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Pionieristico attore centenario riflette sulla vita, sulla la fede e sul cambiamento

KENILWORTH, Regno Unito, 8 agosto 2017, (BWNS) — Quando nel 1939 il ventiduenne Earl Cameron è arrivato in Inghilterra dalle Bermuda, la maggior parte delle persone di origine caraibica che egli incontrava aveva difficoltà a trovare lavoro.

«Per una persona di colore era assolutamente impossibile ottenere qualsiasi tipo di lavoro», ricorda Cameron, che oggi compie 100 anni. «L’idea generale era che avrebbe dovuto ritornare in patria. Alcuni di loro erano veterani della Prima guerra mondiale, ma nemmeno loro riuscivano a trovare lavoro. Così stavano le cose».

«Oggi è diverso e io sono contento di essere venuto allora e di essere in grado ora di vedere alcuni dei meravigliosi cambiamenti che si sono verificati».

Nato nelle Bermuda, Cameron, che è diventato baha’i nel 1963, coglie l’occasione del suo centenario per riflettere sulla sua vita e sulla sua carriera di attore. E non si deve sottovalutare il suo ruolo nell’abbattimento della barriera del colore fra il pubblico britannico. Secondo Screenonline, la guida di storia del cinema e della televisione del British Film Institute: «Earl Cameron ha portato una ventata di aria fresca nelle antiquate descrizioni delle relazioni razziali tratteggiate dall’industria cinematografica britannica. Spesso scritturato come un sensibile outsider, Cameron ha dato ai suoi personaggi una grazia e un’autorità morale che spesso ha superato le compromesse agende liberali dei film».

La scoperta della Fede baha’i

Nei primi anni 1960 mentre continuava a lavorare, Cameron si è ritrovato alla ricerca di risposte agli interrogativi della vita. Era stato turbato dai giorni trascorsi nella Marina mercantile, quando aveva lavorato per cinque mesi su una nave diretta in India.

«Su questa nave c’erano zuffe quasi ogni giorno. Devo dire che erano un gruppo di marinai molto litigiosi! E poi ho visto Kolkata con tutti i suoi affamati nelle strade e mi chiedevo: “Perché? Perché il mondo è fatto così?”».

Cameron ha trovato una risposta alla sua domande da un vecchio amico delle Bermuda che aveva rincontrato a Londra. Il suo amico era baha’i.

«Ogni cosa mi affascinava», spiega Cameron. «Ma abbiamo discusso a lungo. Mi ci è voluto un po’ di tempo per capire la differenza tra un semplice essere umano eccezionale e quella che i baha’i chiamano Manifestazione di Dio. Quando finalmente ho capito, ho compreso la diversità di un Cristo, di un Muhammad o di un Baha’u’llah e da quel momento ho potuto accettare tutto quello che ho letto scritto da Baha’u’llah».

Fedele alle sue convinzioni baha’i, Cameron ha preso un’importante decisione di altro genere, trasferendosi con la famiglia nelle Isole Salomone per contribuire allo sviluppo della comunità baha’i in quel Paese. Quando 15 anni più tardi è ritornato nel Regno Unito, ha ripreso la carriera dove l’aveva lasciata. Continuando a lavorare ottantenne e novantenne, ha avuto un ruolo importante come leader africano controverso in The Interpreter (2005), interpretato da Nicole Kidman, e ha partecipato come comparsa al film The Queen (2006) con Dame Helen Mirren e Inception (2010).

Una svolta nel lavoro di attore

Due anni dopo il suo arrivo, stanco di svolgere lavori umili, Cameron ha avuto un colpo di fortuna: gli è stato chiesto di recitare in uno spettacolo di teatro musicale popolare, Chu Chin Chow, perché uno degli attori del cast non si era presentato al lavoro. La sua carriera è decollata e, per i successivi quattro decenni, il suo volto e la sua ricca voce dorata sono diventati un ben noto punto di riferimento sulle scene e poi sullo schermo.

«Ho capito che le parti per me erano pochissime», spiega Cameron. «Non mi sono illuso. Facevo teatro già da otto anni quando ho recitato nel mio primo film e sapevo che la parte era molto limitata. Ma ho capito anche allora quanto fossi fortunato ad avere quel primo film».

Quel film era Pool of London (1951), considerato innovativo nel suo impiego di un personaggio principale di colore e nella sua descrizione di una storia d’amore interraziale.

«È una parte meravigliosa», dice Cameron, «e ancora resta, penso, il miglior film nel quale ho lavorato. Era molto realistico e tipico dell’Inghilterra di quel tempo», ricorda.

Sono seguiti importanti drammi della televisione BBC che parlavano del razzismo, tra cui The Dark Man (1960), in cui Cameron ha interpretato un autista di taxi oggetto di pregiudizio nel suo posto di lavoro. Allo stesso tempo, è divenuto un volto familiare in molte serie televisive classiche dell’epoca, tra cui Doctor Who e The Prisoner. Ha impersonato anche, assieme a Sean Connery, Pinder, l’alleato caraibico di James Bond Pinder in Thunderball [Operazione tuono] (1965).

Una pellicola nella quale Cameron è particolarmente fiero di avere recitato è la messa in scena della storia del Profeta Muhammad, The Message (1976). Cameron ha interpretato il re di Abissinia, o Negus, che offrì precocemente rifugio ai musulmani ai tempi del Profeta. Il British Film Institute ha definito la sua performance una «comparsa di grande effetto».

«Come avrei potuto rifiutare una parte così bella?», dice sorridendo. Ma nonostante il successo personale di critica e di pubblico, i ruoli cinematografici per gli attori neri erano pochi e rari.

«Ho sempre dovuto aspettare mesi prima di ottenere un’altra parte. Ora le cose sono un po’ cambiate e ci sono molti brillanti attori neri. Ma in genere si deve andare a Hollywood per ottenere un riconoscimento».

A un certo punto della sua carriera, Cameron ha anche pensato di attraversare l’Atlantico e di cercare fortuna nei film americani. «Ma ero sposato con cinque figli», dice. «Mia moglie era bianca e io nero e la California non era un luogo molto accogliente per i matrimoni misti. Così ho pensato: “No, non ho intenzione di esporre la mia famiglia al tipo di razzismo che ho dovuto subire”. Così non ci ho più pensato».

«Ora posso dire di essere stato molto fortunato. Perché a quel tempo, so che sarei stato preso da quel modo di vivere. Così mi guardo indietro e ringrazio Dio per non essere andato a Hollywood».

Un contributo straordinario

Nell’ultimo decennio, Cameron ha ricevuto molti onori. Sua Maestà la regina Elisabetta II gli ha conferito l’alta onorificenza di comandante dell’ordine dell’Impero britannico (CBE) nell’elenco dei riconoscimenti del Capodanno 2009 e l’anno scorso è diventato il primo iscritto nella Hall of Fame della Screen Nation Foundation, che celebra le persone di origini afro-caraibiche che hanno offerto contributi straordinari all’arte cinematografica. È stato anche elogiato nelle Bermuda dove nel 2012 il Teatro principale di Hamilton è stato ribattezzato “The Earl Cameron Theater”. Spera di andarci in ottobre per una presentazione speciale.

Entrando nel suo undicesimo decennio, Earl Cameron è ancora molto vivace, desideroso di continuare a recitare e di partecipare alle attività della comunità baha’i.

«Abbiamo bisogno di renderci conto che Dio ha un piano per l’umanità e ciascuno di noi fa in qualche modo parte di quel piano», dice. «Dio ha un piano che questo mondo divenga un mondo di pace. L’immediato futuro sembra catastrofico. Con le attuali condizioni prevalenti, prima o poi l’umanità non avrà altra scelta fuorché ritornare alla guida di Dio».

«Non c’è un attimo della mia vita nel quale io non ringrazi Dio per la mia esistenza su questa terra e per aver trovato questa Fede meravigliosa. Se avessi vissuto un milione di volte ma non avessi trovato la Fede baha’i, sarei certamente vissuto invano».

 

 

 

Aung San Suu Kyi riunisce i capi religiosi di Myanmar

YANGON, Myanmar, 30 luglio 2017, (BWNS) — Ogni anno da decenni, il premio Nobel per la pace Daw Aung San Suu Kyi tiene una cerimonia commemorativa in onore dei nove politici, tra cui suo padre, che sono stati assassinati sei mesi prima che il Myanmar ottenesse l’indipendenza dalla Gran Bretagna. La cerimonia di quest’anno il 19 luglio coincideva con il settantesimo anniversario della morte del generale Aung San.

Originariamente incominciata dalla signora Aung San Suu Kyi e da sua madre, la cerimonia commemorativa annuale è diventata un importante spazio per unire diversi gruppi di preghiera e di pace nel corso degli anni.

Quest’anno, in un Myanmar per la maggior parte buddhista, la signora Aung San Suu Kyi ha cercato di riunire in particolare i gruppi religiosi minoritari, tra cui i leader religiosi baha’i, cristiani, indù, ebrei e musulmani. Durante la commemorazione, la signora ha parlato con entusiasmo della comunità baha’i e dei suoi insegnamenti sull’unità.

La signora Aung San Suu Kyi è da molto tempo nota per il suo impegno nella promozione della pace e nel 1991 è stata insignita del premio Nobel per la pace in riconoscimento della sua promozione della lotta non violenta per la democrazia e i diritti umani. Questo è avvenuto sullo sfondo dei conflitti civili ed etnici che hanno afflitto il Paese dalla metà del ’900, quando ha ottenuto l’indipendenza dopo oltre un secolo di colonizzazione. Per molti anni, il Myanmar ha attraversato un periodo di profonda transizione, aprendosi gradualmente al mondo.

«Aung San Suu Kyi ha capito che il ruolo dei leader religiosi è molto importante per ricostruire la nazione la pace e perciò ha organizzato una riunione di questo tipo», ha detto il vescovo ausiliare John Saw Yaw Han che ha partecipato all’evento, come riportato da ucanews.com.

Un altro partecipante U Saung Lwin Aung, un leader musulmano proveniente da Yangon, ha detto a UCA News che «il raduno di tutti i capi religiosi è molto importante perché nel Paese i discorsi di odio è stanno prendendo forza, quindi dobbiamo unirci mano nella mano per combatterli mediante discorsi d’amore».

«Poiché l’unità della razza umana e la necessità di eliminare tutte le forme di pregiudizio e di stabilire la pace sono tra i più importanti principi degli insegnamenti di Baha’u’llah, la ricerca della pace nel Myanmar è molto cara al cuore dei baha’i di questo Paese», ha detto U Myint Zaw Oo, un rappresentante della comunità baha’i riflettendo dopo la riunione sull’importanza della riunione di diversi leader religiosi in quella significativa occasione.

La comunità baha’i del Myanmar è una delle più antiche del mondo, risalendo al tempo di Baha’u’llah quando, nel 1878, due credenti presentarono gli Insegnamenti baha’i al popolo del Myanmar (che a quei tempi si chiamava Birmania). Da quel momento in poi, la neonata comunità crebbe rapidamente e si consolidò nel paese.

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Una persistente risposta pacifica all’ingiustizia

BIC Ginevra, 21 luglio 2017, (BWNS) — Trent’anni fa, la comunità baha’i in Iran ha intrapreso uno sforzo notevole. Dato che l’accesso all’istruzione formale era stato loro negato da parte delle autorità del Paese pur dopo numerosi appelli, i baha’i iraniani hanno creato un programma informale di istruzione superiore nelle cantine e nei salotti in tutto il paese con l’aiuto di professori e docenti universitari baha’i che erano stati licenziati a causa della loro fede. Questo programma è ora conosciuto come l’Istituto baha’i per l’istruzione superiore (BIHE).

Fin dalla sua nascita, il BIHE ha aiutato migliaia di persone, molte delle quali sono state accettate in un centinaio di università del mondo per proseguire gli studi universitari. Molti laureati della BIHE che completano i loro studi post-laurea all’estero torneranno in Iran per servire le loro comunità.

Grazie ai progressi della tecnologia, gli studenti del BIHE sono ora seguiti da professori di tutto il mondo. Coloro che offrono le loro competenze e conoscenze per l’educazione dei giovani baha’i in Iran possono verificare coi propri occhi gli alti ideali degli studenti e il loro impegno nel perseguimento del sapere.

«I baha’i rispondono all’ingiustizia senza soccombere alla rassegnazione o assumere le caratteristiche del loro oppressore», ha spiegato Diane Ala’i, rappresentante della Baha’i International Community presso le Nazioni Unite a Ginevra, citando una lettera della Casa Universale di Giustizia.

«Questa», ha detto, «è la definizione fondamentale della resilienza costruttiva».

«Naturalmente, i baha’i non sono gli unici che hanno risposto all’oppressione in modo non-violento e positivo, ma essi stanno trovando un modo diverso di farlo: cercano di fare la propria parte nel servire la loro comunità insieme con gli altri», ha detto la signora Ala’i.

Sebbene le autorità iraniane stiano facendo molti sforzi per compromettere il funzionamento del BIHE, attaccando centinaia di case baha’i e di uffici associati, confiscando materiali di studio e arrestando e imprigionando decine di docenti, il BIHE è cresciuto significativamente negli ultimi tre decenni. Esso si basa su una varietà di persone ben informate sia all’interno sia all’esterno dell’Iran pronte ad aiutare i giovani a studiare un crescente numero di temi di scienze, scienze sociali e arti. Nel complesso, il BIHE non solo è sopravvissuto per trent’anni, ma è cresciuto.

Studiare con il BIHE non è facile. Non essendo un’università pubblica, esso non dispone di finanziamenti e molti studenti svolgono lavori a tempo pieno. Spesso devono attraversare il paese per frequentare lezioni mensili a Teheran. A volte, gli studenti devono trasferirsi da una casa in un quartiere della città a un’altra a metà giornata, perché questi sono i soli spazi disponibili per le lezioni. Nonostante queste difficoltà logistiche, gli studenti raggiungono alti livelli accademici.

«Ho parlato con alcuni studenti del BIHE: mi hanno detto che quando un loro insegnante è stato arrestato e messo in prigione e tutti i materiali sono stati confiscati, essi si sono ugualmente riuniti per la classe», ha detto Salim Vaillancourt, il direttore della campagna L’educazione non è crimine, che si propone di far conoscere il problema della negazione dell’educazione ai baha’i in Iran. «Questi studenti hanno continuato a studiare insieme, pur non avendo un insegnante. Questo è stato il loro atteggiamento, che a loro non è sembrato ragguardevole. Hanno solo detto: questo è ciò che dobbiamo fare, perché avevamo preso un impegno».

L’istruzione universale è una credenza fondamentale della Fede baha’i e quando le autorità in Iran hanno cercato di negare agli studenti baha’i questo sacrosanto diritto, la comunità baha’i ha trovato una soluzione pacifica — senza mai rinunciare ai suoi ideali, senza mai arrendersi al suo oppressore e senza mai opporsi al governo. Per decenni, ha cercato soluzioni costruttive, una dimostrazione della sua antica resilienza.

In Iran, la persecuzione dei baha’i fa parte della politica ufficiale dello stato. Un memorandum del 1991 approvato dal Leader supremo dell’Iran Ayatollah Ali Khamenei afferma chiaramente che i baha’i «devono essere espulsi dalle università, tanto nell’atto dell’ammissione quanto nel corso degli studi, non appena si venga a sapere che sono baha’i».

I baha’i in Iran sono colpiti anche da altre forme di persecuzione. Una lettera aperta inviata il 6 settembre 2016 dalla BIC al Presidente dell’Iran richiama la sua attenzione sull’oppressione economica che i baha’i del paese devono sopportare. La lettera mette in evidenza la stridente contraddizione tra le dichiarazioni sostenute dal governo iraniano per quanto riguarda la giustizia economica, l’uguaglianza per tutti e la riduzione della disoccupazione da un lato e gli incessanti sforzi per impoverire una sezione dei suoi cittadini dall’altro.

«La comunità baha’i in Iran non intende lasciarsi inghiottire tranquillamente dalla notte. Non intende lasciarsi soffocare in questo modo», ha detto il signor Vaillancourt.

Un approccio decisamente non conflittuale all’oppressione caratterizza l’atteggiamento baha’i verso il cambiamento sociale. La risposta baha’i all’oppressione si basa sulla fede nell’unità del genere umano. Essa riconosce la necessità della coerenza tra la dimensione spirituale e quella materiale della vita. Si basa su una prospettiva a lungo termine caratterizzata da fede, pazienza e perseveranza. Richiede obbedienza alla legge e un impegno ad affrontare l’odio e la persecuzione con l’amore e con la gentilezza. In breve, la caratteristica fondamentale di questa posizione è la sua enfasi sul servizio per il benessere del prossimo.

«Penso che stiamo vedendo oggi nel mondo il crollo di comunità che nessuno avrebbe mai pensato potessero decadere così facilmente. Ci siamo resi conto che vivere fianco a fianco non è sufficiente. Abbiamo bisogno di vivere insieme e di conoscerci e il modo migliore per conoscerci è quello di incominciare a lavorare per il miglioramento della società», ha detto la signora Ala’i.

«Mentre i baha’i in Iran incominciavano a comportarsi in questo modo, altri iraniani hanno imparato a conoscerli e a capire che molto di ciò che avevano sentito dire di loro da parte del governo e del clero era una menzogna. Mentre si inserivano maggiormente nella vita delle comunità in cui vivono, i baha’i hanno visto un enorme cambiamento dell’atteggiamento degli altri iraniani verso di loro».

La risposta baha’i all’oppressione non è oppositiva, ma si propone di raggiungere più alti livelli di unità. Non auspica solo l’azione collettiva, ma anche la trasformazione interiore.

Questa strategia è consapevolmente impiegata dalla comunità baha’i. Superando la tendenza a reagire all’oppressione, alla guerra o alle calamità naturali con l’apatia e la rabbia, la risposta dei baha’i contrappone alla disumanità la pazienza, all’inganno la sincerità, alla crudeltà la buona volontà e persegue un’azione a lungo termine, utile e produttiva.

L’Istituto baha’i per l’istruzione superiore racchiude in sé tutti questi elementi.

«Il BIHE è un’impresa straordinaria», ha commentato il signor Vaillancourt. «Potrebbe essere la forma meno conosciuta, più longeva e di maggior successo di risposta pacifica all’oppressione che la storia abbia mai visto. Esso è il miglior esempio che conosco di questo particolare atteggiamento baha’i di reagire alle persecuzioni o alle provocazioni del nostro tempo, cercando di mantenere un atteggiamento, una postura e una risposta di resilienza costruttiva».

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Il futuro dell’Europa è legato a quello del mondo, dice la BIC

Bruxelles, 18 luglio 2017, (BWNS) — «Il futuro dell’Europa è intrinsecamente legato al futuro della comunità globale», ha dichiarato l’Ufficio di Bruxelles della Baha’i International Community (BIC) in un incontro presso il Parlamento europeo il 27 giugno.

Il dialogo ad alto livello ha riunito responsabili politici e capi religiosi per discutere la direzione che l’Europa dovrebbe prendere nel prossimo decennio.

Un primo incontro presso il Parlamento europeo e un secondo il 7 luglio presso la Commissione europea sono seguiti al sessantesimo anniversario del Trattato di Roma, una storica pietra miliare nella formazione dell’Unione Europea. Una nuova pubblicazione — il «White Paper» — è stata preparata dalla Commissione europea per la storica occasione mettendo in moto una serie di dialoghi sul futuro dell’Europa.

Nei suoi commenti durante l’evento presso il Parlamento europeo, la rappresentante della BIC Rachel Bayani ha evidenziato la critica necessità di riconoscere oggi l’interconnessione della comunità globale.

«Le nostre politiche non possono occuparsi solo di creare una maggiore prosperità nel nostro continente», ha dichiarato. «Le soluzioni che considerano il benessere di una parte del mondo senza considerare adeguatamente anche le altre parti si stanno dimostrando inadeguate. Il vantaggio della parte è facilmente raggiungibile con il vantaggio del tutto».

Nella riunione della Commissione europea, la BIC ha elaborato questa idea, utilizzando un pregnante esempio — la migrazione forzata.

«Il movimento delle popolazioni verso l’Europa, soprattutto a causa della diseguaglianza globale, ha dimostrato che non possiamo isolare una parte del mondo dalle questioni che interessano l’umanità in un’altra», ha commentato la signora Bayani.

Per costruire un consenso sulla strada che l’Europa dovrà percorrere occorre una solida conversazione tra le diverse popolazioni del continente, ha sostenuto il vicepresidente della Commissione europea, Frans Timmermans. Egli ha commentato che «in Europa, ci sentiamo a nostro agio in compagnia di persone che sono come noi e cerchiamo il dialogo con le persone con le quali siamo già d’accordo. Ma l’unica via percorribile per una società diversificata come l’Europa è quella di giungere a una comprensione comune dei valori condivisi».

Rispondendo ai suoi commenti, la signora Bayani ha indicato la presenza di organizzazioni religiose e laiche come un esempio del tipo di dialogo tra diverse visioni del mondo di cui abbiamo bisogno per superare la frammentazione e costruire la comprensione reciproca.

Riflettendo successivamente sulle riunioni, la BIC ha notato una sfida per l’Europa in questi giorni: indipendentemente dalle diverse visioni del mondo dei suoi cittadini, l’Europa dovrà riesaminare in modo sostanziale il modo in cui si rapporta con la religione e il modo in cui la comprende.

Il tema della religione è recentemente diventato più presente nel discorso pubblico dell’Europa. Mentre per molti anni si è pensato che la religione sarebbe diventata meno importante con l’avanzamento delle forze della modernità, l’esperienza degli ultimi decenni ha dimostrato che questo non è successo.

«L’Europa, dunque, deve chiedersi», ha dichiarato la BIC, «come trovare un modello di discorso pubblico, in cui la religione possa svolgere un ruolo costruttivo nel plasmare la società».

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Trascendere le differenze, far tesoro della diversità

NEW DELHI, 12 luglio 2017, (BWNS) — Shiv Visvanathan ha visitato lo stato indiano del Gujarat nel 2002. C’era stato un focolaio di violenti disordini pubblici ed erano morte oltre un migliaio di persone.

Quella tragedia ha dolorosamente ricordato che la diversità, che dovrebbe essere considerata una potente risorsa delle comunità, è troppo spesso fonte di conflitto. Eppure, secondo il dottor Visvanathan, eminente intellettuale e scienziato sociale in India, non possiamo limitarci a fare appello alla razionalità umana per superare le tensioni che danno origine alla violenza. Abbiamo bisogno di una più ampia concezione del sapere — un sapere che si basi non solo sulla ricerca scientifica e sulle sue idee ma anche sui sistemi di conoscenza che si occupano della dimensione spirituale e mistica della vita.

«È strano», ha detto il dottor Visvanathan, riflettendo sul tragico episodio in Gujarat. «Mentre la gente pensava che la religione fosse la causa del problema, io ritenevo che la religione insegnasse la capacità di risanare».

Il dottor Visvanathan è stato l’oratore principale del Simposio «Far tesoro della diversità — il ruolo della religione nella costruzione di una società inclusiva», organizzato dalla comunità baha’i dell’India il 29 giugno. All’evento, che ha avuto luogo nel terreno della Casa di culto baha’i a Nuova Delhi, hanno partecipato importanti accademici indiani e rappresentanti di ONG per discutere del rapporto tra la religione e la diversità e prendere in esame nuovi modi di concettualizzarle.

In tutto il mondo, i legami che uniscono i diversi gruppi sono spesso troppo superficiali per resistere alle forze dirompenti che essi devono ora affrontare — un’ingiustizia sempre più diffusa, il crescente divario tra ricchi e poveri, l’aumento del fondamentalismo religioso e della violenza settaria, la migrazione dalle campagne alle città, le crisi ambientali, per citarne solo alcune. La diversità, che è una risorsa inestimabile per l’arricchimento della società, viene sfruttata per mettere i gruppi gli uni contro gli altri e promuovere secondi fini politici ed economici.

Nel 1994, il dottor Visvanathan è stato un osservatore presso la Commissione verità e riconciliazione in Sudafrica dopo l’abolizione dell’apartheid. Egli ha potuto constatare che il perdono è stato possibile grazie a una profonda filosofia spirituale del Sudafrica, chiamata Ubuntu, che dà molta importanza all’innata interconnessione dell’umanità.

«Sarebbe stato impossibile creare unità senza questa coscienza religiosa», ha detto. In quella circostanza egli ha constatato che la diversità è stata considerata essenziale per avere il senso dell’unità dell’insieme.

Per la comunità baha’i dell’India è il momento di fare in modo che i pensatori e gli operatori che si occupano di armonia sociale portino le loro idee in un’unica sala e cerchino di fare un passo avanti. La maggior parte dei presenti era convinta che la religione possa fare molto per aiutare le persone ad apprezzare la diversità, a superare i pregiudizi e l’odio e a lavorare per la pace.

Nel discorso di apertura, Arash Fazli, ricercatore presso l’Istituto per gli studi sulla prosperità globale in India, ha parlato dell’uso improprio della religione che ha dato luogo a pregiudizi e a cieche imitazioni, tanto nel passato quanto nel presente. «Le pratiche religiose che alimentano l’odio e il pregiudizio sono distorsioni e perversioni del vero spirito della religione che mira invece a creare unità», ha detto il dottor Fazli.

Per ricucire le profonde fratture esistenti tra le diverse popolazioni, ha detto, occorre capire sempre meglio il ruolo unico e fondamentale della religione nella costruzione dell’unità, soprattutto in un momento in cui molte società sono assediate dalle forze dell’insularità e dell’intolleranza.

Questo lancia una sfida alle comunità religiose, ha detto il dottor Fazli. «Per svolgere il proprio compito, la religione deve soddisfare determinate condizioni: deve infondere una profonda consapevolezza dell’unità del genere umano, deve essere in armonia con la scienza e la ragione e prendere le distanze dalla superstizione e dalla cieca imitazione, deve promuovere l’indipendente ricerca della verità e deve riconoscere l’unità di tutte le religioni».

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