Un convegno universitario discute la volontà di rendere estranei i bahai iraniani

TORONTO, 4 luglio 2011 (BWNS) –

Molti studiosi iraniani, provenienti da università famose nel mondo, si sono riuniti qui per un pionieristico convegno universitario sulle persecuzioni dei baha’i in Iran.  Intitolato «Othering intellettuale e la questione baha’i in Iran», il convegno ha esaminato il modo in cui le autorità iraniane hanno cercato di escludere i baha’i dalla vita sociale, politica, culturale e intellettuale descrivendoli come estranei nel loro steso paese, un processo noto come «othering», rendere diverso.  L’evento, che si è svolto dal 1° al 3 luglio, è stato il primo grande convegno accademico in una nota università per trattare le persecuzioni dei baha’i in Iran sotto ogni aspetto.  «Questo convegno non è un convegno di studi baha’i», ha detto il suo principale organizzatore Mohamad Tavakoli. «È un tentativo di comprendere l’uso della repressione nella storia dell’Iran moderno e di capire come l’«othering» dei baha’i sia divenuto un meccanismo di mobilitazione di massa per legittimare lo stato e creare un’ideologia politico-religiosa». Il dottor Tavakoli, noto esperto dell’Iran e del Medio Oriente dell’Università di Toronto, ha detto che l’idea del convegno gli è venuta dalle sue ricerche personali sul modo in cui vari gruppi iraniani avevano usato la retorica anti-baha’i e avevano fatto dei baha’i un capro espiatorio per conquistare il potere politico, sia nel passato sia nel presente. In questo contesto, i discorsi e gli articoli, presentati da studiosi di diverse convinzioni, atei, baha’i, cristiani, umanisti, ebrei e musulmani, hanno esplorato un vasto territorio: dai primi tentativi di umiliare i baha’i dipingendoli come agenti colonialisti degli inglesi e dei russi, all’uso delle moderne tecniche della propaganda che, per esempio, descrivono i baha’i iraniani come appartenenti a un culto che usa la tecnica del «lavaggio del cervello» per rapire bambini musulmani. Una presentazione ha descritto l’uso di memorie e racconti orali di sacerdoti per demonizzare i baha’i dopo la rivoluzione del 1979. Queste memorie, ha detto Shahram Kholdi, candidato al PhD dell’Università di Manchester nel Regno Unito, costituiscono una vasta letteratura, per lo più finora ignorata in Occidente, che è stata usata per creare un racconto revisionista della fondazione della Repubblica Islamica, per i fedeli.  Gli attacchi contro i baha’i, spesso con linguaggio indiretto, sono un tema ricorrente di queste memorie, ha detto il signor Kholdi. «Spesso si afferma che i baha’i sono agenti di potenze straniere», ha detto, spiegando che i baha’i sono descritti come appartenenti a una forza esterna che spalleggiava le misure oppressive del regime Pahlavi. «Così si servono dei baha’i per legittimare la storia della loro rivoluzione». I politici hanno spesso usato i pogrom contro i baha’i per ragioni politiche, ha spiegato Homa Katouzian, professore di studi orientali all’Università di Oxford, che ha esaminato un episodio del 1924 quando una dimostrazione anti-baha’i è sfociata nell’assassinio del vice console americano in Iran. I baha’i sono stati «un bersaglio particolarmente facile», ha detto.   Paralleli nella storia Molti oratori hanno paragonato l’oppressione dei baha’i iraniani sotto la Repubblica Islamica e altri tentativi storici di dipingere un particolare gruppo religioso o etnico come estraneo, fatti che sono spesso finiti in pogrom generali o peggio. Il padre di Rhoda Howard-Hassmann, professoressa di diritti umani internazionali all’Università Wilfrid Laurier in Canada, era un rifugiato ebreo fuggito dalla Germania nazista. La professoressa Howard-Hassmann ha detto che i racconti delle violenze contro i baha’i che ha sentito durante il convegno le erano fin troppo note. «La profanazione delle tombe, le teorie di cospirazioni . . . le accuse di essere un culto che rapisce i bambini, sono tutte caratteristiche di una dura punizione se non di un pre-genocidio», ha detto. «Questo è un fenomeno politico, causato da un regime e dalle sue manipolazioni delle convinzioni politiche. Non sono cose che si sviluppano da sole fra la gente». Ahmad Karimi-Hakkak, professore di studi persiani nell’Università del Maryland, ha esaminato la distruzione dei luoghi sacri e delle proprietà baha’i in Iran. Ha fornito un lungo elenco di siti baha’i che sono stati distrutti, dai centri baha’i di alcuni villaggi alla fine del XIX secolo alla Casa del Bab, uno dei luoghi baha’i più sacri nel mondo, rasa al suolo da una folla incitata da preti musulmani, poco dopo la Rivoluzione islamica.   Il professor Karimi-Hakkak ha paragonato queste demolizioni agli attacchi contro altri grandi siti religiosi, per esempio i Buddha di Bamiyan in Afghanistan, dicendo che esse erano intese per affermare il potere della maggioranza sulla minoranza e per mettere la minoranza nella categoria del «diverso». Quando un credente sciita distrugge un edificio o una tomba, ha detto «dimostra che le minoranze religiose devono obbedire e non hanno il potere di proteggere i propri luoghi sacri o le proprie onorate tombe». Altri studiosi hanno menzionato i pogrom contro gli armeni ottomani e i cristiani ortodossi nella Russia sovietica.  L’importanza di questa persecuzione Si è parlato anche dell’importanza della «questione baha’i» nei confronti dei grandi temi dell’intolleranza religiosa e della repressione politica nel mondo e i partecipanti hanno esaminato ciò che si può apprendere dall’esperienza baha’i. Molti oratori hanno detto che secondo loro il caso baha’i è un esempio della crescente oppressione percepita da tutti gli iraniani, soprattutto dopo le misure restrittive prese dopo le elezioni presidenziali del 2009. Questo ha indotto molti iraniani a simpatizzare per i baha’i e a identificarsi con loro, hanno detto. «Penso che le atrocità commesse contro i baha’i siano intuitivamente considerate fra i più importanti casi di violazioni dei diritti umani in Iran», ha detto Reza Afshari, professore di storia all’Università Pace di New York. «Finalmente si è arrivati a un crescente riconoscimento del fatto che i diritti umani contano e che le loro violazioni sono sottoprodotti del governo autoritario e della cultura intollerante del paese, favoriti dalle intromissioni dei mullah sciiti nel campo della politica nazionale». Ramin Jahanbegloo, professore di scienze politiche all’Università di Toronto, che ha passato quattro anni in prigione nella Repubblica Islamica dell’Iran, ha parlato dell’importanza di includere la questione baha’i nei futuri sforzi di riconciliazione nazionale. Ha paragonato questo processo a quanto è accaduto in Sud Africa, dicendo che il primo passo per ricostruire e risanare l’Iran del futuro è perdonare, senza dimenticare. A questo proposito, ha detto, è importante «portare alla luce gli episodi oscuri» della vita collettiva dell’Iran, come la persecuzione dei baha’i. «Perdonare non significa dimenticare», ha detto. Il convegno si è concluso con un discorso del noto legale iraniano dei diritti umani Abdol-Karim Lahidji, che ha esaminato molti strumenti legali internazionali che si possono usare per proteggersi dal tipo di discriminazione che era tema dell’incontro.  Il dottor Lahidji ha parlato coraggiosamente della necessità di un maggior rispetto per i diritti umani in Iran e della necessità di riconoscere ai baha’i tutti i diritti della cittadinanza. «Si devono riconoscere la libertà di coscienza, la libertà di credo, la libertà di religione», ha detto, sottolineando l’importanza di difendere appassionatamente i diritti umani e le vittime della discriminazione, a qualunque gruppo esse appartengano.  «Se sono violati i diritti degli altri, dobbiamo difendere anche quelli. È una lotta che ci riguarda tutti», ha detto.

Per leggere l’articolo in inglese online e vedere le fotografie, si vada a: http://news.bahai.org/story/837

 

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