Un video cerca di portare alle masse parole sacre

MELBOURNE, 13 giugno 2017, (BWNS) — Uscito venerdì scorso, un nuovo video musicale presenta il cantante e performer popolare australiano Nathaniel Willemse che canta una preghiera di Baha’u’llah.

La canzone, intitolata “Potere sovra tutte le cose”, è stata composta quest’anno in onore del 200° anniversario della nascita di Baha’u’llah, che sarà commemorato in ottobre. Ispirata dalla fiduciosa visione degli scritti baha’i, essa è una delle numerose espressioni musicali prodotte in tutto il pianeta in questo anno molto importante, che vanno da iniziative di base a progetti nazionali e internazionali, intrapresi da artisti professionisti.

Nathaniel, che conosce bene gli insegnamenti baha’i, è originario del Sud Africa ma ha avuto successo come cantante pop in Australia. Ha realizzato questo progetto perché si sente legato alla bellezza delle parole della preghiera e all’importanza del suo messaggio per il mondo di oggi.

«Penso che questa sia una preghiera molto potente per chiedere aiuto e assistenza», ha detto, «e in questo particolare momento in tutto il mondo abbiamo realmente bisogno di parole forti come queste».

La canzone è stata composta dal produttore musicale e compositore Anise K., la cui fede nel fatto che la musica abbia il potere di toccare e ispirare il cuore umano è stata in gran parte influenzata dalla Fede baha’i.

Mentre l’idea del video stava nascendo, Anise K. ha spiegato che lui e Nathaniel si sono consultati su come trovare il tono giusto. Nello sviluppare il concetto, Anise K. ha voluto che il video fosse girato in natura, per evocare l’amore di Baha’u’llah per la natura e il suo biennale ritiro in solitudine.

Per quanto riguarda il testo della canzone, è stata scelta una preghiera rivelata da Baha’u’llah in una tavola alla Regina Vittoria del 1868: «O mio Dio! Ti chiedo per il Tuo Nome più glorioso di assistermi in ciò che farà prosperare gli affari dei Tuoi servi e fiorire le Tue città. In verità, potere Tu hai sovra tutte le cose».

In quel noto messaggio, Baha’u’llah ha sottolineato l’unità della razza umana e ha elogiato la regina Vittoria per aver abolito la schiavitù e aver affidato ai rappresentanti del popolo i poteri del governo.

Riflettendo sul progetto e sulle sue aspirazioni, Nathaniel ha spiegato: «Spero che questa preghiera elevi e unisca le persone».

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Murales come simboli di solidarietà, resilienza

NEW YORK, 4 giugno 2017, (BWNS) — Marthalicia Matarrita è un’artista latina di New York City. Anche se la sua vita è molto lontana dall’Iran, la sua opera d’arte la collega con L’educazione non è un crimine, una campagna di arte di strada per sensibilizzare la popolazione alla negazione dell’educazione agli studenti baha’i in Iran.

Il divieto per i i baha’i, la maggiore minoranza religiosa dell’Iran, di insegnare e studiare nelle università è una politica di stato formalmente istituita dal governo iraniano.

La signora Matarrita è nata e cresciuta ad Harlem, un quartiere storico di New York City conosciuto come centro di vita e di cultura afro-americana e ispanica. A causa della sua esperienza nella lotta contro le ingiustizie istituzionalizzate mentre stava studiando nella città, la signora Matarrita è entrata in contatto diretto con le storie degli studenti baha’i per i quali ha dipinto un murale su una scuola pubblica di Harlem.

Il suo murale — un bambino e un fiore a simboleggiare il seme piantato dell’educazione — è solo uno dei tanti murale che, in Harlem e in tutto il mondo, chiedono l’uguaglianza attraverso l’arte come parte della campagna L’educazione non è un crimine.

La storia dell’insolita campagna di arte di strada e la storia della questione dei diritti umani su cui essa si fonda sono descritte nel nuovo documentario Per cambiare il mondo, una parete alla volta.

L’educazione non è un crimine
L’educazione non è che un crimine è stata lanciata dal regista iraniano-canadese Maziar Bahari nel 2014. Il signor Bahari non è baha’i, ma per diversi anni ha lavorato per far conoscere la persecuzione dei baha’i in Iran, in particolare incominciando nel 2014 con il lancio del suo documentario Accendere una candela.

Nel corso degli anni il signor Bahari è stato collegato alla situazione della comunità baha’i iraniana dalla sua provenienza e dal suo lavoro. Nel 2009, è stato arrestato con l’accusa di essere una spia e imprigionato per quattro mesi. La sua esperienza in prigione lo ha profondamente trasformato. Dopo il suo rilascio egli ha incominciato a dedicare il suo lavoro al miglioramento delle condizioni dei diritti umani in Iran.

Come molti attivisti per i diritti umani, il signor Bahari vede i baha’i in Iran come un barometro, cioè se i baha’i vengono maltrattati, se le loro libertà civili non sono rispettate e i loro diritti umani sono negati, ciò indica che il governo iraniano non è sincero nella sua pretesa di rispettare i diritti umani di tutti i gruppi.

Il lavoro del signor Bahari nelle campagne L’educazione non è un crimine e Accendere una candela mette in evidenza la tipica risposta della comunità baha’i iraniana all’oppressione attraverso l’Istituto baha’i per istruzione superiore (BIHE), un programma universitario informale che viene implementato nei salotti e con corsi online. Negli ultimi trent’anni, il BIHE ha aiutato migliaia di giovani baha’i a completare la loro educazione in diversi campi. Molti studenti hanno continuato nei loro programmi di specializzazione e di dottorato presso università ben note che hanno accettato i suoi laureati per ulteriori studi.

Sensibilizzare la popolazione attraverso l’arte di strada
La negazione dell’educazione in Iran è una questione di diritti umani. Può darsi che l’arte di strada non sia la scelta più ovvia per sensibilizzare l’opinione pubblica su questo argomento, ma la sua originalità è uno dei motivi per cui la campagna ha avuto tanto successo, ha detto Saleem Vaillancourt, coordinatore della campagna L’educazione non è un crimine.

«Essenzialmente, per quanto riguarda i diritti umani in Iran, il pubblico è probabilmente già informato. Tutti quelli che lo devono sapere già lo sanno», ha detto il signor Vaillancourt. «Così si tratta di trovare persone che non sappiano della negazione dell’educazione ai baha’i in Iran, ma ai quali interessa saperlo perché hanno a cuore l’educazione, o la libertà religiosa, o cose come le arti, o perché il problema li riguarda a livello personale».

La campagna, globale nella sua dimensione, ha avuto un’attenzione particolare ad Harlem a causa della risposta della comunità al messaggio dell’accesso all’educazione. Inizialmente, questa risposta ha sorpreso la campagna, ha detto il signor Vaillancourt.

«Siamo andati nel quartiere e abbiamo detto: “Stiamo dipingendo questi murales perché in un paese lontano c’è un gruppo di persone alle quali sta succedendo una cosa di cui non avete mai sentito parlare”. E onestamente è stato un tentativo molto contorto per spiegare quello che stavamo facendo e perché lo stavamo facendo. Ma ad Harlem, la gente capito subito. Hanno detto: “Sì, l’educazione è importante e anche nella nostra comunità ad alcune persone essa è stata negata”», ha detto il signor Vaillancourt.

Questa risposta alla campagna non si è avuta solo ad Harlem — in tutto il mondo L’educazione non è un crimine ha toccato varie popolazioni. In Sud Africa, i murales dipinti a Città del Capo e a Johannesburg hanno creato un parallelo tra la persecuzione dei baha’i in Iran e l’apartheid. Il murale dipinto a New Delhi, India, ha evocato l’inveterato sistema delle caste, indicando l’educazione come un modo per superare il pregiudizio.

«L’arte di strada agisce come un equalizzatore sociale in un paese come l’India con un’enorme disparità economica», ha detto Harsh Raman, l’artista di murales di Nuova Delhi. «Si può essere ricchi o poveri, ma tutti possono godere dell’arte pubblica e interpretarla a modo proprio. È arte per tutti, un’arte che non può essere proprietà di nessuno».

Il film: Cambiare il mondo, una parete per volta
Il team che lavora con L’educazione non è un crimine ha abbinato il formato analogico dei murales alla natura digitale dei video e delle immagini della campagna condivisi online per creare un messaggio dinamico che ha raggiunto la gente di tutto il mondo. Cambiare il mondo, una parete per volta è cambiato dai brevi video che sono stati pubblicati e condivisi nei primi giorni della campagna.

La natura mondiale della campagna si riflette nel film, con interviste con gli artisti coinvolti, nonché con membri di comunità di tutto mondo, che hanno reagito all’arte sulle pareti dei loro edifici.

«Il film è stato un’incredibile opportunità di raccontare la storia di questi artisti e delle loro innovative risposte artistiche al tema. È stata, per esempio, un’occasione per mettere insieme un iraniano baha’i e una donna americana latina per esporre i loro punti in comune e capire i modi diversi in cui hanno superato i problemi nella loro vita», ha detto il signor Vaillancourt. «È stata una straordinaria combinazione di pezzi diversi».

La prima di Cambiare il mondo, una parete per volta ha avuto luogo in Harlem il 5 maggio 2017. Il film sarà presentato in anteprima a Los Angeles lunedì 5 giugno nei Raleigh Studios (informazioni e biglietti sono disponibili online). Informazioni su altre proiezioni si possono trovare sul sito web di L’educazione non è un crimine. Si prevede che il documentario esca online fra qualche mese.

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I bicentenari evidenziano l’unità

CAMBRIDGE, Massachusetts, 1° giugno 2017, (BWNS) — Mentre la comunità baha’i si prepara a celebrare il 200° anniversario della nascita di Baha’u’llah, il bicentenario è commemorato anche dall’Harvard Divinity School.

Questa confluenza di importanti anniversari è qualcosa di più di una semplice sovrapposizione di date. Nel tardo XIX secolo e nella prima metà del XX, vari eminenti filosofi, artisti e scrittori americani legati alla Fede baha’i e all’Università di Harvard si impegnarono in un emergente discorso dinamico sull’unità.

Questo fatto è stato oggetto di una recente presentazione, che ha spiegato come il principio baha’i dell’unità si è espresso nello sviluppo della comunità baha’i americana. La presentazione, intitolata “La religione dell’unità e l’unità della religione”, ha avuto luogo presso il Centro di Harvard per lo studio delle religioni del mondo. È stata fatta da Sasha Dehghani, studioso esterno presso Harvard, che sta facendo una ricerca sulla Fede baha’i in quanto religione mondiale indipendente.

«Quando sono arrivato a Harvard», ha detto il dottor Dehghani, «il professor Francis Clooney, direttore del Centro dello studio delle religioni del mondo, mi ha accolto dicendo: “Oggi abbiamo bisogno di religioni che creino unità e abbattano i muri”».

Spiegando come i concetti dell’unità e dell’unità del genere umano abbiano modellato l’opera dei baha’i nei primi anni della comunità baha’i americana, Dehghani ha illustrato importanti traguardi e discusso alcuni dei pensatori significativi di quel periodo.

La prima menzione pubblica della Fede baha’i negli Stati Uniti è stata fatta durante il Parlamento mondiale delle religioni a Chicago nel 1893, in cui il concetto dell’unità delle religioni era tra i più importanti temi presi in esame.

Lo spirito che ha animato il Parlamento mondiale quell’anno ispirò Sarah Farmer, proprietaria del Green Acre Inn nel Maine e una delle prime innovatrici religiose in America, a presentare conferenze su argomenti progressisti nelle scienze, nelle arti e nella religione. Questi incontri riunirono importanti scrittori, docenti, filosofi, artisti e attivisti e aprirono uno spazio allo scambio delle idee e all’avanzamento del pensiero.

Nel suo libro “Anime inquiete: la formazione della spiritualità americana”, lo storico Leigh Eric Schmidt commenta l’impatto di Green Acre sul discorso pubblico nel XX secolo: «Gli incontri di Green Acre hanno prosperato per oltre due decenni; il Parlamento mondiale è durato in tutto diciassette giorni».

Alla fine, il suo lavoro ha portato Sarah Farmer a contatto con la Fede baha’i. La studiosa si recò ad Akka alla fine del secolo per incontrare ‘Abdu’l-Baha, che successivamente visitò Green Acre durante il suo viaggio in America nel 1912. Molti dei discorsi di ‘Abdu’l-Baha negli Stati Uniti nel corso di quell’anno trattarono l’unità delle religioni e l’unità tra le razze, in particolare tra gli americani bianchi e neri.

All’inizio del XX secolo, diversi pensatori religiosi americani furono in contatto con la Farmer o visitarono Green Acre partecipando al dinamico scambio di idee che vi si svolgeva. Fra loro vi furono gli studiosi di Harvard William James e W.E.B. Du Bois, due dei più importanti e influenti scrittori americani e filosofi del tempo. William James, a sua volta, invitò Ali Kuli Khan, diplomatico iraniano e membro di spicco della comunità baha’i, a dare presentazioni sulla Fede baha’i all’Università di Harvard.

Du Bois, che era stato allievo di James, conseguì il dottorato ad Harvard e fu il primo afroamericano a farlo, laureandosi nel 1895. Il suo lavoro come fondatore dell’Associazione nazionale per l’avanzamento della gente di colore (NAACP) lo portò in contatto con ‘Abdu’l-Baha, che tenne un discorso durante il suo quarto convegno nel 1912. Du Bois, come Guy Mount riferisce nella sua ricerca, pubblicò successivamente il discorso nella rivista ufficiale del NAACP, insieme con una fotografia di ‘Abdu’l-Baha.

Collega e amico di Du Bois, anche Alain Locke fu tra i più eminenti pensatori del tempo. Locke fu il primo studioso afro-americano di Rhodes ed è spesso ricordato come il “Decano” dell’Harlem Renaissance. In una biografia di Locke, Christopher Buck ha suggerito che Du Bois potrebbe aver presentato Locke alla Fede baha’i. Egli conseguì il dottorato ad Harvard nel 1918, lo stesso anno in cui divenne baha’i. I profondi contributi di Du Bois e di Locke alla filosofia sono stati ampiamente riconosciuti — il reverendo Martin Luther King, Jr. ha paragonato la loro influenza a quella di Platone e Aristotele.

Della prima comunità baha’i americana fecero parte anche Albert Vail e Stanwood Cobb, laureati della Harvard Divinity School e precedenti ministri unitariani. Nel 1914 Vail pubblicò nella Harvard Theological Review un ragguardevole articolo sulla Fede baha’i, sottolineando il suo principio di unità.

La conferenza di Dehghani ha anche notato che, se l’Università di Harvard e Green Acre furono significativi punti d’incontro per i più importanti scrittori e filosofi del tempo, l’emergente discorso sull’unità influenzò anche altri eminenti pensatori nel nordest degli Stati Uniti.

L’artista, poeta e scrittore libanese-americano, Kahlil Gibran, visse a Boston nei primi anni del Novecento. Conosciuto soprattutto per il suo lavoro “Il Profeta”, gli scritti di Gibran trattano l’unità del genere umano e della religione. Gibran fu presentato a ‘Abdu’l-Baha da Juliet Thompson, una baha’i e collega artista, e nella primavera del 1912, ebbe l’opportunità di dipingere un ritratto di ‘Abdu’l-Baha e di frequentare molti dei suoi discorsi.

La ricerca dell’unità all’interno della comunità baha’i americana si espresse nella creazione di spazi devozionali aperti a tutti. Nel 1912, ‘Abdu’l-Baha pose la prima pietra della prima Casa di culto baha’i nell’emisfero occidentale, che fu inaugurata a Chicago nel 1953 ed è ancora oggi un potente simbolo dell’unità di tutti i popoli e di tutte le religioni.

Dehghani ha osservato che è stato provvidenziale che questo bicentenario abbia dato l’opportunità di riesaminare una questione critica — l’unità della razza umana. Riflettendo su questa occasione, egli ha commentato che è opportuno considerare il posto che la Fede baha’i occupa tra le religioni del mondo e le implicazioni del principio dell’unità del genere umano, esposto da Baha’u’llah, in questo momento della storia.

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Cittadinanza e religione esaminate in Canada

OTTAWA, Canada, 24 maggio 2017, (BWNS) — Mentre il popolo canadese si prepara a festeggiare i 150 anni della Confederazione del suo paese, c’è stata un’ampia conversazione nazionale sul passato, sul presente e sul futuro delle relazioni tra i suoi diversi cittadini. Uno degli aspetti di questa discussione è stata l’evoluzione del ruolo della religione e della spiritualità nella società nel contesto della crescente diversità etnica e religiosa e di una rinascita della cultura e dei modi di vita indigeni.

Negli ultimi anni, la comunità baha’i ha guidato un’iniziativa che ha riunito i principali pensatori di tutti i settori della società per esaminare la posizione della religione nella vita pubblica. Una domanda che l’Ufficio baha’i degli affari pubblici del Canada si è posto è stata come creare uno spazio per un esame significativo, nel quale varie idee potessero far luce su un argomento e la comprensione collettiva potesse avanzare.

Una serie di convegni tenuti dal 2013 a Montreal, Vancouver e quest’anno a Ottawa hanno cercato di promuovere un ambiente di questo tipo e hanno invitato importanti voci del discorso pubblico canadese a esaminare il ruolo della religione nella società.

Nel suo discorso di apertura del convegno di quest’anno a Ottawa dall’8 al 9 maggio 2017, Geoffrey Cameron, rappresentante della comunità baha’i del Canada e Presidente del Comitato del programma, ha detto «Questo è un convegno speciale, una sorta di conversazione in corso. Si serve di reti interconfessionali nazionali canadesi, ma non è un convegno interreligioso in senso convenzionale».

Ha poi detto: «Quello che vogliamo fare è aiutare a creare una conversazione pubblica in corso sul ruolo della religione nella società canadese».

«Una delle domande che per noi è stata alla base di questa conversazione è come la crescente diversità della nostra popolazione possa essere una risorsa per agire insieme», ha osservato Gerald Filson, direttore degli affari pubblici per la comunità baha’i del Canada ed ex presidente della Conversazione interreligiosa canadese, che ha sponsorizzato l’evento.

«Dato che il Canada è diventato più diversificato dal punto di vista religioso, è sorta l’aspettativa che la sfera pubblica sia laica e che prospettive apertamente religiose non debbano trovare posto nel discorso pubblico. Mentre l’intenzione di questo tipo di laicità è stato storicamente quella di garantire una maggiore parità tra i gruppi religiosi nella vita pubblica, molti hanno espresso la preoccupazione che esso impedisca alle persone di partecipare pienamente alla vita della società», ha detto il signor Cameron.

Il professor John Borrows, presidente della ricerca canadese nella legge indigena, ha osservato nel suo intervento durante il convegno: «Si rischia di sostituire una sorta di esclusività [religiosa] con un altro tipo di esclusività laica, che può intrappolarci in una narrazione singolare e bandire i preziosi vocabolari della compassione».

«Le idee devono essere messe a confronto e in contrasto con le altre. Quando riconosco che il mio parere è parziale sono disposto ad allargare la mia comprensione», ha proseguito. «Quando le ondate dei popoli si uniscono alla nostra società, le loro storie devono essere aggiunte alla nostra riserva di storie».

Andrew Bennett, ex ambasciatore per la libertà religiosa, ha aggiunto che fino a quando sono proposte pacificamente e nel rispetto della dignità umana, le diverse idee religiose ed etiche hanno un posto nella nostra società pluralistica.

Un tema fondamentale del convegno è stato il ruolo dei concetti e dei linguaggi spirituali nel processo della riconciliazione tra i popoli indigeni e non indigeni e le implicazioni di quel processo sul ruolo della spiritualità nella vita pubblica. «La riconciliazione è una conversazione spirituale sulla nostra comune umanità e sul tipo di società che vogliamo creare per domani», ha detto Karen Joseph, capo esecutivo del gruppo della società civile Riconciliazione in Canada. «La riconciliazione è un modo di vita. È un’alleanza spirituale».

Un importante contributo offerto dal filosofo e scrittore John Ralston Saul nel suo discorso è stato che l’approccio all’integrazione delle diversità religiose in Canada non deve essere definito dalle prospettive sulla laicità che sono emerse in Francia nel contesto del XVIII secolo. «Abbiamo l’opportunità di avere una nuova conversazione», ha detto. «Dobbiamo chiederci dove siamo, perché apparteniamo a questo luogo e quali sono i nostri obblighi reciproci».

«Non possiamo andare avanti parlando all’interno di una tradizione di pensiero che è stata progettata per eliminare le differenze. Credo che un incontro sulla spiritualità debba riconoscere la complessità», ha continuato il signor Saul.

Il convegno si è concluso con una tavola rotonda sul Colle del Parlamento, che ha visto riuniti membri del Parlamento di tre partiti politici, fra i quali Elizabeth May, leader del partito dei verdi, e Yasmin Ratansi, prima donna musulmana membro del Parlamento del Canada.

«Il nostro obiettivo nel convegno era di dimostrare che è possibile arricchire il discorso pubblico nazionale includendo nella conversazione con l’altro una varietà di voci religiose e laiche», ha detto il signor Cameron. «Ora dobbiamo estendere questo discorso ad altri spazi, portando lo stesso impegno di reciproca comprensione e collaborazione».

I convegni della serie “Tutta la nostra società” hanno impegnato circa 500 partecipanti e sono sponsorizzati dai membri della Conversazione interreligiosa canadese, compresa la comunità baha’i del Canada, in collaborazione con la Fondazione delle relazioni interraziali canadesi, Faith in Canada 150 e la Fondazione di Pierre Elliott Trudeau.

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«Luminosa bellezza astratta»: l’impatto dell’artista rivisitato

Venezia, 18 maggio 2017, (BWNS) — Mentre migliaia di appassionati d’arte da tutto il mondo affluiranno a Venezia nei prossimi mesi per la sua famosa Biennale, uno dei musei più importanti della città spera di riaffermare un pittore americano come una figura significativa nello sviluppo dell’arte moderna.

La collezione Peggy Guggenheim, situata sulla riva sud del Canal Grande di Venezia, onora Mark Tobey (1890-1976), che divenne membro della Fede baha’i nel 1918. Nato nel Wisconsin, Tobey è stato uno dei più cosmopoliti degli artisti del XX secolo. Viaggiatore incallito — alla fine si stabilì in Svizzera — Tobey fu sempre maggiormente conosciuto in Europa che in patria, perché la sua importanza fu oscurata dai suoi colleghi americani più giovani della scuola “espressionista astratta”, in particolare Jackson Pollock, le cui grandi tele di vernice sgocciolata e macchiata rivoluzionarono l’arte negli anni 1950.

Eppure, come questa esposizione dimostra, è tempo di rivalutare l’influenza di Tobey sullo sviluppo della cosiddetta “astrazione diffusa”. La curatrice Deborah Bricker Balkan ha impiegato dieci anni a raccogliere una settantina di opere, provenienti da quaranta diverse collezioni ed è affascinata dalla pittura di Tobey.

«Continuo a essere sostenuta dalla bellezza sorprendente di questo lavoro», ha detto la signora Bricker Balkan. «La “scrittura bianca” di Tobey è luminosa, metafisica ed elegiaca… Essa si basa sulla propria vita interiore in un modo che non vediamo in molti degli artisti con i quali egli è raggruppato”.

Tobey, le cui opere mature di “scrittura bianca” sono costituite da ragnatele pulsanti di linee ispirate alla grafia orientale, rivelano esplicitamente l’influenza diretta della Fede baha’i sulla sua pittura. William Seitz, curatore del Museum of Modern Art di New York negli anni 1960, ha scritto che Tobey «ha fatto della linea il simbolo dell’illuminazione spirituale, della comunicazione e della migrazione umana, della forma e del processo naturale e del movimento tra i diversi livelli della coscienza».

«Egli ha spesso affermato», spiega Seitz, «che non ci può essere nessuna rottura tra la natura, l’arte, la scienza, la religione e la vita privata… Poche religioni hanno dato al concetto di unicità un rilievo così forte e pochi artisti moderni se ne sono occupati così esplicitamente come ha fatto Tobey».

Alte onorificenze

Verso la fine della sua vita, Tobey ha ricevuto alcuni dei più alti riconoscimenti che la scena artistica europea del suo tempo potesse elargire. Ha vinto la medaglia d’oro alla Biennale di Venezia nel 1958 — il primo pittore americano dal 1895. Nel 1961, si è tenuta una grande retrospettiva del suo lavoro al Museo del Louvre a Parigi, un evento senza precedenti per un artista vivente americano.

Ma mentre a Pollock e ai suoi contemporanei residenti a New York è stato dato un posto di rilievo nei libri di storia, l’influenza di Tobey e il suo contributo allo sviluppo radicale nella pittura astratta americana di metà secolo è stata sottovalutata.

È forse in parte a causa delle piccole dimensioni, della gamma, della spiritualità e della delicatezza delle opere di Tobey — nonché del suo particolare approccio personale, al di fuori di qualsiasi movimento o “scuola” — che egli è stato quasi completamente estromesso dalla storia dell’arte moderna. Ma la sua influenza su altri pittori è notoriamente stata molto significativa.

Con dipinti che vanno dal 1920 fino al 1970, la mostra Guggenheim analizza l’intera opera di Tobey e rivela la sua bellezza straordinariamente ricca di sfumature ma radicale. Inquieto sperimentatore, Tobey non si è mai accontentato di un solo approccio alla pittura, dicendo: «In un momento in cui la sperimentazione è presente in tutte le forme della vita, la ricerca diventa la sola valida espressione dello spirito».

Arte come culto

Nella Fede baha’i, l’arte è considerata una forma culto. «Più cercherai di perfezionarla, più ti avvicinerai a Dio», scrisse ‘Abdu’l-Baha alla ritrattista americana Juliet Thompson, che ha introdotto Mark Tobey alla Fede baha’i. «Vale a dire, quando le tue dita impugnano il pennello, è come se tu stessi pregando in un tempio».

Deborah Bricker Balkan crede che gli insegnamenti baha’i abbiano chiaramente influenzato l’opera di Tobey.

«Penso che essa sia uno degli elementi del suo tema», ha detto. «Le sue invenzioni e sperimentazioni pittoriche sono in realtà collegate con la sua profonda fede, elaborando sulla sua vita interiore o spirituale».

Essere baha’i ha dato al lavoro di Tobey un contesto e un contenuto spirituale, nonché la libertà di trovare il proprio linguaggio pittorico per esprimere quel contenuto. Principi come l’indagine indipendente della verità si riflettono nello sviluppo evolutivo dei suoi dipinti in mostra al Guggenheim e nei concetti esplicitamente spirituali che egli ha cercato di esprimere. La sua accettazione degli insegnamenti baha’i lo ha stimolato a vedere l’unità come il principio fondamentale che regola le interazioni umane e l’evoluzione sociale in una nuova era di progresso materiale e di risveglio spirituale. Egli ha descritto i suoi dipinti come una «sorta di contemplazione autosufficiente».

«Siamo circondati dallo scientifico, lo rispecchiamo istintivamente», ha detto Tobey, «ma abbiamo bisogno anche dell’aspetto religioso. Si potrebbe dire che l’aspetto scientifico interessa la mente, quello religioso libera il cuore”.

Risposta “mozzafiato”

La sottigliezza e la spiritualità dei dipinti di Tobey sta già impressionando i primi ospiti che hanno visitato la mostra di Venezia.

«È stato molto interessante per me vedere le reazioni di varie figure che hanno visto la mostra negli ultimi giorni», ha detto la signora Bricker Balkan. «Tutte le persone sono prese dalla bellezza mozzafiato, sorprendente, luminosa e astratta di queste tele. Sono una sorpresa».

Quando la mostra si sposterà nella Addison Gallery of American Art in Andover, Massachusetts, nel corso dell’anno, sarà la prima retrospettiva di Tobey negli Stati Uniti in quarant’anni.

«La nozione della fusione della tradizione occidentale e di quella orientale è stata molto importante e forse negli Stati Uniti degli anni 1940 non era la cosa più popolare da fare», ha detto Judith Dolkart, direttrice della Addison Gallery, «ma il suo abbraccio di una sorta di universalismo e l’idea di poter attingere da più di una tradizione era assai radicale e importante».

“Immensa diversità”

Il direttore del Guggenheim Philip Rylands ritiene che il lavoro di Tobey sia una combinazione del suo orientamento spirituale e della sua particolare esperienza della vita del XX secolo.

«Davanti a una retrospettiva monografica come questa, se ne coglie il succo», ha detto il dottor Rylands. «I travagli dell’uomo, gli alti e i bassi, le sue influenze, le sue fasi di stallo, i suoi momenti prolifici, i cambiamenti del suo lavoro, le origini figurative della sua astrazione — tutto questo diventa chiaro e se ne ricava un senso di immensa diversità e di ricchezza creativa».

Con l’inserimento di due dipinti di Tobey nella mostra di gran successo sull’Espressionismo astratto lo scorso anno presso la Royal Academy of Arts di Londra e ora con questa ambiziosa mostra a Venezia, Deborah Bricker Balkan pensa che il retaggio di Tobey sia pronto a una rivalutazione.

«Spero di sì», ha detto. «In realtà la mia è più di una speranza o di un’aspirazione, io lo credo fermamente».

Il dottor Rylands concorda.

«Mi piacerebbe pensare che tutti gli artisti che figurano nei libri di storia e che hanno prodotto un’arte meravigliosa siano riscoperti, se non sono già famosi», ha detto. «Tobey lo merita».

Un mondo in crisi

Mentre riflettiamo sull’importanza del contributo di Tobey alle arti e, più in generale, al progresso del pensiero, i principi che lo hanno ispirato a suo tempo e che hanno trovato espressione nella sua opera sono, forse più che mai, pertinenti e necessari oggi.

«La radice di tutte le religioni, dal punto di vista baha’i, si basa sulla teoria che uomo arriverà gradualmente a comprendere l’unicità del mondo e l’unità del genere umano», scriveva Tobey nel 1934. «Ci insegna che tutti i profeti sono uno… che la scienza e la religione sono le due grandi potenze che devono essere bilanciate se l’uomo vuole conseguire la maturità. Penso che il mio lavoro sia stato influenzato da queste convinzioni. Ho cercato di decentrare e di compenetrare affinché tutte le parti di un dipinto abbiano un valore correlato… Miei sono l’Oriente, l’Occidente, la scienza, la religione, le città, lo spazio e la scrittura dell’immagine».

Mark Tobey: Luce filante è presso la Peggy Guggenheim Collection, Venezia, fino al 10 settembre 2017 e presso l’Addison Gallery of American Art, Phillips Academy, Andover, Massachusetts, dal 4 novembre 2017 all’11 marzo 2018.

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