“Le Sette Valli”
Le Sette Valli, sono una lettera
che Bahá’u’lláh inviò ad un
mistico (un dotto: affermato
studioso di teologia islamica) di
sua conoscenza e dal quale era
stimato, prima del 1863, anno in
cui dichiarò al mondo di essere il
Promesso.
Contrariamente al Suo stile,
Bahá’u’lláh indulge a quello
altrui, immettendo citazioni che
non Gli sono abituali.
E’ un’opera mistica, che ci guida
all’abbattimento delle barriere
che si interpongono fra noi e la
spiritualità, attraverso sette
passaggi (le Valli), che dovremo
percorrere e superare se
vogliamo giungere ad essa.
Impenetrabile se affrontata con
la mente, diventa comprensibile
se letta e meditata con il cuore,
prendendo le apparenti difficoltà
espressive per quello che sono:
un “collaudo” dei nostri
sentimenti più veri, che solo nel
nostro cuore sapremo trovare.
..
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Tutti gli Scritti Sacri
bahai, sono editi dalla
Casa Editrice bahai
continua...
Le Sette Valli
Nel nome di Dio, Clemente, Misericordioso!Sia lode a Dio, Che
dal nulla trasse l’esistenza, Che incise sulla tavola dell’uomo i segreti
della preesistenza, insegnandogli dai misteri della favella divina
quello che non sapeva, Che ne fece un Libro Luminoso per coloro
che credettero e s’arresero, Che fornì in questa tetra e rovinosa età la
testimonianza della creazione di tutte le cose (kullu shay’) e le fe’
parlare dall’inizio dell’eternità con voce meravigliosa nel Magnifico
Tempio, allo scopo che ogni uomo possa attestare, in se stesso e da se
stesso, nello stadio della Manifestazione del suo Signore, che in verità
non v’è altro dio all’infuori di Lui e affinché ogni uomo possa
perciò conquistare la propria via verso la cima delle realtà, fino a che
non contempli cosa alcuna senza vedervi Iddio. Ed Io lodo e
glorifico il primo mare che fluì dall’oceano della divina Personalità,
e la prima alba che s’irradiò dall’Orizzonte della Unicità, e il primo
sole che s’innalzò nel Cielo dell’Eternità, e il primo fuoco che la
Fiaccola della Preesistenza accese nella Lanterna della
Singolarità: Colui Che fu Ahmad nel regno degli Eccelsi, e
Muhammad fra le schiere dei Vicini, e Mahmúd nel regno dei
Sinceri. «…comunque Lo invochiate, a Lui appartengono i nomi
più belli» nei cuori di coloro che sanno. E sulla Sua famiglia e i Suoi
compagni sia pace abbondante, stabile ed eterna! Dunque abbiamo teso
l’orecchio a ciò che l’usignolo del sapere cantò sui rami dell’albero del
tuo essere e abbiamo appreso ciò che la colomba della certezza gridò dai
rami del roseto del tuo cuore. Credo, invero, d’avere aspirato le pure
fragranze del manto del tuo amore e d’essere arrivato a contemplarti
intiero leggendo la tua lettera.
continua...
© 2005-10 Assemblea Spirituale Nazionale dei bahá’í d’Italia | Webmaster Claudio Malvezzi |
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E dacché ho notato che fai cenno del tuo annientamento in Dio, e del
tuo permanere in Lui, e del tuo amore per i prediletti da Dio, e per le
Manifestazioni dei Suoi Nomi, e per le Albe dei Suoi attributi, ti
rivelo i risplendenti e sacri pegni dalle sfere della Gloria per attrarti
alla corte della Santità, della Vicinanza e della Beltà e avvicinarti
a uno stadio nel quale non vedrai nella creazione altro che la sublime
presenza del tuo Amatissimo e mirerai tutte le cose create soltanto
come nel giorno nel quale nessuna sarà menzionata. Di ciò cantò
l’usignolo dell’Unicità nel giardino del Ghawthíyyih. Egli disse:
«E appariranno sulla tavola del tuo cuore vergati i sottili misteri di
“Temete dunque Iddio e Dio vi istruirà” e l’uccello della tua anima
si rammenterà dei sacri recinti della preesistenza, e s’innalzerà sulle ali
del desio nei cieli del “percorri sommessa le vie che il Signore ti dice”,
e coglierà i frutti dell’intimità nei giardini del “E mangia di tutti i
frutti”». Per la Mia vita, o amico, se potessi gustare di questi frutti di
fra la verzura di questi boccioli che crebbero nelle terre della gnosi
all’apparir delle luci dell’Essenza, riflessa negli specchi dei nomi e
degli attributi, la brama ti toglierebbe di mano le redini della
riservatezza e della pazienza, e farebbe vibrare il tuo spirito di barbagli di
luce, e dalla tua patria terrena ti trarrebbe alla primordiale patria
divina nel Polo delle Realtà, e t’innalzerebbe a un piano nel quale
potresti librarti nell’aria così come ora cammini sulla terra e muoverti
sull’acqua così come corri sul suolo. Felice Me, e te, e chiunque ascenda
ai cieli della gnosi e ne abbia avvivato il cuore per lo zefiro della certezza
spirante sul giardino del suo intimo essere dalla Saba8 del
Misericordioso!
La pace scenda su colui che segue il Retto Sentiero!
continua...
E ancora, le tappe che segnano il viaggio del viandante dalla dimora
della polvere alla patria celeste si sa che sono sette. Alcuni le hanno
chiamate le Sette Valli ed altri le Sette Città. E si dice che fino a
che il viandante non si sia separato dall’io e non abbia oltrepassato
queste tappe, non giungerà mai all’oceano della vicinanza e
dell’unione, né berrà l’incomparabile Vino. La prima è
La Valle della Ricerca
Il destriero di questa Valle è la pazienza. Senza pazienza il
viandante non arriverà in alcun luogo né raggiungerà alcuna mèta.
Né dovrà egli mai scoraggiarsi: se pur dovesse lottare per centomila
anni e non riuscisse a mirare la beltà dell’Amico, non dovrebbe
attristarsi, poiché coloro che cercano la Ka‘bih del «per Noi»
gioiscono in questa lieta novella: «Noi li guideremo per le Nostre
vie». Nella loro ricerca, essi si sono generosamente posti a servire e
cercano ad ogni momento di recarsi dal piano dell’ignavia al regno
dell’esistenza. Nessun legame potrà trattenerli, nessun consiglio
distoglierli. È dovere di questi servi di purificare il cuore – che è la fonte
dei tesori divini – da ogni immagine, e di allontanarsi dalle
imitazioni, che consistono nel seguire le orme degli antenati, e di
chiudere sia la porta dell’amicizia sia quella dell’inimicizia di fronte a
tutti gli uomini della terra. In questo viaggio il ricercatore raggiunge
uno stadio nel quale vede tutte le cose create affaccendate alla ricerca
dell’Amico. Quanti Giacobbe vedrà vagabondare in cerca del
proprio Giuseppe! Vedrà tanti amanti affrettarsi alla ricerca del
Benamato, constaterà un mondo di desiderosi in cerca del
Desiderato.
continua...
continua...
In ogni momento farà una scoperta, in ogni ora sarà conscio di un
nuovo mistero, poiché il suo cuore s’è distaccato da entrambi i mondi
dirigendosi verso la Ka‘bih del Benamato. Ad ogni passo un aiuto
dal Regno Invisibile lo avvolgerà e l’ardore della sua ricerca
aumenterà. Bisogna giudicare la ricerca secondo le norme del
Majnún dell’Amore. Si narra che un giorno Majnún fu visto, tutto
in lacrime, stacciare polvere. Alcuni gli dissero: «Che fai?». Egli
rispose: «Cerco Laylí». Essi esclamarono: «Ahimè, povero te!
Laylí è uno spirito puro e tu la cerchi nella polvere!». Egli disse:
«La cerco ovunque, a che, forse, in qualche luogo possa trovarla!».
Sì, sebbene possa esser vergognoso pel saggio cercare nella polvere il
Signore dei Signori, pure quest’è la prova d’un ardore intenso
nella ricerca. «Colui che cerca una cosa con zelo la troverà».Il vero
ricercatore non cerca altro che giungere alla mèta e l’amante non
desidera altro che unirsi all’amata. Ma il ricercatore potrà giungere
alla mèta solo a patto che sacrifichi tutto, cioè a dire tutto ciò che ha
visto, e udito, e capito, tutto dovrà annullare per poter entrare nel regno
dell’anima che è la Città dell’Unico Oggetto. C’è bisogno di sforzo
se vogliamo cercare Lui, è necessario l’ardore, se vogliamo gustare il
miele dell’unione con Lui, e se gusteremo di questa coppa
dimenticheremo un intero mondo. In questo viaggio il viandante
soggiornerà in ogni paese e dimorerà in ogni regione. In ogni viso
cercherà la beltà dell’Amico, in ogni paese cercherà il Benamato.
S’unirà a ogni compagnia e cercherà comunione con ogni a anima,
pensando se per caso in qualche mente possa scoprire il segreto
dell’Amico o in qualche viso contemplare la beltà dell’Amato.
E se, con l’aiuto di Dio, troverà in questo viaggio una traccia
continua...
dell’invisibile Amico e aspirerà dal Messaggero dell’Unità la
fragranza del perduto Giuseppe, passerà immediatamente ne
La Valle dell’Amore
e sarà liquefatto dal fuoco dell’amore. In questa città s’erge sublime
il cielo dell’estasi, e il sole del desiderio, che illumina il mondo, brilla,
e il fuoco dell’amore divampa. E quando divampa, il fuoco d’amore
riduce in cenere la messe della ragione. Adesso il viandante è
inconscio di se stesso e degli altri. Non conosce né ignoranza né
scienza, né dubbio né certezza, non sa distinguere fra l’alba che guida e
la sera dell’errore. Rifugge tanto la miscredenza quanto la fede e
il veleno mortale gli è gradito. Epperciò ‘Attár disse: L’empietà
all’empio, al credente la fede, ma pel cuore di ‘Attár basti un atomo
di dolorosa passione per Te! Il destriero di questa valle è la
sofferenza e, se non vi sarà il soffrire, questo viaggio non avrà mai fine.
In questo stadio l’amante non vede altra immagine che quella
dell’Amato, non cerca altro rifugio che quello dell’Amico. Ad
ogni istante offrirà cento vite sul sentiero dell’Amato, ad ogni passo
getterà mille teste ai piedi dell’Amico. Fratello Mio! Fino a
quando non entrerai nell’Egitto dell’Amore, non potrai mai
giungere al Giuseppe della Beltà dell’Amico, e fino a che, come
Giacobbe, non trascurerai l’occhio esteriore, non dischiuderai mai
l’occhio del tuo essere interiore, e fino a che non arderai del fuoco
dell’amore, non potrai mai entrare in comunione con l’Amante del
Desio. Un amante non teme e nessun male può accadergli: lo vedi
frigido nel fuoco e arido nel mare. Segno dell’amante è che lo vedi
continua...
freddo nel fuoco d’inferno, segno del saggio è che lo vedi arido nel
mare! L’amore non accetta l’esistenza né desidera la vita: cerca la
vita nella morte e nella vergogna cerca la gloria. Per meritare la follia
dell’amore l’uomo deve abbondar di saggezza e ci vogliono molte teste
per meritare il laccio dell’Amico! Benedetto il collo preso nel Suo
laccio, felice la testa caduta nella polvere sul sentiero del Suo amore!
Epperciò, o amico, divieni estraneo a te stesso, acciocché tu possa
trovare l’Incomparabile, staccati da questa terra mortale, acciocché tu
possa trovare dimora nel nido divino. Sii un niente, se vuoi attizzare
il fuoco dell’esistenza e renderti atto al sentiero dell’amore.
L’amore non accetta un’anima vivente, il falco non preda un topo
morto! L’amore pone un mondo in fiamme ad ogni istante e fa
deserto ogni paese dove porta il suo vessillo. L’essere non esiste nel
suo regno, gli intelligenti non valgon nulla entro il suo reame.
Il leviathan dell’amore inghiotte il maestro della ragione e preda il
genio della scienza. Beve i sette mari, ma la sua sete non è ancora
estinta e dice: «c’è dell’altro?». Esso rifugge da se stesso e si stacca
da tutto sulla terra. L’amore è estraneo alla terra e al cielo in esso vi
sono settantadue pazzie. Esso ha legato miriadi di vittime al suo laccio
e ferito migliaia d’uomini saggi con la sua saetta. Sappi che ogni
rossore nel mondo viene dalla sua collera e ogni pallore sulle guance
degli uomini viene dal suo veleno. Non offre alcun rimedio tranne la
morte e non cammina che nella valle dell’annientamento. Eppure più
dolce del miele è il suo veleno al palato dell’amante e agli occhi del
cercatore il suo nulla è più affascinante di centomila eternità. Pertanto
i veli dell’io20 diabolico debbono essere bruciati dal fuoco dell’amore
affinché lo spirito, purificato e reso sottile, possa percepire il rango del
continua...
Signore della Manifestazione. Accendi un fuoco d’amore e con esso
brucia gli esseri tutti, indi alza il piede e ponilo nella via degli amanti.
E se, con le confermazioni del Creatore, l’amante sfugge sano e salvo
agli artigli del falco dell’amore, entrerà ne
La Valle della Gnosi
e uscirà da ogni dubbio per entrare nella certezza, e abbandonerà le
tenebre del traviamento della passione per la luminosa guida del timor
di Dio. Gli occhi interiori gli si schiuderanno e sarà in intima
comunione col suo Amato, spalancherà le porte della verità e della
pietà e sbarrerà le porte delle vane fantasie. In questo stadio egli è
pago del decreto di Dio, e vede nella guerra la pace, e scopre
nella morte i segreti della vita eterna. Con gli occhi del corpo e dello
spirito scorge i misteri della resurrezione nei regni della creazione e
nelle anime degli uomini e con cuore spirituale diviene consapevole
della divina saggezza nelle infinite Manifestazioni di Dio.
Nell’oceano vede la goccia, nella goccia scorge i segreti del mare.
Spacca il cuore dell’atomo e dentro vi troverai un sole! In questa
Valle il viandante dotato di vista assoluta non vede contrasti e
differenze nell’opera modellatrice dell’Unico Vero e dice ad ogni
istante: «E non puoi scorgere nella creazione del Misericordioso
ineguaglianza alcuna. Volgi in alto la vista: vedi tu fenditure?»
Vede la giustizia nell’ingiustizia e nella giustizia la grazia di Dio.
Nell’ignoranza trova celato molto sapere e nel sapere una miriade
di saggezze palesi. Spezza i ceppi del corpo e delle passioni e prende
dimestichezza con la gente del Regno immortale. Ascende le scale
continua...
dell’intima verità e s’affretta verso il cielo del significato recondito.
Naviga sull’arca di «Mostreremo loro i Segni Nostri sugli
orizzonti del mondo e fra di essi» e viaggia sul mare di «finché non sia
chiaro per loro che esso (questo Libro) è la Verità». Se s’imbatterà
in un’ingiustizia avrà sopportazione e se sarà affrontato dall’ira
manifesterà amore. Si narra di un innamorato che si struggeva
l’anima da lunghi anni per la separazione dalla sua amata e s’era
consumato al fuoco della lontananza. Per l’eccesso d’amore il suo
cuore aveva perso ogni pazienza e il suo corpo aveva preso in odio lo
spirito. Considerava la vita senza di lei una beffa e aveva il mondo
intero in gran dispetto. Oh, quanti giorni non aveva trovato pace
nell’ardente desiderio di lei, oh, quante notti il soffrir per lei non gli
aveva concesso riposo! Il suo corpo era ridotto, per debolezza, a un
sospiro e la ferita del suo cuore era un grido di dolore. Avrebbe donato
mille esistenze per gustare un sorso della coppa della sua presenza, ma
a nulla valeva. I medici non sapevano come curarlo e gli amici
schivavano la sua compagnia. Sì, ché i medici non hanno medicine per
l’ammalato d’amore, a meno che il favore dell’amata non lo salvi!
L’albero della sua brama produsse alfine il frutto della disperazione e
il fuoco della sua speranza cadde in cenere. Una notte, sentendo
di non poter più vivere, uscì di casa dirigendosi verso il mercato. A un
tratto una guardia notturna cominciò a seguirlo. Egli allora si
mise a correre con la guardia alle calcagna. Presto altre guardie
sopraggiunsero ostruendo ogni via di scampo al giovane sfinito. E il
misero piangeva di cuore e correva qua e là dicendo: «Certamente
questa guardia è ‘Azrá’íl, il mio angelo della morte, che m’incalza
così d’appresso, oppure è un tiranno di questa terra che odia i servi di
continua...
Dio». Così quel sanguinante per lo strale d’amore correva col piede e
col cuore gemeva. Giunto presso il muro d’un giardino, con indicibili
sofferenze lo scalò, perché era veramente alto, e, dimentico della vita, si
gettò nel giardino sottostante. E là vide la sua amata con in mano
una lampada in cerca di un anello che aveva smarrito. Quando
l’amante dal cuore conquistato ebbe posato lo sguardo sul suo
incantevole amore, tirò un gran sospiro e levò le mani in atto di
preghiera esclamando: «O Dio! Concedi gloria, ricchezza e lunga
vita alla guardia. Poiché la guardia era Gabriele, che guidò questo
debole essere, o era Isráfíl, che portò vita a questo misero!».
Certamente le sue parole erano veritiere, perché s’è visto quanta
giustizia latente v’era nell’apparente tirannia della guardia e quanta
misericordia era celata al di là dei veli. Con un atto di collera la
guardia aveva guidato colui che si trovava assetato nel deserto
dell’amore al mare della sua diletta e aveva illuminato la tenebrosa
notte della separazione con la luce dell’incontro. Aveva condotto colui
ch’era lontano al giardino della vicinanza e guidato un’anima
inferma verso il medico del cuore. Orbene, se l’innamorato avesse
potuto vedere la fine, avrebbe benedetto la guardia fin dall’inizio,
pregando per lui, e avrebbe visto quella tirannia esser giustizia, ma
siccome la fine gli era nascosta, al principio si lamentò e gemette.
Eppure coloro che viaggiano per la terra fiorita della gnosi, poiché
vedono la fine nel principio, vedono la pace nella guerra e l’amicizia
nella collera. Tale è la condizione dei viandanti di questa Valle, ma
il popolo delle Valli superiori vede la fine e il principio come un’unica
cosa. Anzi non vede né principio né fine e non contempla né «primo»
né «ultimo». Anzi gli abitanti della città immortale, che dimorano nei
continua...
verdeggianti giardini, non vedono nemmeno né «primo» né «ultimo»,
rifuggono da tutto ciò che è primo e respingono tutto ciò che è ultimo.
Poiché hanno sorpassato i mondi dei nomi e sono fuggiti al di là dei
mondi degli attributi, veloci come il baleno. Così è detto: «La
perfezione dell’affermazione dell’Uno è l’esclusione da esso di tutti
gli attributi». Ed essi hanno fissato la loro dimora all’ombra
dell’Essenza. Epperciò, acconciamente Khájih ‘Abdu’ lláh –
possa Iddio, l’Altissimo, santificare il suo amato spirito – fece
un’analisi acuta e proferì eloquenti parole sul significato della frase
«Guidaci per la retta via», così: «Mostraci la diritta via, cioè onoraci
dell’amore per la Tua Essenza, così che possiamo liberarci dal
volgerci verso noi stessi e verso chicchessia tranne Te, e possiamo
diventare tutti presi di Te, e conoscere solo Te, e vedere solo Te, e non
pensare ad altri che a Te». Anzi costoro s’innalzano financo al di
sopra di questo stadio. Epperciò è stato detto: L’amore è un velo fra
l’amante e l’Amato, più di questo non m’è permesso dire. In
quest’ora l’alba della gnosi è sorta e le lampade dei mistici viandanti
sono spente. L’immaginazione di Mosè, con tutta la Sua forza e la
Sua luce, fu velata da Lui. Tu non volar senz’ali. Se sei uomo
pienamente conscio del mistero innalzati sulle ali della spirituale
potenza delle Anime Sante, acciocché tu possa contemplare i misteri
dell’Amico e giungere alle luci del Benamato. «In verità noi siamo
di Dio ed a Lui ritorniamo».
Dopo aver attraversato la Valle della gnosi, che è l’ultimo stadio
delle limitazioni, il viandante giunge al primo stadio della
Unità
continua...
e beve alla coppa dell’Assoluto, e mira le manifestazioni della
Unicità. In questo stadio egli squarcia i veli della molteplicità,
rifugge i mondi della carne e ascende al cielo della Singolarità. Con
orecchio divino egli ode e con occhio trascendente contempla i misteri
della divina creazione. S’inoltra nel Santuario dell’Amico e
condivide, da intimo, il Padiglione dell’Amato. Protende la mano
della Realtà dalla manica dell’Assoluto e rivela i segreti della
Potenza. Non vede in se stesso né nome né fama né rango, bensì
descrive se stesso lodando Iddio. Nota nel proprio nome il nome di
Dio, per lui «tutte le canzoni vengono dal Re» e ogni melodia viene
da Lui. Si asside sul trono del versetto «Dì, tutto viene da
Dio» e prende riposo sul tappeto delle sacre parole «Non c’è aiuto né
forza se non in Dio». Osserva tutte le cose con l’occhio della
unificazione e vede i raggi luminosi del sole divino risplendere
dall’alba dell’Essenza ugualmente su tutte le cose create e le luci
dell’Unità riflettersi su tutto il creato. Ti sia chiaro, eccellente amico,
che tutte le varietà che il viandante, nei diversi stadi del suo viaggio,
vede nei regni dell’esistenza si originano dal suo proprio modo di
vedere. Ne daremo un esempio, affinché il segno di questo possa
divenire completamente evidente. Considera il sole: sebbene risplenda
con uguale radiosità su tutte le cose e, per ordine del Re della
Manifestazione, conferisca luce a tutto il creato, pure, in ogni luogo,
esso si manifesta e diffonde la sua munificenza in relazione alla
capacità del luogo stesso. Per esempio, in uno specchio, riflette il suo
disco e la sua forma e questo è dovuto alla sottigliezza dello specchio, in
un cristallo fa apparire il fuoco e in altre cose mostra l’effetto del suo
brillare, ma non il suo disco in pieno. Eppure con tali effetti, per ordine
continua...
del Creatore, esso perfeziona tutte le cose in rapporto alle loro capacità,
come puoi bene osservare. Similmente i colori divengono visibili in
ogni oggetto in rapporto alla natura dell’oggetto stesso. Per esempio
in un vetro giallo i raggi brillano gialli, in uno bianco i raggi sono
bianchi e in uno rosso raggi rossi si manifestano. Pertanto queste
variazioni dipendono dall’oggetto e non dalla luce che brilla. E se
un luogo sarà impedito da qualcosa come da un muro o da un tetto, esso
verrà completamente privato dello splendore della luce, né vi potrà
brillare il sole. E così alcune anime inette hanno il campo della mistica
conoscenza limitato entro il muro dell’io e della passione, offuscato
dalla negligenza e dalla cecità, sono state separate dalla luce del sole
dei significati profondi e dai misteri dell’Eterno Amato, sono restate
molto lontane dalla preziosa saggezza della tersa Fede del Signore
dei Messaggeri, sono state lasciate fuori del Santuario della suprema
Dolcezza e bandite dalla Ka‘bih della sublime Maestà. Tale è lo
stadio della gente di questa età! E se un Usignolo38 dal fango
dell’io s’invola verso l’alto per dimorare nel rosaio del cuore e in
melodie del Hijáz o in dolci canzoni di ‘Iráq narra i misteri di Dio
– una sola parola dei quali suscita a nuova vita i corpi dei morti e
conferisce uno spirito di santità alle ossa disfatte di questa esistenza –
vedrai mille artigli d’invidia, una miriade di rostri di rancore andare a
caccia di Lui, intenti con tutte le forze a procurarGli la morte.
Invero allo scarabeo una dolce fragranza sembra nauseabonda e per
un uomo infreddato a nulla servono piacevoli profumi. Epperciò è
stato detto per guidare gli ignoranti: Scaccia il catarro dalla testa e
dal naso se vuoi che ti giunga alle nari l’alito dolce di Dio! Dunque
le differenze relative al luogo sono state ora palesate e provate.
continua...
Quanto poi alla vista del viandante, quando essa cade in luogo
limitato, cioè a dire quando egli osserva soltanto i diversi globi colorati,
vede il giallo, il rosso e il bianco. È per questo che son sorti conflitti
fra le creature e un nembo di polvere, levatosi dalla limitatezza degli
«io», ha oscurato il mondo, mentre alcuni mirano il brillare della luce e
altri ancora hanno bevuto il nettare dell’Unità e non vedono altro che
il sole stesso. Così, per il fatto che i viandanti mirano a tre diversi
piani, la loro comprensione e le loro dichiarazioni si differenziano e
quindi i segni del conflitto appaiono continuamente sulla terra. Poiché
ve ne sono alcuni che sono consci del piano dell’Unità e parlano di
quel mondo, e alcuni abitano nel regno della limitazione, e alcuni
mirano ai vari stadi dell’io, mentre altri ancora sono completamente
all’oscuro. Così fanno gl’ignoranti d’oggi che non han parte del
raggio della Beltà Divina, e accampano certi diritti, e, in ogni età
e in ogni ciclo, infliggono alla gente dell’Abisso dell’Unità quello
che loro stessi si meriterebbero. «E se Dio riprendesse gli uomini per la
ingiustizia loro, non avrebbe lasciato sulla terra anima viva; ma li
rimanda fino a un termine fisso…». O Fratello Mio! Un cuore
sottile è come uno specchio. Lucidalo col brunitoio dell’amore e del
distacco da tutto tranne Dio, acciocché il vero sole possa brillarvi
dentro e possa sorgervi l’eterno mattino. Allora vedrai chiaramente il
significato delle parole: «Né la Mia terra né il Mio cielo Mi
contengono, ma Mi contiene il cuore del Mio servo fedele». E
prenderai in mano la vita e con infinita brama la getterai innanzi al
nuovo Diletto. Ogni qual volta la luce della manifestazione del Re
dell’Unità risplende sul trono del cuore e del pensiero, il suo brillare
diviene visibile in ogni arto e in ogni membro.
continua...
In quell’istante si sprigiona rilucente il mistero della famosa
tradizione: «Un servo s'avvicina a Me nella preghiera fino a che Io
gli risponda, e quando gli ho risposto Io divengo l’orecchio col quale
egli ode…». Poiché così il Padrone di casa è apparso entro la Sua
casa e tutte le colonne dell’abitazione risplendono della Sua luce. E
l’azione e gli effetti d’essa vengono dal Datore di Luce e perciò tutto
si muove per Suo mezzo e agisce per volontà Sua. E questa è la
sorgente alla quale bevono coloro che Gli sono vicini, così come è detto:
«La fonte alla quale bevono i vicini di Dio…». Comunque, badate
a non interpretare questi detti come affermanti un’incarnazione e a
non vedere in essi la discesa dei mondi di Dio nei ranghi delle
creature. Mai, egregio amico, essi debbono portarti a un tale dubbio.
Poiché Dio, nella Sua Essenza, è santo al di sopra di ogni ascesa e
di ogni discesa, di ogni ingresso e di ogni uscita. Per tutta l’eternità,
Egli ha fatto a meno di tutti gli attributi delle creature e sarà sempre
così. Nessun uomo L’ha mai conosciuto, nessun’anima ha mai
trovato il cammino che conduce al Suo Essere. Ogni gnostico s’è
smarrito nella valle della conoscenza di Lui, ogni santo s’è perduto
nel cercar di comprendere la Sua Essenza. Egli è santificato al di là
della comprensione del saggio, esaltato al di sopra del sapere del
dotto! «La via è sbarrata, il cercarla empietà. La Sua sola prova
sono i Suoi segni e la Sua esistenza la Sua conferma».
Pertanto gli innamorati del volto del Benamato hanno detto: «O
Tu Che provi la Tua essenza con la Tua essenza e sei al di là di
ogni somiglianza con le Tue creature!» Come può un puro nulla far
galoppare il suo destriero sui campi della preesistenza o un’effimera
ombra giungere fino al sole eterno? L’Amico ha detto: «Se non
continua...
fosse per Te, non T’avremmo mai conosciuto» e il Benamato ha
affermato: «né T’avremmo mai raggiunto». Sì, gli accenni che sono
stati fatti alle varie fasi del sapere sono inerenti alla sapienza delle
Manifestazioni di quel Sole della Realtà che dardeggia la Sua
luce negli Specchi. Lo splendore di quella luce è nei cuori, eppure è
celato sotto gli schermi dei sensi e delle condizioni accidentali, come una
candela racchiusa entro una lanterna di ferro. Solo quando la
lanterna è rimossa può brillare la luce della candela. Similmente, solo
quando avrai strappato i veli menzogneri che ti cingono il cuore, le luci
dell’Unità saranno palesate. È chiaro dunque che anche per i raggi
non v’è né ingresso né uscita, tanto meno quindi per quell’Essenza
dell’Esistenza e per quel Mistero Agognato. Fratello Mio,
attraversa questi piani nello spirito della libera ricerca, non in quello
della tradizione. Un viandante vero non sarà trattenuto dall’ostacolo
delle parole, né impedito dalla siepe delle allusioni. Come può un
drappo separare l’amante dall’Amato? Neanche la muraglia
d’Alessandro saprebbe separarli e impedirli! I segreti sono molti e
innumerevoli gli estranei. Interi volumi non sarebbero sufficienti a
contenere il mistero del Benamato ed esso non può quindi essere
esaurito appieno in queste tavole, sebbene non consista che di una
parola, di un sol segno. «La scienza non è che un punto, che gli
ignoranti hanno moltiplicato». Considera anche la differenza fra i
vari mondi da questo stesso punto di vista. Sebbene i mondi divini
siano infiniti, alcuni dicono che sono quattro. Il mondo del tempo
(zamán), cioè quello che ha sia un principio sia una fine, il mondo
della durata (dahr), che ha un principio ma di cui non si scorge la fine,
il mondo della perpetuità (sarmad) il cui principio non può vedersi, ma
continua...
di cui si sa che c’è una fine e il mondo dell’eternità (azal), del quale
né un principio né una fine sono visibili. Sebbene vi siano molte
varianti riguardo a questi punti, il riferirle in dettaglio apporterebbe
stanchezza. Così alcuni hanno detto che il mondo della perpetuità non
ha né principio né fine e hanno chiamato il mondo dell’eternità
«Trascendenza inaccessibile e impercettibile ». Altri hanno dato a
questi mondi i nomi di: Piano della Divinità (Láhút), Cielo della
Potenza (Jabarút), Regno degli Angeli (Malakút), Regno
dell’Umanità (Násút). Le tappe del sentiero d’amore sono
ritenute quattro: dalle creature all’Unico Vero, dall’Unico Vero
alle creature, dalle creature alle creature, dall’Unico Vero all’Unico
Vero. Esistono parecchi detti di mistici sapienti e di dottori del passato
di cui non ho fatto cenno, poiché a Me non piacciono le copiose citazioni
dei detti del passato, perché il riportare parole d’altri comprova un
sapere acquisito e non una largizione divina. Financo quel poco che
abbiamo riferito qui è fatto in omaggio ai bisogni degli uomini e per
compiacere al gusto degli amici. Inoltre tale materia esula dallo scopo
di questa epistola. La Nostra riluttanza a riferire i loro detti non
deriva dall’orgoglio, ma piuttosto è una manifestazione di saggezza
e una dimostrazione di grazia. Se Khidir distrusse il vascello sul
mare, pure in questo fallo vi sono mille ragioni. Ché anzi questo Servo
Si considera completamente sperduto e un nulla, anche a paragone
d’uno degli amanti di Dio, quanto più, dunque, alla presenza dei
Suoi santi! Magnificato sia il Mio Signore, il Supremo! Per di
più il Nostro scopo è quello di narrare gli stadi del viaggio del
viandante e non di porre in evidenza i detti contradditori dei mistici.
Sebbene un primo esempio sia stato dato circa l’inizio e la fine del
continua...
mondo relativo, del mondo, cioè, degli attributi, pure una seconda
illustrazione è ora da aggiungere, acciocché il pieno significato sia reso
evidente in veste allegorica. Per esempio, egregio amico, considera te
stesso: sei primo in relazione a tuo figlio, ultimo in relazione a tuo
padre. All’esterno riveli l’apparenza del potere nei regni della
creazione divina, nell’intimo riveli i misteri celati che rappresentano il
pegno divino depositato in te. E così inizio e fine, esteriore e interiore
sono, nel senso riferito, la tua vera realtà, affinché in questi quattro
stati, che ti sono stati conferiti, tu possa comprendere i quattro stati
divini, e acciocché l’usignolo del tuo cuore, su tutti i rami del cespuglio
di rose dell’esistenza, visibili o celati, possa esclamare: «Egli è il
Primo, Egli è l’Ultimo, Egli è il Dispiegato, Egli è
l’Intimo…». Queste affermazioni sono fatte nella sfera di ciò ch’è
relativo. Altrimenti, quei personaggi che con un sol passo hanno
scavalcato il mondo relativo e condizionato, e hanno dimorato nel
limpido piano dell’Assoluto e piantato la tenda sui mondi
dell’autorità e del comando hanno arso questa relatività con un sol
fuoco e sradicato queste parole con una sola goccia di rugiada. E
nuotano nel mare dello spirito e si librano nell’aria santa della Luce.
E che vita possono allora avere in questo piano parole quali «primo»
ed «ultimo» o altre che siano lette o pronunciate? In questo regno,
Primo non è che Ultimo e Ultimo non è che Primo. Accendi un
fuoco d’amore nell’anima e brucia del tutto pensieri e parole. Amico
Mio, considera te stesso. Se non fossi padre e non avessi un figlio,
non avresti conosciuto il significato di questi detti. Adesso dimenticali
tutti, a che tu possa apprendere dal Maestro dell’Amore sul banco
dell’Unità, e ritornare a Dio secondo il versetto «Invero a Lui
continua...
ritorniamo…», e dimenticare la tua patria apparente per il tuo vero
rango, e dimorare all’ombra dell’albero della Conoscenza. Mio caro!
Rendi il tuo io povero, affinché tu possa entrare nell’alta corte della
Ricchezza, fa umile il tuo corpo a che tu possa bere dal rivo della gloria
e capire appieno il significato dei poemi che chiedesti. È stato dunque
dimostrato che questi stadi dipendono dalla visione del viandante. In
ogni città egli vedrà un mondo, in ogni Valle raggiungerà una
sorgente, in ogni prato udrà un canto. Ma il Falco che si libra
nell’aria spirituale contiene nel suo petto molte meravigliose melodie
divine e l’Uccello dell’Iráq racchiude nel suo capo tante dolci
melodie dell’Hijáz. Eppure esse sono celate, e celate rimarranno.
Se lo dirò apertamente, molte menti si sconvolgeranno e se lo scriverò,
molti calami si spezzeranno! La pace discenda su colui che reca a
compimento questo viaggio sublime e segue l’Unico Vero per mezzo
delle luci della Sua guida. Così il viandante, dopo aver oltrepassato i
gradini di questo viaggio superno, entra ne
La Città dell’Appagamento
In questa Valle egli sente spirare i venti dell’appagamento divino
dalle distese dello spirito. Arde i veli della povertà e con l’occhio
interiore ed esteriore scorge, entro e fuori ogni cosa, il giorno in cui
«Dio arricchirà ambedue della Sua abbondanza ampia». Passa
dal dolore alla somma felicità, dall’angoscia alla gioia. Il suo
travaglio e il suo cordoglio cedono la via alla delizia e all’estasi.
Sebbene apparentemente i viandanti di questa Valle abitino nella
polvere, pure intimamente sono elevati al trono eccelso del Significato
continua...
mistico, son nutriti delle munificenze interminabili dei significati ascosi
e libano il delicato nettare dello spirito. La lingua è incapace di
descrivere queste tre Valli e la parola è inadeguata. La penna non
penetra questa regione e l’inchiostro lascia soltanto una macchia. In
queste sfere l’usignolo del cuore ha altri canti ed altri segreti che fanno
fervere il cuore e gridar l’anima, ma il mistero di questo significato
recondito può essere soltanto sussurrato da cuore a cuore, confidato da
petto a petto. Lo stato dei mistici solo un cuore può dirlo a un altro
cuore non può farlo un corriere, non può dirlo una missiva. Di molte
cose taccio, impotente a descriverle, non entrano in un discorso e, se
dette, sarebbero manchevoli. O amico, finché non entrerai nel giardino
di tali misteri non potrai portare alle labbra il nettare imperituro di
questa Valle. E se ne gusterai, distoglierai gli occhi da qualsiasi altra
cosa per bere il nettare dell’appagamento, e ti libererai da tutto, e ti
attaccherai a Lui, e darai la vita sul Suo sentiero, e immolerai
l’anima tua, per quanto, in questa regione, non v’è altri che tu debba
dimenticare: «Iddio era e null’altro v’era all’infuori di Lui».
Poiché in questa sfera il viandante vede la bellezza dell’Amico
in tutte le cose. Financo nel fuoco egli vede il volto del Benamato.
Nell’illusione discerne il segreto della realtà e negli attributi
divini legge l’enigma dell’Essenza. Poiché ha arso i veli con un
sospiro e strappato le bende con un solo sguardo, con occhio penetrante
ammira la nuova creazione, con cuore terso comprende le opere sottili.
Questo è sufficientemente attestato dal detto: «E abbiam reso ora la tua
vista acuta». Dopo aver peregrinato attraverso i piani
dell’appagamento puro, il viandante giunge a
continua...
La Valle della Meraviglia
e si tuffa negli oceani della magnificenza e il suo stupore cresce ad ogni
istante. Ora vede la forma della ricchezza come sostanziale povertà e
l’essenza della libertà come mera impotenza, ora s’annienta al
cospetto della beltà del Gloriosissimo, ora la vita lo stanca. Quanti
alberi mistici sono stati sradicati da questo turbine di meraviglia,
quante anime ha esso esaurite! Perché questa Valle lancia il
viandante nello sbigottimento, sebbene, all’occhio di colui che vi è
giunto, queste stupefacenti manifestazioni siano apprezzate e ben care.
Ad ogni istante mira un mondo portentoso, una creazione nuova, e
passa di stupore in stupore, e si smarrisce in reverente timore innanzi
all’opera nuovissima del Signore dell’Unità. Invero, o fratello, se
ponderiamo su ogni cosa creata, constateremo una miriade di
saggezze perfette e impareremo una miriade di nuove e meravigliose
scienze. Uno dei fenomeni creati è il sogno. Guarda quanti segreti
vi sono serbati, quante saggezze vi son custodite, quanti mondi vi sono
celati! Osserva come, addormentato in un’abitazione le cui porte sono
serrate, tutto a un tratto ti trovi in una città lontana, nella quale entri
senza muovere i piedi o affaticare il corpo, vedi senza usare gli occhi, odi
senza sforzare gli orecchi, parli senza lingua. E può darsi che, quando
dieci anni saranno trascorsi, vedrai nel mondo temporale le identiche
cose che hai sognato stanotte. Ora vi sono molteplici saggezze da
ponderare nel sogno, ma soltanto la gente di questa Valle può capire
la sua vera modalità.
Primo: che mondo è questo in cui l’uomo senza né occhi, né orecchie, né
mani, né lingua può mettere tutti questi organi in uso?
continua...
Secondo: com’è che nel mondo sensibile vedi oggi gli effetti di un
sogno che vedesti nel mondo del sonno una decina d’anni fa?
Considera la differenza fra questi due mondi e i misteri che celano,
acciocché tu possa giungere alle divine confermazioni e a scoperte
celestiali e penetrare le regioni della santità. Dio, l’Eccelso, ha posto
questi segni nell’uomo affinché gli ignari, velati alla Realtà, non
possano negare i misteri della vita dell’aldilà, né spregiare quel che è
stato loro promesso. Infatti alcuni sono attaccati alla ragione e
negano tutto ciò che la ragione non comprende. Eppure la debole
ragione non potrà mai afferrare quel che abbiamo riferito, soltanto la
Suprema Intelligenza Divina può comprenderlo: Come può una
mente parziale abbracciare il Corano? Come può un ragno catturar la
Fenice? Tutti questi mondi saranno sperimentati nella Valle della
Meraviglia, e il viandante ne cercherà sempre di più ad ogni istante, e
non sarà stanco. Così il Signore dei Primi e degli Ultimi,
parlando dei gradi della contemplazione e accennando alla
meraviglia, ha detto: «O Signore! Accresci il mio stupore di Te!»
Similmente rifletti sulla perfezione della creazione dell’uomo e come
tutti questi mondi e queste condizioni siano riposti e celati in lui.
Consideri te stesso soltanto una forma meschina, quando entro di te
riposto è l’universo? Dobbiamo quindi sforzarci di annientare in noi
l’«animalità», fino a che il significato di «umanità» venga alla luce.
Così pure Luqmán, che bevve alla fonte della saggezza e assaporò le
acque della misericordia, nel provare al figlio Nathan i piani della
resurrezione e della morte, addusse il sogno come prova ed esempio.
Lo riferiamo qui, affinché, per mezzo di questo Servo effimero,
rimanga duraturo il ricordo di quel giovane della scuola della Divina
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Unità, Maestro nell’arte dell’insegnamento e del distacco. Egli
disse: «O figlio, se sei capace di non dormire, sei capace di non morire.
E se sei capace di non svegliarti dal sonno, sarai capace di non
risorgere dopo la morte». O amico, il cuore è la dimora dei misteri
eterni, non farne l’abitazione di bizzarrie fugaci, non sciupare i tesori
della tua preziosa esistenza impiegandoli in questo mondo transitorio.
Provieni dal mondo della santità, non legare il cuore alla terra. Sei
l’ospite della corte del favore divino, non sceglier la tua dimora nella
polvere! Insomma, non v’è fine alla descrizione di questi stadi, ma a
cagione dei torti inflittiGli dalla gente del mondo questo Servo non
Si sente l’umore di continuare: Queste parole sono rimaste incomplete
e manchevoli Non ho più cuore di parlare: perdona a un senza cuore!
La penna geme e l’inchiostro versa lacrime e la fiumana del cuore
scorre in flutti di sangue. «Dì: non ci capiterà che quel che Dio ha
decretato per noi». La pace discenda su colui che segue il Retto
Sentiero! Dopo avere scalato le cime eccelse della meraviglia il
viandante giunge a
La Valle della Povertà vera e del radicale Annientamento
Questo stadio consiste nella morte dell’io e nella vita in Dio,
nell’essere poveri di sé e ricchi del Desiderato. La povertà, come è
intesa qui, significa essere poveri di tutte le cose del mondo creato e ricchi
delle cose del mondo di Dio. Poiché quando il vero amoroso, il devoto
amico, giunge alla presenza del Benamato, la scintillante bellezza
dell’Amato e il fuoco del cuore dell’amante accendono una fiamma e
bruciano tutti i veli e gl’impedimenti. Invero tutto ciò che possiede, dal
continua...
cuore alla pelle, andrà in fiamme, cosicché nulla rimarrà tranne
l’Amico. Quando le qualità dell’Increato si manifestarono Mosè
riarse ogni qualità del creato. Colui che ha raggiunto questo stadio è
purificato da tutto ciò che appartiene al mondo. E pertanto non ha
importanza se coloro che sono giunti all’oceano della Sua presenza si
trovano a non possedere nessuna delle cose limitate di questo mondo
perituro, siano esse ricchezze ovvero opinioni personali. Poiché quel che
le creature posseggono è limitato dai loro stessi limiti e quel che
l’Unico Vero possiede è oltre ogni limitazione. Questo detto
dev’essere profondamente meditato acciocché il suo significato
possa divenir chiaro. «E berranno i pii ad una coppa il cui licore sarà
miscelato di canfora ». Se si conosce l’interpretazione di «canfora»,
l’intendimento vero di questo versetto appare evidente. Questo è lo
stadio della povertà di cui si dice: «La povertà è la Mia gloria».
E della povertà interiore ed esteriore esistono vari stadi e vari
significati di cui non ho creduto opportuno far cenno qui, così Mi riservo
di farlo un’altra volta, secondo ciò che Dio potrà desiderare o il
destino decidere. Questo è il piano nel quale le molteplicità di tutte le
cose (kullu shay’) sono nel viandante distrutte, e all’orizzonte
dell’eternità il Volto divino si leva dalle tenebre, e il significato del
versetto «E tutto quel che vaga sulla terra perisce, e solo resta il volto
del Signore…» è reso evidente. O amico Mio, ascolta col cuore e con
l’anima i canti dello spirito e custodiscili come i tuoi stessi occhi. Poiché
la saggezza celestiale, come le nuvole in primavera, non farà cader
sempre la sua pioggia sulla terra dei cuori umani e, benché la grazia del
Munifico non s’arresti mai, né sia mai interrotta, pure per ogni tempo
ed ogni èra c’è una parte destinata e una grazia predisposta in una
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determinata misura. «E non v’è cosa che non n’abbiamo tesori presso
di Noi, ma in misura contata ve la mandiamo». La nube della
misericordia dell’Amato piove soltanto sul giardino dello spirito e fa
questa grazia solamente nella primavera. Le altre stagioni non
partecipano a questa magnifica grazia, né le lande sterili ricevono
parte di questo favore. O fratello! Non tutti i mari hanno perle, non
tutti i rami fioriscono, né vi canta l’usignolo. Quindi, prima che
l’usignolo del paradiso mistico ritorni al giardino di Dio e i raggi del
mattino celeste ritornino al Sole della Verità, compi uno sforzo a che
in questo ricettacolo di polvere che è il mondo mortale tu possa cogliere
una fragranza del giardino eterno e vivere per sempre all’ombra della
gente di questa città. E quando avrai raggiunto questo elevatissimo
stadio e sarai giunto a questo potentissimo piano, allora rimirerai
l’Amico e dimenticherai ogni estraneo. L’Amato senza veli, dalla
porta e dal muro splende, o uomini che avete intelletto! Adesso hai
abbandonato la goccia dell’anima e sei venuto al mare dell’Amato
dell’anima tua. Questa è la mèta che chiedesti, se sarà volontà di Dio
la conquisterai. In questa città financo i veli di luce sono squarciati e
svaniscono. «La Sua bellezza non ha altro velo che la Luce e il
Suo volto non è coperto che dalla Sua manifestazione». Com’è
strano che, mentre il Benamato è visibile come il sole, gli estranei
vadano ancora in cerca di ornamenti e danari. Invero l’intensità
della Sua rivelazione Lo ha nascosto e la pienezza del Suo
splendore Lo ha celato. L’unico Vero rifulse come il sole radioso,
ma ahimè, ch’è venuto nella città dei ciechi! In questa Valle il
viandante lascia dietro di sé gli stadi del panteismo e dell’unità della
manifestazione e giunge ad una unicità sublimata al di sopra di questi
continua...
due stadi. L’estasi soltanto può abbracciare questo tema, non le
spiegazioni e le discussioni. E chiunque è giunto a questa tappa del
viaggio o ha aspirato un effluvio di questo giardino sa di che cosa
parliamo. In tutte queste peregrinazioni il viandante non devierà
neanche per lo spessore d’un capello dalla «Legge», perché questa è,
invero, il segreto della «Via» e il frutto dell’albero della «Realtà».
E in tutti questi stadi deve aggrapparsi alla veste dell’obbedienza ai
comandamenti e tenersi tenacemente alla corda dello schivare tutte le
cose proibite, affinché possa esser nutrito dalla coppa della Legge ed
edotto dei misteri della Realtà. Qualora alcuni dei detti di questo
Servo non siano compresi o apportino turbamento, bisogna chiedere di
nuovo, in maniera che nessun dubbio permanga e il significato sia
chiaro come il Volto del Benamato che splende dal «Luogo di
Gloria». Questi viaggi non hanno una fine visibile nei regni del
tempo, ma il viandante distaccato dal mondo – se un aiuto
trascendente discende su di lui e il Custode della Causa lo assiste –
potrà percorrere queste sette tappe in sette passi, anzi in sette respiri, o
meglio in un sol respiro se Iddio vuole e lo desidera. E tutto questo
proviene dal sacro versetto: «Questo è un Suo favore elargito a chi
vuole». Coloro che volano nell’aria dell’Unità e raggiungono il
profondo mare dell’Assoluto reputano questo stadio – che è la sede
dell’eterna vita in Dio – il più avanzato stato dei sapienti mistici e la
più remota patria degli amanti. Ma per questo effimero Essere
dell’oceano del significato spirituale, questa sede è la prima porta della
cittadella del cuore, cioè a dire il primo accesso dell’uomo alla città del
cuore, e il cuore è dotato di quattro gradi, che saranno descritti se si
troverà un’anima adatta a intenderli. Quando la penna s’accinse a
continua...
descriver questo stadio s’infranse in pezzi la penna e fu stracciata la
carta.
Addio!
Amico Mio! Molti segugi incalzano questa Gazzella del deserto
dell’Unità, molti rostri inseguono questo Usignolo del giardino
eterno. Il corvo dell’odio sta in agguato di questo Uccello dei cieli di
Dio e il cacciatore dell’invidia insidia questo Capriolo del prato
dell’amore. O Shaykh! Fa’ del tuo retto proposito un globo di vetro
che ripari questa fiamma dai venti avversi, sebbene questa face agogni
d’essere accesa nella lampada del Signore e risplendere nel globo
dello spirito. Poiché il collo che s’è levato per amore di Dio certamente
cadrà sotto la spada, e la testa che si leva alta di desiderio sarà
sicuramente annientata, e il cuore che sempre menziona l’Amato
sicuramente traboccherà di sangue. Com’è ben detto:
Vivi libero d’amore, perché la sua quiete è angoscia, il suo principio
dolore, la sua fine uccisione.
La pace discenda su colui che segue il Retto Sentiero!
* * *
I pensieri peregrini che esprimesti sul significato del nome del ben noto
uccello che in persiano si chiama gunjishk (passerotto) sono stati
considerati. Tu sembri bene edotto della verità mistica. Infatti, in ogni
mondo, ad ogni lettera è dato un significato correlativo a quel mondo.
E così il viandante trova un segreto in ogni nome, un mistero in ogni
lettera. In un certo senso, queste lettere si riferiscono alla
santificazione. Káf (o Gáf) significa «liberati (kuffi) da quel che la
tua passione desidera e quindi avanza verso il tuo Signore». Nún si
riferisce a nazzih («purifica») cioè a dire:
«purificati da tutto ciò che non sia Lui, affinché tu possa donare la
vita per amor Suo».
Jím è jánib («ritirati») cioè: «ritirati dalla
soglia dell’Unico Vero se ancora possiedi caratteristiche terrene».
Shín è ushkúr («ringrazia»), cioè «ringrazia il Signore tuo sulla
Sua terra, acciocché Egli possa ringraziarti nel Suo cielo, benché
nel mondo dell’Unità questo cielo sia lo stesso che la Sua terra».
Káf si riferisce a kaffir, cioè a dire: «strappati di dosso gli involucri
delle limitazioni, affinché tu possa giungere a conoscere ciò che non hai
conosciuto degli stati della Santità».
Se tendessi l’orecchio alle melodie di questo Uccello effimero, ti
daresti alla ricerca dei calici imperituri, trascurando ogni coppa
mortale.
La pace discenda su coloro che camminano sul Retto Sentiero!