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Conferenza intergovernativa di Marrakech

Una vista della conferenza di Marrakech

MARRAKECH, Marocco, 19 dicembre 2018, (BWNS) – Oltre 250 milioni di persone hanno lasciato il paese d’origine alla ricerca di un futuro vivibile altrove – alcuni perché non avevano altra scelta se non quella di fuggire dalla guerra, dalla violenza e dalla persecuzione, altri costretti a partire per ragioni come la privazione economica o il degrado ambientale. Per affrontare questo crescente movimento di popolazioni, i leader mondiali si sono riuniti la settimana scorsa in una storica conferenza durante la quale 164 nazioni hanno adottato il primo accordo globale delle Nazioni Unite su un approccio comune in tema di migrazione internazionale.

«Aver compreso le cause più profonde della migrazione internazionale sta costringendo tutti noi a guardare come sono organizzati gli affari di una società sempre più globalizzata», dice la rappresentante della Baha’i International Community (BIC) Simin Fahandej, che ha partecipato al convegno il 10 e l’11 dicembre a Marrakech, Marocco. «Questo accordo ha portato i paesi del mondo verso una conversazione globale su un problema che è stato affrontato principalmente a livello nazionale o regionale».

Negli ultimi cinque anni, la comunità baha’i ha partecipato a forum nazionali e internazionali sul tema della migrazione. Ha lavorato con diversi attori sociali per comprendere meglio le cause più profonde delle migrazioni forzate, il loro impatto sulla società e le idee che possono aiutare l’umanità a fare un passo avanti nell’affrontare questo problema mediante la consultazione e la collaborazione.

«Sembra inevitabile che i movimenti derivanti da circostanze inumane e intollerabili continueranno ad aumentare a meno che non ci sia uno sforzo ampio e concertato per affrontare le cause che li producono», spiega la signora Fahandej. «Il Patto globale per le migrazioni mette in evidenza che molti membri della comunità internazionale hanno la volontà di esaminare in profondità alcune di quelle cause e di incominciare a porsi domande: quali sono le attuali strutture, sistemi e atteggiamenti che stanno perpetuando la condizioni che obbligano milioni di persone ad abbandonare la terra in cui sono nate? Come possiamo aspettarci un sostanziale mutamento nel movimento delle popolazioni se le strutture che favoriscono la disuguaglianza e la guerra non cambiano?».

I rappresentanti della BIC hanno anche notato che i leader comprendono che le sfide globali devono essere affrontate collettivamente, ma l’esatta natura dei problemi nelle diverse regioni del mondo varia.

«Ciò li ha portati a discutere le responsabilità delle diverse regioni», aggiunge Rachel Bayani, che ha partecipato al convegno a nome dell’Ufficio della BIC di Bruxelles. «Alcuni avrebbero bisogno di riflettere su come le loro politiche – sul commercio, sugli investimenti, sull’ambiente, per citarne alcune – inavvertitamente influenzano le condizioni socio-economiche dei paesi di origine. Altri devono riflettere su come potrebbero risolvere le condizioni che nei rispettivi paesi stanno costringendo la propria gente a partire».

Una dichiarazione che la BIC ha rilasciato prima del convegno [trascritta in calce] ribadisce la necessità di un’attenzione globale alla migrazione e di «un approccio a lungo termine» che «richiede una conversazione di vasta portata, multi-dimensionale, spassionata e informata sul tema della migrazione».

La dichiarazione sostiene «che la conversazione non può evitare di esaminare le strutture sociali, economiche e politiche, dei sistemi e degli atteggiamenti sui quali l’ordine attuale si basa e che lo perpetuano. Essa deve includere un’autentica riflessione su come questo ordine possa essere riprogettato per garantire una risposta adeguata alle esigenze delle masse della popolazione del mondo che vivono in situazioni di guerra, povertà e oppressione. Ma prima di ogni altra cosa, deve basarsi sulla comprensione dell’indiscutibile interconnessione delle nostre società e sul dato di fatto che la vita collettiva dell’umanità soffre quando qualsiasi suo gruppo pensi al proprio benessere a prescindere da quello dei suoi vicini».

L’idea del convegno è nata nel 2016 di settembre quando l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha deciso all’unanimità di preparare un accordo globale sulla migrazione e di incontrarsi questo mese per adottare il testo. Il processo non è stato senza sfide. Una trentina di Stati membri dell’ONU si sono in seguito ritirati dall’accordo.

Il Patto globale, di 34 pagine, è una dichiarazione non vincolante, che intende assicurare una vita di sicurezza e dignità ai migranti e gestire meglio il movimento delle popolazioni. L’accordo comprende 23 obiettivi per «una migrazione sicura, ordinata e regolare», come per esempio: ridurre al minimo i fattori negativi e i fattori strutturali che costringono le persone a lasciare il loro Paese d’origine, gestire le frontiere internazionali, eliminare tutte le forme di discriminazione e promuovere un discorso pubblico basato sui fatti che modelli le percezioni della migrazione e rafforzi la cooperazione internazionale.

Durante tutto l’evento, molti capi di governo hanno ribadito l’esigenza di affrontare e risolvere le sfide poste alle nazioni dalla migrazione internazionale. «Dobbiamo anche affrontare i fattori e i risultati della migrazione irregolare», ha spiegato il presidente Julius Maada Bio della Sierra Leone.

Il cancelliere tedesco Angela Merkel ha elogiato il patto per la sua attenzione ai «fondamenti della cooperazione internazionale». Ha aggiunto che «la globalizzazione, se vogliamo darle un volto umano, può solo essere modellata in un modo così umano che tutti i paesi su questo pianeta abbiano eque e pari opportunità di sviluppo».

Circa 3200 persone hanno partecipato al convegno, con rappresentanti di oltre 150 paesi.

Ecco un link ufficiale per il testo Patto globale per una migrazione sicura, ordinata e regolare in inglese: http://undocs.org/A/CONF.231/3

Non esiste ancora una traduzione ufficiale in italiano. Si può trovare una traduzione ufficiosa della bozza finale dell’11 luglio 2018 qui:
http://www.giuseppebrescia.it/wp-content/uploads/2018/12/Patto-globale_IT.pdf

Il movimento delle popolazioni visto nel contesto più ampio della vita collettiva dell’umanità
Conferenza intergovernativa sul Patto globale sulla migrazione
Marrakech, Marocco – 10 dicembre 2018

Il movimento delle popolazioni ha permesso alle civiltà, nel corso dei secoli, di entrare in contatto con le idee e i progressi di altri popoli e ha messo intere società nelle condizioni di poter emergere. Oggi, è uno dei mezzi che contribuisce a rafforzare i legami tra i popoli di diversa provenienza e un fondamentale catalizzatore della nascita di una comunità mondiale. Nella sua forma attuale, tuttavia, il movimento delle popolazioni, spesso spinto unicamente da un disperato bisogno di cercare altrove un futuro vivibile, sta mettendo in luce l’urgente necessità di rivedere il modo in cui l’umanità è organizzata.

Il Patto globale per una migrazione sicura, ordinata e regolare dell’11 luglio 2018 evidenzia la necessità di «ridurre al minimo i fattori negativi e i fattori strutturali che costringono le persone a lasciare il loro Paese d’origine» (obiettivo 2). In questa luce, non si può sopravvalutare l’importanza di considerare il movimento delle popolazioni nel più ampio contesto della vita collettiva dell’umanità e di vederlo come l’ennesimo sintomo di problemi molto più profondi e di più ampia portata.

Un numero senza precedenti di persone si è spostato in tutto il mondo dalle proprie case, per fuggire da guerre, violenze e persecuzioni e un crescente numero di migranti pensa di non avere altra scelta se non quella di lasciare stati fragili, privazioni economiche e degradi ambientali per cercare altrove una vita migliore. Nei luoghi in cui essi arrivano, questi movimenti hanno imposto un enorme sforzo ad alcuni paesi che, fragili anche loro, stanno sopportando, pur mal equipaggiati, la maggior parte delle persone dislocate. In altri paesi, essi hanno creato stress sociale e politico, generando discorsi di timore e pregiudizio. Alcuni governi, travolti dall’immediatezza delle sfide, si sentono costretti a rispondere adottando politiche restrittive o a guidare il loro popolo attraverso risposte affrettate e per lo più di breve durata.

Sta diventando sempre più evidente che quelle forme di mobilità, che sono prodotte dalla disperazione e da necessità di sopravvivenza, non possono essere oggetto solo di soluzioni politiche o umanitarie di ripiego, né possono essere affrontate adottando l’una o l’altra politica migratoria. Non si è mai più acutamente sentita la necessità di un approccio a lungo termine, che affronti le cause che danno origine a questi movimenti e li perpetuano.

Questo approccio a lungo termine richiede una conversazione sul tema della migrazione che sia di vasta portata, multi-dimensionale, spassionata e informata. Essa non può esimersi da un esame delle strutture sociali, economiche e politiche, dei sistemi e degli atteggiamenti sui quali l’ordine attuale si basa e che lo perpetuano. Deve includere un’autentica riflessione su come questo ordine possa essere riprogettato per garantire una risposta adeguata ai bisogni delle masse della popolazione del mondo che vivono in situazioni di guerra, povertà e oppressione. Ma prima di ogni altra cosa, deve basarsi sulla comprensione dell’indiscutibile interconnessione delle nostre società e sul dato di fatto che la vita collettiva dell’umanità soffre quando qualsiasi suo gruppo pensi al proprio benessere a prescindere da quello dei suoi vicini.

Le implicazioni sopra menzionate sono molto vaste e le ragioni che obbligano milioni di persone a muoversi sono molteplici e complesse. Prendiamo ad esempio la povertà, solo per citare uno dei fattori delle dislocazioni. Nessuna struttura che pretenda di occuparsi dei movimenti causati dalla mancanza di speranza in un futuro vivibile può evitare di prendere in esame le crescenti disparità economiche esistenti su scala globale, la produzione, la distribuzione e l’utilizzazione delle ricchezze, l’organizzazione delle materie prime del mondo o il coordinamento dei mercati. Dopo tutto, non sarebbe ragionevole aspettarsi di minimizzare i fattori della migrazione, trascurando di riesaminare i processi economici che lasciano ad alcuni paesi ben poche possibilità di prosperare.

La situazione che abbiamo descritto non sta solo rafforzando la disuguaglianza globale, ma sta anche alimentando molti dei conflitti contemporanei con la loro scia di milioni di rifugiati e sfollati. Si può solo quanto debba essere profonda e complessa qualunque conversazione intenda cercare di districarsi tra i vari fattori che causano la guerra, il terrorismo e la violenza perpetrata in nome della religione. Tutto ciò può sembrare insormontabile, ma nessun tentativo serio e responsabile di affrontare la situazione dei rifugiati può prescindere dalla questione più ampia di come arginare e superare i conflitti.

Queste sfide devono essere affrontate collettivamente da tutti, ma l’esatta natura dei problemi nelle diverse regioni del mondo varia. Alcuni devono riflettere sull’involontario effetto che le loro politiche, estere, commerciali, economiche o ambientali, hanno sulle condizioni socio-economiche nei paesi di origine. Altri devono vedere come possano sradicare, all’interno dei propri paesi, quelle abitudini e quei modelli che alimentano il conflitto, favoriscono l’impoverimento e lasciano i loro cittadini poveri ed esposti a influenze negative.

Il compito di riesaminare alcuni dei fondamenti del nostro ordine corrente potrebbe apparire insormontabile e poco realistico, ma se non gli si presterà la dovuta attenzione, non c’è ragione di aspettarsi che gli aspetti indesiderati del movimento delle popolazioni non subisca un ulteriore slancio e non divenga insostenibile in tutte le regioni del mondo. La supposizione che alcune regioni possano in un modo o nell’altro non essere interessate dall’arrivo di persone da altre regioni è una pia illusione.

La conversazione globale stimolata dal Patto globale e la consapevolezza collettiva che esso sta promuovendo dicono che la comunità internazionale sta incominciato ad acquisire la capacità di evitare di soccombere al superficiale assunto che l’ordine corrente non possa essere rivisitato. Esso fornisce una promettente occasione per accorgersi che il movimento delle popolazioni è intimamente connesso ai bisogni di un mondo sempre più intrecciato e per dare spazio a una più ampia consultazione sui bisogni di un’umanità che sta inevitabilmente muovendo verso la prossima tappa della sua vita collettiva.

Rilasciato ultimo membro dello Yaran incarcerato in Iran

Il Sig. Afif Naeimi con amici e familiari


 

BIC GINEVRA, 20 dicembre 2018, (BWNS) – L’ultimo membro dell’ex direttivo della comunità baha’i in Iran che si trovava ancora in carcere è stato rilasciato oggi dalla prigione dopo aver scontato un’ingiusta pena di 10 anni di prigione semplicemente per aver praticato la sua fede. Intanto i baha’i dell’Iran continuano ad affrontare giornalmente un’intensa persecuzione.

Afif Naeimi, 56 anni, è stato arrestato il 14 maggio 2008 e accusato, tra le altre falsità, di spionaggio, propaganda contro l’Iran e istituzione di amministrazione illegale. Il signor Naeimi assieme agli altri sei ex membri dello Yaran – un ente ad hoc incaricato di provvedere alle esigenze spirituali e materiali della comunità religiosa – ha affrontato quelle accuse più di un anno dopo l’arresto in un processo farsa che non aveva niente a che fare con un processo legale. Le autorità hanno condannato il signor Naeimi e gli altri ex membri dello Yaran a 10 anni in prigione.

Mentre si trovava in carcere, il signor Naeimi ha avuto gravi problemi di salute e spesso non ha ricevuto cure adeguate. Le autorità hanno preso la crudele decisione di non considerare come parte della sua condanna il breve periodo che il signor Naeimi, padre di due figli a Teheran, ha trascorso in ospedale per curarsi.

«Naturalmente siamo felici che il signor Naeimi sia stato rilasciato. Ma non possiamo assolutamente pesare che questo significhi un miglioramento della situazione dei baha’i iraniani», ha detto Diane Ala’i rappresentante della Baha’i International Community presso le Nazioni Unite. «La cruda realtà è che decine di baha’i sono ancora in carcere in Iran a causa delle loro convinzioni e altre decine di migliaia devono affrontare durissime persecuzioni, come l’impossibilità di accedere agli studi superiori, chiusure di negozi e molestie varie».

Negli ultimi mesi l’Assemblea generale delle Nazioni Unite, il Parlamento europeo, la Camera dei rappresentanti statunitensi e parlamentari australiani e svedesi hanno condannato le intense e sistematiche persecuzioni della comunità baha’i in Iran – come ripetuti arresti, sentenze arbitrarie e chiusure di negozi. Inoltre, sempre più numerosi sono gli iraniani che dentro e fuori l’Iran denunciano questa persecuzione. Proprio il mese scorso, un gruppo di intellettuali musulmani iraniani hanno condannato «la radicata e sistematica violazione dei diritti dei cittadini baha’i» che hanno definita «disumana e contraria agli obblighi religiosi e morali».

La lunga storia delle persecuzioni dei baha’i da parte dello stato iraniano è ben documentata. Il sito Web “Archivi della persecuzione baha’i in Iran” contiene migliaia di documenti ufficiali, di relazioni, di testimonianze, di foto e di video che mostrano una prova inconfutabile di questa implacabile persecuzione, come l’uccisione o l’esecuzione di più di 200 baha’i da parte della Rivoluzione iraniana del 1979. Il rapporto dell’ottobre 2016 «The Baha’i Question Revisited: Persecution and Resilience in Iran (La questione baha’i rivisitata: persecuzione e resilienza in Iran)» descrive la sistematica persecuzione dei baha’i da parte del governo iraniano.

Una risoluzione dell’ONU chiede la cessazione delle persecuzioni contro i baha’i in Iran

L’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha condannato l’Iran per le violazioni dei diritti umani in corso contro i baha’i e altri che subiscono gravi restrizioni della libertà di pensiero, di coscienza, di religione e di convinzione.

Lunedì, l’Assemblea generale ha approvato una risoluzione formulata il mese scorso dal suo Terzo Comitato che invita il governo iraniano a «liberare tutti i praticanti religiosi imprigionati per la loro appartenenza a un gruppo religioso minoritario riconosciuto o non riconosciuto o per attività da loro svolte per suo conto, compresi i dirigenti baha’i ancora imprigionati».

La comunità internazionale ha anche annotato nella risoluzione gli attacchi dell’Iran contro i luoghi di culto e i cimiteri baha’i e «altre violazioni dei diritti umani, tra cui molestie, intimidazioni, persecuzioni, arresti e detenzioni arbitrarie, negazione dell’accesso agli studi e incitamento all’odio che suscita violenze contro» i baha’i e altre minoranze religiose. Il voto è stato 84 contro 30, con 67 astensioni.

Il Vescovo di Mantova, mons. Marco Brusca, incontra la locale comunità baha’i

Domenica 9 dic. 2018 sala Isabella d’Este

Sento il desiderio di offrire agli amici alcune informazioni ed osservazioni sulla visita che il vescovo di Mantova, mons. Marco Busca, ha compiuto domenica scorsa alla nostra comunità riunita nella sala Isabella d’Este in via Giulio Romano. Era stato il vescovo stesso, circa due mesi fa, a sollecitare questa visita e, conscia dell’importanza storica dell’evento, l’Assemblea Spirituale Locale di Mantova si è subito attivata, nominando un comitato ad hoc composto da Chiara Perboni, Marzio Zambello e dal sottoscritto. Di grande ausilio si è dimostrata la collaborazione offerta all’Assemblea da parte di don Samuele Bignotti, responsabile della Curia vescovile per i rapporti interreligiosi.

   Il comitato si è riunito varie volte e con l’assistenza dei consigli dell’Assemblea Locale di Mantova e dopo lunghe e proficue consultazioni, ha stilato un programma che potesse essere all’altezza dell’evento. E’ stata chiesta anche l’assistenza di Guido Morisco, responsabile dell’Assemblea Spirituale Nazionale per i rapporti con il mondo esterno.

Alle fine, il programma prevedeva di lasciare più spazio possibile al vescovo, per cui si è deciso di non eccedere nella lettura di Scritti sacri bahá’í e di accorciare il discorso di benvenuto preparato e poi letto dal sottoscritto. Si è deciso altresì di formulare alcune domane da porsi al vescovo a nome di tutta la comunità. Programma e domande sono state previamente inoltrate per conoscenza al vescovo stesso. Poco prima dell’inizio dell’evento, Chiara Perboni avrebbe illustrato agli amici raccolti nella sala per la giornata di riflessione il programma previsto nonché un breve profilo biografico del vescovo.

   Come concordato, alle ore 18.00 precise di domenica 9 dicembre, mons. Brusca, accompagnato da don Bignotti, ha fatto il suo ingresso nella sala, accolto da circa una sessantina di credenti e da un gruppo di cattolici, amici della nostra comunità. Il fatto che indossasse le vesti acconce al suo rango testimoniava l’importanza che egli attribuiva all’incontro con i bahá’í. Dopo un breve cenno di benvenuto da parte di Nadia Cucè, presidente dell’Assemblea Spirituale Locale, Chiara Perboni e Gilberto Paletta hanno letto rispettivamente alcuni brani dagli Scritti di Bahá’u’lláh e la “Preghiera per tutta l’umanità” di ‘Abdu’l-Bahá. E’ seguito il discorso ufficiale baha’ì di benvenuto, che era basato sulla parafrasi di alcuni passi della Casa Universale di Giustizia tratti dalla “Promessa della pace mondiale” e dalla “Lettera ai capi religiosi” e che verteva essenzialmente su due punti: l’importanza della religione nella storia dell’umanità e il dialogo interreligioso propugnato dai nostri Scritti sacri. Non mancavano anche due citazioni cattoliche: un passo di un documento del Concilio Ecumenico Vaticano II e brani di una catechesi tenuta proprio da mons. Busca in Sant’Andrea l’anno scorso, riguardanti entrambi l’unità del genere umano.

   Prendendo la parola a sua volta, il vescovo ha esordito salutandoci così: “Cari amici bahá’í, amici della Grande Pace”. Cito qui uno di passi più significativi del suo discorso: “Le personalità religiose si contraddistinguono per la speranza nell’avvento di un Regno di pace basato sull’unità della famiglia umana. Questo Regno è spesso percepito secondo due dimensioni: la prima è la profondità e riguarda l’io interiore, dove, con l’aiuto di Dio, mettono radice i principi spirituali e che un’antropologia religiosa universale, spesso, chiama cuore; l’altra dimensione è l’ampiezza e riguarda l’io esteriore; possiamo chiamarla anche ‘socialità’ e si sviluppa in cerchi sempre più ampi e comprensivi della fratellanza universale, facendo leva sugli sforzi degli ‘operatori di pace’ e di tutti gli uomini virtuosi”.

   Verso la fine del suo discorso, il vescovo ha, senza dubbio intenzionalmente, ripreso questo duplice concetto leggendolo, questa volta, alla luce degli Scritti bahá’í. Ecco le sue precise parole: “Bahá’u’lláh insegna che «nell’inviare i Suoi Profeti agli uomini, Dio ha un duplice scopo, Il primo è quello di liberare i figli degli uomini dalle tenebre dell’ignoranza e di guidarli versola luce della vera comprensione. Il secondo è quello di assicurare la pace e la tranquillità dell’umanità provvedendo tutti i mezzi adeguati per poterla stabilire»”.

Un altro passo che ci è parso particolarmente significativo, in cui il vescovo ha citato un famoso brano di Bahá’u’lláh, è il seguente: “Le religioni dicono che l’evoluzione positiva del mondo è possibile perché guidata da Dio. Nei vostri scritti fondatori ho raccolto un’immagine molto bella che presenta Dio come «il Medico Onniscienteche ha le dita sul polso dell’umanità. Con la Sua infallibile saggezza identifica la malattia e prescrive il rimedio»”.

Dopo il discorso di mons. Busca, si sono avvicendati al microfono alcuni amici bahá’í che hanno espresso i sentimenti del loro cuore e alcuni concetti importanti quali quello dell’educazione dei bambini (Eleonora Violi). Ha concluso uno spontaneo intervento Graziella, una signora cattolica frequentatrice degli incontri devozionali.

   Infine, Nadia Cucè ha donato all’illustre ospite, a nome dell’intera comunità, una pubblicazione che riporta gli interventi di vari oratori nella sala stampa della Camera dei Deputati in occasione delle celebrazioni del bicentenario della nascita della Bellezza Benedetta. Poi ilvescovo si è a lungo e affettuosamente intrattenuto con i presenti, con lasemplicità e l’affabilità di cuore che gli sono note.

    Un segno della fiducia accordataci è il seguente: don Bignotti ha incaricato me di stilare su questo evento l’articolo che apparirà domenica prossima sul mensile cattolico mantovano “La Cittadella” (allegato al quotidiano “Avvenire”).

                                                                                           LuigiZuffada

Potrete trovare altre foto dell’incontro a questo link: foto

La BIC si unisce ad alcuni leader arabi nella promozione di alcune mete di sviluppo sostenibili

Delegati BIC al convegno

IL CAIRO,12 dicembre 2018, (BWNS)

Tra lecrescenti preoccupazioni nella regione per alcune gravi sfide – la fame, iconflitti armati, il degrado ambientale, i diritti umani e altro – alcuni leader arabi si sono riuniti nella capitale egiziana il mese scorso perpromuovere le Sustainable Development Goals (mete di sviluppo sostenibili, SDG)delle Nazioni Unite. Per la prima volta la comunità baha’i ha avuto unapresenza ufficiale in un apposito spazio convocato dalla Lega araba,un’organizzazione regionale di circa 20 nazioni del Nord Africa e del MedioOriente.

La seconda settimana araba per lo sviluppo sostenibile, che ha avuto luogo dal19 al 22 novembre, si è occupata degli sforzi compiuti nella regione araba per raggiungere entro l’anno 2030 i 17 obiettivi fra le mete globali per uno sviluppo sostenibile.

«I partecipanti a questo incontro hanno messo all’ordine del giorno la questione dello sviluppo sostenibile loro e hanno cercato di assicurare che tutti partecipassero», ha detto Solomon Belay, un rappresentante della Baha’i International Community (BIC) che ha presenziato all’incontro.

Il dottor Belay, dell’ufficio della BIC in Addis Abeba, era accompagnato da Shahnaz Jaberi da Bahrain e Hatem El-Hady dall’Egitto.

«Era importante che la comunità baha’i partecipasse a un forum nel quale diversi leader e portavoce regionali di alcuni stati arabi si sono trovati d’accordo sull’importante questione dello sviluppo sostenibile», ha spiegato il signor El-Hady.

I rappresentanti della BIC hanno osservato che i partecipanti conoscevano molto bene le mete di sviluppo sostenibili riguardanti le sfide specifiche della regione e avevano molte idee in proposito. Durante l’evento è stata distribuitala dichiarazione, Summoning Our Common Will: A Baha’i Contribution to the United Nations Global Development Agenda (Un appello alla nostra volontà comune: un contributo baha’i all’Agenda per lo sviluppo globale delle Nazioni Unite).

Nel riconoscere che il vertice è stato un grande passo avanti nella regione, la signora Jaberi ha evidenziato la necessità di ampliare la conversazione:  «Sembra che non ci si debba occupare solo dell’avanzamento tecnologico ed economico. Nelle nostre conversazioni durante tutto l’evento abbiamo sottolineato l’importanza dei valori morali e delle idee spirituali».

I rappresentanti baha’i hanno anche osservato che il convegno ha rafforzato le relazioni tra colleghi della regione. Oltre 120 diplomatici, funzionari governativi, rappresentanti di organizzazioni internazionali e regionali, imprese e accademici hanno partecipato all’evento. Fra i vari leader della regione araba, sono intervenuti il segretario generale della Lega araba Ahmed Aboul-Gheit e il primo ministro egiziano Mostafa Madbouly.