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In Iran ed in Egitto i Bahá’í sono perseguitati, a tutt’oggi l’Iran è ancora ricca fonte di martiri della Fede.

Forzata chiusura di negozi in Iran su una scala senza precedenti

7 novembre 2016, (BWNS) — Oltre cento aziende appartenenti a baha’i in varie città dell’Iran, tra cui Sari, Ghaemshahr e Bandar Abbas, sono state chiuse dalle autorità iraniane dopo che avevano temporaneamente sospeso le attività per osservare le Festività baha’i del 1° e del 2 novembre.

Questa deplorevole azione è avvenuta nonostante le recenti dichiarazioni del Relatore speciale dell’ONU della libertà di religione e credenza e del Relatore speciale dell’ONU per l’Iran, di eminenti avvocati iraniani (come Andy-Karim Lahidji e Shirin Ebadi) e la richiesta rivolta dalla Baha’i International Community al Presidente dell’Iran per fare cessare questa oppressione economica.

Una recente lettera inviata dalla Baha’i International Community al Presidente iraniano spiega che la chiusure delle aziende baha’i è una delle molte tattiche impiegate dalle autorità nel loro apartheid economico contro i baha’i in Iran. Altri mezzi comprendono la categorica interdizione di almeno tre generazioni di baha’i dall’accesso ai posti governativi, l’esclusione dal lavoro nelle imprese parzialmente o totalmente sotto la direzione del governo, il rifiuto di concedere licenze di lavoro privato e l’esclusione dalla formazione universitaria formale.

«La chiusura di così tante aziende dimostra la vacuità delle affermazioni del governo iraniano il quale assicura che la comunità baha’i non è discriminata», ha detto Bani Dugal, la principale rappresentante della Baha’i International Community. «Invitiamo la comunità internazionale a denunciare queste azioni ingiuste e a raccomandare al governo iraniano di prendere immediate, visibili e sostanziali misure per modificare questa situazione», ha aggiunto.

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Assassinato un baha’i in Iran — vittima dell’odio religioso

NEW YORK, 26 ottobre 2016, (BWNS) — Con un terribile atto di violenza, un baha’i è stato pugnalato a morte da due uomini che hanno ammesso di averlo aggredito a causa delle sue convinzioni religiose.

Farhang Amiri, 63 anni, è stato assassinato davanti alla sua abitazione il 26 settembre 2016 nella città di Yazd, Iran, dove abitava da molto tempo con la sua famiglia.

La notte precedente, due giovani si sono recati presso la residenza del signor Amiri con il pretesto di voler acquistare il suo furgone. Il signor Amiri non era in casa. Suo figlio, che li ha accolti alla porta, è rimasto sorpreso e ha detto di non essere a conoscenza del fatto che suo padre intendesse vendere il veicolo. Ma i due uomini hanno insistito. Quando ha chiesto il loro recapito, si sono scusati e se ne sono andati.

La sera dell’omicidio, gli stessi due individui sono ritornati, hanno incontrato il signor Amiri e lo hanno aggredito violentemente davanti alla sua abitazione. Sentendo le sue urla, un membro della famiglia, che è stato poi raggiunto da molte altre persone, è accorso e lo ha trovato gravemente ferito da coltellate multiple al petto.

Poco dopo l’attacco, alcuni negozianti locali hanno bloccato un uomo che si allontanava correndo dalla scena del misfatto e lo hanno consegnato alla polizia. È stato catturato anche il secondo colpevole.

Interrogati dalla polizia davanti a testimoni, i due sospetti hanno ammesso di aver ucciso il signor Amiri con un coltello che avevano appositamente portato con sé. Quando è stato chiesto il loro movente, uno dei sospetti ha risposto di aver ucciso il signor Malmiri, perché sapeva che egli era baha’i.

«Questo atroce atto è la conseguenza di uno sforzo di lunga data, sistematicamente compiuto dalle autorità iraniane per incoraggiare l’odio e il fanatismo contro i baha’i», ha detto la signora Bani Dugal, il principale rappresentante della Baha’i International Community presso le Nazioni Unite.

«Nella sola città di Yazd, ci sono stati molteplici atti di persecuzione negli anni passati, decine di arresti e detenzioni illeciti e decine di incursioni su abitazioni e uffici baha’i», ha detto la signora Dugal.

Questo non è il primo episodio persecutorio contro la famiglia del signor Amiri. L’anno scorso gli uffici e le abitazioni dei figli del signor Amiri sono stati perquisiti da agenti governativi che hanno confiscato computer, telefoni e altri oggetti.

Inoltre, agli inizi di agosto di quest’anno un credente della cittadina è stato informato da agenti del governo durante un interrogatorio che si sapeva che in città c’erano persone che avevano espresso l’intenzione di uccidere i baha’i.

«La Baha’i International Community è indignata per l’omicidio del signor Amiri», ha detto la signora Dugal, «ed è profondamente preoccupata per la continua e incessante persecuzione dei baha’i in Iran che fa da sfondo a questi atti di violenza».

La signora Dugal ha fatto notare che la propaganda di odio contro i baha’i nei media ufficiali iraniani si è recentemente intensificata. In un suo nuovo rapporto, la Baha’i International Community dice che nei tre anni ci sono stati più di 20.000 casi.

La signora Dugal ha commentato che il signor Amiri, che faceva l’autista e il contadino, viveva una vita modesta e onorevole.

«I suoi vicini lo conoscevano per la gentilezza, la dolcezza, la saggezza e l’umiltà», ha detto. «Andava d’accordo con tutti. Il suo ambiente familiare era caratterizzato da amore e tenerezza ed egli incoraggiava i suoi quattro figli a essere onesti e affidabili».

La signora Dugal ha anche dichiarato che il governo iraniano deve garantire che la causa della giustizia non sia ostacolata da considerazioni di affiliazione religiosa.

«Gli iraniani dalla mente aperta e la comunità internazionale sono ora ansiosi di vedere come si farà giustizia e si chiedono se l’incitamento e la prevalente atmosfera che rendono possibili atti così odiosi finiranno», ha detto la signora Dugal.

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La BIC si appella al Presidente Rouhani per porre fine alla sistematica oppressione economica

New York, 6 settembre 2016, (BWNS) – La Baha’i International Community si è appellata al Presidente dell’Iran, dottor Hassan Rouhani, affinché ponga fine alla grave oppressione economica imposta ai baha’i di quel Paese.

L’appello è contenuto in una lettera inviata al presidente Rouhani che mostra come, fin dall’inizio della Rivoluzione islamica nel 1979, i baha’i in Iran siano stati oggetto di molti atti continuativi di persecuzione, inclusa una spietata campagna di strangolamento economico che continua a tutt’oggi e non dà segno di miglioramento con la sua elezione.

La lettera firmata da Bani Dugal, rappresentante principale della Baha’i International Community presso le Nazioni Unite, attira l’attenzione sulla totale contraddizione tra le dichiarazioni del governo iraniano relative a giustizia economica, uguaglianza per tutti e riduzione della disoccupazione, da un canto, e gli implacabili sforzi per impoverire un settore dei propri cittadini, dall’altro.

La lettera sottolinea i modi in cui questa campagna economica è stata intrapresa contro i baha’i secondo una linea premeditata: espulsione dei dipendenti nel settore pubblico; gravi limiti nel settore privato; esclusione da una vasta gamma di commerci e professioni con l’offensivo pretesto di essere religiosamente «impuri»; confisca di patrimoni; azioni di disturbo nel campo degli affari e chiusura di negozi. Quando un baha’i è arbitrariamente arrestato, l’imposizione di alte somme per la cauzione per la libertà provvisoria ha un grave effetto economico sulla comunità.

Oltre a tutto ciò, la lettera fa riferimento all’impatto economico dell’oppressione sui giovani baha’i: artisti, atleti e studenti. «Le conseguenze economiche derivanti dalla negazione ai giovani baha’i dell’opportunità di sviluppare i loro talenti, che sono dono di Dio, sono notevolmente più pesanti di molte altre forme di oppressione», afferma la lettera.

La lettera, definisce questa sistematica discriminazione un «apartheid economico» e chiede esplicitamente al Presidente: «Come può un governo decidere deliberatamente di impoverire un settore della propria società? Come giustificheranno ciò che hanno fatto i responsabili delle conseguenze finanziarie, sociali e psicologiche di queste discriminazioni? Quale criterio religioso o civile sancisce un’esclusione calcolata di una popolazione dalla partecipazione alla vita economica del proprio Paese? Come si può continuare a parlare di costruzione di una società giusta e progredita davanti a tale sistematica ingiustizia?».

La lettera si appella al presidente Rouhani perché riveda urgentemente la situazione dei baha’i e ponga rimedio alla situazione.

Recentemente un commovente e potente documentario prodotto da alcune persone in Iran, che descrive la terribile sofferenza economica dei baha’i, ha attirato l’attenzione dei media. Amnesty International ha presentato il documentario nella sua pagina di face book.

Si veda la relazione speciale sull’oppressione dei baha’i di Iran pubblicata in inglese nel 2015 dalla Baha’i International Community:

https://www.bic.org/sites/default/files/pdf/their-progress-and-devlopment-are-blocked.pdf

 

Siamo tutti baha’i — lo spirito di solidarietà cresce a dismisura

Sana’a, Yemen, 23 agosto 2016, (BWNS) — Una straordinaria ondata di sostegno da parte di organizzazioni e di persone ha acceso la speranza nel cuore dei baha’i dello Yemen dopo i recenti arresti nel Paese. Inoltre si è visto fino a che punto la spinta baha’i verso la costruzione dell’unità ha trovato una risposta in tante persone nel Paese e in tutta la regione. Una dichiarazione di sostegno apre con questa energica affermazione di solidarietà: «Siamo tutti baha’i». 

Il 10 agosto, soldati armati e mascherati hanno fatto irruzione durante un incontro educativo organizzato congiuntamente dalla Fondazione per lo sviluppo Nida e dalla comunità baha’i dello Yemen sul tema valorizzazione morale e servizio. Più di sessanta partecipanti sono stati arrestati, tra i quali c’erano anche bambini e giovani. La metà erano baha’i e si ritiene che in questo momento una quindicina di loro siano ancora in carcere, comprese alcune giovani madri. 

Ma il raid ha suscitato una risposta senza precedenti da parte dei cittadini e della società civile. Una capillare copertura da parte dei media della regione —televisione, Internet e stampa — ha evidenziato l’impegno costruttivo della comunità baha’i e l’infondatezza e l’illogicità degli arresti. 

Due dei principali quotidiani pan-arabi — Al-Arab e Al Quds Al-Arabi — hanno ampiamente raccontato l’evento. Tra le innumerevoli altre fonti di notizie che hanno pubblicato storie sul tema vi sono Al Morasel, Al Modon, Akhbar Al Khaleej, Gulf Eyes [gli occhi del Golfo], Al Masdar, Mosnad News, Savone Adan e Yemen Shabab. 

«Perché arrestare un pacifico gruppo di baha’i quando il paese è pieno di trafficanti d’armi, di bande, di fomentatori, di sabotatori, di spie e di terroristi in agguato? Con quale coraggio si arresta un gruppo di bambini e giovani indifesi, quando lo Yemen è pieno di migliaia di assassini, ladri, criminali, bande e milizie armate religiose?», chiede lo scrittore Sadiq Al-Qadi in un articolo su Al-Morasel News intitolato «Per amore della fede, della nazione e dell’umanità: liberate i baha’i». 

«Che cosa ci guadagna il Paese perseguitando un gruppo che crede nell’obbedienza al proprio paese? Che cosa ci guadagna arrestando persone che considerano il lavoro un atto di preghiera e che si sforzano di servire la comunità?», prosegue l’articolo. 

La Fondazione Nida e la comunità baha’i dello Yemen si occupano di programmi per la valorizzazione dei giovani affinché si orientino verso lo sviluppo sociale, morale e intellettuale della società in modo pratico. Entrambi hanno lavorato anche per migliorare la condizione delle donne e promuovere il concetto di parità e, in particolare, l’educazione delle bambine. Inoltre, la Fondazione Nida ha discusso con i capi tribali le profonde implicazioni della pace, della riconciliazione e della co-esistenza in quella società dilaniata dalla guerra. 

Anche alcuni capi tribali e concittadini di varia provenienza hanno espresso il loro sostegno. Ad esempio, il sito del «The People of the Quran [Il popolo del Corano]» — un ordine religioso musulmano chiamato anche i Qurani, che conta milioni di seguaci in tutta la regione araba — ha evidenziato la natura pacifica del raduno educativo. Il sito ha dichiarato che l’evento si è svolto «in un’atmosfera di amore e fedeltà verso lo Yemen: un programma pieno di entusiasmo, determinazione e altruismo per servire la causa della pace e della convivenza, della costruzione della comunità e dell’unità tra i figli del Paese. 

«Siamo tutti baha’i!» incomincia la loro affermazione. 

«Se volete diffondere un’ideologia, mettetela in pratica! Questo riassume l’esperienza umana di qualsiasi nuovo modo di pensare», prosegue la dichiarazione.

 

L’ufficio regionale di Amnesty International ha rilasciato una dichiarazione che condanna le azioni del governo. «Gli arresti arbitrari di alcuni baha’i i quali non hanno fatto nient’altro che partecipare a un pacifico evento della comunità è completamente ingiustificabile. È solo l’ultimo esempio della persecuzione delle fedi minoritarie da parte delle autorità», ha detto Magdalena Mughrabi, vicedirettrice dell’organizzazione del Programma per il Nord Africa e il Medio Oriente.

 

Anche i social media hanno pubblicato numerosi messaggi e i sostenitori dei baha’i hanno pubblicato molti hashtag, alcuni in inglese e altri in arabo, #Free_Bahais; #Free_Bahai_Mothers; #Freedom_For_Bahais. Molti hashtag di questo tipo parlano degli arresti ed evidenziano la nobiltà del carattere e delle finalità dei baha’i.

 

Molte dichiarazioni di sostegno hanno trattato temi analoghi, vale a dire l’importanza delle attività dei baha’i per il miglioramento dello Yemen in un momento di estremo bisogno di sforzi costruttivi. Così travolgente e diffusa è stata la reazione della società yemenita a sostegno dei detenuti che alcuni si sono chiesti chi potrebbero essere i veri istigatori di questo incidente.

 

L’ufficio della Baha’i International Community presso le Nazioni Unite a New York ha rilasciato una dichiarazione fornendo i dettagli degli arresti.

 

Uno degli interventi più forti è stato fatto da Arwa Othman, fino a poco fa ministro nel governo dello Yemen e ora attivista dei diritti umani. La signora Othman ha scritto: «Sicurezza nazionale: quale funzione hai oggi? Il paese è incendiato dalla guerra e voi avete dimenticato i vostri doveri e avete fatto irruzione in un incontro educativo per la gioventù che aveva lo stesso obiettivo dei testi di educazione civica che i vostri bambini studiano a scuola.

 

La dichiarazione prosegue dicendo: «I bambini, i giovani e le donne che avete arrestato non sono nemici ai quali si deve dichiarare guerra e che bisogna arrestare, violando i loro diritti — soprattutto quelli dei bambini. Quali prove avete trovato tra i ritagli di carta e i pastelli che sia stato commesso un crimine?».

 

Mettendo in evidenza il contrasto con i veri problemi della regione, la signora Othman ha dichiarato: «Quale minaccia vi ha spinti a entrare dell’edificio di una comunità come se ospitasse una cellula terroristica che stesse minacciando la sicurezza pubblica e la sovranità del Paese? Quali campi militari avete scoperto nei ricordi dei bambini, delle donne e degli adolescenti? Quali cellule dormienti di sedizione religiosa e settaria, all’opera per l’interesse dei nemici dello Yemen, avete trovato in quegli ambienti civilizzati?».

 

Infine, riferendosi alle donne che erano state arrestate, ha scritto: «Che cosa vi è successo che le avete arrestate? I loro figli soffrono per la loro perdita! Alcuni di quei bambini sono neonati! Cosa è successo a voi e al vostro onore, Sicurezza nazionale”?».

Altre voci dai paesi islamici chiedono all’Iran di smettere di perseguitare i baha’i

DHAKA, 17 luglio 2016, (BWNS) — Un gruppo di avvocati del Bangladesh si è unito al crescente numero di intellettuali, leader religiosi e professionisti musulmani di tutto il mondo che chiedono di porre fine alla persecuzione dei baha’i in Iran. 

In una lettera del 29 maggio 2016, firmata da una dozzina di «professionisti del diritto del Bangladesh», il gruppo afferma che desidera «esprimere la… [sua] condanna del governo dell’Iran per aver arrestato i baha’i, tra cui sette dirigenti, solo a causa del loro credo religioso e per averli messi in prigione senza alcun ricorso a un tribunale». 

La lettera prosegue dicendo: «Che i baha’i siano una comunità pacifica e la più numerosa minoranza dell’Iran e siano sottoposti a un programma premeditato di ostilità da parte del governo che ha chiuso loro le porte di tutte le opportunità socio-economiche come posti di lavoro, istruzione e sicurezza è contrario alle norme di qualsiasi società civilizzata e assolutamente inaccettabile!». 

Il gruppo conclude chiedendo l’immediata liberazione dei sette dirigenti baha’i imprigionati. Esorta inoltre l’Iran a fermare la sua campagna di propaganda anti baha’i. 

I dodici avvocati del Bangladeshi si aggiunge a un crescente numero di capi religiosi, studiosi e attivisti dei diritti umani musulmani di tutto il mondo che hanno deciso di parlare pubblicamente contro la recente persecuzione sistematica dei baha’i da parte dell’Iran. 

Nel mese di maggio, ad esempio, cinque studiosi religiosi iraniani hanno pubblicato una dichiarazione che denuncia l’oppressione dei baha’i da parte dell’Iran e chiede tolleranza nei confronti di coloro che hanno un credo diverso. 

Abdolali Bazargan, Hasan Fereshtian, Mohsen Kadivar, Sedigheh Vasmaghi e Hasan Yousefi-Eshkevari hanno osservato che, come afferma Iran Press Watch, i «seguaci della religione baha’i sono stati oppressi a causa della loro religione e delle loro credenze per decenni». 

«La critica e il rifiuto delle credenze di una setta o di una religione non possono giustificare la violenza e la tirannia contro i suoi seguaci», hanno detto i cinque studiosi, aggiungendo che «l’Islam sostiene la libertà di religione e di credo. Molti versetti del Corano affermano questo importante concetto». 

Anche altri capi religiosi musulmani hanno incominciato a lanciare analoghi appelli alla tolleranza verso i baha’i. 

L’azione dell’ayatollah Tehrani, che ha anche offerto ai baha’i del mondo un’opera di calligrafia miniata con una frase tratta dagli scritti di Baha’u’llah, invocando la convivenza religiosa con i baha’i, è stata elogiata da molti leader religiosi musulmani. 

Fra questi c’è il dottor. Ghaleb Bencheikh, un teologo musulmano assai rispettato e ben noto in Francia per la sua promozione di attività interreligiose che nel 2014 ha condannato la persecuzione dei baha’i da parte dell’Iran dicendo che essa avviene «nel disprezzo del diritto» ed è «un intollerabile scandalo». 

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