Archivi categoria: Domande e risposte sulla Fede bahai

In questa categoria si potranno fare tutte le domande lecite sulla Fede bahà’ì, sulle attività della comunità e quanto è possa essere interessante chiedere.

Quando i giovani bahai insegnano…

Ieri è arrivato il Visi: “oggi è il mio primo compleanno bahai, mi sono dichiarato giusto un anno fa”. Eccolo lì: è sempre capace di sorprendermi quel ragazzo!

Che si fosse dichiarato il 27 maggio, me l’ero ricordato (cosa già notevole, vista la mia scarsa propensione per le date) qualche giorno fa, ma… non vi avevo dato peso, al punto che non l’ho segnato sul mio calendario di Office. Io, ad es., mi sono dichiarato nell’aprile del ’72 ma, il giorno esatto, non me lo sono mai ricordato. Fa niente, tanti auguri, ed il Visi: “ci vediamo dopo cena”. Torna regolarmente dopo cena con una torta e, sorpresa, c’era uno strudel nel forno per festeggiarlo. In breve: abbiamo festeggiato un compleanno vero e proprio anche se, data l’improvvisata, è stato un po’ sottotono e senza regali di sorta.

Questo giovane bahai ha compreso qualcosa di fondamentale, facendolo in modo da sorprendere anche noi “vecchi”: il vero compleanno, è quello della nostra nascita spirituale, la data della nostra dichiarazione bahai. E’ questo il compleanno che dovremmo festeggiare in pompa magna, perchè è ancora più importante di quello della nostra nascita fisica.

Grazie Visi ed, ancora una volta, BUON COMPLEANNO!

Caramente Claudio Malvezzi

IL TEMPO

SALVE A TUTTIIIIIII!!!

Come va? Ho un po’ di tempo libero dallo studio e il resto e,… a proposito di TEMPO, voglio condividere con voi un mio piccolo pensiero…
Non sapete quanto mi abbia fatto bene e abbia imparato dalla conferenza di Abano. Fino a poco tempo fa ero molto ansiosa, volevo organizzare ogni minuto e pensavo di non farcela mai in tempo a fare tutto. Ora, invece, quando ho queste difficoltà, mi risuona nella mente un concetto tanto ripetuto durante la conferenza e su cui non mi ero mai soffermata prima: “IL TEMPO NON è NOSTRO, IL TEMPO APPARTIENE A DIO”.

Il giorno d’oggi pensiamo davvero di poter controllare il tempo, ma ora a me basta pensare a questa affermazione per svolgere le cose con serenità e fede,… E poi di solito hanno un risultato anche più soddisfacente!

Con affetto,
Tania

Tania e l’handicap

Questo è un tema che io, Tania, ho fatto all’età di 13 anni.

Il 2003 è l’anno della disabilità. Il mondo dei diversamente abili è solo un mondo di problemi o anche un mondo di risorse? Che cosa ti piacerebbe venisse realizzato per rendere migliore la loro vita?

Sono una ragazza di 13 anni affetta fin dalla nascita da una malattia che colpisce tutti i muscoli del corpo e che si chiama appunto Distrofia muscolare.
Ripensandomi da piccola riesco a conservare un ricordo sereno della mia vita fino ad una certa età, l’età in cui maturando, come tutti gli altri bambini, mi sono resa conto sia della mia malattia, ma ancor di più:
grazie alla discriminazione sociale che nella società civile ancora esiste, della mia diversità;
grazie alla continua presenza di barriere architettoniche, della mia disabilità;
grazie alla in applicazione delle leggi in materia ho sentito di essere considerata spesso solo un peso della società.
Ecco lì è iniziato il periodo della consapevolezza di tutto il mio dramma; ero una bambina che quotidianamente doveva lottare contro tutti i problemi della sua malattia, contro la voglia di correre, saltare, giocare….sudare che si faceva sempre più prepotente; ma sembra perfido, anche contro la mentalità della gente, l’ambiente, le istituzioni che invece di venirti incontro ti impongono di fare di più, di dare di più per dimostrare che esisti come persona e ad un certo puto ti rendi conto che non sei tu il loro problema ma sono loro che te ne accollano tanti da renderti la vita più difficile.
Ricordo, infatti, che mentre gli altri bambini andavano a scuola tranquillamente ed i loro genitori potevano tranquillamente tornare ai loro impegni, i miei genitori dovevano farsi in quattro affinché io avessi l’insegnante di sostegno, affinché anch’io avessi la sedia a scuola, affinché si provvedesse allo scivolo per entrare a scuola, affinché grazie al montascale potessi seguire anch’io le lezioni al piano superiore. Ecco, questi sono solo pochi esempi di come è assurda la situazione in generale. In Italia sono 2.800.000 i diversamente abili e il nostro Paese invece di prepararsi in tutti i sensi all’accoglienza di uno di essi, aspetta che il soggetto diversamente abile arrivi magari davanti all’entrata della scuola dove si era iscritto nove mesi prima, impotente ad entrare mentre assiste sconcertato ad un’agitazione totale di tutti come se si fosse in uno stato d’emergenza; e così hai la brutta sensazione che con la tua presenza hai creato uno scompiglio e ti chiedi: ma non sapevano già che io esistevo?
Eppure ho notato che per le feste comandate, per addobbare le nostre belle città, i comuni si anticipano anche di due mesi e mezzo! Basterebbe fare uguale!
Vedere i miei genitori lottare per i miei diritti mi ha provocato una sensazione di rabbia ma anche di paura, perché tutto ciò mi fa sentire ancora più debole e svantaggiata rispetto agli altri e mi fa convincere sempre più dell’esistenza di una brutta realtà: che, se non hai una persona forte al tuo fianco, non vedrai rispettare i tuoi più elementari diritti. E pensando a coloro che non hanno più nessuno al loro fianco, io ringrazio Dio che ci sono persone, associazioni, istituzioni che portano avanti una battaglia che è sempre più difficile, come se dovessimo scontare la colpa di essere disabili.
Ho letto su qualche rivista scientifica che la nuova generazione ha un livello d’intelligenza superiore a quelle del passato, eppure io penso che la nostra società ha un grandissimo handicap perché non riesce a capire il senso fondamentale della vita e cioè: nulla è sicuro!
Una malattia non colpisce perché te la sei meritata, e neanche perché si è voluto dividere il genere umano in due parti: quelli sani e quelli disabili! Basterebbe capire che chiunque di quelli sani ha la probabilità di ritrovarsi dal lato opposto e certo non per sua scelta , basta davvero un secondo e ti ritrovi a far parte del mondo dei disabili che forse un secondo prima neanche vedevi.
Questo è l’anno europeo del disabile! Era l’occasione per rendere migliore la loro vita, ma a quanto pare è stato fatto ben poco, addirittura la maggior parte della gente non è nemmeno a conoscenza. Che cosa mi piacerebbe fosse realizzato? Potrei dire: vorrei veder applicate le leggi in materia (quelle italiane sono le migliori) fino in fondo, con scrupolosità e non per dare il contentino; vorrei che potessimo attraversare anche noi la strada e magari sarebbe lecito farlo sulle strisce pedonali; poter entrare nei negozi e girarci dentro con la sedia senza intoppare gli scaffali; potermi avvicinare con la sedia a qualsiasi tavolino di un bar e di un ristorante; poter andare ad un museo senza dover chiedere la grazia per arrivare all’ufficio del custode che dovrà attivare il montascale, sperando che funzioni; poter finalmente  veder il film che mi piace e non quello che è proiettato in quella sola sala accessibile; mi piacerebbe entrare nei magazzini con le porte scorrevoli e non aspettare che qualcuno di buona volontà ti regga quel quintale di porta per farti passare;  vorrei poter prendere il treno, la nave, l’aereo senza sentirmi un imballo da caricare a braccia perché non si trovano le chivi del sollevatore o perché quel treno, nave, aereo non è stato adattato; vorrei poter scegliere a gennaio ‘indirizzo scolastico che mi piace di più e non quello per me più adatto; vorrei che la mia presenza ovunque vada sia anonima come per tutti e non motivo di curiosità varie.
Penso che la scuola debba avere un ruolo importante nel sensibilizzare fin da piccoli le persone al rispetto, all’uguaglianza e alla tolleranza indipendentemente dalla razza, dal ceto sociale, ecc., ed affiancare questa che io chiamo educazione sociale alle altre materie, per non ritrovarci in futuro in un mondo di gente che ha molta cultura ma anche tanto egoismo.
Queste sono le risorse a cui tutti noi dovremmo attingere, perché non siamo macchine e il solo valore dei soldi, della carriera, di arrivare sempre primi ci fa dimenticare che siamo esseri umani bisognosi soprattutto di amore e rispetto.
Il mondo dei diversamente abili è un mondo di risorse che va oltre l’aspetto prettamente consumistico e produttivo, e che certa gente non le vede perché non vuole vedere, perché se le vedesse si sentirebbe più piccola, perché se ci conoscesse davvero si accorgerebbe che in quella persona poco considerata c’è un coraggio da leoni per affrontare un dolore che gli altri nemmeno immaginano, un cuore grande per riuscire a sorridere a chi è più fortunato di noi e non ci accetta, una fede grande che ci dà una continua speranza, una dignità senza pari perché anche se per alzare un bicchiere di carta facciamo più fatica di chi sorregge 100 Kg cerchiamo comunque di farlo da soli.
La lista comunque delle cose da fare sarebbe troppo lunga ed è troppo scontato che lo dica io, forse se ognuno di noi provasse a sedersi su una sedia a rotelle, se qualcuno chiudesse gli occhi per qualche minuto; qualcun altro si tappasse le orecchie e o la bocca….penso che tutti saprebbero veramente cosa fare.

Tania POLIDORO – III B

I bahai e gli aiuti umanitari

Ma come… i bahai non fanno beneficenza? E’ una domanda che spesso mi sono sentito rivolgere ed alla quale ho sempre risposto, come sempre, con la verità: “i bahai NON fanno beneficenza!”. L’interlocutore, manco a dirlo, resta perlomeno perplesso ma, il più delle volte, addiritture scandalizzato.

La filosofia bahai è alquanto semplice, soprattutto verso i paesi del terzo mondo: non ti regalo da mangiare, t’insegno un lavoro e così potrai procurartelo da solo. E’ una filosofia che ha dato i suoi frutti. In Africa ci sono interi villaggi bahai che sono “benestanti” se paragonati ai loro vicini non bahai. Non ci sono stati miracoli in verità: si è applicato semplicemente il principio bahai della “parità di diritti fra uomo e donna” più l’insegnamento di alcune regole semplici di agricoltura, tutte applicabili con attrezzi poveri, come vanga e badile. Gli uomini, contrariamente all’uso locale, hanno imparato ad aiutare le donne nella coltivazione del terreno e nello scavare fossi per irrigarlo… ed il miracolo è stato fatto!

Pare che gli aiuti umanitari realizzino il contrario, almeno secondo l’economista keniota Professor Shikwati che, in un articolo de “Il Giornale“, recita così: “«Chi vuole aiutare l’Africa non deve darle soldi». James Shikwati ha 36 anni ed è considerato uno dei più brillanti economisti africani. È cresciuto in Kenya e sei anni fa ha creato a Nairobi l’Istituto Inter Region Economic Network. Le sue tesi sono un pugno nello stomaco. Quasi un’eresia. Lui parla di rivoluzione copernicana del problema Africa. Meno carità e più responsabilità. Anzi, più libertà. ”

Personalmente, concordo con lui

Caramente   Malvezzi Claudio

I bahai e l’handicap: la storia di Shay

Un amico mi ha mandato questo racconto (di una storia vera), decisamente toccante. Ve lo ripropongo integralmente:

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Ad una cena di beneficenza per una scuola che cura bambini con problemi di apprendimento, il padre di uno degli studenti fece un discorso che non sarebbe mai più stato dimenticato da nessuno dei presenti. Dopo aver lodato la scuola ed il suo eccellente staff, egli pose una domanda:
 
‘Quando non viene raggiunta da interferenze esterne, la natura fa il suo lavoro con perfezione. Purtroppo mio figlio Shay non può imparare le cose nel modo in cui lo fanno gli altri bambini. Non può comprendere profondamente le cose come gli altri. Dov’è il naturale ordine delle cose quando si tratta di mio figlio?’
 
Il pubblico alla domanda si fece silenzioso.
 
Il padre continuò: ‘Penso che quando viene al mondo un bambino come Shay, handicappato fisicamente e mentalmente, si presenta la grande opportunità di realizzare la natura umana e avviene nel modo in cui le altre persone trattano quel bambino.’
 
A quel punto cominciò a narrare una storia:
 
Shay e suo padre passeggiavano nei pressi di un parco dove Shay sapeva che c’erano bambini che giocavano a baseball.
Shay chiese: ‘Pensi che quei ragazzi mi faranno giocare?’ Il padre di Shay sapeva che la maggior parte di loro non avrebbe voluto in squadra un giocatore come Shay, ma sapeva anche che se gli fosse stato permesso di giocare, questo avrebbe dato a suo figlio la speranza di poter essere accettato dagli altri a discapito del suo handicap, cosa di cui Shay aveva immensamente bisogno.
 
Il padre si Shay si avvicinò ad uno dei ragazzi sul campo e chiese (non aspettandosi molto) se suo figlio potesse giocare.
Il ragazzo si guardò intorno in cerca di consenso e disse: ‘Stiamo perdendo di sei punti e il gioco è all’ottavo inning.

Penso che possa entrare nella squadra: lo faremo entrare nel nono’Shay entrò nella panchina della squadra e con un sorriso enorme, si mise su la maglia del team.
Il padre guardò la scena con le lacrime agli occhi e con un senso di calore nel petto.
I ragazzi videro la gioia del padre all’idea che il figlio fosse accettato dagli altri.
Alla fine dell’ottavo inning, la squadra di Shay prese alcuni punti ma era sempre indietro di tre punti.
All’inizio del nono inning Shay indossò il guanto ed entrò in campo.
Anche se nessun tiro arrivò nella sua direzione, lui era in estasi solo all’idea di giocare in un campo da baseball e con un enorme sorriso che andava da orecchio ad orecchio salutava suo padre sugli spalti.
Alla fine del nono inning la squadra di Shay segnò un nuovo punto: ora, con due out e le basi cariche si poteva anche pensare di vincere e Shay era incaricato di essere il prossimo alla battuta.
A questo punto, avrebbero lasciato battere Shay anche se significava perdere la partita?
Incredibilmente lo lasciarono battere.
Tutti sapevano che era una cosa impossibile per Shay che non sapeva nemmeno tenere in mano la mazza, tantomeno colpire una palla.
In ogni caso, come Shay si mise alla battuta, il lanciatore, capendo che la squadra stava rinunciando alla vittoria in cambio di quel magico momento per Shay, si avvicinò di qualche passo e tirò la palla così piano e mirando perché Shay potesse prenderla con la mazza.
Il primo tirò arrivò a destinazione e Shay dondolò goffamente mancando la palla.
Di nuovo il tiratore si avvicinò di qualche passo per tirare dolcemente la palla a Shay.
Come il tiro lo raggiunse Shay dondolò e questa volta colpì la palla che ritornò lentamente verso il tiratore.
Ma il gioco non era ancora finito.
A quel punto il battitore andò a raccogliere la palla: avrebbe potuto darla all’ uomo in prima base e Shay sarebbe stato eliminato e la partita sarebbe finita.
Invece…
Il tiratore lanciò la palla di molto oltre l’uomo in prima base e in modo che nessun altro della squadra potesse raccoglierla.
Tutti dagli spalti e tutti i componenti delle due squadre incominciarono a gridare: ‘Shay
corri in prima base! Corri in prima base!’
Mai Shay in tutta la sua vita aveva corso così lontano, ma lo fece e così raggiunse la prima base.
Raggiunse la prima base con occhi spalancati dall’emozione.
A quel punto tutti urlarono:’ Corri fino alla seconda base!’
Prendendo fiato Shay corse fino alla seconda trafelato.
Nel momento in cui Shay arrivò alla seconda base la squadra avversaria aveva ormai recuperato la palla..
Il ragazzo più piccolo di età che aveva ripreso la palla quindi sapeva di poter vincere e diventare l’eroe della partita, avrebbe potuto tirare la palla all’uomo in seconda base ma fece come il tiratore prima di lui, la lanciò intenzionalmente molto oltre l’uomo in terza base e in modo che nessun altro della squadra potesse raccoglierla.
Tutti urlavano: ‘Bravo Shay, vai così! Ora corri!’
Shay raggiunse la terza base perché un ragazzo del team avversario lo raggiunse e lo aiutò girandolo nella direzione giusta.
Nel momento in cui Shay raggiunse la terza base tutti urlavano di gioia.
A quel punto tutti gridarono:’ Corri in prima, torna in base!!!!’
E così fece: da solo tornò in prima base, dove tutti lo sollevarono in aria e ne fecero l’eroe della partita.
‘Quel giorno’ disse il padre piangendo ‘i ragazzi di entrambe le squadre hanno aiutato a portare in questo mondo un grande dono di vero amore ed umanità’.
Shay non è vissuto fino all’estate successiva.
E’ morto l’inverno dopo ma non si è mai più dimenticato di essere l’eroe della partita e di aver reso orgoglioso e felice suo padre… non dimenticò mai l’abbraccio di sua madre quando tornato a casa le raccontò di aver giocato e vinto.
 

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L’amico concludeva, in breve, lamentando che internet non si interessi facilmente di storie del genere e di quanto il mondo sarebbe migliore se amassimo di più chi è “meno fortunato” di noi…

Ma… le cose, stanno veramente così?

Permettetemi di citare due esperienze personali che, fra le tante sull’argomento, mi hanno particolarmente toccato.

Oltre quarant’anni fa, ancor giovane adolescente, avevo (come solo chi è adolescente può avere) l’aspirazione di “salvare il mondo”. Eccomi allora volontario CRI, in ogni momento del mio tempo libero… Una  volta, andammo a prendere i bambini alla “Casa del Sole”, una scuola situata in un luogo ameno, che si occupa di bambini con particolari problemi. Dovevamo accompagnarli in città, nel luogo dove i loro genitori sarebbero venuti a prenderli. Un tragitto di mezz’ora dove io, dovevo semplicemente tener loro compagnia… Fu un’esperienza quasi allucinante, per me… Davano amore in modo totale ed incondizionato, anche a me, che ero loro quasi sconosciuto. Non siamo abituati al troppo amore: loro, non avevano limiti nel darlo. Non andai più alla Casa del Sole anche se, la scusa ufficiale, era che non ci fu più l’occasione.

Qualche anno fa, vicini a Natale, stavo uscendo dal cimitero per prendere la mia moto ed avviarmi verso casa. Mi precedeva una bambina che aveva movimenti “spastici”… gli stessi suoi occhi soffrivano di strabismo. Notai come fosse “imbacuccata” da Polo Nord (con tanto di orsi polari)… Odiai la nonna che l’accompagnava: conciare una bimba in quel modo, sapeva di crimini contro l’umanità. La stessa sciarpa, sembrava un capestro, tanto era stretta. Appena usciti, mentre mi mettevo il casco, la bambina si voltò di scatto verso di me e, guardandomi dritto negli occhi, mi chiese: “ma perchè cammini in quel modo?”. Notai il trasecolare della nonna (ai limiti dell’infarto, credo) ed il fatto che la bimba avesse movimenti assolutamente normali… mancava pure lo strabismo. Beh… ho una gamba amputata e l’altra è semiparalizzata… Non disse nulla… continuai io: colpa di un camionista ubriaco che me le ha falciate. “Mi spiace”, disse… “Beh, mica è colpa tua e poi, è successo tanto di quel tempo fa, che non ci penso più”. La bambina sorrise, quindi conclusi: “ti ringrazio di essere stata gentile con me (si era interessata alle mie condizioni anche se le ero perfettamente sconosciuto) e ti faccio tanti auguri di Buon Natale e Buon Anno”. Ci stringemmo la mano e ci salutammo… La nonna? Ricominciò a respirare!

Io ho un personalissimo tarlo: e se chi noi consideriamo portatore di handicap, altro non fosse che un angelo venuto a “prenderci le misure”? Che ci crediate o no, questo è il mio primo sentimento, quando incontro esseri umani considerati come handicappati.

Sta di fatto che la Fede bahai non fa differenze fra portatore di handicap e chi non lo è: tutti devono lavorare indistintamente, in base alle loro capacità e possibilità. Tanto mi basta perchè questo mio “tarlo”, non riesca a scomparire.

 

Caramente   Claudio Malvezzi