possono più a lungo tollerare: terrificanti sarebbero le conseguenze, troppo ovvie per chiedere una dimostrazione.Ha scritto Bahá’u’lláh più di un secolo fa: «Il benessere dell’umanità, la sua pace e sicurezza sono irraggiungibi a meno che e fino a quando non sia fermamente stabilita la sua unità». Nell’osservare che «l’intero genere umano geme e muore dal desiderio d’essere guidato all’unità e di por fine al suo plurisecolare martirio», Shoghi Effendi prosegue commentando che: «L’unificazione dell’intera umanità è il contrassegno dello stadio che la società umana sta ora per raggiungere. L’unità familiare, l’unità della tribù, della città-stato e della nazione sono state l’una dopo l’altra tentate e pienamente conseguite. L’unità del mondo è la mèta per la quale quest’afflitta umanità sta lottando. Il periodo della fondazione delle nazioni è ormai terminato e sta giungendo al suo culmine l’anarchia inerente alle sovranità nazionali. Questo mondo in crescita verso la maturità deve abbandonare un tale feticcio, riconoscere l’unicità e l’organicità delle relazioni umane e instaurare una volta per sempre il meccanismo che meglio potrà incarnare tale fondamentale principio della sua vita». Questa visione è convalidata da tutte le forze odierne innovatrici. Le prove sono evidenti neimolti esempi già da noi citati di segni favorevoli alla pace mondiale, visibili nei movimenti e neglisviluppi internazionali dei nostri giorni. Quel vero esercito di uomini e donne, provenienti virtualmente da ogni cultura, razza e nazione della terra, che operano nelle molteplici istituzioni delle Nazioni Unite, rappresentano un «servizio civile» planetario e i loro imponenti risultati sono indicativi di quale grado di cooperazione sia possibile conseguire anche in condizioni così avverse. Un forte impulso all’unità, quasi spirituale primavera, preme per manifestarsi in innumerevoli congressi internazionali che radunano persone provenienti da una vasta gamma di discipline; stimola appelli a progetti internazionali organizzati per fanciulli e giovani; è invero reale fonte di quello straordinario movimento ecumenico che pare irresistibilmente attirare gli uni verso gli altri membri e confessioni religiose storicamente antagonisti. Accanto all’opposta tendenza a fenomeni quali la guerra e le espansioni contro cui esso incessantemente lotta, l’impulso all’unità mondiale è una delle diffuse caratteristiche dominanti nella vita del pianeta in questi ultimi anni del ventesimo secolo. L’esperienza della comunità bahá'í può essere considerata un esempio di questa crescente unità. È una comunità di tre-quattro milioni di persone provenienti da numerose nazioni, culture, classi e fedi, impegnate in un’ampia gamma di attività al servizio dei bisogni spirituali, sociali ed economici dell’uomo in varie lande della terra. Pur essendo un unico organismo sociale, vi sono ben rappresentate le differenziazioni dell’umana famiglia; tale organismo si affida a un sistema di principi consultativi comunemente accettati e tiene in gran pregio tutte le grandi effusioni di guida divina avvenute nella storia dell’uomo. La sua esistenza è un’altra convincente prova della concretezza della visione che il suo Fondatore aveva di un mondo unito, un’altra prova che l’umanità può vivere come un’unica universale società, all’altezza di qualunque sfida la sua raggiunta maggiore età possa lanciare. Se l’esperienza bahá'í può contribuire in qualsiasi misura ad accrescere la speranza nell’unità della razza umana, noi siamo felici di offrirla come modello di studio.continua...
Meditando sulla suprema importanza del compito che fronteggia ora l’intero mondo, noi chiniamoumili il capo di fronte alla tremenda maestà del divino Creatore, che nel suo infinito amore haforgiato tutta l’umanità dallo stesso ceppo, esaltando la realtà dell’uomo sì come gemma preziosa, onorandola dei doni dell’intelletto e della saggezza, della nobiltà e dell’immortalità e conferendo all’uomo l’esclusivo privilegio e la facoltà di conoscerLo e amarLo, una facoltà che «deve essere considerata come l’impulso generatore e lo scopo principale che contrassegna l’intera creazione». Noi nutriamo il fermo convincimento che tutti gli esseri umani sono stati creati «per far avanzare una civiltà in continuo progresso», che «agire come le bestie dei campi non è degno dell’uomo», che le qualità che si addicono all’umana dignità sono la fidatezza, la tolleranza, la misericordia, la compassione e l’amorevole gentilezza verso tutte le genti. Riaffermiamo la fede nel fatto che le «potenzialità inerenti allo stadio dell’uomo, la piena misura del suo destino sulla terra, l’innata eccellenza del suo essere si paleseranno appieno in questo Giorno promesso di Dio». Ecco i motivi che adduciamo per la nostra incrollabile fede nel fatto che l’unità e la pace sono la conseguibile mèta per cui l’umanità sta lottando. Mentre verghiamo questo messaggio, si odono le voci dei bahá’i, colmi di fiducia a dispetto delle persecuzioni che essi ancor oggi soffrono nella terra culla della loro Fede. Con il loro esempio di salde speranze, essi testimoniano della fiducia che all’imminente realizzazione di questo antico sogno di pace, per virtù dei vivificanti effetti della rivelazione di Bahá'u'lláh, è ora conferita la forza della divina autorità. Noi perciò non vi comunichiamo solo una visione di parole: ci appelliamo alla forza che deriva da atti di fede e di sacrificio, trasmettendovi l’ansiosa richiesta di pace e unità che proviene dai nostri correligionari di tutto il mondo. Ci uniamo a tutte le vittime dell’aggressione, a tutti coloro che implorano la fine dei conflitti e delle contese, a tutti quelli la cui devozione ai principi della pace e dell’ordine mondiale dà impulso ai nobili scopi per cui l’umanità è stata portata all’esistenza da un amorevolissimo Creatore. Nell’ardore del nostro desiderio di comunicarvi il fervore della nostra speranza e la profonditàdella nostra fiducia, menzioniamo qui la vigorosa promessa di Bahá'u'lláh: «Queste lotte infruttuose, queste rovinose guerre cesseranno e la ‘Più Grande Pace’ verrà». LA CASA UNIVERSALE DI GIUSTIZIA
Il comune di Bigarello visto dall’alto (grazie Google)Storia: Sembra che Bigarello abbia preso il nome da "Biga" mezzo di trasporto trainato da cavalli in uso nell'antica Roma. Infatti, scavi effettuati nel territorio di Bigarello in questi ultimi anni, in particolare nella zona "Castellazzo", hanno messo a nudo abitazioni lacustri, utensili domestici in pietra e amuleti di bronzo dell'epoca Romana, ma veniamo ad un passato meno remoto. Bigarello è già nominato in diploma dal 1045 da Enrico III a favore della chiesa Mantovana. Da un documento fatto da Bonacolso il 2 Marzo 1298 risulta che egli comperava un podere con casa nel territorio "Bigarelli ad villam Cuchi"... Nel nostro comune è nato Tristano Martinelli, l’attore che inventò la maschera di Arlecchino, a torto considerata bergamasca.Abitanti: meno di duemila (compresi gli extracomunitari) su una superficie di 27 Kmq, a 8 km da Mantova ed a 23 m. sul livello del mare. Il comune ed i servizi più importanti, si trovano nella frazione di Gazzo, tanto che molti indicano: Gazzo-Bigarello.Economia: agricola ed artigianale. Nessuna grande industria è presente nel nostro territorio ma abbiamo una foresta demaniale che, a breve, dovrebbe diventare laboratorio per il distaccamento dell’università di agraria.Non siamo una popolazione particolarmente ricca, ma siamo certamente nella categoria dei “fortunati”, anche se paragonati alla sola Italia. Non esiste la disoccupazione nè disservizi di qualsivoglia natura: tutto è pulito ed in ordine, segno evidente che tutti (a partire dalle Autorità locali), fanno il loro dovere.Comunità bahai: dopo gli ultimi trasferimenti, siamo rimasti in 11 adulti (10 effettivi, il Luca sta studiando a Los Angeles) con età compresa fra i 22 ed i 70 anni. Nessun bambino, al momento, ma alcuni amici sono in età “da matrimonio”. Nel conteggio, non sono inseriti i gruppi ed i centri isolati che fanno riferimento alla nostra comunità, in quanto dipendono direttamente dall’assemblea Spirituale Nazionale.Abbiamo ottimi rapporti con i nostri concittadini (ci conosciamo tutti) e con le Autorità (anche religiose) locali. Non abbiamo bisogno di pubblicizzarci oltre misura: sanno già chi siamo. La nostra presenza è costante e discreta, nella reciproca stima e rispetto.