Archivi categoria: persecuzioni

In Iran ed in Egitto i Bahá’í sono perseguitati, a tutt’oggi l’Iran è ancora ricca fonte di martiri della Fede.

Nello Yemen accuse infondate indicano persecuzioni intensificate

SANA’A, Yemen, 18 Settembre 2018, (BWNS)  

Sabato scorso, durante un’udienza le autorità houthi dello Yemen spalleggiate dall’Iran hanno lanciato una serie di accuse infondate contro una ventina di baha’i. Questo atto avviene mentre il leader degli houthi incita la popolazione alla violenza contro i baha’i e altre minoranze religiose.   

Queste assurde accuse come per esempio spionaggio e apostasia  sono stato lanciate soprattutto contro persone che ricoprono ruoli amministrativi nella comunità baha’i, ma riguardano anche altri baha’i yemeniti, come una ragazza adolescente.   

L’udienza si è aperta con la sola presenza del giudice, del procuratore e di altri funzionari del tribunale. Gli accusati baha’i e i loro avvocati non ne sono stati informati. La prossima udienza è fissata per il 29 settembre a Sana’a e il giudice ha convocato coloro che erano assenti nella prima sessione del processo. 

«Queste accuse sono estremamente allarmanti e indicano una grave intensificazione della pressione in un momento in cui la comunità baha’i è già minacciata e la generale crisi umanitaria nel paese richiede un’urgente attenzione», ha detto Bani Dugal, la principale rappresentante della Baha’i International Community presso le Nazioni Unite.   

«Abbiamo tutte le ragioni per essere preoccupati per la sicurezza della comunità baha’i nello Yemen. Invitiamo la comunità internazionale a chiedere alle autorità di Sana’a di far cadere immediatamente queste imputazioni assurde, false e infondate contro questi innocenti, che sono stati malignamente accusati solo perché praticano la loro Fede». 

Le accuse religiosamente motivate lanciate dalle autorità houthi nella capitale dello Yemen, Sana’a, durante l’udienza di sabato scorso coincidono con una sistematica azione oppressiva contro i baha’i yemeniti, ricorrendo a metodi come incitamenti all’odio, arresti, detenzioni e una condanna a morte.   

«Il modo in cui gli houthi stanno prendendo di mira la comunità baha’i nello Yemen ricorda sinistramente la persecuzione dei baha’i in Iran nel 1980, durante la quale i leader della comunità baha’i sono stati rastrellati e uccisi», ha aggiunto la signora Dugal 

In un discorso pronunciato nel mese di marzo davanti alla televisione, Abdel-Malek al-Houthi, il leader degli houthi, ha diffamato e denunciato la Fede baha’i. Ha incitato il popolo yemenita alla violenza, esortandoli a difendere il paese dai baha’i e dai membri di altre minoranze religiose.   

Pochi giorni dopo il suo discorso, diversi giornali online yemeniti hanno ribadito questi attacchi e un noto scrittore e stratega houthi ha commentato sui social media che «tutti i baha’i saranno uccisi». Sentimenti simili sono stati espressi dalle autorità religiose di Sana’a, come il Mufti dello Yemen, Shams al-Din Muhammad Sharaf al-Din, che ha studiato in Iran ed è stato nominato l’anno scorso dagli houthi. 

Attualmente, sei baha’i sono in prigione a causa delle loro credenze. Uno di loro, Hamed bin Haydara, messo in prigione nel 2013, è stato condannato a morte nel mese di gennaio a causa della sua fede dopo un lungo processo ingiusto e la sentenza prevede che l’esecuzione capitale avvenga in pubblico. Abdu Ismail Hassan Rajeh, lo stesso giudice che ha presieduto al processo farsa del signor Haydara, presiede anche a quello intentato contro i baha’i recentemente accusati.  

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Il più giovane membro dello Yaran finisce di scontare la pena di dieci anni di carcere

BIC GINEVRA, 20 marzo 2018, (BWNS) –

Vahid Tizfahm ha finito ieri di scontare la sua condanna a dieci anni di carcere. Quarantaquattrenne, è il più giovane dei sette ex leader baha’i in Iran che sono stati ingiustamente incarcerati per le loro credenze religiose nel 2008. 

Il signor Tizfahm è il sesto membro dell’ex gruppo, noto come Yaran che, avendo finito di scontare la pena, viene liberato. Tutti e sette i membri dello Yaran sono stati arrestati fra marzo e maggio 2008 e hanno trascorso diversi mesi in detenzione prima di conoscere le loro accuse. Alla fine sono stati condannati a dieci anni di carcere con una procedura legale che non aveva alcuna delle caratteristiche di un giusto processo. 

«Siamo, naturalmente, felici che il signor Tizfahm e gli altri membri dello Yaran si ricongiungano con le loro famiglie», ha detto Diane Ala’i, rappresentante della Baha’i International Community presso le Nazioni Unite a Ginevra. «Ma non è una gioia pensare al fatto che il signor Tizfahm ha trascorso un decennio della sua vita in prigione per la sola ragione della sua fede, escluso dalla famiglia, dagli amici e dalla comunità fra i trenta e i quarant’anni. 

«Sia ben chiaro che questo avvenimento non significa che la situazione dei baha’i iraniani sia mutata nel complesso», ha detto la signora Ala’i e ha soggiunto che essi continuano a subire discriminazioni economiche, non possono accedere all’istruzione e rimangono esposti ad arresti e reclusioni arbitrarie. 

Tizfahm fa l’ottico ed era proprietario di un negozio di ottica a Tabriz, dove ha vissuto fino all’inizio del 2008, quando si è trasferito a Teheran. 

È nato il 16 maggio 1973 a Orumiyeh dove ha trascorso l’infanzia e la gioventù. A 23 anni, ha sposato Furuzandeh Nikumanesh. Hanno un figlio piccolo, che frequentava la terza elementare quando il padre è stato arrestato nel 2008. A causa della sua prigionia, il signor Tizfahm non ha potuto essere presente in alcuni dei momenti più importanti della vita di suo figlio. 

«I membri dello Yaran, e di fatto l’intera comunità bahá’í in Iran, hanno subito enormi violazioni dei diritti umani da parte del governo, che in realtà dovrebbe promuovere politiche che migliorino il benessere economico e sociale dei suoi cittadini», ha dichiarato la signora Ala’i. «È un peccato che, invece, esso abbia fatto tutto il possibile per privare un intero segmento della sua popolazione della possibilità di vivere e contribuire liberamente al miglioramento del proprio paese». 

In seguito al recente lancio del sito web Archivi delle persecuzioni baha’i in Iran, un gruppo di avvocati e giudici di spicco di tutto il mondo ha scritto al capo del Consiglio superiore iraniano per i diritti umani, richiamando la sua attenzione sulla vasta raccolta di prove documentali dell’oppressione della comunità baha’i, ma egli ha sfacciatamente negato tutto. 

Con la liberazione di Tizfahm, solo un membro dello Yaran, Afif Naeimi, 55 anni, rimane in prigione. Dovrebbe finire di scontare la pena nei prossimi mesi. 

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Il più anziano dei membri dello Yaran finisce di scontare dieci anni di prigione

BIC NEW YORK, 17 marzo 2018, (BWNS) –

Jamaloddin Khanjani, 2 ° da sinistra, con tre altri ex membri della Yaran che hanno completato le loro sentenze ingiuste — Saeid Rezaie (centro), Fariba Kamalabadi (3 ° da destra) e Mahvash Sabet (2 ° da destra)

Dopo un decennio di ingiusta detenzione e di duro trattamento nelle carceri iraniane, il signor Jamaloddin Khanjani, 85 anni, ha finito di scontare ieri la sua condanna a dieci anni. È uno dei sette membri dell’ex gruppo dirigente dei baha’i in Iran, noto come Yaran, che sono stati incarcerati con accuse false e infondate. 

Il signor Khanjani, il più anziano dei sette, è il quinto uscito dal carcere quest’anno. Lo Yaran era un gruppo ad hoc che si occupava dei bisogni spirituali e materiali fondamentali della comunità bahá’í iraniana. Era stato formato con la piena conoscenza e approvazione delle autorità iraniane dopo che le istituzioni formali baha’i erano state dichiarate illegali in Iran negli anni ’80. 

«Il signor Khanjani e gli altri membri dello Yaran non avrebbero mai dovuto essere messi in prigione», ha detto Bani Dugal, il principale rappresentante della Baha’i International Community presso le Nazioni Unite. «Lungi dall’aver commesso crimini, hanno contribuito al miglioramento delle loro comunità e del loro paese». 

Nato nel 1933 nella città di Sangsar, il signor Khanjani è cresciuto in una fattoria e alla fine ha avviato una fortunata attività di produzione di carbone di legna. Alla fine ha aperto la prima fabbrica di mattoni automatizzata in Iran, impiegando diverse centinaia di persone. All’inizio degli anni ’80, dopo la rivoluzione islamica del 1979, è stato costretto a chiudere la fabbrica e ad abbandonarla, lasciando senza lavoro la maggior parte dei suoi dipendenti a causa della persecuzione che lo colpiva come baha’i. La fabbrica è stata poi confiscata dal governo. 

Negli anni ’90, il signor Khanjani ha messo in piedi una fattoria meccanizzata su terreni di proprietà della sua famiglia. Ma le autorità gli hanno imposto molte restrizioni, rendendone difficile la gestione. Queste restrizioni si estendevano ai suoi figli e ai suoi parenti e includevano il rifiuto di prestiti, la chiusura delle sedi di lavoro, la limitazione dei loro rapporti commerciali e il divieto di uscire dal paese. 

«Il modo in cui il signor Khanjani e gli altri membri dello Yaran sono stati trattati nel corso della loro vita è un esempio di come l’intera comunità baha’i è stata trattata per generazioni», ha detto la signora Dugal. 

I baha’i iraniani continuano a vivere sotto la minaccia di arresti e imprigionamenti arbitrari, di discriminazioni economiche e di negazione dell’accesso all’istruzione superiore. Le persecuzioni di carattere economico si sono particolarmente aggravate negli ultimi anni, il che ha portato a ciò che la Baha’i International Community ha chiamato, in una lettera aperta al presidente Rouhani, «un’apartheid economica contro un segmento della popolazione iraniana». 

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Liberato il quarto membro dello Yaran

BIC NEW YORK, 16 febbraio 2018, (BWNS) – Dopo dieci anni di ingiusta detenzione per le sue convinzioni religiose, Saeid Rezaie, uno dei sette membri dell’ex gruppo dirigente dei baha’i in Iran, ha oggi finito di scontare la sua iniqua condanna. 

Liberato quarto membro della Yaran

Il signor Rezaie e sei dei suoi colleghi sono stati arrestati nel 2008 dopo un’incursione mattutina nelle loro case. Facevano parte del gruppo ad hoc noto come “Yaran” (gli Amici) che si occupava dei bisogni spirituali e materiali fondamentali della comunità baha’i iraniana. Il gruppo è stato formato con la tacita approvazione delle autorità dopo che le istituzioni formali baha’i sono state dichiarate illegali in Iran negli anni ’80. Il signor Rezaie è il quarto degli ex Yaran ad essere rilasciato. 

Ora, dopo dieci anni, ritorna in una società che è cambiata poco per quanto riguarda il trattamento della comunità baha’i. 

«Sebbene il signor Rezaie e altri tre Yaran siano stati rilasciati, la persecuzione dei baha’i in Iran prosegue ininterrotta», ha detto Diane Ala’i, rappresentante della Baha’i International Community presso le Nazioni Unite a Ginevra. «Uscendo dalla prigione, il signor Rezaie ritornerà in una comunità che è ancora sotto l’enorme pressione del governo e subisce discriminazioni e persecuzioni per la sola ragione di aderire alla Fede bahá’í». 

Prima di essere arrestato, il signor Rezaie, un ingegnere agrario, gestiva con successo un’azienda di attrezzature agricole. È uno dei tanti membri della comunità bahá’í che ha subito ingiustizie a causa di persecuzioni di carattere economico. Le autorità prima molestano i proprietari baha’i di negozi e attività e poi ne chiudono gli esercizi. Negli ultimi anni, centinaia di aziende sono state chiuse e decine di famiglie sono state private del proprio reddito. In una lettera aperta al presidente Hassan Rouhani, la BIC ha chiamato questa discriminazione “apartheid economico”. 

Gli altri  tre membri dello Yaran dovrebbero finire di scontare la pena nei prossimi mesi. Restano in carcere il signor Jamaloddin Khanjani, 84 anni, il signor Afif Naeimi, 56 anni e il signor Vahid Tizfahm, 44 anni. 

Per maggiori informazioni, si vada a bic.org

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Eminenti avvocati richiamano all’ordine l’Iran

BIC NEW YORK, 10 febbraio 2018, (BWNS) –

In una lettera aperta rilasciata oggi, 25 eminenti intellettuali ed esperti in diritto dei diritti umani hanno invitato Mohammad Javad Larijani, Capo dell’Alto Consiglio per i diritti umani in Iran, a riconoscere l’annosa persecuzione sponsorizzata dallo stato contro i baha’i in Iran alla luce delle numerose prove recentemente venute alla luce [la traduzione italiana della lettera è riportata in calce]. La pubblicazione della lettera è stata annunciata oggi dal quotidiano britannico The Times. 

La lettera è stata scritta subito dopo il recente lancio del sito web Archives of Baha’i Persecution in Iran (il link è fornito in calce a questo scritto), che raccoglie migliaia di documenti ufficiali, rapporti, testimonianze e materiali audiovisivi che rivelano prove inconfutabili dell’implacabile persecuzione. Il nuovo sito è stato creato per venire incontro alla crescente attenzione, all’interno e all’esterno dell’Iran, verso la persecuzione dei baha’i iraniani e per aiutare gli interessati a comprenderne l’entità e le dimensioni. 

In passato il signor Larijani ha spudoratamente negato che i baha’i siano perseguitati in Iran. La lettera firmata oggi cita, ad esempio, la falsa dichiarazione di Larijani nell’ottobre 2014 in occasione della Revisione periodica universale dell’Iran da parte dell’ONU, durante la quale egli ha affermato che i baha’i iraniani «sono trattati secondo il cosiddetto contratto di cittadinanza» e «godono di tutti i privilegi di cui gode qualsiasi cittadino iraniano». 

«Ma i documenti che si trovano nel nuovo sito web dicono tutt’altro», afferma la lettera. Attingendo al corpo delle prove presenti nel sito, i firmatari chiedono al signor Larijani di «assicurare la giustizia, di esaminare il sito web e di riconsiderare … le sue precedenti dichiarazioni». 

Le informazioni disponibili nell’archivio del sito web evidenziano una vasta gamma di violazioni da parte delle autorità iraniane, documentando discriminazioni, arresti e reclusioni, esecuzioni capitali, oppressione economica, negazione dell’istruzione, atti di distruzione e di violenza e incitamento all’odio perseguiti in modo sistematico. 

La lettera ricorda al signor Larijani che la Costituzione iraniana esige che il governo e i musulmani «trattino le persone non musulmane che si comportano bene secondo equità e secondo la giustizia islamica e ne rispettino i diritti umani». La lettera chiede esplicitamente: «… come possa il rifiuto di far accedere all’università migliaia di giovani essere considerato equo. Come si può rispettate la giustizia islamica quando ci si sforza di escludere un’intera comunità dalla partecipazione alla vita economica del proprio paese?». 

«Questa schiera così eterogenea di personalità di spicco che intercede per i baha’i in Iran è molto commovente», ha commentato Diane Ala’i, rappresentante della Baha’i International Community presso le Nazioni Unite a Ginevra. «Speriamo che molte persone leggano attentamente il contenuto di questo nuovo sito e si facciano rispettosamente sentire in modo che le autorità iraniane tengano in debito conto le istanze di giustizia e verità e prendano provvedimenti concreti per porre fine all’annosa sistematica persecuzione dei baha’i in Iran».  

I coautori della lettera aperta provengono da Brasile, Canada, Germania, India, Regno Unito, Stati Uniti e Sudafrica. Ulteriori informazioni sono disponibili su www.bic.org 

Per leggere la storia in inglese online o visualizzare altre foto, si vada a http://news.bahai.org/story/1236/ 

Per l’Archive of Baha’i Persecutuions si vada a https://iranbahaipersecution.bic.org/ 

Per alter notizie sulla Revisione periodica universale dell’Iran sia vada a http://news.bahai.org/story/1045/  

 

5 febbraio 2018

Sua Eccellenza Mohammad Javad Larijani

Segretario generale dellAlto Consiglio per i diritti umani in Iran

 

Vostra Eccellenza,  

Le scriviamo nella Sua qualità di capo dell’Alto Consiglio per i diritti umani in Iran, la branca della magistratura iraniana che, secondo la Costituzione iraniana, «protegge i diritti personali e sociali ed è responsabile dell’attuazione della giustizia». 

Come forse saprà, è da quarant’anni che i bahá’í in Iran, la più grande minoranza religiosa non musulmana del Suo paese, stanno subendo continue persecuzioni e discriminazioni per la sola ragione di credere nella propria fede. In questo periodo, centinaia di documenti, inclusi documenti governativi, sono stati portati all’attenzione delle Nazioni Unite (ONU) e di altre organizzazioni internazionali che hanno suffragato questa continua persecuzione. È stato recentemente aperto un sito web che fornisce, per la prima volta, un archivio pubblico di questi e di migliaia di altri resoconti, documenti e materiali audiovisivi che sono stati accumulati nel tempo. Intitolata Archives of Bahá’í Persecution in Iran, questa raccolta di documenti mostra chiaramente le dimensioni di questa ingiusta, inarrestabile e sistematica oppressione contro una minoranza religiosa. Fornisce anche documenti contemporanei che comprovano questa persecuzione e che contrastano nettamente con le continue smentite delle autorità iraniane. 

Prendiamo atto, ad esempio, che nell’ottobre 2014, durante la valutazione della situazione iraniana per quanto riguarda i diritti umani in base alla Revisione periodica universale delle Nazioni Unite, Lei ha risposto quanto segue in risposta alle domande poste da numerosi Stati preoccupati per la persecuzione in corso contro i bahá’í: «I bahá’í sono [una] minoranza in Iran … sono trattati secondo il cosiddetto contratto di cittadinanza. Quindi, in base a questo contratto di cittadinanza, godono di tutti i privilegi di cui gode qualsiasi cittadino iraniano». Ha inoltre affermato che «sono persone molto benestanti» e che: «Hanno professori all’università. Hanno studenti all’università. Quindi godono di tutti i possibili privilegi». 

Ma i documenti  che troviamo sul nuovo sito web dicono tutt’altro. Un verdetto emesso dal Dipartimento di Giustizia del governo in merito all’omicidio di un bahá’í afferma che «poiché la vittima era bahá’í al momento dell’incidente… e poiché il pagamento del prezzo del sangue [diyeh] è legalmente applicabile solo ai musulmani», l’imputato è assolto dalle accuse. Una lettera ufficiale dell’Ufficio generale del Dipartimento dell’Istruzione di Teheran indirizzata a una studentessa delle scuole medie afferma che «era una studentessa molto educata», ma è stata espulsa «in conformità con le disposizioni della Costituzione della Repubblica islamica perché è una seguace della setta bahá’í». Una lettera dell’Ufficio degli Affari generali dell’educazione dell’Università di Isfahan indirizzata a una studentessa afferma che, essendo «una seguace della setta bahá’í», ella «non è autorizzata a proseguire gli studi». Una lettera della Corte di giustizia amministrativa indirizzata a un disabile lo informa che è stato «licenziato dal lavoro a causa della sua appartenenza alla setta bahá’í», che l’erogazione della sua pensione è stata interrotta e che le sue ulteriori lamentele presentate alla corte sono «ritenute non valide e respinte». Una lettera del Ministero della Pubblica Istruzione indirizzata a una delle sue dipendenti afferma che è «licenziata dal servizio nel [Ministero] dell’Educazione» e le si ingiunge «di restituire tutti gli stipendi ricevuti» poiché è «affiliata alla setta bahá’í che è illegale». 

Eccellenza,  

Innumerevoli altri documenti rivelano altre violazioni dei diritti umani dei bahá’í come: reclusioni ed esecuzioni capitali; confische e distruzioni di cimiteri bahá’í e riesumazione di salme bahá’í; espulsioni di artisti e atleti bahá’í; attacchi e incendi di case e chiusure di piccoli negozi bahá’í. Tutto questo dimostra che i bahá’í sono stati trattati in modo ingiusto da quelle stesse istituzioni governative che hanno l’obbligo legale di difenderli. 

L’articolo 14 della Costituzione iraniana afferma che «il governo della Repubblica islamica dell’Iran e i musulmani sono tenuti a trattare le persone non musulmane che si comportano bene, secondo equità e secondo la giustizia islamica e devono rispettarne i diritti umani». Chiediamo come possa il rifiuto di far accedere all’università migliaia di giovani essere considerato equo? Come si può rispettate la giustizia islamica quando ci si sforza di escludere un’intera comunità dalla partecipazione alla vita economica del proprio paese? Come si possono rispettare i diritti umani quando persone innocenti vengono arbitrariamente arrestate, torturate e imprigionate per molti anni; o quando sono legalmente private del diritto di chiedere giustizia per i crimini commessi contro di loro e quando se ne lasciano impuniti i perpetratori? 

Questa persecuzione, questo trattamento discriminatorio sono violazioni del diritto internazionale, nonché di diversi trattati sottoscritti dall’Iran, come il Patto internazionale sui diritti civili e politici (ICCPR) e il Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali (ICESCR) . Ad esempio, l’articolo 26 dell’ICCPR afferma che «Tutte le persone sono uguali davanti alla legge e hanno diritto senza alcuna discriminazione a un’eguale protezione da parte della legge». Aggiunge inoltre che «la legge proibisce ogni discriminazione e garantisce a tutte le persone la stessa efficace protezione contro la discriminazione di qualsiasi tipo, razza, colore, genere, lingua, religione, opinioni politiche o di altro tipo, origine nazionale o sociale, proprietà, nascita o altro status». 

La persecuzione dei bahá’í da parte della Repubblica islamica dell’Iran è una violazione degli obblighi dell’Iran a livello nazionale e internazionale. La documentazione fornita negli Archivi dimostra la sistematicità di questa persecuzione e rivela la sua portata e la sua diffusione in tutte le regioni dell’Iran e il suo impatto sui bahá’í di ogni ceto sociale. 

Alla luce dei commenti di cui sopra, Le chiediamo rispettosamente, nella Sua veste di funzionario incaricato di garantire la giustizia, di esaminare il sito web e di riconsiderare le Sue dichiarazioni precedenti. In questo modo, confidiamo che Lei arrivi ad accettare e a comprendere meglio le dimensioni della persecuzione sponsorizzata dallo stato contro i bahá’í in Iran. La esortiamo inoltre a prendere provvedimenti immediati e decisivi per garantire che le disposizioni dei criteri internazionali sui diritti umani, così come quelle sancite dal sistema legale iraniano, siano applicate integralmente a tutti i sudditi nella Sua giurisdizione, senza discriminazioni. 

Cordialmente,

 

Abdullahi Ahmed An-Na’im

Charles Howard Candler

Professore di diritto

Scuola di diritto della Emory University

 

Mehrsa Baradaran

Decano associato per le iniziative strategiche

Professore associato di diritto (J. Alton Hosch)

Scuola di diritto dell’Università della Georgia

 

Upendra Baxi

Professore emerito di diritto dello sviluppo

Università di Warwick

 

Kirsty Brimelow QC

Avvocato internazionale per i diritti umani

Doughty Street Chambers

Presidente della Commissione per i diritti umani dell’Inghilterra e del Galles

 

Khaled Abou El Fadl

Professore di diritto (Omar e Azmeralda Alfi)

Vicepresidente del programma di studi islamici

Università della California, Los Angeles

Scuola di diritto

 

Lord Anthony Gifford QC

Doughty Street Chambers

Socio anziano

Gifford Thompson & Bright

 

Richard Goldstone

Giudice in pensione della Corte costituzionale del Sudafrica

Primo procuratore capo del Tribunale penale internazionale dell’ONU per l’ex Jugoslavia e il Ruanda

 

Claudio Grossman

Professore di diritto, decano emerito

Esperto di diritto internazionale e umanitario (Raymond I. Geraldson)

Washington College of Law dell’Università americana

 

Christof Heyns

Professore di diritto dei diritti umani

Direttore dell’Istituto per il diritto internazionale e comparato in Africa

Università di Pretoria

 

Cora Hoexter

Professoressa di diritto

Scuola di diritto dell’Università Witwatersrand

 

Baronessa Helena Ann Kennedy QC

Baronessa Kennedy di The Shaws

Giudice del braccio britannico della Commissione internazionale dei giuristi

Direttrice del Mansfield College di Oxford

 

Karim A. A. Khan QC

Avvocato internazionale per i diritti umani

Temple Garden Chambers

Ex consulente legale dell’Ufficio del Procuratore nei Tribunali penali internazionali delle Nazioni Unite per l’ex Jugoslavia e il Ruanda

 

Piet Meiring

Professore emerito di teologia

Università di Pretoria

Ex membro della commissione per la verità e la riconciliazione in Sudafrica

 

Juan E. Mendez

Professore di Diritto dei diritti umani alla residenza

Washington College of Law

Ex relatore speciale delle Nazioni Unite sulla tortura

 

Sir Geoffrey Nice QC

Professore di diritto

Gresham College

Ex Procuratore delle Nazioni Unite presso il Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia

 

Michael J. Perry

Robert W. Woodruff Professore di diritto

Scuola di diritto dell’Emory University

 

Niels Petersen

Professore di diritto pubblico,

Università di diritto internazionale ed europeo di Münster

 

Catherine Powell

Professoressa di diritto

Scuola di diritto Fordham

 

René Provost

Professore di diritto

Centro per i diritti umani e il pluralismo legale

McGill University

 

Jaya Ramji-Nogales

Decano associato per gli affari accademici

Professore di ricerca I. Herman Stern

Temple University, Scuola di diritto Beasley

 

Ingo Wolfgang Sarlet

Professore di diritto costituzionale

Pontificia Università Cattolica

Giudice della Corte di appello statale del Rio Grande do Sul

 

Soli Sorabjee

Senior Advocate

Corte Suprema dell’India

Ex Procuratore generale per l’India

 

Patrick Thornberry CMG

Professore emerito di diritto internazionale

Keele University

Ex membro del comitato delle Nazioni Unite per l’eliminazione della discriminazione razziale

 

Hildebrando Tadeu Valadares

Ambasciatore in pensione del Brasile

 

Johan D. van der Vyver

Professore di diritto internazionale e diritti umani (I. T. Cohen)

Scuola di diritto della Emory University