Riconfermata la condanna a vent’anni di prigione dei dirigenti bahai in Iran

 Riconfermata la condanna a vent’anni di prigione dei dirigenti baha’i in Iran: incredulità e costernazione

NEW YORK, 30 marzo 2011 (BWNS) – Sei mesi dopo che la Corte d’appello iraniano aveva ridotto a dieci anni la pena dei sette dirigenti baha’i, i prigionieri sono stati informati che la loro condanna a 20 anni è stata riconfermata. 

La Baha’i International Community è incredula e costernata per questa notizia. 

«Confermiamo che le autorità carcerarie hanno detto ai sette prigionieri che la sentenza della Corte d’appello è stata cassata», ha detto Bani Dugal, la principale rappresentante della Baha’i International Community presso le Nazioni Unite. 

«Ma né i prigionieri né i loro legali hanno visto qualcosa di scritto. Pertanto non sappiamo per quali precisi motivi la condanna ridotta sia stata revocata. 

«Sembra che ci sia stata una diffida del Procuratore generale che ha l’autorità di appellarsi contro qualunque sentenza ritenga contraria alla legge della Shariah», ha detto la signora Dugal. 

Il mese scorso, la comunità internazionale è stata informata che la condanna a dieci anni di carcere era stata confermata quanto l’Ambasciata iraniana a Bruxelles ha presentato un documento durante un briefing del Parlamento europeo, che afferma chiaramente che la corte ha inizialmente comminato una condanna a vent’anni per «spionaggio, azioni contro la sicurezza nazionale e formazione di culto illegale». Il documento proseguiva dicendo che la sentenza era poi stata riveduta e «decurtata a dieci anni di prigione». 

Malgrado le ripetute richieste, nessuno ha mai ricevuto una copia ufficiale della sentenza originaria o di quella d’appello, ha detto la signora Dugal. 

«Tutto questo sembra una manovra calcolata per permettere alle autorità di manovrare il risultato secondo i loro scopi. Ogni persona equanime può vedere la duplicità, il grossolano cinismo e i vili motivi con cui le autorità iraniane hanno condotto questo caso. 

«Sin dall’inizio, i 30 mesi di detenzione illegale, le gravi irregolarità del processo, il rifiuto di consegnare una sentenza scritta agli imputati o ai loro legali, tutte le azioni delle autorità hanno dimostrato ogni volta una decisione predeterminata di imporre un condanna dura», ha detto la signora Dugal. 

«Cittadini leali e rispettosi della legge» 

I sette, che erano membri di un gruppo ad hoc di livello nazionale che provvedeva ai bisogni della comunità baha’i iraniana, sono stati internati nella prigione Gohardasht, a circa 50 chilometri da Teheran, lo scorso agosto dopo un rapido processo che li aveva condannati tutti a vent’anni di prigione. 

Un mese dopo, la corte d’appello ha revocato tre imputazioni che accusavano i sette di atti di spionaggio, collaborazione con lo stato di Israele e l’invio di documenti riservati a nazioni estere con l’intenzione di ledere la sicurezza dello stato. 

«Contemporaneamente, la magistratura, ben decisa a trovare i baha’i colpevoli di qualcosa, ha detto che il loro servizio alla comunità baha’i era fondamentalmente illegale e ha fissato la sentenza a dieci anni», ha detto la signora Dugal. 

Il rifiuto da parte delle autorità di consegnare ai funzionari carcerari la necessaria documentazione sul caso ha impedito ai prigionieri di usufruire di permessi temporanei per ragioni umanitarie o di ottenere l’attenzione e le cure mediche di cui avevano molto bisogno, ha aggiunto. 

«La magistratura pretende ipocritamente di servire la causa della giustizia, ma in realtà continua a calpestare i diritti di cittadini leali e rispettosi della legge», ha detto. 

La condanna internazionale 

L’incarcerazione dei dirigenti baha’i ha suscitato in tutto il mondo un coro di condanne da parte di governi, come l’Australia, il Canada, la Francia, la Germania, l’Irlanda, la Nuova Zelanda, l’Olanda, il Regno Unito, gli Stati Uniti e l’Ungheria. 

Anche l’Unione europea e il Presidente del Parlamento europeo si sono uniti alle proteste, insieme con numerose organizzazioni e gruppi per i diritti umani, capi religiosi e moltissime persone. 

«Sembra che la pressione internazionale abbia spinto la magistratura iraniana a ridurre la sentenza originaria», ha detto la signora Dugal. «Ora devono aver pensato di poter ritornare ai loro piani originari. 

«Ma le voci che si sono sollevate in questo ultimo mese dovrebbero suggerire loro che non hanno ragioni di farlo», ha osservato. 

La settimana scorsa, il Consiglio dei diritti umani dell’ONU ha votato di nominare un relatore speciale per controllare in quale misura l’Iran si attenga ai criteri internazionali dei diritti umani. 

La decisione è stata presa dopo un rapporto del Segretario generale dell’ONU Ban Ki-moon, che esprimeva preoccupazione per le notizie delle persecuzioni delle minoranze in Iran, che parlavano specificamente del caso della comunità baha’i in Iran e dell’incarcerazione dei sette dirigenti baha’i. 

Nel messaggio del 20 marzo 2011 in occasione del Capodanno persiano, il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha menzionato le violazioni dei diritti umani in Iran dicendo: «Il mondo ha guardato allarmato queste inique azioni . . . Abbiamo visto . . . che la comunità bahai e i musulmani sufi sono stati puniti per la loro fede . . .». 

Il 17 marzo u.s. membri di tutti i partiti politici del Comitato per gli Affari esteri del Parlamento olandese hanno scritto una lettera al Parlamento iraniano, esprimendo «profonda preoccupazione per le notizie di violazioni dei diritti alla libertà di religione e di credenze» in Iran e chiedendo l’immediata liberazione dei sette dirigenti baha’i in carcere. Tre giorni prima, in India, oltre 90 eminenti cittadini hanno nuovamente chiesto la liberazione dei sette in una lettera aperta. 

«La persecuzione dei baha’i è stata particolarmente dura», dice un articolo apparso il 15 marzo u.s. sul Wall Street Journal, a firma della giornalista irano-americana Roxana Saberi che ha condiviso la cella nella prigione Evin con le due donne dirigenti baha’i. «Dopo la Rivoluzione islamica del 1979 in Iran, molti baha’i sono stati giustiziati e molti sono scomparsi. Molti cimiteri sono stati profanati e molte case incendiate e distrutte». 

Bani Dugal ha ribadito che il trattamento dei sette si svolge su uno sfondo di incitamento all’odio contro i baha’i fomentato dallo stato. 

«Attacchi incendiari contro i loro luoghi di lavoro, tentativi di cacciarli di casa, con una lunga serie di altre violazioni dei loro diritti, sono fin troppo comuni e continuano ad aumentare giorno dopo giorno. Circa 79 baha’i si trovano oggi in prigione in Iran». 

«Il governo iraniano deve sapere che le sue azioni contro i baha’i e tutti gli altri che sono oppressi per sua mano sono solo servite a compromettere ulteriormente la sua reputazione. 

«Non cesseremo di invitare i governi, le organizzazioni e le persone giuste di tutto il mondo a prendere tutti i possibili provvedimenti per esprimere la più forte protesta contro le azioni dell’Iran», ha detto la signora Dugal. 

Per leggere l’articolo on-line e vedere le fotografie, si vada a:

http://news.bahai.org/story/814

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