Modificare la conversazione nazionale

LONDRA, 15 dicembre 2016, (BWNS) — Possiamo cambiare il carattere della nostra conversazione nazionale e le condizioni in cui ci parliamo l’uno con l’altro?

Recentemente, l’Ufficio degli affari pubblici baha’i del Regno Unito ha invitato un gruppo di parlamentari, giornalisti, accademici e attivisti della società civile ad approfondire questo tema. Il dialogo che ne è scaturito ha tratto ampio beneficio dalle ricche esperienze dei partecipanti. I partecipanti erano una cinquantina e fra loro c’erano rappresentanti del Religion Media Centre, della British Humanist Society, degli Studi Orientali e Africani dell’Università di Londra, della Rand Corporation e del 3 Faiths Forum.

In un comunicato rivolto ai partecipanti, l’Ufficio degli affari pubblici baha’i ha scritto: «A tutti i livelli della società si svolgono molte conversazioni stimolanti, che sono di grande importanza per il nostro futuro comune. Fra i temi di queste conversazioni vi sono la natura dei nostri valori nazionali condivisi, la coesione sociale, la parità tra donne e uomini, il ruolo della religione nella vita pubblica, la migrazione, la libertà di parola, la libertà di religione o di credo e l’economia.

«Perché la nostra società possa progredire, è chiaro che tutti gli interessati devono avere la possibilità di partecipare pienamente a queste discussioni», prosegue il comunicato.

Il seminario ha avuto inizio con le presentazioni di cinque relatori seguite da una discussione e da uno spazio per le domande e le risposte. Quindi le persone si sono suddivise in piccoli gruppi per discutere temi specifici in modo più approfondito.

Il professor Martyn Barrett dell’Università del Surrey ha parlato di una dimensione critica ma ancora sottovalutata degli sforzi per costruire una società più armoniosa: l’amicizia.

«L’ostilità, l’intolleranza e il pregiudizio possono essere ridotti mettendo le persone appartenenti ai diversi gruppi culturali a contatto l’una con l’altra», ha detto. «Idealmente, questo contatto dovrebbe consentire lo sviluppo di amicizie significative e dovrebbe coinvolgere attività finalizzate al raggiungimento di obiettivi comuni. In altre parole, le interazioni tra le persone dovrebbero essere caratterizzate dalla cooperazione piuttosto che dalla concorrenza».

Un altro degli oratori, il professor Michael Karlberg della Western Washington University, ha illustrato la necessità di modalità di dialogo che si basino sulla cooperazione e sull’interdipendenza. «Alla fine del 2016 », ha dichiarato, «dobbiamo chiederci, sobriamente: che cosa stiamo ricavando dal disaccordo civile e dal dibattito combattivo? Ci stanno portando verso il mondo che vogliamo lasciare ai nostri figli? Ci stanno aiutando a risolvere i crescenti problemi sociali e ambientali del XXI secolo? Stanno promuovendo forme significative di coesione sociale?

«Quello che ci serve è un modello più maturo del discorso pubblico che rifletta il concetto che siamo tutti membri di un corpo sociale interdipendente e che possiamo esser tanto altruisti quanto egoisti», ha proseguito . «Per capire che possiamo essere altruisti, tuttavia, occorrono educazione, impegno e libero arbitrio».

La direttrice del Centro St Ethelburga per la riconciliazione e la pace, dottoressa Justine Huxley, ha parlato di come evitare la trappola della polarizzazione di ogni problema. Se si riesce a evitare la polarizzazione, ha spiegato, il dialogo può dimostrare il suo enorme potenziale di creare unità fra persone di diversa provenienza.

Sono stati affrontati temi impegnativi anche su come i media modellano il carattere del dialogo pubblico. I relatori hanno detto che talvolta i media esacerbano i conflitti presentando problemi come scelte binarie, per cui le persone sono costrette a schierarsi da una parte senza avere la possibilità di esplorare la complessità delle attuali questioni sociali in una maniera più sfumata.

«I giornalisti hanno il dovere di presentare i problemi in un modo che incoraggi le persone a lavorare insieme», ha detto Karnagie Sharp, una giornalista della BBC. La signora Sharp ha riconosciuto che è difficile che ciò accada, soprattutto quando i media sono guidati dal profitto.

«La triste verità è che il sensazionalismo vende. Esiste un giornalismo irresponsabile che ci mette su un percorso di odio e di distruzione e lavora attivamente contro la coesione sociale», ha dichiarato.

Il professor Karlberg ha affrontato un punto analogo nella sua presentazione, sostenendo che «il discorso pubblico guidato da esigenze commerciali tende a suscitare una guerra verbale tra le voci più estreme della sfera pubblica e i media finanziati dalla pubblicità possono diventare un ostacolo alla coesione sociale».

Riflettendo successivamente sull’evento, una rappresentante della comunità baha’i britannica, Yas Taherzadeh, ha commentato:

«Molti dei partecipanti hanno evidenziato il fatto che questo stile di dialogo partecipativo e inclusivo è stato un contributo nuovo e senza precedenti rispetto alle forme di dialogo che esistono nel Parlamento. Essi hanno sottolineato la tempestività di questo evento, che è molto utile all’interno del panorama politico e sociale attuale. Alla fine del seminario i partecipanti hanno chiesto: “E ora che succede?”. E c’è molta attesa di un ulteriore impegno e azione.

«Confidiamo che questa importantissima conversazione sul dialogo continui nei prossimi mesi e si espanda a un numero crescente di persone che intendono costruire una società più coesa e armoniosa»,” ha spiegato ulteriormente.

L’evento è stato ospitato dal Gruppo parlamentare interpartitico per la Fede baha’i e presieduto da due membri del Parlamento, Louise Ellman e Alistair Carmichael. Si è svolto nella Portcullis House il 7 dicembre.

Per leggere l’articolo in inglese on-line, visualizzare le fotografie e accedere ai link si vada a: http://news.bahai.org/story/1142

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