La prigionia dei bahai iraniani entra nel terzo anno


Un invito ad agire mentre i dirigenti baha’i iraniani entrano nel terzo anno di prigione

Mentre i dirigenti baha’i iraniani entrano nel terzo anno di prigione si sono appresi nuovi dettagli sulle durissime condizioni della loro incarcerazione e sono state avanzate nuove richieste per una loro immediata liberazione. Il 14 maggio, i dirigenti baha’i iraniani hanno incominciato il terzo anno di prigione senza essere stati condannati per alcun crimine.

I prigionieri sono la signora Fariba Kamalabadi, il signor Jamaloddin Khanjani, il signor Afif Naeimi, il signor Saeid Rezaie, la signora Mahvash Sabet, il signor Behrouz Tavakkoli e il signor Vahid Tizfahm. 

Una prigionia dura
Venerdì sono due anni che il gruppo si trova in prigione e continuano ad emergere dettagli sulla durezza delle condizioni in cui sono tenuti. Si sa, per esempio, che le due donne e i cinque uomini sono confinati in due celle così anguste da limitare la libertà di movimento e disturbare il riposo.
«Non hanno letti, né materassi né biancheria da letto», ha detto la signora Dugal.
Il luogo puzza di rancido e i detenuti hanno il permesso di uscire all’aperto solo due ore la settimana. La luce proviene da una lampadina e, quando si spegne, non si vede nulla.
«Possono parlare con i loro cari al telefono o incontrarli attraverso una barriera di vetro solo per 10 minuti una volta la settimana », ha detto la signora Dugal.
«Queste condizioni disumane indicano una mancanza di rispetto per i principi descritti negli accordi internazionali per il trattamento dei prigionieri, che prevedono che nessuno sia sottoposto a torture o a trattamenti o punizioni crudeli, disumani o degradanti» ha detto.

«I prigionieri hanno chiesto piccoli miglioramenti delle loro condizioni ma non sono stati ascoltati e per questo la loro salute ne ha sofferto.

«Queste persone sono innocenti e non ci sono ragioni di farle soffrire tanto», ha detto.

Secondo la giornalista Roxana Saberi, che ha condiviso la cella per tre settimane con due prigioniere baha’i, le donne sono confinate in uno spazio molto ristretto. «Arrotolano una copertaper farne un cuscino», ha detto. «Il pavimento è di cemento ed è coperto da un sottile tappeto scuro e, dormendoci sopra, le prigioniere soffrono di mal di schiena e di abrasioni… Quando ero con loro, avevano il permesso di uscire in un cortile interno di cemento per 20-30 minuti quattro volte la settimana».

Azioni internazionali
La Casa Universale di Giustizia, il capo della Fede bahá’í, ha invitato la comunità di tutto il mondo a indire dappertutto speciali riunioni di preghiera attorno al prossimo venerdì, per ricordare i baha’i dell’Iran e tutti i loro compatrioti sottoposti ad oppressioni.
«Il nostro cuore è addolorato nel vedere che è trascorso un altro anno e i sette ex membri dello Yaran restano ancora in prigione per accuse infondate delle quali le autorità non hanno alcuna prova», ha scritto la Casa di Giustizia.
Il secondo anniversario, hanno scritto, riporta alla mente «le molteplici forme di oppressione imposte ai membri della comunità bahá’í dell’Iran di tutte le età e gli strati sociali, oppressioni come interrogatori, arresti e incarcerazioni sommarie, privazione dei mezzi di sussistenza, arbitrarie distruzioni di proprietà e rifiuto dell’educazione agli studenti bahá’í».

Un gesto collettivo di solidarietà verso i dirigenti baha’i imprigionati è stato invocato dalla rete per i diritti umani United4Iran. Essi chiedono ai simpatizzanti di tutto il mondo di riprodurre le dimensioni delle celle della prigione Evin e di produrre documenti di se stessi confinati in quello spazio. Le loro fotografie e i loro video clip saranno poi pubblicati su internet per attirare l’attenzione della comunità internazionale sull’arbitraria prigionia subita dai sette.

«Sono due anni che questi innocenti baha’i si trovano nella famigerata prigione Evin di Teheran, in condizioni che violano chiaramente gli standard internazionali», ha detto Bani Dugal, rappresentante principale della Baha’i International Community presso le Nazioni Unite. «Sollecitiamo le autorità iraniane a liberarli subito e chiediamo alla comunità internazionale di unirci a noi in questo appello».

I prigionieri, ex membri di un gruppo informale noto come Yaran o «Amici», si occupavano dei bisogni spirituali e sociali delle diverse centinaia di migliaia di baha’i in Iran. Si trovano nella prigione Evin da quando sono stati arrestati nel 2008, sei di loro il 14 maggio e uno due mesi prima.

La prima udienza del loro processo ha avuto luogo il 12 gennaio u.s. quando essi sono comparsi davanti alla Sezione 28 del Tribunale rivoluzionario. Tutte le accuse, fra le quali spionaggio, attività propagandistiche e «corruzione sulla terra», sono state respinte. Altre due udienze hanno avuto luogo il 7 febbraio e il 12 aprile.

«Nelle tre udienze, non è stata presentata alcuna prova di qualsiasi trasgressione e questo depone per il fatto che i prigionieri sono trattenuti solo a causa delle loro convinzioni religiose», ha detto la signora Dugal.

«Se non sono immediatamente liberati, almeno dovrebbero essere rilasciati su cauzione. Si dovrebbero prendere provvedimenti per garantire che il processo sia rapido e celebrato con equità, in accordo con gli standard internazionali», ha detto.

Ricordiamoli uno per uno

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