Nello Yemen accuse infondate indicano persecuzioni intensificate

SANA’A, Yemen, 18 Settembre 2018, (BWNS)  

Sabato scorso, durante un’udienza le autorità houthi dello Yemen spalleggiate dall’Iran hanno lanciato una serie di accuse infondate contro una ventina di baha’i. Questo atto avviene mentre il leader degli houthi incita la popolazione alla violenza contro i baha’i e altre minoranze religiose.   

Queste assurde accuse come per esempio spionaggio e apostasia  sono stato lanciate soprattutto contro persone che ricoprono ruoli amministrativi nella comunità baha’i, ma riguardano anche altri baha’i yemeniti, come una ragazza adolescente.   

L’udienza si è aperta con la sola presenza del giudice, del procuratore e di altri funzionari del tribunale. Gli accusati baha’i e i loro avvocati non ne sono stati informati. La prossima udienza è fissata per il 29 settembre a Sana’a e il giudice ha convocato coloro che erano assenti nella prima sessione del processo. 

«Queste accuse sono estremamente allarmanti e indicano una grave intensificazione della pressione in un momento in cui la comunità baha’i è già minacciata e la generale crisi umanitaria nel paese richiede un’urgente attenzione», ha detto Bani Dugal, la principale rappresentante della Baha’i International Community presso le Nazioni Unite.   

«Abbiamo tutte le ragioni per essere preoccupati per la sicurezza della comunità baha’i nello Yemen. Invitiamo la comunità internazionale a chiedere alle autorità di Sana’a di far cadere immediatamente queste imputazioni assurde, false e infondate contro questi innocenti, che sono stati malignamente accusati solo perché praticano la loro Fede». 

Le accuse religiosamente motivate lanciate dalle autorità houthi nella capitale dello Yemen, Sana’a, durante l’udienza di sabato scorso coincidono con una sistematica azione oppressiva contro i baha’i yemeniti, ricorrendo a metodi come incitamenti all’odio, arresti, detenzioni e una condanna a morte.   

«Il modo in cui gli houthi stanno prendendo di mira la comunità baha’i nello Yemen ricorda sinistramente la persecuzione dei baha’i in Iran nel 1980, durante la quale i leader della comunità baha’i sono stati rastrellati e uccisi», ha aggiunto la signora Dugal 

In un discorso pronunciato nel mese di marzo davanti alla televisione, Abdel-Malek al-Houthi, il leader degli houthi, ha diffamato e denunciato la Fede baha’i. Ha incitato il popolo yemenita alla violenza, esortandoli a difendere il paese dai baha’i e dai membri di altre minoranze religiose.   

Pochi giorni dopo il suo discorso, diversi giornali online yemeniti hanno ribadito questi attacchi e un noto scrittore e stratega houthi ha commentato sui social media che «tutti i baha’i saranno uccisi». Sentimenti simili sono stati espressi dalle autorità religiose di Sana’a, come il Mufti dello Yemen, Shams al-Din Muhammad Sharaf al-Din, che ha studiato in Iran ed è stato nominato l’anno scorso dagli houthi. 

Attualmente, sei baha’i sono in prigione a causa delle loro credenze. Uno di loro, Hamed bin Haydara, messo in prigione nel 2013, è stato condannato a morte nel mese di gennaio a causa della sua fede dopo un lungo processo ingiusto e la sentenza prevede che l’esecuzione capitale avvenga in pubblico. Abdu Ismail Hassan Rajeh, lo stesso giudice che ha presieduto al processo farsa del signor Haydara, presiede anche a quello intentato contro i baha’i recentemente accusati.  

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Dall’esilio, una luce per il mondo – 150° anniversario dell’arrivo di Baha’u’llah in Terra Santa: seconda parte

Il Baha’i World News Service pubblica una serie di podcast sul 150 ° anniversario dell’arrivo di Baha’u’llah in Terra Santa. Questo breve articolo è l’introduzione al secondo degli episodi podcast. Listen to the podcast here. [qui il link per il podcast in inglese] 

CENTRO MONDIALE BAHA’I, 31 agosto 2018, (BWNS) – L’imbarcazione a vela attraversò lentamente la baia sotto il brutale sole estivo, portando Baha’u’llah e i Suoi compagni di prigionia ad Akka. Era il 31 agosto 1868, 150 anni fa, un venerdì.   

Akka non era attrezzata per gli attracchi, pertanto il vascello si fermò in acque poco profonde davanti alla città. Quando i prigionieri arrivarono a piedi alla porta di mare, incontrarono una folla ostile e irridente.   

Dalla porta di mare Baha’u’llah fu condotto, attraverso gli stretti e tortuosi vicoli della città, fino alla caserma, utilizzata in quel momento come prigione. 

«L’arrivo di Bahá’u’lláh ad ‘Akká segna l’inizio dell’ultima fase del Suo ministero quarantennale, il periodo finale e, in verità, il momento culminante dell’esilio in cui trascorse l’intero ministero», Shoghi Effendi scrive in Dio passa nel mondo, una storia del primo secolo della Fede Baha’i. «Il periodo della carcerazione acritana portò con sé la pienezza di un lento processo di maturazione e fu un periodo durante il quale i migliori frutti di quella missione furono infine raccolti». 

Le pessime condizioni della città e il terribile trattamento ricevuto da Baha’u’llah e dai Suoi compagni al loro arrivo avrebbero dovuto indicare la loro imminente scomparsa e la fine della Causa di Baha’u’llah. Ma il modo in cui Egli descrive quella scena presenta un quadro del tutto diverso: «Al Nostro arrivo fummo salutati da vessilli di luce, sui quali la Voce dello Spirito si levò dicendo: “Ben presto tutto ciò che dimora sulla terra sarà arruolato sotto questi vessilli”». In realtà Akka in seguito vide alcuni degli sviluppi più straordinari nella storia baha’i. 

Nella Sua cella di questa prigione in Akka Baha’u’llah produsse alcuni dei Suoi scritti più importanti. Tra questi ci sono alcune lettere indirizzate personalmente a diversi re e governanti del Suo tempo: Papa Pio IX, Napoleone III, lo zar Alessandro II, la regina Vittoria e Nasiri’d-Din Shah. In Akka Egli rivelò anni dopo il Suo Libro Più Santo, il Kitab-i-Aqdas.   

Baha’u’llah visse gli ultimi anni della Sua vita nella città prigione e nei suoi dintorni. Per i baha’i il luogo dove Egli oggi riposa a Bahji, non lontano dalla città vecchia di Akka, è il più sacro luogo del mondo. 

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Dall’esilio, una luce per il mondo – 150° anniversario dell’arrivo di Baha’u’llah in Terra Santa: prima parte

Il Baha’i World News Service pubblica una serie di podcast sul 150 ° anniversario dell’arrivo di Baha’u’llah in Terra Santa. Questo breve articolo è l’introduzione al primo degli episodi podcast. Listen to the podcast here. [qui il link per il podcast in inglese] 

CENTRO MONDIALE BAHA’I, 27 agosto 2018, (BWNS) – Questa settimana segna il 150 ° anniversario dell’arrivo di Baha’u’llah in Terra Santa, l’ultimo di una serie di esili decretati da due monarchi. L’area di Akka/Haifa è diventata il centro amministrativo e spirituale del mondo baha’i, sede dei luoghi più sacri della comunità. 

«Questo esilio è stato un atto di oppressione e di ingiustizia e di persecuzione, ma Baha’u’llah lo ha trasformato in un viaggio dell’umanità verso la spiritualità e la libertà», spiega Nader Saiedi, professore di studi iranici presso l’Università della California, Los Angeles. «Questo momento è il principale punto di svolta nella missione di Baha’u’llah e, in un certo senso, un punto di svolta nella storia culturale dell’umanità».   

Baha’u’llah fu bandito dalla sua patria, la Persia, nel 1853, e questo fu l’inizio di una serie di esili. Il governo persiano e quello ottomano hanno pensato che, inviando Baha’u’llah in un carcere lontano, avrebbero potuto spegnere la luce della Sua religione. 

Il 12 agosto 1868, le truppe ottomane circondarono la casa di Baha’u’llah a Edirne, che a quel tempo si chiamava Adrianopoli, e le autorità Gli dissero che era stato nuovamente esiliato. Ma non dissero dove. Solo quasi due settimane più tardi, dopo che Baha’u’llah e i Suoi compagni avevano incominciato il loro viaggio, seppero dove sarebbero stati depoprtati: Akka, un’antica città prigione nella Palestina ottomana, nota anche come San Giovanni d’Acri.   

«Per gli ottomani Acri era un luogo dove, prima di tutto, avevano una prigione per criminali, e poi, un luogo dove mandare in esilio tutti i tipi di persone che pensavano di dover sorvegliare. I baha’i rientravano in questa categoria», spiega il Professor David Kushner, uno storico specializzato nell’Impero ottomano. 

Akka era una città storica. Era passata tra le mani di diverse civiltà ed era anche stata un importante centro della Palestina ottomana. Ma nel 1868 gli ottomani la usavano come colonia penale, una città desolata dove Baha’u’llah è stato inviato perché fosse dimenticato da tutti.   

Oggi migliaia di baha’i visitano la zona di Akka/Haifa ogni anno in pellegrinaggio, un atto di devozione verso la vita e gli insegnamenti di Baha’u’llah.   

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Un musical su un uomo che si sottrae alla schiavitù apre le menti e ispira conversazioni e azioni

EDIMBURGO, Scozia, 20 agosto 2018, (BWNS) –

Con la ferma intenzione di liberarsi dal giogo della schiavitù, Henry Brown ha intrapreso un viaggio molto rischioso. Correva l’anno 1849 ed egli era uno dei tre milioni di schiavi che vivevano negli Stati Uniti. Ha spedito se stesso dentro una cassa di legno da una piantagione dello stato meridionale della Virginia alla città settentrionale di Filadelfia. La schiavitù era già stata proibita e un gruppo di abolizionisti lo hanno accolto e aiutato a ottenere la liberazione.   

La storia lo ricorda come Henry “Box [cassa]” Brown.   

Questo mese, la sua straordinaria storia è stata vividamente riportata in vita durante il rinomato Fringe Festival di Edimburgo. Henry Box Brown, un nuovo musical andato sulle scene, emoziona e pungola il pubblico dalla ribalta delle prestigiose Assembly Rooms della città. 

L’autrice dello show, Mehr Mansuri, una baha’i, voleva affrontare il tema della disuguaglianza razziale. Dati i fondamentali principi baha’i dell’unità del genere umano e dell’eliminazione di ogni forma di pregiudizio, il tema dell’eguaglianza razziale le stava molto a cuore. Servendosi dell’arte, potente strumento per aprire la mente, assieme ai suoi colleghi ha creato un’esperienza che suscita conversazioni costruttive e ispira azione e cambiamento sociale.  

«Stavo cercando una storia per un musical che parlasse di un eroe della storia americana di origini africane», dice la signora Mansuri, fuggita da bambina con la famiglia perché, essendo baha’i, era perseguitata in Iran, dove era nata. Si è stabilita a New York e per vent’anni ha studiato arte drammatica nelle scuole pubbliche. 

La signora Mansuri è andata a una fiera di libri con la nipote e si è imbattuta nella storia di Henry Brown in un libro illustrato per bambini. Ne è stata subito colpita. 

«Le ferite sono ancora profonde e spesso ci sentiamo del tutto inadeguati ad aprire ferite che non possiamo risanare», dice. «È veramente difficile e doloroso parlare del tema della razza senza sentirsi privi di strumenti per farlo».   

Il direttore dello show, Ben Harney, spiega come è stato attratto alla storia.   

«L’opera mi ha colpito molto», spiega il signor Harney, un attore che ha vinto il premio Tony Award. «È un’incredibile storia di visione, eroismo, ardimento, coraggio e audacia. E lo sfondo è un insieme di circostanze spietate e ostili, e il prezzo è alto… Quell’opera mi ha davvero toccato, commosso e ispirato». 

Nel 1848, quando i suoi figli e sua moglie incinta vengono venduti a nuovi proprietari nel North Carolina, Henry Brown decide di sottrarsi alla schiavitù anche a costo di affrontare una brutale punizione o gli altri rischi del viaggio. Con l’aiuto di un sacerdote bianco e di un giocatore d’azzardo schiavista, Henry Brown si è fatto imballare in una scatola, lunga 90 centimetri, alta 80 e larga 60, e si è fatto spedire in battello e in treno verso la libertà a una distanza di trecento miglia. 

Henry Brown è il protagonista dello show, ma non è il suo unico eroe. Il musical invita il pubblico a pensare a come avviene un vero cambiamento, a capire che esso è il risultato di azioni coraggiose compiute da molte persone, come i personaggi dello show. Si propone di avvincere gli spettatori e di incoraggiarli a pensare di poter essere anche loro protagonisti di un cambiamento significativo per il miglioramento del mondo che li circonda. A fine spettacolo, gli spettatori possono discutere i temi del musical e sono invitati a sottoscrivere un impegno personale di azione. «Poi dopo quattro mesi rimandiamo loro quelle promesse e li invitiamo a ritornare, nella speranza che il teatro diventi una sorta di villaggio che si riunisce ancora», dice la signora Mansuri. 

Un membro del cast dello show, Najee Brown, ha notato che alcuni spettatori hanno preso a cuore le conversazioni e le promesse.   

«So per certo che essi escono con la sensazione di aver imparato qualcosa e questa è probabilmente la parte più importante», dice Najee Brown. «Come posso applicare quello che ho appena visto nella mia vita quotidiana? Come posso fare la differenza dopo aver visto questo spettacolo?».   

L’impatto di Henry Brown Box è accentuato dalle ricche selezioni musicali che lo accompagnano. La partitura musicale fa rivivere molti spiritual del XIX secolo.   

«Tutte queste canzoni sono nate dall’oppressione, dal perdono degli oppressori, sono canzoni che distoglievano gli schiavi dalla brutalità della vita che essi vivevano», dice Jack Lenz, il direttore musicale dello show, co-compositore e baha’i. 

«Tutte queste canzoni sono collegate a Dio, che è in realtà il vero scopo della musica, la ragione per cui essa esiste. La musica è sempre stata collegata con il culto di Dio e con l’universalità dei sentimenti e delle sensazioni, il riconoscimento del significato della presenza di questa forza sostentatrice nella propria vita, soprattutto se l’hai vissuta in schiavitù».   

Il musical riunisce 16 esecutori, cantanti di gospel e di rhythm and blues di rinomanza mondiale del Christian Cultural Center di New York e importanti esecutori di Off-Broadway, che hanno compreso quanto importante sia questo spettacolo per un pubblico moderno.   

«È molto attuale, e questo è meraviglioso ma anche in qualche modo inopportuno, in quanto contiene alcuni elementi di una storia che sembrano “far scattare” cose che stanno venendo fuori nel mondo d’oggi», dice il signor Harney. «La storia di quest’uomo che era schiavo. ma colto… che alla fine è arrivato a un punto in cui era troppo. Cioè, che idea straordinaria! Avrei la forza di spedire me stesso!». 

Najee Brown dice che «le conversazioni diventano veramente pesanti, e a volte devo fare un passo indietro».   

Dopo la prima internazionale a Edimburgo, Henry Brown Box andrà in tournée in 25 città degli Stati Uniti, a partire da Flint, nel Michigan, in novembre.  Si spera che anche negli Stati Uniti lo spettacolo continui a suscitare conversazioni riflessive e a ispirare le persone ad agire in modo costruttivo. Il buon teatro dovrebbe fare proprio questo, spiega il signor Harney.   

«In questo spettacolo, le cose importanti, i livelli e gli strati dei temi che possono diventare oggetto di formazione e di conversazione e di attivismo sociale sono veramente molti», dice.  

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Idee sull’evoluzione delle Nazioni Unite: una collaborazione di specialisti di governo globale

Stoccolma, 14 agosto 2018, (BWNS) – Dato che il mondo diventa sempre più interconnesso e l’imperativo di unire l’umanità è sempre più sentita, è necessario sviluppare sistemi di governo globale.  Su questa idea si basa una pluri-premiata proposta di rimodellare il governo globale, suggerita da tre baha’i che si stanno specializzando negli aspetti della governance degli affari internazionali.   

«Molti dei problemi che dobbiamo affrontare sono di natura globale. Non possiamo risolverli senza un qualche tipo di meccanismo forte di cooperazione internazionale», dice Augusto Lopez-Claros, economista internazionale e co-autore della proposta. 

Le Nazioni Unite forniscono una base per la governance globale, ma la proposta perora la causa di un organo di governo internazionale più forte. La proposta delinea un meccanismo con due corpi legislativi: uno formato da rappresentanti nazionali e il secondo da delegati che rappresentano particolari questioni globali, come l’ambiente, i diritti umani e altri. Inoltre prevede un ramo esecutivo forte che dispone di una forza di sicurezza internazionale, nonché un corpo giudiziario internazionale qualificato che prenda regolarmente decisioni vincolanti.   

La proposta è stata una dei tre vincitori del New Shape Prize assegnato in maggio dalla Global Challenges Foundation, un’organizzazione senza scopo di lucro che si propone di stimolare la discussione sui sistemi della gestione dei rischi globali. 

Il dottor Lopez-Claros, ex direttore del Gruppo indicatori globali presso il Gruppo della Banca mondiale e attualmente senior fellow presso la Scuola di servizi internazionali presso la Georgetown University, ha collaborato con Maja Groff, avvocato internazionale con sede all’Aia, Paesi Bassi, e Arthur Dahl, ex alto funzionario del programma per l’ambiente delle Nazioni Unite e attuale Presidente del Forum internazionale dell’ambiente, in una proposta di riforma delle Nazioni Unite e di altre istituzioni globali. Intitolata “Governance globale e nascita di istituzioni globali per il XXI secolo”, la proposta evidenzia la necessità di un sistema di governo globale capace di affrontare efficacemente le grandi sfide contemporanee dell’umanità. 

«I principi e i vari aspetti della nostra proposta si basano sulla saggezza di più generazioni e tipi di pensatori», dice la signora Groff, che lavora presso la Conferenza dell’Aia nell’ambito del diritto internazionale privato. «È nostra speranza affrontare le comuni aspirazioni dell’umanità».   

Il dottor Dahl ha detto che gli ultimi decenni hanno dimostrato che il sistema delle Nazioni Unite è poso adatto a risolvere i problemi transnazionali e per questo è necessario riesaminare l’ONU, la sua ulteriore evoluzione e il suo mandato. «Molte delle crisi intrinsecamente globali non possono essere risolte al di fuori di un quadro di azione collettiva globale che comporti una collaborazione sovranazionale e un ripensamento fondamentale del significato del termine “interessi nazionali”», afferma il documento.   

Per i tre autori, ciò significa che è necessario incrementare le esistenti strutture delle Nazioni Unite.  

«Complessivamente, le nostre proposte garantirebbero che le Nazioni Unite si spostino al più presto verso un coerente modello di governance, analogo a quello che ci aspettiamo dai sistemi dei governi nazionali efficaci, che abbia la capacità di monitorare costantemente i rischi globali correnti ed emergenti e di risolverli rapidamente», ha spiegato la signora Groff.    

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