Murales come simboli di solidarietà, resilienza

NEW YORK, 4 giugno 2017, (BWNS) — Marthalicia Matarrita è un’artista latina di New York City. Anche se la sua vita è molto lontana dall’Iran, la sua opera d’arte la collega con L’educazione non è un crimine, una campagna di arte di strada per sensibilizzare la popolazione alla negazione dell’educazione agli studenti baha’i in Iran.

Il divieto per i i baha’i, la maggiore minoranza religiosa dell’Iran, di insegnare e studiare nelle università è una politica di stato formalmente istituita dal governo iraniano.

La signora Matarrita è nata e cresciuta ad Harlem, un quartiere storico di New York City conosciuto come centro di vita e di cultura afro-americana e ispanica. A causa della sua esperienza nella lotta contro le ingiustizie istituzionalizzate mentre stava studiando nella città, la signora Matarrita è entrata in contatto diretto con le storie degli studenti baha’i per i quali ha dipinto un murale su una scuola pubblica di Harlem.

Il suo murale — un bambino e un fiore a simboleggiare il seme piantato dell’educazione — è solo uno dei tanti murale che, in Harlem e in tutto il mondo, chiedono l’uguaglianza attraverso l’arte come parte della campagna L’educazione non è un crimine.

La storia dell’insolita campagna di arte di strada e la storia della questione dei diritti umani su cui essa si fonda sono descritte nel nuovo documentario Per cambiare il mondo, una parete alla volta.

L’educazione non è un crimine
L’educazione non è che un crimine è stata lanciata dal regista iraniano-canadese Maziar Bahari nel 2014. Il signor Bahari non è baha’i, ma per diversi anni ha lavorato per far conoscere la persecuzione dei baha’i in Iran, in particolare incominciando nel 2014 con il lancio del suo documentario Accendere una candela.

Nel corso degli anni il signor Bahari è stato collegato alla situazione della comunità baha’i iraniana dalla sua provenienza e dal suo lavoro. Nel 2009, è stato arrestato con l’accusa di essere una spia e imprigionato per quattro mesi. La sua esperienza in prigione lo ha profondamente trasformato. Dopo il suo rilascio egli ha incominciato a dedicare il suo lavoro al miglioramento delle condizioni dei diritti umani in Iran.

Come molti attivisti per i diritti umani, il signor Bahari vede i baha’i in Iran come un barometro, cioè se i baha’i vengono maltrattati, se le loro libertà civili non sono rispettate e i loro diritti umani sono negati, ciò indica che il governo iraniano non è sincero nella sua pretesa di rispettare i diritti umani di tutti i gruppi.

Il lavoro del signor Bahari nelle campagne L’educazione non è un crimine e Accendere una candela mette in evidenza la tipica risposta della comunità baha’i iraniana all’oppressione attraverso l’Istituto baha’i per istruzione superiore (BIHE), un programma universitario informale che viene implementato nei salotti e con corsi online. Negli ultimi trent’anni, il BIHE ha aiutato migliaia di giovani baha’i a completare la loro educazione in diversi campi. Molti studenti hanno continuato nei loro programmi di specializzazione e di dottorato presso università ben note che hanno accettato i suoi laureati per ulteriori studi.

Sensibilizzare la popolazione attraverso l’arte di strada
La negazione dell’educazione in Iran è una questione di diritti umani. Può darsi che l’arte di strada non sia la scelta più ovvia per sensibilizzare l’opinione pubblica su questo argomento, ma la sua originalità è uno dei motivi per cui la campagna ha avuto tanto successo, ha detto Saleem Vaillancourt, coordinatore della campagna L’educazione non è un crimine.

«Essenzialmente, per quanto riguarda i diritti umani in Iran, il pubblico è probabilmente già informato. Tutti quelli che lo devono sapere già lo sanno», ha detto il signor Vaillancourt. «Così si tratta di trovare persone che non sappiano della negazione dell’educazione ai baha’i in Iran, ma ai quali interessa saperlo perché hanno a cuore l’educazione, o la libertà religiosa, o cose come le arti, o perché il problema li riguarda a livello personale».

La campagna, globale nella sua dimensione, ha avuto un’attenzione particolare ad Harlem a causa della risposta della comunità al messaggio dell’accesso all’educazione. Inizialmente, questa risposta ha sorpreso la campagna, ha detto il signor Vaillancourt.

«Siamo andati nel quartiere e abbiamo detto: “Stiamo dipingendo questi murales perché in un paese lontano c’è un gruppo di persone alle quali sta succedendo una cosa di cui non avete mai sentito parlare”. E onestamente è stato un tentativo molto contorto per spiegare quello che stavamo facendo e perché lo stavamo facendo. Ma ad Harlem, la gente capito subito. Hanno detto: “Sì, l’educazione è importante e anche nella nostra comunità ad alcune persone essa è stata negata”», ha detto il signor Vaillancourt.

Questa risposta alla campagna non si è avuta solo ad Harlem — in tutto il mondo L’educazione non è un crimine ha toccato varie popolazioni. In Sud Africa, i murales dipinti a Città del Capo e a Johannesburg hanno creato un parallelo tra la persecuzione dei baha’i in Iran e l’apartheid. Il murale dipinto a New Delhi, India, ha evocato l’inveterato sistema delle caste, indicando l’educazione come un modo per superare il pregiudizio.

«L’arte di strada agisce come un equalizzatore sociale in un paese come l’India con un’enorme disparità economica», ha detto Harsh Raman, l’artista di murales di Nuova Delhi. «Si può essere ricchi o poveri, ma tutti possono godere dell’arte pubblica e interpretarla a modo proprio. È arte per tutti, un’arte che non può essere proprietà di nessuno».

Il film: Cambiare il mondo, una parete per volta
Il team che lavora con L’educazione non è un crimine ha abbinato il formato analogico dei murales alla natura digitale dei video e delle immagini della campagna condivisi online per creare un messaggio dinamico che ha raggiunto la gente di tutto il mondo. Cambiare il mondo, una parete per volta è cambiato dai brevi video che sono stati pubblicati e condivisi nei primi giorni della campagna.

La natura mondiale della campagna si riflette nel film, con interviste con gli artisti coinvolti, nonché con membri di comunità di tutto mondo, che hanno reagito all’arte sulle pareti dei loro edifici.

«Il film è stato un’incredibile opportunità di raccontare la storia di questi artisti e delle loro innovative risposte artistiche al tema. È stata, per esempio, un’occasione per mettere insieme un iraniano baha’i e una donna americana latina per esporre i loro punti in comune e capire i modi diversi in cui hanno superato i problemi nella loro vita», ha detto il signor Vaillancourt. «È stata una straordinaria combinazione di pezzi diversi».

La prima di Cambiare il mondo, una parete per volta ha avuto luogo in Harlem il 5 maggio 2017. Il film sarà presentato in anteprima a Los Angeles lunedì 5 giugno nei Raleigh Studios (informazioni e biglietti sono disponibili online). Informazioni su altre proiezioni si possono trovare sul sito web di L’educazione non è un crimine. Si prevede che il documentario esca online fra qualche mese.

Per leggere l’articolo in inglese online, visualizzare le fotografie e ascoltare la puntata podcast si vada a: http://news.bahai.org/story/1173

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