Conferenza intergovernativa di Marrakech

Una vista della conferenza di Marrakech

MARRAKECH, Marocco, 19 dicembre 2018, (BWNS) – Oltre 250 milioni di persone hanno lasciato il paese d’origine alla ricerca di un futuro vivibile altrove – alcuni perché non avevano altra scelta se non quella di fuggire dalla guerra, dalla violenza e dalla persecuzione, altri costretti a partire per ragioni come la privazione economica o il degrado ambientale. Per affrontare questo crescente movimento di popolazioni, i leader mondiali si sono riuniti la settimana scorsa in una storica conferenza durante la quale 164 nazioni hanno adottato il primo accordo globale delle Nazioni Unite su un approccio comune in tema di migrazione internazionale.

«Aver compreso le cause più profonde della migrazione internazionale sta costringendo tutti noi a guardare come sono organizzati gli affari di una società sempre più globalizzata», dice la rappresentante della Baha’i International Community (BIC) Simin Fahandej, che ha partecipato al convegno il 10 e l’11 dicembre a Marrakech, Marocco. «Questo accordo ha portato i paesi del mondo verso una conversazione globale su un problema che è stato affrontato principalmente a livello nazionale o regionale».

Negli ultimi cinque anni, la comunità baha’i ha partecipato a forum nazionali e internazionali sul tema della migrazione. Ha lavorato con diversi attori sociali per comprendere meglio le cause più profonde delle migrazioni forzate, il loro impatto sulla società e le idee che possono aiutare l’umanità a fare un passo avanti nell’affrontare questo problema mediante la consultazione e la collaborazione.

«Sembra inevitabile che i movimenti derivanti da circostanze inumane e intollerabili continueranno ad aumentare a meno che non ci sia uno sforzo ampio e concertato per affrontare le cause che li producono», spiega la signora Fahandej. «Il Patto globale per le migrazioni mette in evidenza che molti membri della comunità internazionale hanno la volontà di esaminare in profondità alcune di quelle cause e di incominciare a porsi domande: quali sono le attuali strutture, sistemi e atteggiamenti che stanno perpetuando la condizioni che obbligano milioni di persone ad abbandonare la terra in cui sono nate? Come possiamo aspettarci un sostanziale mutamento nel movimento delle popolazioni se le strutture che favoriscono la disuguaglianza e la guerra non cambiano?».

I rappresentanti della BIC hanno anche notato che i leader comprendono che le sfide globali devono essere affrontate collettivamente, ma l’esatta natura dei problemi nelle diverse regioni del mondo varia.

«Ciò li ha portati a discutere le responsabilità delle diverse regioni», aggiunge Rachel Bayani, che ha partecipato al convegno a nome dell’Ufficio della BIC di Bruxelles. «Alcuni avrebbero bisogno di riflettere su come le loro politiche – sul commercio, sugli investimenti, sull’ambiente, per citarne alcune – inavvertitamente influenzano le condizioni socio-economiche dei paesi di origine. Altri devono riflettere su come potrebbero risolvere le condizioni che nei rispettivi paesi stanno costringendo la propria gente a partire».

Una dichiarazione che la BIC ha rilasciato prima del convegno [trascritta in calce] ribadisce la necessità di un’attenzione globale alla migrazione e di «un approccio a lungo termine» che «richiede una conversazione di vasta portata, multi-dimensionale, spassionata e informata sul tema della migrazione».

La dichiarazione sostiene «che la conversazione non può evitare di esaminare le strutture sociali, economiche e politiche, dei sistemi e degli atteggiamenti sui quali l’ordine attuale si basa e che lo perpetuano. Essa deve includere un’autentica riflessione su come questo ordine possa essere riprogettato per garantire una risposta adeguata alle esigenze delle masse della popolazione del mondo che vivono in situazioni di guerra, povertà e oppressione. Ma prima di ogni altra cosa, deve basarsi sulla comprensione dell’indiscutibile interconnessione delle nostre società e sul dato di fatto che la vita collettiva dell’umanità soffre quando qualsiasi suo gruppo pensi al proprio benessere a prescindere da quello dei suoi vicini».

L’idea del convegno è nata nel 2016 di settembre quando l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha deciso all’unanimità di preparare un accordo globale sulla migrazione e di incontrarsi questo mese per adottare il testo. Il processo non è stato senza sfide. Una trentina di Stati membri dell’ONU si sono in seguito ritirati dall’accordo.

Il Patto globale, di 34 pagine, è una dichiarazione non vincolante, che intende assicurare una vita di sicurezza e dignità ai migranti e gestire meglio il movimento delle popolazioni. L’accordo comprende 23 obiettivi per «una migrazione sicura, ordinata e regolare», come per esempio: ridurre al minimo i fattori negativi e i fattori strutturali che costringono le persone a lasciare il loro Paese d’origine, gestire le frontiere internazionali, eliminare tutte le forme di discriminazione e promuovere un discorso pubblico basato sui fatti che modelli le percezioni della migrazione e rafforzi la cooperazione internazionale.

Durante tutto l’evento, molti capi di governo hanno ribadito l’esigenza di affrontare e risolvere le sfide poste alle nazioni dalla migrazione internazionale. «Dobbiamo anche affrontare i fattori e i risultati della migrazione irregolare», ha spiegato il presidente Julius Maada Bio della Sierra Leone.

Il cancelliere tedesco Angela Merkel ha elogiato il patto per la sua attenzione ai «fondamenti della cooperazione internazionale». Ha aggiunto che «la globalizzazione, se vogliamo darle un volto umano, può solo essere modellata in un modo così umano che tutti i paesi su questo pianeta abbiano eque e pari opportunità di sviluppo».

Circa 3200 persone hanno partecipato al convegno, con rappresentanti di oltre 150 paesi.

Ecco un link ufficiale per il testo Patto globale per una migrazione sicura, ordinata e regolare in inglese: http://undocs.org/A/CONF.231/3

Non esiste ancora una traduzione ufficiale in italiano. Si può trovare una traduzione ufficiosa della bozza finale dell’11 luglio 2018 qui:
http://www.giuseppebrescia.it/wp-content/uploads/2018/12/Patto-globale_IT.pdf

Il movimento delle popolazioni visto nel contesto più ampio della vita collettiva dell’umanità
Conferenza intergovernativa sul Patto globale sulla migrazione
Marrakech, Marocco – 10 dicembre 2018

Il movimento delle popolazioni ha permesso alle civiltà, nel corso dei secoli, di entrare in contatto con le idee e i progressi di altri popoli e ha messo intere società nelle condizioni di poter emergere. Oggi, è uno dei mezzi che contribuisce a rafforzare i legami tra i popoli di diversa provenienza e un fondamentale catalizzatore della nascita di una comunità mondiale. Nella sua forma attuale, tuttavia, il movimento delle popolazioni, spesso spinto unicamente da un disperato bisogno di cercare altrove un futuro vivibile, sta mettendo in luce l’urgente necessità di rivedere il modo in cui l’umanità è organizzata.

Il Patto globale per una migrazione sicura, ordinata e regolare dell’11 luglio 2018 evidenzia la necessità di «ridurre al minimo i fattori negativi e i fattori strutturali che costringono le persone a lasciare il loro Paese d’origine» (obiettivo 2). In questa luce, non si può sopravvalutare l’importanza di considerare il movimento delle popolazioni nel più ampio contesto della vita collettiva dell’umanità e di vederlo come l’ennesimo sintomo di problemi molto più profondi e di più ampia portata.

Un numero senza precedenti di persone si è spostato in tutto il mondo dalle proprie case, per fuggire da guerre, violenze e persecuzioni e un crescente numero di migranti pensa di non avere altra scelta se non quella di lasciare stati fragili, privazioni economiche e degradi ambientali per cercare altrove una vita migliore. Nei luoghi in cui essi arrivano, questi movimenti hanno imposto un enorme sforzo ad alcuni paesi che, fragili anche loro, stanno sopportando, pur mal equipaggiati, la maggior parte delle persone dislocate. In altri paesi, essi hanno creato stress sociale e politico, generando discorsi di timore e pregiudizio. Alcuni governi, travolti dall’immediatezza delle sfide, si sentono costretti a rispondere adottando politiche restrittive o a guidare il loro popolo attraverso risposte affrettate e per lo più di breve durata.

Sta diventando sempre più evidente che quelle forme di mobilità, che sono prodotte dalla disperazione e da necessità di sopravvivenza, non possono essere oggetto solo di soluzioni politiche o umanitarie di ripiego, né possono essere affrontate adottando l’una o l’altra politica migratoria. Non si è mai più acutamente sentita la necessità di un approccio a lungo termine, che affronti le cause che danno origine a questi movimenti e li perpetuano.

Questo approccio a lungo termine richiede una conversazione sul tema della migrazione che sia di vasta portata, multi-dimensionale, spassionata e informata. Essa non può esimersi da un esame delle strutture sociali, economiche e politiche, dei sistemi e degli atteggiamenti sui quali l’ordine attuale si basa e che lo perpetuano. Deve includere un’autentica riflessione su come questo ordine possa essere riprogettato per garantire una risposta adeguata ai bisogni delle masse della popolazione del mondo che vivono in situazioni di guerra, povertà e oppressione. Ma prima di ogni altra cosa, deve basarsi sulla comprensione dell’indiscutibile interconnessione delle nostre società e sul dato di fatto che la vita collettiva dell’umanità soffre quando qualsiasi suo gruppo pensi al proprio benessere a prescindere da quello dei suoi vicini.

Le implicazioni sopra menzionate sono molto vaste e le ragioni che obbligano milioni di persone a muoversi sono molteplici e complesse. Prendiamo ad esempio la povertà, solo per citare uno dei fattori delle dislocazioni. Nessuna struttura che pretenda di occuparsi dei movimenti causati dalla mancanza di speranza in un futuro vivibile può evitare di prendere in esame le crescenti disparità economiche esistenti su scala globale, la produzione, la distribuzione e l’utilizzazione delle ricchezze, l’organizzazione delle materie prime del mondo o il coordinamento dei mercati. Dopo tutto, non sarebbe ragionevole aspettarsi di minimizzare i fattori della migrazione, trascurando di riesaminare i processi economici che lasciano ad alcuni paesi ben poche possibilità di prosperare.

La situazione che abbiamo descritto non sta solo rafforzando la disuguaglianza globale, ma sta anche alimentando molti dei conflitti contemporanei con la loro scia di milioni di rifugiati e sfollati. Si può solo quanto debba essere profonda e complessa qualunque conversazione intenda cercare di districarsi tra i vari fattori che causano la guerra, il terrorismo e la violenza perpetrata in nome della religione. Tutto ciò può sembrare insormontabile, ma nessun tentativo serio e responsabile di affrontare la situazione dei rifugiati può prescindere dalla questione più ampia di come arginare e superare i conflitti.

Queste sfide devono essere affrontate collettivamente da tutti, ma l’esatta natura dei problemi nelle diverse regioni del mondo varia. Alcuni devono riflettere sull’involontario effetto che le loro politiche, estere, commerciali, economiche o ambientali, hanno sulle condizioni socio-economiche nei paesi di origine. Altri devono vedere come possano sradicare, all’interno dei propri paesi, quelle abitudini e quei modelli che alimentano il conflitto, favoriscono l’impoverimento e lasciano i loro cittadini poveri ed esposti a influenze negative.

Il compito di riesaminare alcuni dei fondamenti del nostro ordine corrente potrebbe apparire insormontabile e poco realistico, ma se non gli si presterà la dovuta attenzione, non c’è ragione di aspettarsi che gli aspetti indesiderati del movimento delle popolazioni non subisca un ulteriore slancio e non divenga insostenibile in tutte le regioni del mondo. La supposizione che alcune regioni possano in un modo o nell’altro non essere interessate dall’arrivo di persone da altre regioni è una pia illusione.

La conversazione globale stimolata dal Patto globale e la consapevolezza collettiva che esso sta promuovendo dicono che la comunità internazionale sta incominciato ad acquisire la capacità di evitare di soccombere al superficiale assunto che l’ordine corrente non possa essere rivisitato. Esso fornisce una promettente occasione per accorgersi che il movimento delle popolazioni è intimamente connesso ai bisogni di un mondo sempre più intrecciato e per dare spazio a una più ampia consultazione sui bisogni di un’umanità che sta inevitabilmente muovendo verso la prossima tappa della sua vita collettiva.

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