La campagna «cinque anni di troppo» riscuote un diffuso sostegno in tutto il mondo

13 giugno 2013, (BWNS) — Le commemorazioni del quinto anniversario
dell’arresto dei sette dirigenti baha’i iraniani hanno riscosso un
diffuso sostegno e suscitato grande interesse per i sette dirigenti e
per la situazione degli altri prigionieri di coscienza in Iran.

In ogni continente sono state pubblicate dichiarazioni che chiedono
l’immediata liberazione dei sette. Queste dichiarazioni sono state
scritte da funzionari governativi, capi religiosi, attivisti dei
diritti umani e comuni cittadini durante i dieci giorni di maggio
durante i quali è stata fatta la campagna «cinque anni di troppo».
Notizie sulla campagna sono state diffuse dai media in tutto il mondo.

«La nostra speranza è che il governo iraniano comprenda chiaramente
che i sette prigionieri baha’i, che sono stati ingiustamente e
ingiustificatamente trattenuti in prigione per cinque anni soltanto
per le loro convinzioni religiose, non sono stati dimenticati», ha
detto Diane Ala’i, rappresentante della Baha’i International Community
presso le Nazioni Unite a Ginevra.

«Naturalmente la massima aspirazione è che l’Iran li liberi
immediatamente, assieme a tutti gli altri prigionieri di coscienza»,
ha detto la signora Ala’i.

Alla fine della campagna è emerso un importante tema: i capi religiosi
del mondo ritengono irragionevole la persecuzione dei baha’i in Iran.

In Sud Africa, Shaykh Achmat Sedick, vice presidente del Consiglio
giuridico nazionale musulmano, ha approfittato di un evento della
campagna cinque anni di troppo per parlare della libertà religiosa dal
punto di vista islamico. Lo Shaykh ha spiegato che gli insegnamenti
del Corano sostengono la libertà religiosa e ha aggiunto che la
persecuzione dei baha’i da parte dell’Iran è assolutamente ingiusta.

Il 14 maggio, una cinquantina di capi religiosi che rappresentavano
praticamente tutte le comunità religiose del Regno Unito hanno mandato
una lettera al segretario di stato per gli affari esteri britannico
William Hague, invitandolo a chiedere che i sette dirigenti siano
liberati immediatamente.

Fra i firmatari della lettera vi sono Rowan Williams, ex arcivescovo
di Canterbury, Jonathan Sacks, rabbino capo delle Congregazioni
ebraiche unite del Commonwealth e Shaykh Ibrahim Mogra, assistente
segretario generale del Concilio musulmano britannico.

«L’Iran ha abbandonato ogni standard legale, morale, spirituale e
umanitario, violando di routine i diritti umani dei suoi cittadini»,
hanno scritto. «Il modo sconvolgente in cui il governo tratta le sue
minoranze religiose è molto preoccupante per noi persone di fede».

E in Uganda, il Consiglio interreligioso ha scritto una dichiarazione
congiunta con la comunità baha’i locale invitando l’Iran a rispettare
i fondamentali diritti umani dei baha’i iraniani.

«Queste flagranti violazioni dei diritti umani fondamentali delle
mino-ranze religiose iraniane perpetrate dal regime del paese hanno
suscitato lo sdegno internazionale dei governi, delle organizzazioni
della società civile e di tutte le persone che amano la libertà in
tutto il mondo», ha detto Joshua Kitakule, segretario generale del
Consiglio, il 15 maggio a Kampala.

Altre notevoli risposte negli ultimi giorni della campagna sono state
le seguenti.

● Una lettera che chiede la «liberazione immediata dei sette» è stata
scritta da eminenti personaggi dell’India e firmata da L. K. Advani,
presidente del Partito Bharatiya Janata, da Soli Sorabjee, ex
procuratore generale dell’India, all’Imam Umer Ahmed Ilyasi, imam capo
dell’Organizzazione pan-indiana degli imam delle moschee, da Miloon
Ko-thari, ex relatore speciale dell’ONU sull’alloggio adeguato, e da
altri ancora.

● Una serie di dichiarazioni a sostegno dei sette sono state scritte
da eminenti austriaci, come Efgani Donmez, il primo musulmano eletto
al Parlamento Austriaco, il quale ha detto: «I baha’i in Iran fanno
parte della società, della cultura iraniana. Devono avere gli stessi
diritti come tutti gli altri cittadini iraniani».

● In Irlanda Tomi Reichental, attivista e sopravvissuto
dell’Olocausto, ha detto in un suo discorso che la discriminazione
subita dai baha’i iraniani gli ricorda tristemente quello che è
successo agli ebrei nella Germania nazista. «Posso immedesimarmi nella
lotta che la religione baha’i deve affrontare in Iran», ha detto il
signor Reichental il 15 maggio a Dublino.

● Nico Schrijver, membro del Senato olandese e vicepresidente del
Comitato ONU per i diritti economici, sociali e culturali, ha detto in
un messaggio video: «I dirigenti della comunità baha’i sono in
prigione solo perché sono baha’i. Questa è una completa violazione
della legge dei diritti umani».

La campagna, durata dal 5 al 15 maggio, ha riscosso subito il sostegno
di molti altri, come il ministro degli esteri australiano, il senatore
Bob Carr, e Lloyd Axworthy, ex ministro degli esteri canadese, come è
già stato detto.

Una delle più notevoli espressioni di preoccupazione è un comunicato
stampa congiunto di quattro esperti dei diritti umani dell’ONU, uscito
il 13 maggio, che afferma che i sette sono in prigione unicamente per
le loro convinzioni religiose, che questa detenzione è ingiusta e
ingiustificata e che il trattamento riservato dall’Iran alle minoranze
religiose viola la legge internazionale.

Sei dei sette dirigenti baha’i sono stati arrestati il 14 maggio 2008
in una serie di blitz mattutini a Teheran. Il settimo era stato
arrestato due mesi prima il 5 marzo 2008.

Dopo l’arresto, i sette dirigenti, Fariba Kamalabadi, Jamaloddin
Khanjani, Afif Naeimi, Saeid Rezaie, Mahvash Sabet, Behrouz Tavakkoli
e Vahid Tizfahm, sono stati sottoposti a un processo farsa e infine
condannati a venti anni di prigione, la condanna più severa comminata
a un prigioniero di coscienza attualmente in carcere in Iran

Ulteriori dettagli si trovano nel sito beb della campagna:
http://www.bic.org/fiveyears.

Per leggere on line l’articolo in inglese, vedere le foto e accedere
ai link, si vada a:
http://news.bahai.org/story/960

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