Uccisione sospetta di un baha’i in Iran

NEW YORK, 11 gennaio 2017, (BWNS) — La Baha’i International Community ha saputo che un baha’i è stato ucciso in Iran in circostanze sospette.

Un rapporto ricevuto il 9 gennaio ha indicato che Ahmad Fanaian è stato trovato morto, a causa di gravi ustioni in tutto il corpo. Il signor Fanaian era un anziano e rispettato uomo dalla provincia di Semnan.

Questo funesto episodio accade in un momento di oppressione sistematica contro i baha’i nella regione di Semnan, che è stata al centro di una vasta attività anti-baha’i. Nel 2012, la Baha’i International Community ha pubblicato una relazione speciale che riporta in dettaglio numerosi atti di violenza e discriminazione contro i baha’i.

Si attendono ulteriori dettagli nei prossimi giorni.

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Un film sull’educazione e sull’amore ispira il pubblico di tutto il mondo

MALAWI, 6 gennaio 2017, (BWNS) — Un film che parla di un fratello e una sorella in un villaggio rurale nel cuore dell’Africa sta dimostrando che un film ha il potere di contribuire al cambiamento sociale costruttivo e di stimolare conversazioni significative.

La benedizione della misericordia, scritto e diretto da May Taherzadeh, è un commovente e profondo esame del rapporto tra l’amore e il sacrificio in un contesto di ingiustizia sociale. Ha ricevuto molti consensi e, dal 2015, ha già vinto dieci premi internazionali.

Il film illustra la storia di due fratelli. Il più vecchio, che si chiama Benedizione, vuole togliere la sorella minore, Misericordia e se stesso, dalla povertà con lo studio. La famiglia è assalita da mille difficoltà e Benedizione diventa sempre più consapevole delle ingiustizie che lo circondano e del potere della scelta personale.

«L’idea era di mostrare una persona che si trova in una situazione disastrosa, mentre fa un sacrificio altruistico. Questa capacità di sacrificarsi, di essere generosi e di pensare al benessere di un’altra persona è un riflesso della forza dello spirito umano», ha detto la signora Taherzadeh.

La benedizione della misericordia richiama l’attenzione su temi come l’educazione delle ragazze e le spose bambine ed è attualmente utilizzato come parte del Programma congiunto delle Nazioni Unite per l’educazione delle ragazze nel Malawi per promuovere una campagna nazionale.

I temi affrontati dal film — il privilegio, l’uguaglianza, il sacrificio e la responsabilità — hanno colpito il pubblico di tutto il mondo. Oltre a essere stato presentato a vari festival cinematografici e ad eventi minori nel 2015, La benedizione della misericordia è stato proiettato nel corso di varie iniziative in diversi paesi come Vanuatu, l’Irlanda, il Sud Africa, gli Stati Uniti e i Paesi Bassi per promuovere discussioni sui diritti umani, sulla giustizia sociale e sull’uguaglianza fra donne e uomini.

Alcune organizzazioni hanno proiettato il film e organizzato seminari per riflettere sulle emozioni e sulle domande che la storia evoca e per riflettere sullo sviluppo delle comunità. I giovani, vedendo il film, sono stati colpiti soprattutto dall’idea che la scelta personale e il sacrificio possono produrre un cambiamento positivo, anche in mezzo a ingiustizie strutturali la cui soluzione richiede anche una più ampia trasformazione della società.

Arricchita da precedenti esperienze nel campo del cinema documentario, la signora Taherzadeh, che è cresciuta in Malawi, voleva vedere come una storia di fantasia possa toccare i cuori usando il potere dell’arte. «Una citazione dagli scritti baha’i che mi ha sempre ispirata dice che l’arte può risvegliare sentimenti nobili più di un freddo ragionamento, soprattutto tra la massa della gente», ha spiegato. «La storia è africana, ma il film mostra temi universali di amore e sacrificio, di speranza e disperazione, che ci ricordano la nostra comune umanità. È meraviglioso vedere che il film ispira in persone di tutto il mondo, che vivono in circostanze molto diverse, il coraggio necessario per cambiare.

«Nessuno si trova dove è solo a causa di ciò che ha fatto personalmente. Siamo tutti dove siamo anche a causa dei sacrifici di qualcun altro».

Il film non è ancora stato distribuito al pubblico, ma potete trovare un trailer in questo sito: https://youtu.be/3BDYP5JTarA .

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Accettare il principio dell’unità significa ripensare la prosperità e lo sviluppo

LUSSEMBURGO, 30 dicembre 2016, (BWNS) — Unity Foundation, un’organizzazione fondata da un piccolo gruppo di baha’i 25 anni fa, ispirati dagli insegnamenti della loro Fede, è una delle varie agenzie di ispirazione baha’i che assistono le organizzazioni per lo sviluppo sociale ed economico del mondo ad accedere ai finanziamenti essenziali. Il suo impegnativo compito è facilitare il flusso di fondi da una parte all’altra del mondo mantenendo e rafforzando la capacità delle comunità locali di dirigere il proprio percorso di sviluppo.

Le iniziative baha’i per lo sviluppo economico e sociale operano secondo un principio per cui le popolazioni devono essere protagoniste del proprio progresso materiale, spirituale e intellettuale, non solo destinatari o semplici partecipanti. La maggior parte di queste iniziative è sostenuta dalle risorse delle comunità locali che li portano avanti. Alcune dimesse sono cresciute in dimensioni e complessità e ora hanno bisogno di risorse economiche da fuori della comunità per poter diffondere le procedure consolidate e avere un impatto ancora maggiore.

Le agenzie di ispirazione baha’i, ad esempio Unity Foundation, hanno imparato a reperire risorse economiche a sostegno di quelle iniziative di sviluppo che hanno raggiunto un certo livello di crescita e di complessità. In questi casi, le Istituzioni baha’i che hanno seguito queste organizzazioni provvedono ai contatti con la Fondazione.

Questi progetti rientrano principalmente in due categorie: quelli che offrono ai bambini la possibilità di studiare con l’istituzione di scuole elementari comunitarie e quelli che aiutano i giovani delle zone rurali a imparare a diventare promotori del benessere delle comunità.

«Fedeli ai nostri principi, non avviamo, né svolgiamo né gestiamo progetti di sviluppo in altre parti del mondo», ha detto Fernand Schaber, il Presidente del Consiglio di amministrazione di Unity Foundation. «Ci consideriamo partner paritari dei progetti finanziati. Il nostro ruolo è quello di rappresentare la loro visione davanti alla comunità donatrice in Lussemburgo.

«Inoltre non scegliamo noi i progetti. Ci sono consigliati dalle Istituzioni baha’i. Abbiamo imparato che il lavoro secondo questo sistema ci aiuta a evitare molte insidie che si possono presentare alle comunità locali quando le risorse finanziarie non arrivano attraverso canali appropriati».

Un elemento centrale del modo in cui la Fondazione vede lo sviluppo è la sua idea di prosperità.

«Riconosciamo l’importanza di essere prosperi nei mezzi materiali, nelle infrastrutture e nella tecnologia, ma è del pari, se non più importante, che le comunità siano prospere nella famiglia e nell’unità della società, nell’armonia, nella nobiltà d’animo, nella pace, nella generosità, nella giustizia e nella parità tra uomini e donne», ha spiegato Angela Roldan, membro del Consiglio di amministrazione. «La speranza è che i bambini di ogni società continuino a crescere con una maggiore consapevolezza che l’accumulo di ricchezza non deve servire solo a se stessi, ma essere una fonte di ricchezza e di felicità anche per gli altri.

«In questa prospettiva, quindi, non aderiamo all’abitudine di dividere il mondo in due gruppi: “sviluppati” e “sottosviluppati”. Ogni Paese del mondo ha una lunga strada da percorrere per imparare a raggiungere la vera prosperità. Ciò che occorre è un processo globale di apprendimento, per cui ogni nazione e ogni popolo possa apportare il proprio contributo di idee su un piano di parità ed essere visto come un protagonista del proprio percorso di sviluppo. E questo è il principio che cerchiamo di riflettere nelle nostre relazioni con i nostri partner in altre parti del mondo», ha detto la dottoressa Roldan.

Quanto a disporre di fondi per progetti in tutto il mondo, la Fondazione sta imparando come contribuire al discorso sullo sviluppo in Lussemburgo, avvalendosi delle esperienze generate a livello globale dai progetti per i quali lavora.

«Le nostre conversazioni con i donatori non riguardano solo la raccolta di fondi. Più in generale, esse contribuiscono a far comprendere meglio i concetti e i principi fondamentali dello sviluppo», ha dichiarato Yves Wiltgen, addetto al discorso pubblico della Fondazione. «Stiamo promuovendo un dialogo su queste idee in spazi diversi, come per esempio donatori individuali, le scuole, i media e incontri speciali o altri eventi.

«La gente può vedere che alcune idee generate in altre parti del mondo sono applicabili anche allo sviluppo del Lussemburgo. Ad esempio, si sta cercando di capire come le comunità possano unirsi attorno ad aspirazioni più alte e come la gente possa prendere iniziative per aiutare gli altri nelle loro comunità», ha continuato il signor Wiltgen.

La Unity Foundation lavora in collaborazione con il Ministero degli affari esteri del governo lussemburghese, che ha imparato ad apprezzare i principi che guidano l’organizzazione. Negli ultimi cinque anni la Fondazione e il Ministero hanno facilitato, insieme, il flusso di più di 3 milioni di euro verso progetti in Africa, in America Latina e nell’Asia sud-orientale.

Il 19 novembre, la Unity Foundation ha ospitato una cena formale per celebrare il suo venticinquesimo anniversario. Centosessanta persone hanno partecipato all’evento presso il Cercle Cité in Lussemburgo. Fra gli ospiti c’erano personaggi del mondo degli affari, dei media e di vari settori governativi, nonché altre persone che hanno sostenuto il lavoro della Fondazione.

«Questo evento è stato molto più di una celebrazione del venticinquesimo anniversario della Unity Foundation», ha dichiarato il signor Wiltgen. «È un segno di un certo livello di consapevolezza del fatto che la ricchezza materiale in una parte del mondo e la sua assenza in altre non sono accettabili se consideriamo il mondo intero come una sola famiglia».

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L’Assemblea generale dell’ONU rimprovera l’Iran per la situazione dei diritti umani

NEW YORK, 19 dicembre 2016, (BWNS) — Oggi la comunità internazionale ha denunciato con fermezza una lunga serie di violazioni dei diritti umani in Iran.

Con 85 voti favorevoli, 35 contrari e 63 astensioni, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha approvato una risoluzione che esprime «profonda preoccupazione» per l’alto numero di esecuzioni senza garanzie giuridiche, per l’uso continuo di torture, detenzioni arbitrarie diffuse, forti limitazioni alla libertà di riunione, di espressione e di credo religioso e per la continua discriminazione contro le donne e le minoranze etniche e religiose, tra cui i baha’i, in Iran.

«Il voto di oggi evidenzia chiaramente che il mondo rimane profondamente preoccupato per il modo in cui l’Iran tratta i propri cittadini e pone alcuni interrogativi sulla reale volontà dell’Iran di adempiere ai propri obblighi come membro della comunità internazionale», ha detto Bani Dugal, il principale rappresentante della Baha’i International Community presso le Nazioni Unite.

«Purtroppo, l’elenco delle violazioni dei diritti umani in atto in Iran è lungo», ha continuato la signora Dugal. «Nonostante le smentite dei funzionari iraniani, è difficile vedere qualche segno di progresso. Questo è particolarmente vero per i baha’i iraniani, i quali devono affrontare, tra le altre forme di oppressione, la politica di “apartheid economico” adottata dal loro governo, che cerca continuamente di escluderli dal mondo del lavoro, dall’istruzione e di privarli della libertà di praticare la loro religione secondo i dettami della loro coscienza.

«All’inizio di novembre, ad esempio, 124 negozi e imprese baha’i sono stati chiusi dal governo dopo che i proprietari avevano sospeso le attività per due giorni per osservare un’importante festività baha’i.

«Inoltre, si continua a impedire ai baha’i di frequentare liberamente l’Università e li si sottopone a ogni sorta di altre restrizioni. Essi continuano a subire anche arresti arbitrari, detenzioni e reclusioni per aver svolto legittime attività religiose», ha detto la signora Dugal.

La signora ha notato che circa 86 baha’i sono attualmente in prigione e che, dal 2005, oltre 900 baha’i sono stati arrestati e sono stati documentati almeno 1100 episodi di esclusione economica.

«Sotto l’amministrazione del presidente Hassan Rouhani la situazione non è migliorata», ha aggiunto. Dall’agosto 2013 quando egli ha assunto l’incarico, sono state arrestati almeno 185 baha’i e ci sono stati almeno 540 episodi di discriminazione economica.

Tra le altre cose, la risoluzione di oggi chiede all’Iran di eliminare «tutte le forme di discriminazione, comprese le restrizioni economiche» contro le minoranze religiose in Iran. Inoltre, chiede il rilascio di «tutti i praticanti religiosi, compresi i sette dirigenti baha’i, imprigionati per la loro appartenenza o per aver svolto attività per conto di un gruppo religioso di minoranza riconosciuta o non riconosciuta».

La risoluzione è stata presentata dal Canada e co-sponsorizzata da 41 altre nazioni. È la 29a risoluzione di questo tipo che dal 1985 esprime preoccupazione dell’Assemblea generale per le violazioni dei diritti umani in Iran.

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Modificare la conversazione nazionale

LONDRA, 15 dicembre 2016, (BWNS) — Possiamo cambiare il carattere della nostra conversazione nazionale e le condizioni in cui ci parliamo l’uno con l’altro?

Recentemente, l’Ufficio degli affari pubblici baha’i del Regno Unito ha invitato un gruppo di parlamentari, giornalisti, accademici e attivisti della società civile ad approfondire questo tema. Il dialogo che ne è scaturito ha tratto ampio beneficio dalle ricche esperienze dei partecipanti. I partecipanti erano una cinquantina e fra loro c’erano rappresentanti del Religion Media Centre, della British Humanist Society, degli Studi Orientali e Africani dell’Università di Londra, della Rand Corporation e del 3 Faiths Forum.

In un comunicato rivolto ai partecipanti, l’Ufficio degli affari pubblici baha’i ha scritto: «A tutti i livelli della società si svolgono molte conversazioni stimolanti, che sono di grande importanza per il nostro futuro comune. Fra i temi di queste conversazioni vi sono la natura dei nostri valori nazionali condivisi, la coesione sociale, la parità tra donne e uomini, il ruolo della religione nella vita pubblica, la migrazione, la libertà di parola, la libertà di religione o di credo e l’economia.

«Perché la nostra società possa progredire, è chiaro che tutti gli interessati devono avere la possibilità di partecipare pienamente a queste discussioni», prosegue il comunicato.

Il seminario ha avuto inizio con le presentazioni di cinque relatori seguite da una discussione e da uno spazio per le domande e le risposte. Quindi le persone si sono suddivise in piccoli gruppi per discutere temi specifici in modo più approfondito.

Il professor Martyn Barrett dell’Università del Surrey ha parlato di una dimensione critica ma ancora sottovalutata degli sforzi per costruire una società più armoniosa: l’amicizia.

«L’ostilità, l’intolleranza e il pregiudizio possono essere ridotti mettendo le persone appartenenti ai diversi gruppi culturali a contatto l’una con l’altra», ha detto. «Idealmente, questo contatto dovrebbe consentire lo sviluppo di amicizie significative e dovrebbe coinvolgere attività finalizzate al raggiungimento di obiettivi comuni. In altre parole, le interazioni tra le persone dovrebbero essere caratterizzate dalla cooperazione piuttosto che dalla concorrenza».

Un altro degli oratori, il professor Michael Karlberg della Western Washington University, ha illustrato la necessità di modalità di dialogo che si basino sulla cooperazione e sull’interdipendenza. «Alla fine del 2016 », ha dichiarato, «dobbiamo chiederci, sobriamente: che cosa stiamo ricavando dal disaccordo civile e dal dibattito combattivo? Ci stanno portando verso il mondo che vogliamo lasciare ai nostri figli? Ci stanno aiutando a risolvere i crescenti problemi sociali e ambientali del XXI secolo? Stanno promuovendo forme significative di coesione sociale?

«Quello che ci serve è un modello più maturo del discorso pubblico che rifletta il concetto che siamo tutti membri di un corpo sociale interdipendente e che possiamo esser tanto altruisti quanto egoisti», ha proseguito . «Per capire che possiamo essere altruisti, tuttavia, occorrono educazione, impegno e libero arbitrio».

La direttrice del Centro St Ethelburga per la riconciliazione e la pace, dottoressa Justine Huxley, ha parlato di come evitare la trappola della polarizzazione di ogni problema. Se si riesce a evitare la polarizzazione, ha spiegato, il dialogo può dimostrare il suo enorme potenziale di creare unità fra persone di diversa provenienza.

Sono stati affrontati temi impegnativi anche su come i media modellano il carattere del dialogo pubblico. I relatori hanno detto che talvolta i media esacerbano i conflitti presentando problemi come scelte binarie, per cui le persone sono costrette a schierarsi da una parte senza avere la possibilità di esplorare la complessità delle attuali questioni sociali in una maniera più sfumata.

«I giornalisti hanno il dovere di presentare i problemi in un modo che incoraggi le persone a lavorare insieme», ha detto Karnagie Sharp, una giornalista della BBC. La signora Sharp ha riconosciuto che è difficile che ciò accada, soprattutto quando i media sono guidati dal profitto.

«La triste verità è che il sensazionalismo vende. Esiste un giornalismo irresponsabile che ci mette su un percorso di odio e di distruzione e lavora attivamente contro la coesione sociale», ha dichiarato.

Il professor Karlberg ha affrontato un punto analogo nella sua presentazione, sostenendo che «il discorso pubblico guidato da esigenze commerciali tende a suscitare una guerra verbale tra le voci più estreme della sfera pubblica e i media finanziati dalla pubblicità possono diventare un ostacolo alla coesione sociale».

Riflettendo successivamente sull’evento, una rappresentante della comunità baha’i britannica, Yas Taherzadeh, ha commentato:

«Molti dei partecipanti hanno evidenziato il fatto che questo stile di dialogo partecipativo e inclusivo è stato un contributo nuovo e senza precedenti rispetto alle forme di dialogo che esistono nel Parlamento. Essi hanno sottolineato la tempestività di questo evento, che è molto utile all’interno del panorama politico e sociale attuale. Alla fine del seminario i partecipanti hanno chiesto: “E ora che succede?”. E c’è molta attesa di un ulteriore impegno e azione.

«Confidiamo che questa importantissima conversazione sul dialogo continui nei prossimi mesi e si espanda a un numero crescente di persone che intendono costruire una società più coesa e armoniosa»,” ha spiegato ulteriormente.

L’evento è stato ospitato dal Gruppo parlamentare interpartitico per la Fede baha’i e presieduto da due membri del Parlamento, Louise Ellman e Alistair Carmichael. Si è svolto nella Portcullis House il 7 dicembre.

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