Eminenti avvocati richiamano all’ordine l’Iran

BIC NEW YORK, 10 febbraio 2018, (BWNS) –

In una lettera aperta rilasciata oggi, 25 eminenti intellettuali ed esperti in diritto dei diritti umani hanno invitato Mohammad Javad Larijani, Capo dell’Alto Consiglio per i diritti umani in Iran, a riconoscere l’annosa persecuzione sponsorizzata dallo stato contro i baha’i in Iran alla luce delle numerose prove recentemente venute alla luce [la traduzione italiana della lettera è riportata in calce]. La pubblicazione della lettera è stata annunciata oggi dal quotidiano britannico The Times. 

La lettera è stata scritta subito dopo il recente lancio del sito web Archives of Baha’i Persecution in Iran (il link è fornito in calce a questo scritto), che raccoglie migliaia di documenti ufficiali, rapporti, testimonianze e materiali audiovisivi che rivelano prove inconfutabili dell’implacabile persecuzione. Il nuovo sito è stato creato per venire incontro alla crescente attenzione, all’interno e all’esterno dell’Iran, verso la persecuzione dei baha’i iraniani e per aiutare gli interessati a comprenderne l’entità e le dimensioni. 

In passato il signor Larijani ha spudoratamente negato che i baha’i siano perseguitati in Iran. La lettera firmata oggi cita, ad esempio, la falsa dichiarazione di Larijani nell’ottobre 2014 in occasione della Revisione periodica universale dell’Iran da parte dell’ONU, durante la quale egli ha affermato che i baha’i iraniani «sono trattati secondo il cosiddetto contratto di cittadinanza» e «godono di tutti i privilegi di cui gode qualsiasi cittadino iraniano». 

«Ma i documenti che si trovano nel nuovo sito web dicono tutt’altro», afferma la lettera. Attingendo al corpo delle prove presenti nel sito, i firmatari chiedono al signor Larijani di «assicurare la giustizia, di esaminare il sito web e di riconsiderare … le sue precedenti dichiarazioni». 

Le informazioni disponibili nell’archivio del sito web evidenziano una vasta gamma di violazioni da parte delle autorità iraniane, documentando discriminazioni, arresti e reclusioni, esecuzioni capitali, oppressione economica, negazione dell’istruzione, atti di distruzione e di violenza e incitamento all’odio perseguiti in modo sistematico. 

La lettera ricorda al signor Larijani che la Costituzione iraniana esige che il governo e i musulmani «trattino le persone non musulmane che si comportano bene secondo equità e secondo la giustizia islamica e ne rispettino i diritti umani». La lettera chiede esplicitamente: «… come possa il rifiuto di far accedere all’università migliaia di giovani essere considerato equo. Come si può rispettate la giustizia islamica quando ci si sforza di escludere un’intera comunità dalla partecipazione alla vita economica del proprio paese?». 

«Questa schiera così eterogenea di personalità di spicco che intercede per i baha’i in Iran è molto commovente», ha commentato Diane Ala’i, rappresentante della Baha’i International Community presso le Nazioni Unite a Ginevra. «Speriamo che molte persone leggano attentamente il contenuto di questo nuovo sito e si facciano rispettosamente sentire in modo che le autorità iraniane tengano in debito conto le istanze di giustizia e verità e prendano provvedimenti concreti per porre fine all’annosa sistematica persecuzione dei baha’i in Iran».  

I coautori della lettera aperta provengono da Brasile, Canada, Germania, India, Regno Unito, Stati Uniti e Sudafrica. Ulteriori informazioni sono disponibili su www.bic.org 

Per leggere la storia in inglese online o visualizzare altre foto, si vada a http://news.bahai.org/story/1236/ 

Per l’Archive of Baha’i Persecutuions si vada a https://iranbahaipersecution.bic.org/ 

Per alter notizie sulla Revisione periodica universale dell’Iran sia vada a http://news.bahai.org/story/1045/  

 

5 febbraio 2018

Sua Eccellenza Mohammad Javad Larijani

Segretario generale dellAlto Consiglio per i diritti umani in Iran

 

Vostra Eccellenza,  

Le scriviamo nella Sua qualità di capo dell’Alto Consiglio per i diritti umani in Iran, la branca della magistratura iraniana che, secondo la Costituzione iraniana, «protegge i diritti personali e sociali ed è responsabile dell’attuazione della giustizia». 

Come forse saprà, è da quarant’anni che i bahá’í in Iran, la più grande minoranza religiosa non musulmana del Suo paese, stanno subendo continue persecuzioni e discriminazioni per la sola ragione di credere nella propria fede. In questo periodo, centinaia di documenti, inclusi documenti governativi, sono stati portati all’attenzione delle Nazioni Unite (ONU) e di altre organizzazioni internazionali che hanno suffragato questa continua persecuzione. È stato recentemente aperto un sito web che fornisce, per la prima volta, un archivio pubblico di questi e di migliaia di altri resoconti, documenti e materiali audiovisivi che sono stati accumulati nel tempo. Intitolata Archives of Bahá’í Persecution in Iran, questa raccolta di documenti mostra chiaramente le dimensioni di questa ingiusta, inarrestabile e sistematica oppressione contro una minoranza religiosa. Fornisce anche documenti contemporanei che comprovano questa persecuzione e che contrastano nettamente con le continue smentite delle autorità iraniane. 

Prendiamo atto, ad esempio, che nell’ottobre 2014, durante la valutazione della situazione iraniana per quanto riguarda i diritti umani in base alla Revisione periodica universale delle Nazioni Unite, Lei ha risposto quanto segue in risposta alle domande poste da numerosi Stati preoccupati per la persecuzione in corso contro i bahá’í: «I bahá’í sono [una] minoranza in Iran … sono trattati secondo il cosiddetto contratto di cittadinanza. Quindi, in base a questo contratto di cittadinanza, godono di tutti i privilegi di cui gode qualsiasi cittadino iraniano». Ha inoltre affermato che «sono persone molto benestanti» e che: «Hanno professori all’università. Hanno studenti all’università. Quindi godono di tutti i possibili privilegi». 

Ma i documenti  che troviamo sul nuovo sito web dicono tutt’altro. Un verdetto emesso dal Dipartimento di Giustizia del governo in merito all’omicidio di un bahá’í afferma che «poiché la vittima era bahá’í al momento dell’incidente… e poiché il pagamento del prezzo del sangue [diyeh] è legalmente applicabile solo ai musulmani», l’imputato è assolto dalle accuse. Una lettera ufficiale dell’Ufficio generale del Dipartimento dell’Istruzione di Teheran indirizzata a una studentessa delle scuole medie afferma che «era una studentessa molto educata», ma è stata espulsa «in conformità con le disposizioni della Costituzione della Repubblica islamica perché è una seguace della setta bahá’í». Una lettera dell’Ufficio degli Affari generali dell’educazione dell’Università di Isfahan indirizzata a una studentessa afferma che, essendo «una seguace della setta bahá’í», ella «non è autorizzata a proseguire gli studi». Una lettera della Corte di giustizia amministrativa indirizzata a un disabile lo informa che è stato «licenziato dal lavoro a causa della sua appartenenza alla setta bahá’í», che l’erogazione della sua pensione è stata interrotta e che le sue ulteriori lamentele presentate alla corte sono «ritenute non valide e respinte». Una lettera del Ministero della Pubblica Istruzione indirizzata a una delle sue dipendenti afferma che è «licenziata dal servizio nel [Ministero] dell’Educazione» e le si ingiunge «di restituire tutti gli stipendi ricevuti» poiché è «affiliata alla setta bahá’í che è illegale». 

Eccellenza,  

Innumerevoli altri documenti rivelano altre violazioni dei diritti umani dei bahá’í come: reclusioni ed esecuzioni capitali; confische e distruzioni di cimiteri bahá’í e riesumazione di salme bahá’í; espulsioni di artisti e atleti bahá’í; attacchi e incendi di case e chiusure di piccoli negozi bahá’í. Tutto questo dimostra che i bahá’í sono stati trattati in modo ingiusto da quelle stesse istituzioni governative che hanno l’obbligo legale di difenderli. 

L’articolo 14 della Costituzione iraniana afferma che «il governo della Repubblica islamica dell’Iran e i musulmani sono tenuti a trattare le persone non musulmane che si comportano bene, secondo equità e secondo la giustizia islamica e devono rispettarne i diritti umani». Chiediamo come possa il rifiuto di far accedere all’università migliaia di giovani essere considerato equo? Come si può rispettate la giustizia islamica quando ci si sforza di escludere un’intera comunità dalla partecipazione alla vita economica del proprio paese? Come si possono rispettare i diritti umani quando persone innocenti vengono arbitrariamente arrestate, torturate e imprigionate per molti anni; o quando sono legalmente private del diritto di chiedere giustizia per i crimini commessi contro di loro e quando se ne lasciano impuniti i perpetratori? 

Questa persecuzione, questo trattamento discriminatorio sono violazioni del diritto internazionale, nonché di diversi trattati sottoscritti dall’Iran, come il Patto internazionale sui diritti civili e politici (ICCPR) e il Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali (ICESCR) . Ad esempio, l’articolo 26 dell’ICCPR afferma che «Tutte le persone sono uguali davanti alla legge e hanno diritto senza alcuna discriminazione a un’eguale protezione da parte della legge». Aggiunge inoltre che «la legge proibisce ogni discriminazione e garantisce a tutte le persone la stessa efficace protezione contro la discriminazione di qualsiasi tipo, razza, colore, genere, lingua, religione, opinioni politiche o di altro tipo, origine nazionale o sociale, proprietà, nascita o altro status». 

La persecuzione dei bahá’í da parte della Repubblica islamica dell’Iran è una violazione degli obblighi dell’Iran a livello nazionale e internazionale. La documentazione fornita negli Archivi dimostra la sistematicità di questa persecuzione e rivela la sua portata e la sua diffusione in tutte le regioni dell’Iran e il suo impatto sui bahá’í di ogni ceto sociale. 

Alla luce dei commenti di cui sopra, Le chiediamo rispettosamente, nella Sua veste di funzionario incaricato di garantire la giustizia, di esaminare il sito web e di riconsiderare le Sue dichiarazioni precedenti. In questo modo, confidiamo che Lei arrivi ad accettare e a comprendere meglio le dimensioni della persecuzione sponsorizzata dallo stato contro i bahá’í in Iran. La esortiamo inoltre a prendere provvedimenti immediati e decisivi per garantire che le disposizioni dei criteri internazionali sui diritti umani, così come quelle sancite dal sistema legale iraniano, siano applicate integralmente a tutti i sudditi nella Sua giurisdizione, senza discriminazioni. 

Cordialmente,

 

Abdullahi Ahmed An-Na’im

Charles Howard Candler

Professore di diritto

Scuola di diritto della Emory University

 

Mehrsa Baradaran

Decano associato per le iniziative strategiche

Professore associato di diritto (J. Alton Hosch)

Scuola di diritto dell’Università della Georgia

 

Upendra Baxi

Professore emerito di diritto dello sviluppo

Università di Warwick

 

Kirsty Brimelow QC

Avvocato internazionale per i diritti umani

Doughty Street Chambers

Presidente della Commissione per i diritti umani dell’Inghilterra e del Galles

 

Khaled Abou El Fadl

Professore di diritto (Omar e Azmeralda Alfi)

Vicepresidente del programma di studi islamici

Università della California, Los Angeles

Scuola di diritto

 

Lord Anthony Gifford QC

Doughty Street Chambers

Socio anziano

Gifford Thompson & Bright

 

Richard Goldstone

Giudice in pensione della Corte costituzionale del Sudafrica

Primo procuratore capo del Tribunale penale internazionale dell’ONU per l’ex Jugoslavia e il Ruanda

 

Claudio Grossman

Professore di diritto, decano emerito

Esperto di diritto internazionale e umanitario (Raymond I. Geraldson)

Washington College of Law dell’Università americana

 

Christof Heyns

Professore di diritto dei diritti umani

Direttore dell’Istituto per il diritto internazionale e comparato in Africa

Università di Pretoria

 

Cora Hoexter

Professoressa di diritto

Scuola di diritto dell’Università Witwatersrand

 

Baronessa Helena Ann Kennedy QC

Baronessa Kennedy di The Shaws

Giudice del braccio britannico della Commissione internazionale dei giuristi

Direttrice del Mansfield College di Oxford

 

Karim A. A. Khan QC

Avvocato internazionale per i diritti umani

Temple Garden Chambers

Ex consulente legale dell’Ufficio del Procuratore nei Tribunali penali internazionali delle Nazioni Unite per l’ex Jugoslavia e il Ruanda

 

Piet Meiring

Professore emerito di teologia

Università di Pretoria

Ex membro della commissione per la verità e la riconciliazione in Sudafrica

 

Juan E. Mendez

Professore di Diritto dei diritti umani alla residenza

Washington College of Law

Ex relatore speciale delle Nazioni Unite sulla tortura

 

Sir Geoffrey Nice QC

Professore di diritto

Gresham College

Ex Procuratore delle Nazioni Unite presso il Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia

 

Michael J. Perry

Robert W. Woodruff Professore di diritto

Scuola di diritto dell’Emory University

 

Niels Petersen

Professore di diritto pubblico,

Università di diritto internazionale ed europeo di Münster

 

Catherine Powell

Professoressa di diritto

Scuola di diritto Fordham

 

René Provost

Professore di diritto

Centro per i diritti umani e il pluralismo legale

McGill University

 

Jaya Ramji-Nogales

Decano associato per gli affari accademici

Professore di ricerca I. Herman Stern

Temple University, Scuola di diritto Beasley

 

Ingo Wolfgang Sarlet

Professore di diritto costituzionale

Pontificia Università Cattolica

Giudice della Corte di appello statale del Rio Grande do Sul

 

Soli Sorabjee

Senior Advocate

Corte Suprema dell’India

Ex Procuratore generale per l’India

 

Patrick Thornberry CMG

Professore emerito di diritto internazionale

Keele University

Ex membro del comitato delle Nazioni Unite per l’eliminazione della discriminazione razziale

 

Hildebrando Tadeu Valadares

Ambasciatore in pensione del Brasile

 

Johan D. van der Vyver

Professore di diritto internazionale e diritti umani (I. T. Cohen)

Scuola di diritto della Emory University

Solo trasformazioni strutturali permetteranno di sradicare la povertà, afferma la BIC

BIC NEW YORK, 2 febbraio 2018, (BWNS) – Per sradicare la povertà non basta modificare le politiche sociali ed economiche, indipendentemente dall’abilità con cui quelle modifiche sono concepite e attuate. Occorre invece un profondo ripensamento del modo in cui la questione della povertà è compresa e affrontata. Questa idea è stata il perno delle osservazioni di un rappresentante della Baha’i International Community che il 29 gennaio 2018 ha aperto la 56a Commissione per lo sviluppo sociale delle Nazioni Unite. 

«Quando ogni gruppo pensa al proprio benessere indipendentemente da quello dei propri vicini, la vita collettiva dell’umanità soffre », ha detto Daniel Perell, rappresentante della BIC e presidente del Comitato ONG per lo sviluppo sociale, durante la sessione di apertura del convegno a New York. 

«Ignorare questa verità fondamentale produce malanni fin troppo noti», ha proseguito il signor Perell. «L’interesse personale prevale a danno del bene comune. Si ammassano immense quantità di ricchezze, cui corrispondono deplorevoli abissi di miseria». 

La 56a sessione della Commissione per lo sviluppo sociale, che si concluderà il 7 febbraio, studia le strategie per sradicare la povertà. Esamina molti aspetti di questo problema complesso e preoccupante, compresa la necessità di realizzare la parità tra uomini e donne, le promesse e le potenziali insidie della tecnologia, le questioni della disabilità e dell’inclusione, nonché il ruolo speciale delle famiglie, delle comunità e dei giovani . 

La BIC ha preparato una dichiarazione per la Commissione nella quale auspica un profondo cambiamento di pensiero. Facendo riferimento all’obiettivo della Commissione di «sradicare la povertà per ottenere uno sviluppo sostenibile per tutti», la dichiarazione spiega che «non si tratta semplicemente di ampliare l’accesso alle risorse materiali, per quanto impegnativo ciò possa essere. Si tratta invece di realizzare una trasformazione strutturale e sociale in una misura mai tentata prima. E l’immensità di questo lavoro richiede nuovi modi di comprendere i singoli esseri umani e la società nel suo insieme». 

La dichiarazione prosegue contestando l’ipotesi perlopiù indiscussa che il maggior ostacolo nella lotta contro la povertà sia la scarsità delle risorse materiali del mondo. 

«A livello sistemico, l’ipotesi che “non ci siano abbastanza soldi” travisa sostanzialmente le realtà che si vedono nel mondo. Le risorse finanziarie si stanno sempre più concentrando in alcuni segmenti della società», scrive la BIC nella sua dichiarazione. «La sfida, quindi, non riguarda la scarsità delle risorse, ma le scelte e i valori in base ai quali allocare le risorse». 

Al di là della questione delle risorse finanziarie, la dichiarazione della BIC evidenzia le vaste capacità latenti nell’umanità di trasformare il mondo e in definitiva di risolvere i problemi più scomodi. Per muoversi in questa direzione, tuttavia, occorre un nuovo paradigma del pensiero, per cui tutte le persone siano viste come riserve di capacità che, se valorizzate, possano contribuire al miglioramento del mondo. 

Anche molte altre organizzazioni e singoli membri della Commissione stanno mettendo in discussione gli schemi di pensiero e di azione prevalenti nella lotta contro la povertà. L’ex direttore generale dell’Organizzazione internazionale del lavoro, e oratore principale, Juan Somavía, ad esempio, ha detto durante la Commissione che è necessario rivedere il modo in cui vediamo le persone che vivono in povertà. «Dare alle persone la possibilità di entrare a far parte del processo non è un fatto meccanico, perché rispetti le persone, capisci che la dignità e il valore dell’essere umano sono assolutamente essenziali», ha affermato. «Quelle persone non hanno perso la propria dignità a causa della situazione in cui si trovano e non vedono se stessi come un dato statistico». 

Parlando dell’evento, il signor Perell ha commentato: «La Commissione continua ad avere un grande potenziale. È un piacere trovarsi tra così tanti rappresentanti dei governi e della società civile che cercano proattivamente nuove soluzioni e mettono sempre più in discussione le conseguenze delle attuali strutture. Lo dimostrerà la misura in cui queste conversazioni saranno portate ancora più avanti a livello internazionale e, forse ancora più importante, incominceranno a rimodellare il pensiero e la pratica a livello nazionale e locale». 

Per leggere l’articolo online o vedere le foto, si vada a news.bahai.org.

Una nuova struttura didattica apre accanto al Tempio baha’i del loto

NUOVA DELHI, 25 gennaio 2018, (BWNS) – La Casa di culto baha’i è un’istituzione basata sullo stretto legame tra il culto di Dio e il servizio all’umanità. Nel caso del Tempio del Loto di Nuova Delhi, questa relazione sta diventando più tangibile con l’apertura nelle sue adiacenze di un nuovo centro educativo. 

«Questo centro si propone di costruire comunità», spiega Shaheen Javid, direttore della Casa di culto. Questo spazio didattico, che può accogliere centinaia di studenti, sarà utilizzato per ospitare campi, corsi e seminari per giovani e giovani adulti che partecipano a varie attività per migliorare le proprie comunità.  

Ispirati dai principi baha’i dell’unità del genere umano e della giustizia, migliaia di giovani di Delhi sono in prima linea in importantissime attività per lo sviluppo delle comunità. In tutta la città, questi giovani gestiscono classi per l’educazione spirituale dei bambini che insegnano il grande valore dell’unità dei popoli, delle razze e delle religioni. Lavorano anche con i giovanissimi per sviluppare le loro capacità espressive e di servizio alla comunità. 

Oltre a lavorare per le generazioni successive, molti giovani organizzano incontri di preghiera che riuniscono i vicini di casa e promuovono l’armonia sociale e inoltre ospitano lezioni che consentono agli adulti di studiare la natura spirituale dell’esistenza e di agire concretamente al servizio delle loro comunità e della società. 

«Questi giovani che lavorano in questo processo stanno arrivando a capire l’importanza del progresso spirituale», ha detto Carmel Moghbelpour, il direttore dell’Ufficio di informazione del pubblico della Casa di culto. «Ora, che possono studiare nella nuova struttura, possono incominciare la loro giornata pregando nel Tempio. 

«Stanno lavorando insieme per trasformare le loro vite interiori e le loro condizioni esterne». 

La necessità di avere più spazio per riunirsi, lavorare, studiare e pregare ha incominciato a farsi sentire quando il numero di giovani ispirati da questa visione di unità e di pace è cresciuto a Nuova Delhi. In precedenza, i programmi, i seminari e i corsi si svolgevano episodicamente nei terreni della Casa di culto, utilizzando strutture che vi erano state costruite per altri scopi, come gli alloggi del personale del Tempio. Con l’apertura della nuova struttura educativa, a questi programmi potranno partecipare molte più persone rispetto a prima. 

«Avere un movimento così dinamico e fiorente di giovani dediti al servizio delle proprie comunità, molti dei quali provengono dai quartieri circostanti, che si incontrano e imparano insieme proprio qui all’ombra del Tempio è una cosa molto speciale. Ci dà una vaga idea del significato della presenza di una Casa di culto nella quale la comunità può concentrarsi sul servizio e unirsi nella preghiera», ha detto Tabriz Alam, che si occupa del coordinamento delle attività educative baha’i a Nuova Delhi. 

Oltre alla costruzione di questo spazio didattico, ci sono stati altri importanti sviluppi nella Casa di culto. L’accesso al Tempio di Nuova Delhi è stato recentemente facilitato dall’apertura di una nuova linea della metropolitana con una fermata nelle immediate vicinanze. L’ultima volta che l’accesso alla metropolitana è stato migliorato, nel 2010, il numero di visitatori annuali del Tempio è cresciuto da 3 milioni a 5,6 milioni. Il personale della Casa di culto prevede un analogo incremento in seguito all’apertura della nuova linea. 

Il Tempio di Nuova Delhi, inaugurato nel 1986, riceve 10-15 mila visitatori nei giorni feriali e oltre 35 mila nei fine settimana. È una delle otto Case di culto continentali baha’i del mondo. Questi edifici, compresi i Templi locali e nazionali che stanno incominciando a sorgere, incarnano i concetti dell’unità e dell’unicità e si ergono come fari nelle loro comunità. 

Per vedere le foto e leggere l’articolo in inglese online, si vada a: http://news.bahai.org/story/1234

Una visione della pace: storie dalla Repubblica Democratica del Congo

KINSHASA, Repubblica Democratica del Congo, 16 gennaio 2018, (BWNS) — Il sole sta sorgendo nel villaggio congolese di Ditalala e l’aroma del caffè appena macinato riempie l’aria. Per generazioni, la gente di questo villaggio ha bevuto caffè, che coltivano loro stessi, prima di andare a lavorare nei campi.

Negli ultimi anni, questa tradizione mattutina ha assunto un significato più profondo. Molte famiglie del villaggio invitano i vicini di casa per  bere un caffè e pregare insieme prima di iniziare la giornata.

«Hanno completamente trasformato questo semplice atto di una tazza di caffè la mattina», dice una persona che ha recentemente visitato Ditalala, riflettendo sulla sua esperienza. «È una vera attività di costruzione della comunità. Mentre si tostava e preparava il caffè, gli amici arrivavano dalle case vicine per pregare insieme, poi si beveva il caffè ridendo e discutendo i problemi della comunità. C’era un sentimento di vera unità».

La Repubblica Democratica del Congo (RDC) nell’Africa Centrale ha subito, per oltre un secolo, una serie di violente lotte. Si calcola che la guerra più recente dal 1998 al 2002 abbia falciato oltre cinque milioni e mezzo di vite, la più micidiale crisi del mondo dopo la seconda guerra mondiale. Negli ultimi due anni, è stato il paese con il maggior numero di profughi di guerra — secondo le Nazioni Unite, nei soli primi sei mesi del 2017 circa un milione e 700 mila congolesi sono fuggiti dalle loro case per problemi di insicurezza.

Eppure, in tutto il paese alcune comunità stanno imparando a superare le tradizionali barriere che dividono le persone. Ispirate dagli insegnamenti di Baha’u’llah, esse lavorano per il progresso materiale e spirituale. Si occupano delle dimensioni pratiche della vita, nonché delle qualità necessarie per una comunità fiorente come la giustizia, le relazioni umane, l’unità e l’accesso alla conoscenza.

«Stiamo imparando che quando ci sono spazi nei quali riunirsi e discutere gli insegnamenti di Baha’u’llah pertinenti alle sfide della comunità, le persone ci vengono e si consultano su ciò che si può fare assieme per risolvere i problemi», riflette Izzat Mionda Abumba, che per molti anni si è occupato di programmi educativi per bambini e giovani.

«Quando tutti hanno libero accesso a questi spazi, non c’è niente che ci separa — non ci sono più baha’i e non baha’i. Stiamo tutti leggendo questi scritti e nel discuterne troviamo percorsi per risolvere qualunque cosa stiamo facendo. L’ispirazione ci viene da queste Scritture e direttive», dice.

La storia di questo paese è notevole. Il processo che si sta svolgendo mira a favorire la collaborazione e a sviluppare in tutte le persone — indipendentemente dall’origine religiosa, etnica, razziale, il genere o lo stato sociale — le capacità necessarie per contribuire al progresso della civiltà. Tra la confusione, la diffidenza e l’oscurità presenti oggi nel mondo, queste fiorenti comunità della Repubblica Democratica del Congo dimostrano che l’umanità ha la capacità di affrontare profonde trasformazioni sociali.

 

Un cammino verso la prosperità collettiva

Il villaggio di Walungu si trova nel Sud Kivu, una provincia orientale del paese, al confine con il Ruanda e il Burundi. Negli ultimi anni, uno spirito di unità e collaborazione si è diffuso tra la gente del villaggio. Essi pregano insieme in contesti diversi, avvicinando fra loro diverse persone, indipendentemente dalla confessione religiosa. Questo crescente carattere devozionale si accompagna a un profondo impegno nel servizio del bene comune.

La ragione della trasformazione di Walungu è la dedizione del villaggio allo sviluppo intellettuale e spirituale dei bambini.

Walungu è una zona remota del paese. Anni fa, la comunità non era soddisfatta del tipo di educazione formale accessibile ai loro figli. Pertanto, un gruppo di genitori e di insegnanti ha fondato nel villaggio una scuola con l’assistenza di un’organizzazione di ispirazione baha’i che fornisce la formazione degli insegnanti e promuove l’apertura di scuole su base comunitaria.

A differenza dalle tradizionali istituzioni educative, le scuole su base comunitaria, come quella di Walungu, sono create, supportate e incoraggiate dalla comunità locale. I genitori, la famiglia allargata, altri membri della comunità e anche i bambini hanno un profondo senso di proprietà e di responsabilità verso il funzionamento della scuola.

Quando è stata aperta nel 2008, la scuola era composta da una sola classe con un unico maestro. Dopo un anno, la comunità è stata in grado di aggiungere un’altra classe e di assumere un secondo insegnante. Gradualmente, la scuola è cresciuta, aggiungendo altri studenti, altre classi e altri insegnanti. Oggi, è una scuola elementare completa con oltre 100 studenti.

Tuttavia, quando la scuola ha incominciato a crescere la comunità ha dovuto affrontare alcune sfide. Non c’erano fondi per pagare gli insegnanti o per prendersi cura della scuola. Rendendosi conto che si doveva fare qualcosa per sostenere finanziariamente la scuola, è stato convocato un incontro di tutti i genitori e delle altre persone coinvolte. Durante l’incontro, il direttore della scuola ha suggerito che egli avrebbe potuto insegnare a tutti a tessere cestini e che se potevano vendere i cestini nel mercato avrebbero avuto i fondi da utilizzare per pagare le tasse scolastiche. Sessantasette genitori hanno aderito, felici della prospettiva di apprendere un nuovo mestiere e di essere in grado di sostenere l’educazione dei propri figli. Intessono ancora oggi cestini, che vendono nei mercati dei villaggi circostanti.

La fabbricazione dei cestini è rimasta un’attività collettiva — di solito i genitori si riuniscono per lavorare, ma a volte si insegnano a vicenda nuove tecniche di tessitura. E questi incontri sono diventati qualcosa di più. Sono uno spazio per parlare anche di profonde questioni spirituali.

«Donne e uomini non vengono solo per tessere», spiega Mireille Rehema Lusagila, che partecipa al lavoro per la costruzione di comunità sane e vibranti. «Si incomincia con un incontro devozionale, si leggono insieme le sacre scritture. Ci si allena a leggere e scrivere, si condividono esperienze e capacità. La gente del posto mi ha detto che questa attività li aiuta a progredire non solo in senso materiale, ma anche in senso spirituale».

 

I giovani aprono la strada verso l’unità

Al confine orientale del paese nella regione del Kivu, i giovani si occupano dello sviluppo delle prossime generazioni. Nel villaggio di Tuwe Tuwe, 50 giovani lavorano con 500 adolescenti e centinaia di bambini, che aiutano a comprendere l’importanza dell’unità e ad attraversare una fase cruciale della loro vita.

Per diversi anni, i giovani sono stati all’avanguardia nella trasformazione di questa comunità. Nel 2013, un gruppo di giovani baha’i e di loro amici sono ritornati da un convegno giovanile con una gran voglia di risolvere le tensioni e le ostilità tra i loro villaggi.

Durante il convegno, essi hanno studiato temi essenziali per l’unità delle comunità, come l’importanza di avere obiettivi nobili, l’idea della prosperità spirituale e materiale, il ruolo dei giovani nel servire e nel migliorare le proprie località e come sostenersi reciprocamente nell’intraprendere azioni significative.

Riflettendo sull’esperienza, il signor Abumba, che si reca spesso nella regione per sostenere programmi educativi di ispirazione baha’i, racconta come questi giovani sono divenuti una forza unificatrice.

«Quando sono ritornati nelle rispettive comunità questi giovani hanno visto che le ostilità tra i due villaggi si erano inasprite a causa di una contesa sui campi agricoli. I giovani si sono chiesti: “Che cosa possiamo fare per trovare una soluzione e aiutare gli adulti a capire che dobbiamo vivere in armonia?”. E hanno deciso di agire insieme», dice il signor Abumba.

«Ebbero l’idea di organizzare una partita di calcio che coinvolgesse i giovani dei due villaggi e di giocarla in un campo intermedio, nella speranza che i genitori venissero a vederla. Non importava chi avrebbe vinto o perso la partita. A loro interessava far incontrare fra loro un gran numero di persone da entrambi i villaggi per cercare di far capire loro che è possibile vivere nell’unità».

I giovani si sono preparati alla partita — hanno comprato un pallone e formato le squadre dei due villaggi con membri di tribù diverse. Infine, è arrivato il momento. Si è presentata una grande folla da entrambi i villaggi perché era domenica. Gli spettatori sono rimasti colpiti dal fatto che i giovani giocassero per il piacere di farlo.

«Poi alla fine della partita, i giovani hanno parlato alla folla», spiega il signor Abumba. «Hanno detto: “Come avete visto, abbiamo giocato senza che sorgesse alcuna lite tra i giovani dei due villaggi. E noi crediamo che i nostri villaggi possano fare altrettanto, vivere come figli di una stessa famiglia”. Allora i capi dei villaggi sono saliti sul palco e hanno detto agli spettatori che era tempo di voltare pagina e di incominciare a vivere e a lavorare insieme.

«In questi villaggi abitano tribù diverse che entrano spesso in conflitto», conclude il signor Abumba. «La gente sta imparando dagli insegnamenti di Baha’u’llah a trovare il modo di affrontare questi annosi problemi. E i programmi educativi di ispirazione baha’i stanno dando ai giovani in particolare una voce per essere una forza di cambiamento positivo nelle proprie comunità».

 

Un villaggio chiamato “Pace”

Ditalala è un villaggio sperduto della parte centrale del paese, collegato alla città più vicina da una stradina di 25 chilometri, che essi percorrono a volte a piedi, a volte con fuoristrada.

Susan Sheper, che vive nella Repubblica Democratica del Congo dal 1980, ricorda che nella sua prima visita a Ditalala 31 anni fa, alcuni baha’i sono venuti a prenderla alla stazione ferroviaria e l’hanno accompagnata a piedi fino al villaggio in un viaggio di cinque ore. «Siamo scesi dal treno e siamo subito stati circondati da questo gruppo di baha’i gioiosi che cantavano. Ci hanno chiesto: “Potete fare un po’ di strada a piedi?”».

E così la signora Sheper si è messa in cammino, accompagnata da baha’i che cantavano e ha percorso 25 chilometri a piedi nel cuore della notte.

«È stata un’esperienza straordinaria», ricorda la signora Sheper, «gli amici non hanno mai smesso di cantare, passavano da una canzone all’altra. Sono abituati a percorrere a piedi grandi distanze e il canto li aiuta ad andare avanti perché i piedi seguono il ritmo».

A quel tempo nel villaggio, che allora si chiamava Batwa Ditalala, c’era una vivace comunità baha’i, ma c’erano molte barriere tra i diversi gruppi, compresi i baha’i.

«Dopo 31 anni, quando sono ritornata a Batwa Ditalala», dice la signora Sheper, «una delle prime cose che ho imparato è stata che il villaggio non si chiamava più Batwa Ditalala».

Il termine Batwa indica il popolo Batwa, che è uno dei principali gruppi di “pigmei” della Repubblica Democratica del Congo. I pigmei sono sempre stati emarginati e sfruttati a causa delle discriminazioni contro di loro nate dal loro modo di vita di cacciatori-raccoglitori e dal loro aspetto fisico. Questo ha creato una complessa realtà di pregiudizi e conflitti ovunque essi vivano in prossimità di popolazioni agricole stanziali.

«Ma oggi, gli insegnamenti di Baha’u’llah sull’unità e sull’eliminazione dei pregiudizi hanno abbattuto quelle barriere, il villaggio non si chiama più Batwa Ditalala. Si chiama semplicemente Ditalala», spiega la signora Sheper.

Nella lingua locale “ditalala” significa pace e l’intero villaggio è stato trasformato da una visione della pace.

«La gente ci ha detto che un tempo nel villaggio c’erano molte divisioni interne, ma che a causa degli insegnamenti di Baha’u’llah le persone non si vedono più come tribù diverse, si vedono come un popolo unito», dice la signora Sheper. «Mi hanno detto che la vita è molto migliorata da quando non ci sono più pregiudizi».

Tutti a Ditalala conoscono gli insegnamenti di Baha’u’llah, la cui influenza si fa sentire in molti aspetti della vita della popolazione. Oggi, oltre il 90 per cento del paese partecipa al lavoro per la costruzione della comunità baha’i, con attività come caffè e preghiere la mattina e classi di educazione morale e spirituale per persone di tutte le età.

Il capo di Ditalala spesso sostiene le attività della comunità baha’i. Incoraggia la comunità a riunirsi per consultarsi, un elemento centrale del processo decisionale baha’i.

La gente ha anche intrapreso una serie di iniziative per migliorare il proprio benessere sociale e materiale, nel campo della sanità agricola e materna e nel rifornimento dell’acqua potabile. Ha costruito una strada e aperto una scuola a base comunitaria.

 

Una comunità luminosa

In tutta la Repubblica Democratica del Congo, decine di migliaia di persone hanno risposto al messaggio di Baha’u’llah. Le celebrazioni del 200° anniversario della Sua nascita in ottobre sono state straordinariamente vaste — un enorme numero di persone ha partecipato ai festeggiamenti in tutto il paese. Si stima che oltre 20 milioni di persone abbiano visto la trasmissione televisiva della commemorazione nazionale, alla quale hanno presenziato illustri leader del governo e della società civile.

Il paese è uno dei due che la Casa Universale di Giustizia ha scelto per costruirvi nei prossimi anni una Casa di culto baha’i nazionale.

In tutti i recenti sviluppi di questa comunità, ciò che spicca più vividamente è che i suoi componenti stanno andando avanti tutti assieme.

Per ascoltare un episodio podcast, vedere le foto e leggere l’articolo in inglese online, si vada a: http://news.bahai.org/story/1233 .

 

La terribile condanna a morte di un baha’i yemenita

Sana’a, Yemen, 9 gennaio 2018, (BWNS) — Oltre 100 noti attivisti, avvocati e leader del pensiero hanno protestato la settimana scorsa per l’approvazione della condanna a morte del baha’i yemenita Hamed bin Haydara, ingiustamente imprigionato quattro anni fa per il suo credo religioso.

Il signor Haydara è stato pubblicamente condannato a morte dalla Corte criminale specializzata di Sana’a il 2 gennaio u.s. Il giudice locale ha anche chiesto lo scioglimento di tutte le istituzioni elette baha’i, ponendo in pericolo l’intera comunità baha’i.

Dopo questa scandalosa sentenza pronunciata a Sana’a, una città controllata dagli Houthi, in tutta la regione si è sollevata un’ondata di sostegno per la comunità baha’i dello Yemen.

Particolarmente degna di nota è stata la reazione del mondo arabo. Eminenti organizzazioni mediatiche hanno pubblicizzato il caso, scrivendo che le accuse contro il signor Haydara sono una palese e grave violazione dei diritti umani. È stata lanciata una petizione che ha finora raccolto numerose firme di leader e personaggi ben noti nella regione. L’Iniziativa yemenita per la difesa dei diritti dei baha’i, un gruppo di attivisti che si è formato nel mese di aprile, ha raggiunto decine di migliaia di persone nel paese attraverso la pubblicazione di post sul caso.

«Numerosi rapporti fanno notare chiaramente il nascosto coinvolgimento delle autorità iraniane nella persecuzione dello Yemen contro la comunità baha’i», ha detto Bani Dugal, rappresentante dell’Ufficio della Baha’i International Community presso le Nazioni Unite a New York.

Questa sentenza non ha precedenti nella persecuzione dei baha’i nello Yemen e assomiglia molto agli atti di ingiustizia perpetrati contro la comunità baha’i in Iran.

Il signor Haydara è stato arrestato arbitrariamente sul suo posto di lavoro il 3 dicembre 2013 e si trova in carcere da allora. Il suo caso ha suscitato scalpore per la completa mancanza di un giusto processo.

Le persecuzioni contro la comunità baha’i yemenita da parte della autorità a Sana’a sono andate crescendo negli ultimi anni. Attualmente, sei altri baha’i sono in prigione a Sana’a e sono stati negati loro i diritti umani fondamentali.

Per leggere l’articolo in inglese online, si vada a: http://news.bahai.org/story/1232