Il Vescovo di Mantova, mons. Marco Brusca, incontra la locale comunità baha’i

Domenica 9 dic. 2018 sala Isabella d’Este

Sento il desiderio di offrire agli amici alcune informazioni ed osservazioni sulla visita che il vescovo di Mantova, mons. Marco Busca, ha compiuto domenica scorsa alla nostra comunità riunita nella sala Isabella d’Este in via Giulio Romano. Era stato il vescovo stesso, circa due mesi fa, a sollecitare questa visita e, conscia dell’importanza storica dell’evento, l’Assemblea Spirituale Locale di Mantova si è subito attivata, nominando un comitato ad hoc composto da Chiara Perboni, Marzio Zambello e dal sottoscritto. Di grande ausilio si è dimostrata la collaborazione offerta all’Assemblea da parte di don Samuele Bignotti, responsabile della Curia vescovile per i rapporti interreligiosi.

   Il comitato si è riunito varie volte e con l’assistenza dei consigli dell’Assemblea Locale di Mantova e dopo lunghe e proficue consultazioni, ha stilato un programma che potesse essere all’altezza dell’evento. E’ stata chiesta anche l’assistenza di Guido Morisco, responsabile dell’Assemblea Spirituale Nazionale per i rapporti con il mondo esterno.

Alle fine, il programma prevedeva di lasciare più spazio possibile al vescovo, per cui si è deciso di non eccedere nella lettura di Scritti sacri bahá’í e di accorciare il discorso di benvenuto preparato e poi letto dal sottoscritto. Si è deciso altresì di formulare alcune domane da porsi al vescovo a nome di tutta la comunità. Programma e domande sono state previamente inoltrate per conoscenza al vescovo stesso. Poco prima dell’inizio dell’evento, Chiara Perboni avrebbe illustrato agli amici raccolti nella sala per la giornata di riflessione il programma previsto nonché un breve profilo biografico del vescovo.

   Come concordato, alle ore 18.00 precise di domenica 9 dicembre, mons. Brusca, accompagnato da don Bignotti, ha fatto il suo ingresso nella sala, accolto da circa una sessantina di credenti e da un gruppo di cattolici, amici della nostra comunità. Il fatto che indossasse le vesti acconce al suo rango testimoniava l’importanza che egli attribuiva all’incontro con i bahá’í. Dopo un breve cenno di benvenuto da parte di Nadia Cucè, presidente dell’Assemblea Spirituale Locale, Chiara Perboni e Gilberto Paletta hanno letto rispettivamente alcuni brani dagli Scritti di Bahá’u’lláh e la “Preghiera per tutta l’umanità” di ‘Abdu’l-Bahá. E’ seguito il discorso ufficiale baha’ì di benvenuto, che era basato sulla parafrasi di alcuni passi della Casa Universale di Giustizia tratti dalla “Promessa della pace mondiale” e dalla “Lettera ai capi religiosi” e che verteva essenzialmente su due punti: l’importanza della religione nella storia dell’umanità e il dialogo interreligioso propugnato dai nostri Scritti sacri. Non mancavano anche due citazioni cattoliche: un passo di un documento del Concilio Ecumenico Vaticano II e brani di una catechesi tenuta proprio da mons. Busca in Sant’Andrea l’anno scorso, riguardanti entrambi l’unità del genere umano.

   Prendendo la parola a sua volta, il vescovo ha esordito salutandoci così: “Cari amici bahá’í, amici della Grande Pace”. Cito qui uno di passi più significativi del suo discorso: “Le personalità religiose si contraddistinguono per la speranza nell’avvento di un Regno di pace basato sull’unità della famiglia umana. Questo Regno è spesso percepito secondo due dimensioni: la prima è la profondità e riguarda l’io interiore, dove, con l’aiuto di Dio, mettono radice i principi spirituali e che un’antropologia religiosa universale, spesso, chiama cuore; l’altra dimensione è l’ampiezza e riguarda l’io esteriore; possiamo chiamarla anche ‘socialità’ e si sviluppa in cerchi sempre più ampi e comprensivi della fratellanza universale, facendo leva sugli sforzi degli ‘operatori di pace’ e di tutti gli uomini virtuosi”.

   Verso la fine del suo discorso, il vescovo ha, senza dubbio intenzionalmente, ripreso questo duplice concetto leggendolo, questa volta, alla luce degli Scritti bahá’í. Ecco le sue precise parole: “Bahá’u’lláh insegna che «nell’inviare i Suoi Profeti agli uomini, Dio ha un duplice scopo, Il primo è quello di liberare i figli degli uomini dalle tenebre dell’ignoranza e di guidarli versola luce della vera comprensione. Il secondo è quello di assicurare la pace e la tranquillità dell’umanità provvedendo tutti i mezzi adeguati per poterla stabilire»”.

Un altro passo che ci è parso particolarmente significativo, in cui il vescovo ha citato un famoso brano di Bahá’u’lláh, è il seguente: “Le religioni dicono che l’evoluzione positiva del mondo è possibile perché guidata da Dio. Nei vostri scritti fondatori ho raccolto un’immagine molto bella che presenta Dio come «il Medico Onniscienteche ha le dita sul polso dell’umanità. Con la Sua infallibile saggezza identifica la malattia e prescrive il rimedio»”.

Dopo il discorso di mons. Busca, si sono avvicendati al microfono alcuni amici bahá’í che hanno espresso i sentimenti del loro cuore e alcuni concetti importanti quali quello dell’educazione dei bambini (Eleonora Violi). Ha concluso uno spontaneo intervento Graziella, una signora cattolica frequentatrice degli incontri devozionali.

   Infine, Nadia Cucè ha donato all’illustre ospite, a nome dell’intera comunità, una pubblicazione che riporta gli interventi di vari oratori nella sala stampa della Camera dei Deputati in occasione delle celebrazioni del bicentenario della nascita della Bellezza Benedetta. Poi ilvescovo si è a lungo e affettuosamente intrattenuto con i presenti, con lasemplicità e l’affabilità di cuore che gli sono note.

    Un segno della fiducia accordataci è il seguente: don Bignotti ha incaricato me di stilare su questo evento l’articolo che apparirà domenica prossima sul mensile cattolico mantovano “La Cittadella” (allegato al quotidiano “Avvenire”).

                                                                                           LuigiZuffada

Potrete trovare altre foto dell’incontro a questo link: foto

La BIC si unisce ad alcuni leader arabi nella promozione di alcune mete di sviluppo sostenibili

Delegati BIC al convegno

IL CAIRO,12 dicembre 2018, (BWNS)

Tra lecrescenti preoccupazioni nella regione per alcune gravi sfide – la fame, iconflitti armati, il degrado ambientale, i diritti umani e altro – alcuni leader arabi si sono riuniti nella capitale egiziana il mese scorso perpromuovere le Sustainable Development Goals (mete di sviluppo sostenibili, SDG)delle Nazioni Unite. Per la prima volta la comunità baha’i ha avuto unapresenza ufficiale in un apposito spazio convocato dalla Lega araba,un’organizzazione regionale di circa 20 nazioni del Nord Africa e del MedioOriente.

La seconda settimana araba per lo sviluppo sostenibile, che ha avuto luogo dal19 al 22 novembre, si è occupata degli sforzi compiuti nella regione araba per raggiungere entro l’anno 2030 i 17 obiettivi fra le mete globali per uno sviluppo sostenibile.

«I partecipanti a questo incontro hanno messo all’ordine del giorno la questione dello sviluppo sostenibile loro e hanno cercato di assicurare che tutti partecipassero», ha detto Solomon Belay, un rappresentante della Baha’i International Community (BIC) che ha presenziato all’incontro.

Il dottor Belay, dell’ufficio della BIC in Addis Abeba, era accompagnato da Shahnaz Jaberi da Bahrain e Hatem El-Hady dall’Egitto.

«Era importante che la comunità baha’i partecipasse a un forum nel quale diversi leader e portavoce regionali di alcuni stati arabi si sono trovati d’accordo sull’importante questione dello sviluppo sostenibile», ha spiegato il signor El-Hady.

I rappresentanti della BIC hanno osservato che i partecipanti conoscevano molto bene le mete di sviluppo sostenibili riguardanti le sfide specifiche della regione e avevano molte idee in proposito. Durante l’evento è stata distribuitala dichiarazione, Summoning Our Common Will: A Baha’i Contribution to the United Nations Global Development Agenda (Un appello alla nostra volontà comune: un contributo baha’i all’Agenda per lo sviluppo globale delle Nazioni Unite).

Nel riconoscere che il vertice è stato un grande passo avanti nella regione, la signora Jaberi ha evidenziato la necessità di ampliare la conversazione:  «Sembra che non ci si debba occupare solo dell’avanzamento tecnologico ed economico. Nelle nostre conversazioni durante tutto l’evento abbiamo sottolineato l’importanza dei valori morali e delle idee spirituali».

I rappresentanti baha’i hanno anche osservato che il convegno ha rafforzato le relazioni tra colleghi della regione. Oltre 120 diplomatici, funzionari governativi, rappresentanti di organizzazioni internazionali e regionali, imprese e accademici hanno partecipato all’evento. Fra i vari leader della regione araba, sono intervenuti il segretario generale della Lega araba Ahmed Aboul-Gheit e il primo ministro egiziano Mostafa Madbouly.

Una risoluzione dell’ONU chiede di mettere fine alle violazioni contro i bahá’í in Iran

NAZIONI UNITE, 16 novembre 2018, (BWNS) – L’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha invitato le autorità iraniane a mettere fine alle violazioni dei diritti umani in atto contro i baha’i in Iran.

Una risoluzione adottata giovedì, 15 novembre, con un voto di 85 contro 30 e 68 astensioni, esprime «seria preoccupazione per quanto riguarda le gravi limitazioni e restrizioni al diritto alla libertà di pensiero, di coscienza, di religione o di credo ancora in atto».

La comunità internazionale ha segnalato nella risoluzione gli attacchi in Iran contro i luoghi di culto e di sepoltura baha’i e «altre violazioni dei diritti umani, tra cui . . . molestie, intimidazioni, persecuzioni, arresti e detenzioni arbitrarie, negazione dell’accesso all’istruzione, incitamento all’odio e istigazione alla violenza contro persone appartenenti a minoranze religiose riconosciute e non riconosciute».

Decine di migliaia di baha’i subiscono quotidianamente persecuzioni economiche, culturali e nell’ambito degli studi semplicemente perché praticano la loro fede. Attualmente, più di 70 baha’i si trovano nelle prigioni iraniane.

«Si spera che questa risoluzione trasmetta alle autorità iraniane un messaggio forte: le violazioni in atto contro la comunità baha’i non passeranno inosservate», ha detto Bani Dugal, la principale rappresentante dell’ufficio della Baha’i International Community presso le Nazioni Unite. «Qualsiasi forma di discriminazione contro le minoranze religiose solo per aver praticato la loro fede è totalmente inaccettabile e non sarà tollerata».

La risoluzione invita inoltre il governo iraniano a liberare dal carcere Afif Naeimi, un membro dell’ex gruppo noto come Yaran, che si occupava dei bisogni spirituali e materiali della comunità baha’i iraniana. Gli altri sei membri dell’ex gruppo ad hoc sono stati rilasciati lo scorso anno dopo aver scontato dieci anni di reclusione comminati da una procedura legale che non aveva la minima parvenza di un giusto processo.

La risoluzione è stata sponsorizzata dal Canada e ha avuto 34 co-sponsorizzatori.

La lunga storia delle persecuzioni dei baha’i in Iran patrocinate dallo stato è ben documentata. Il sito web “Archivi delle persecuzione baha’i in Iran” raccoglie migliaia di documenti ufficiali, di relazioni, di testimonianze, di foto e di video che rivelano mostrano inconfutabili di questa spietata persecuzione. Il rapporto dell’ottobre 2016 «The Baha’i Question Revisited: Persecution and Resilience in Iran (La questione baha’i rivisitata: persecuzione e resilienza in Iran)» descrive la sistematica persecuzione dei baha’i da parte del governo iraniano.

Uno studio della radicalizzazione violenta

MADRID, 8 novembre 2018, (BWNS) – L’aumento della radicalizzazione violenta ha suscitato un senso di urgenza in molte società. In Spagna, dove essa è diventata una crescente preoccupazione, la comunità bahá’í ha cercato di offrire un contributo significativo al pensiero prevalente su questo assillante tema.

Oltre agli approcci che cercano di affrontare la radicalizzazione a livello delle politiche, delle misure di sicurezza e degli interventi tecnologici, si sente oggi il bisogno di comprendere meglio e in prospettiva la religione e il suo ruolo costruttivo nella società. I rappresentanti della comunità baha’i spagnola hanno illustrato questo punto in un recente studio ad alto livello delle cause della radicalizzazione violenta e delle possibili risposte. Essi hanno affermato che la fede si fonda sul riconoscimento della nostra profonda unità.

Il 26 ottobre un convegno organizzato dalla comunità baha’i spagnola, assieme ad altri, ha riunito circa 70 persone – fra cui funzionari di agenzie spagnole militari e di intelligence, rappresentanti del governo, accademici, giornalisti e attivisti – in uno studio dinamico di questo argomento di grande attualità.

Le discussioni hanno toccato concetti fondamentali per dare una risposta alla radicalizzazione: la necessità di ampi processi consultivi che costruiscano una comprensione comune tra i diversi segmenti della società; una giusta considerazione delle idee della scienza e delle grandi tradizioni spirituali dell’umanità; la delegittimazione della violenza come risposta all’oppressione; un’efficace integrazione dei nuovi arrivati nella società; la forza liberatrice dell’istruzione e una partecipazione alla vita della società aperta a tutti.

«Questi sono elementi fondamentali per superare la radicalizzazione violenta, soprattutto quando essa abbia motivazioni religiose», ha notato Sergio Garcia, il direttore dell’Ufficio delle pubbliche relazioni della comunità baha’i spagnola. Se si vuole sradicare la radicalizzazione è fondamentale avere un’idea della religione che le consenta di esprimere la sua capacità di costruire.

La comunità baha’i spagnola ha partecipato a un crescente discorso sul ruolo della religione nella società, nel quale la radicalizzazione è stata un tema di importanza critica. La giornata di studi presso il Centro di studi universitari associato con l’Università Re Juan Carlos di Madrid è stata la prima di una serie incontri che si propongono di conseguire una migliore comprensione delle cause della radicalizzazione religiosa e delle possibili risposte

Durante il seminario, gli oratori hanno detto che la radicalizzazione è un processo graduale che si manifesta nei pensieri e nelle azioni delle persone. La religione è stata spesso ingiustamente usata come potente forza per orientare le motivazioni verso scopi distruttivi, hanno notato gli oratori.

«Nello studio del rapporto tra la religione e la radicalizzazione violenta, è importante esaminare onestamente e obiettivamente il ruolo che la religione ha svolto in questo fenomeno», ha detto Leila Sant dell’Ufficio delle pubbliche relazioni in Spagna. Pertanto, il ruolo della religione nella società non deve essere minimizzato o ignorato. La signora Sant ha evidenziato la necessità di una più vigorosa conversazione sulla religione.

«Sebbene la religione sia male utilizzata oggi e lo sia stata nel corso della storia, non c’è nessun altro fenomeno che tocchi così profondamente la motivazione e che ispiri gli esseri umani a dedicarsi a una causa superiore», ha detto il dottor Garcia. «È in definitiva il potere latente nella religione che può trasformare la rabbia e l’odio in amore e rispetto. Gli scritti baha’i insegnano che la religione ha un ruolo essenziale nel superamento del fanatismo religioso, che essi definiscono “un fuoco divoratore” per il mondo».

«Quando si capirà la dimensione religiosa della radicalizzazione», ha spiegato il dottor Garcia, «allora si potrà affrontarla da altri punti di vista sociali, politici ed economici come l’identità, la strategia, gli obiettivi politici e la nazionalità».

Secondo la signora Sant, l’evento è stato un successo non solo a causa delle molte idee di cui si è parlato. «Non è stato un luogo dove le persone sono venute, hanno pronunciato discorsi e poi se ne sono andate, ma uno spazio nel quale si è aperto un dialogo e tutti insieme abbiamo capito qualcosa in più».

L’uomo degli alberi: un ricordo di un pioniere ambientalista

OXFORD, Regno Unito, 6 novembre 2018, (BWNS) – La Fondazione internazionale per l’albero sta attuando un piano ambizioso, piantare entro il 2024, centenario dell’organizzazione, 20 milioni di alberi nelle foreste degli altipiani del Kenya e attorno ad esse.

Questo obiettivo è una delle molte espressioni viventi degli ideali di Richard St. Barbe Baker (1889-1982), il fondatore dell’organizzazione. Il signor Baker, più noto come St Barbe, un ambientalista pionieristico e uno dei primi baha’i britannici, aveva una visione di ampio respiro e ha avviato pratiche che oggi sono comuni e diffuse.

Una rivalutazione di questo influente pioniere ambientale è ora in corso, grazie al lavoro della Fondazione internazionale dell’albero e alla pubblicazione di una nuova biografia. Questa recente attenzione arriva in un momento in cui le conseguenze del cambiamento climatico globale sono sempre più evidenti a tutti.

Ascoltate un podcast su Richard St. Barbe Baker qui: news.bahai.org/podcast

«Molto tempo prima che si avesse un’idea della scienza dei cambiamenti climatici, egli aveva avvertito l’impatto della perdita delle foresta sul clima», scrive il principe Carlo d’Inghilterra, nella prefazione di una nuova biografia di St Barbe. «Egli ha lanciato l’allarme e prescritto una soluzione: un terzo di ogni nazione dev’essere coperta di alberi. Praticava la permacultura e l’agro-ecologia in Nigeria prima che questi termini esistessero e fu tra le figure fondanti dell’agricoltura biologica in Inghilterra».

Dopo aver abbracciato la Fede baha’i da giovane nel 1924, durante la sua vita avventurosa St Barbe ha trovato negli insegnamenti di Baha’u’llah l’incarnazione delle sue più alte aspirazioni per il mondo. La sua profonda fede si esprimeva in un amore per tutte le forme di vita e nella dedizione all’ambiente naturale.

«Egli parla dell’ispirazione che ha ricevuto dalla Fede e dalle Scritture di Baha’u’llah e ‘Abdu’ l-Baha», spiega Paul Hanley, l’autore di una nuova biografia di St Barbe – Man of the Trees: Richard St. Barbe Baker, the First Global Conservationist (L’uomo degli alberi: Richard St. Barbe Baker, il primo ambientalista globale). «St Barbe aveva una visione globale in un momento in cui essa non era molto comune. Il suo punto di riferimento era il mondo intero».

St Barbe notò questa connessione con la visione di Baha’u’llah dell’unità del genere umano quando si recò in pellegrinaggio al mausoleo di Bahá’u’llah.

«(Q)ui a Bahji (Baha’u’llah) deve avere trascorso i suoi giorni più felici. Era un piantatore di alberi e amava tutto ciò che cresce. Quando i suoi fedeli cecavano di portargli doni dalla Persia gli unici pegni della loro stima che accettava erano i semi o le piante per i suoi giardini», St Barbe scrisse più tardi nel suo diario, citato nel libro del signor Hanley.

St Barbe ha poi ricordato un passo delle scritture di Baha’u’llah: «“Che nessuno si vanti d’amare il suo paese, si vanti piuttosto di amare il suo simile”. Sì, ho pensato, l’umanità, l’umanità intera. Non era per questo che avevo lottato per recuperare i posti devastati della terra? Queste erano le parole di un piantatore di alberi, un amante degli uomini e degli alberi».

St Barbe ebbe anche un lungo rapporto con Shoghi Effendi, che lo incoraggiò in decine di lettere e gli chiese consiglio quando sceglieva gli alberi per i luoghi santi baha’i di Akka e Haifa. St Barbe afferma che la copia con dedica degli Araldi dell’aurora che Shoghi Effendi gli mandò è diventata il suo «bene più prezioso».

«L’ho letto diverse volte e ogni volta ne ho colto l’emozione che si deve provare quando si scopre una nuova Manifestazione», scrisse St. Barbe.

La Fondazione internazionale dell’albero, che St Barbe originariamente chiamò Gli uomini degli alberi, è solo una delle molte organizzazioni da lui fondate nel corso della sua vita. Si calcola che, grazie ai suoi sforzi, alle organizzazioni da lui fondate e a quelle che ha assistito, siano stati piantati a livello globale circa 26 miliardi di alberi. Piantare alberi era per lui così importante, che a 92 anni intraprese un viaggio internazionale per piantare un albero in memoria di un caro amico personale, un ex primo ministro del Canada. St Barbe morì pochi giorni dopo aver raggiunto lo scopo di quel viaggio.

«Penso che la gente debba conoscere Richard St. Barbe Baker perché la sua eredità vive ancora», dice l’amministratore delegato della Fondazione, Andy Egan.

«Oggi cerchiamo di camminare sulle orme di St Barbe», aggiunge Paul Laird, il gestore dei programmi della Fondazione. «Abbiamo un programma comunitario di silvicoltura, che si allarga e cerca di lavorare specialmente con i gruppi e le organizzazioni basate sulle comunità locali che sono vicine alla reale situazione – le persone fanno le cose per se stesse, capiscono i pericoli del degrado del suolo e della perdita delle foreste e ciò che questo effettivamente comporta per loro».

Dalla prima infanzia in Inghilterra, St Barbe era attratto dal giardinaggio, dalla botanica e dalla selvicoltura. Correva fra gli alberi della sua famiglia, che salutava come se fossero soldatini di piombo. Più tardi nel 1912, giovane uomo in attesa di frequentare l’università, accettò un lavoro come taglialegna nel Saskatchewan, Canada, dove viveva. Non poteva più trattare gli alberi come amici.

«Questa zona era stata una foresta vergine e una sera, guardando la massa di alberi abbattuti, mi sono chiesto che cosa sarebbe successo quando tutti questi alberi fossero spariti», St Barbe scrisse in quegli anni. «L’abbattimento era uno spreco e mi faceva male al cuore».

Quell’esperienza fu fondamentale per St Barbe. Decise di studiare selvicoltura all’Università di Cambridge, iniziando una vita dedicata al rimboschimento globale. In seguito, si trasferì nel Kenya governato dai britannici, dove creò un vivaio. Mentre era lì, vide gli effetti di secoli di cattiva gestione della terra.

Lavorando come guardaboschi coloniale, St Barbe doveva utilizzare pratiche di gestione forestale dall’alto verso il basso. Questo andava contro le usanze del popolo Kikuyu indigeno, che seguiva un metodo tradizionale di agricoltura per cui si dava fuoco agli alberi per arricchire il terreno. St Barbe voleva incoraggiare una forma di agricoltura che promuovesse una crescita della foresta che fosse favorevole all’agricoltura ma anche proteggesse il terreno dall’erosione e rispettasse la cultura e la saggezza della popolazione locale. I capi tribù non erano inclini a piantare nuovi alberi, questi erano «affari di Dio».

Per onorare le tradizioni del popolo Kikuyu e far loro capire il loro importante ruolo nel piantare e conservare gli alberi, St Barbe si avvalse di una delle loro antiche pratiche tradizionali, danzare per commemorare i momenti significativi. Da questa integrazione fra i valori culturali e la tutela ambientale nel 1922 nacque la Danza degli alberi.

«Così invece di cercare di spingerli e di costringerli a piantare alberi, disse adattiamoci alla cultura. Così si avvicinò agli anziani, discusse con loro e nacque la Danza degli alberi che portò alla formazione degli Uomini degli alberi», dice il signor Hanley.

Insieme con il co-fondatore degli Uomini degli alberi, il capo Josiah Njonjo, St Barbe comprese meglio gli importanti ruoli ecologici, sociali ed economici che hanno gli alberi nella vita dell’umanità.

«La prescienza di St. Barbe Baker si fondava sulla sua profonda convinzione spirituale nell’unità della vita», scrive Carlo, Principe di Galles. «Aveva ascoltato attentamente le popolazioni indigene con cui lavorava».

L’avventura di St Barbe in quella che ora si chiama silvicoltura sociale fu considerata con un certo scetticismo. Come guardaboschi coloniale, doveva proteggere le foreste che appartenevano ai governi.

«È stato straordinario perché ha superato quel concetto», dice il signor Laird. «Ha visto che fondamentalmente quelle foreste appartenevano al popolo del Kenya e per conservarle bisognava lavorare con la gente».

Questo approccio partecipativo rimane fondamentale per il lavoro della Fondazione internazionale dell’albero.

«La sua natura incline a prendersi cura di tutto ciò che vive è una luce che brillò in tutta la sua vita», dice il signor Egan. «Aiutò molto a dare vita all’idea che piantare alberi non è solo una cosa professionale. È qualcosa che la gente comune nelle comunità può e deve fare. In un certo senso essi sono nel posto migliore per proteggere realmente le foreste . . . pertanto dobbiamo riconoscere e supportare e celebrare il loro ruolo».

Durante le ricerche per la biografia di St Barbe, il signor Hanley ha scoperto che la silvicoltura «era sicuramente molto avanzata nel suo pensiero. E tutta la sua filosofia dell’integrazione e dell’unità della società umana, ma anche del mondo naturale, erano concetti piuttosto radicali in quei tempi».

La prima volta che St Barbe incontrò gli insegnamenti di Baha’u’llah nel 1924 trovò che essi confermavano le sue idee di natura e umanità. Cristiano e animato da un profondo rispetto per le tradizioni religiose indigene, St Barbe riconobbe la verità negli insegnamenti di Baha’u’llah sull’unità, l’unità della religione, l’unità del genere umano e l’interconnessione di tutta la vita. Le scritture della Fede inoltre impiegano immagini tratte dalla natura per aiutare a trasmettere le verità spirituali.

«Incominciai a leggere alcune traduzioni dal persiano», ha scritto St Barbe, riflettendo sul suo pellegrinaggio al Mausoleo di Bahá’u’llah. «“Nel giardino del tuo cuore non piantare altro che la rosa dell’amore”. Ero affascinato dalla sublimità del linguaggio. Era bellezza personificata».

Nel 1929, mentre era in missione per fondare una succursale degli Uomini degli alberi in Terra Santa, St Barbe andò a Haifa per visitare i luoghi sacri baha’i. Accostando la sua auto davanti alla casa di Shoghi Effendi, St Barbe fu sorpreso di vedere il Custode della Fede baha’i uscire per dargli il benvenuto e porgergli una busta. Conteneva una sottoscrizione per unirsi agli Uomini degli alberi, per cui Shoghi Effendi divenne il primo socio a vita dell’organizzazione.

«Dice che l’incontro con il Custode fu il momento più significativo della sua vita e davvero . . . lo elettrizzò», dice il Signor Hanley.

Con una costante corrispondenza, Shoghi Effendi incoraggiò gli sforzi di St Barbe. Per 12 anni consecutivi, inviò un messaggio agli incontri del World Forestry Charter, un’altra delle iniziative di St Barbe, ai quali partecipavano ambasciatori e dignitari di decine di paesi.

Il lavoro portò St Barbe in molti paesi. Fu nominato assistente conservatore delle foreste per le province del sud della Nigeria dal 1925 al 1929. Progettò anche foreste in Costa d’Oro. Negli Stati Uniti, lanciò una campagna “salvate le sequoie” e lavorò con Franklin D. Roosevelt per fondare il Civilian Conservation Corps americano che ha coinvolto circa 6 milioni di giovani. Dopo la seconda guerra mondiale, St Barbe lanciò il Fronte verde contro il deserto per promuovere il rimboschimento in tutto il mondo. Una spedizione nel 1952 e nel 1953 lo vide percorrere 25.000 miglia nel Sahara, che sfociò in un progetto per recuperare il deserto piantando alberi in modo strategico. Ottantenne, St Barbe andò in Iran per promuovere un programma di piantagione di alberi. Si fermò a Shiraz, il luogo di nascita della Fede baha’i, dove gli fu chiesto di ispezionare un albero di agrumi malato nella casa del Bab, un luogo di pellegrinaggio per i baha’i.

Gli Uomini degli alberi divenne la prima organizzazione non governativa internazionale che lavorava con l’ambiente. Alla fine degli anni 1930 aveva cinquemila iscritti in 108 paesi e il proprio giornale per i membri, intitolato Trees (Alberi).

«Originariamente il giornale è stato creato perché sembrava che St Barbe ricevesse moltissime lettere e inviti e corrispondenza», dice Nicola Lee Doyle, che oggi compila la rivista annuale. «Diceva sempre alla gente dove stava andando e ciò di cui avrebbe parlato. Quindi avevano bisogno di un modo per dare a tutti le informazioni, è così che è incominciato, ma poi si è sviluppato».

Oggi, Trees è il giornale ambientalista più longevo del mondo.

Le generazioni successive degli ambientalisti hanno attribuito a St Barbe il merito di aver alimentato la loro passione per il loro lavoro.

«A volte erano le piccole cose che faceva, come scrivere un articolo o fare un’intervista alla radio, che lo mettevano in contatto con giovani in qualche paese lontano», dice il Signor Hanley. «E molti di loro sono diventati importanti personaggi del mondo ambientalistico».

«La sua eredità è probabilmente legata al fatto che era instancabile», aggiunge il signor Hanley. «È incredibile, migliaia di interviste, migliaia di trasmissioni radio, per cercare di allertare la gente a questa idea e ha veramente avuto un impatto sulla vita di molte persone che hanno protetto e piantato alberi».

Il pensiero pionieristico di St Barbe può essere particolarmente importante in questo momento in cui l’umanità è alle prese con le sfide poste dai cambiamenti climatici. Infatti, una delle sfide più pressanti per l’umanità è come una crescente popolazione globale, in rapido sviluppo e una popolazione globale non ancora unita possano vivere in armonia con il pianeta e le sue risorse.

«Ora è chiaro che se avessimo ascoltato gli avvertimenti di St Barbe Baker e di altri veggenti, avremo potuto evitare molte delle crisi ambientali che dobbiamo affrontare oggi», scrive il Principe Carlo. «Il messaggio di Richard St Barbe Baker è rilevante oggi come novant’anni fa e mi auguro vivamente che verrà ascoltato».