In rete una nuova sezione del sito web del bicentenario

BAHA’I WORLD CENTRE, 20 April 2018, (BWNS). –

Poche ore fa è stata messa in rete una nuova sezione del sito web del bicentenario.

 La nuova sezione dà accesso a un ampio panorama  da oltre 150 paesi e territori  di iniziative e festeggiamenti per il 200° anniversario della nascita di Baha’u’llah.

 I visitatori possono esaminare il contenuto notevolmente ampliato, che comprende gallerie di immagini, musiche e video, suddivisi per regione. Il sito web rispecchia sia le dimensioni globali delle celebrazioni sia i diversi ambienti culturali nei quali la vita e gli insegnamenti di Baha’u’llah sono stati onorati.

Lanciato nel settembre 2017, il sito si è gradualmente sviluppato in modo da presentare opere d’arte, articoli sulla vita e sugli insegnamenti di Baha’u’llah, messaggi pubblici da parte di leader nazionali e locali, una lettera della Casa Universale di Giustizia e un lungometraggio sulla vita di Baha’u’llah. Nelle 72 ore di ottobre durante le quali il bicentenario è stato commemorato, mentre il mondo ruotava due volte sul proprio asse, il sito ha offerto un campionario regolarmente aggiornato delle celebrazioni che si stavano svolgendo in tutto il mondo.

 Con l’aggiunta della nuova sezione, il sito è divenuto un documento storico che mostra l’effusione dell’amore per Baha’u’llah e la dedizione alla Sua visione di un mondo giusto e pacifico che si sono viste in tutto il mondo.

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Presentato il progetto di un Tempio locale in Kenya

MATUNDA SOY, Kenya, 15 aprile 2018, (BWNS) –

Progetto del Tempio baha’i locale a Matunda Soy, Kenia.

Il progetto della Casa di culto baha’i locale di Matunda Soy, Kenya, è stato presentato il 15 aprile in una storica riunione alla quale hanno partecipato oltre mille persone. 

In uno spirito di gioia ed entusiasmo, gli ospiti si sono riuniti sul terreno dove sorgerà la futura Casa di culto per celebrare l’evento. L’incontro comprendeva commenti pronunciati da rappresentanti della comunità baha’i e da funzionari locali, canti, un concerto di tamburi e danze tradizionali. Poi sono state piantati nel giardino gli alberi donati dagli abitanti delle comunità vicine. 

«Questa cerimonia inaugurale rallegra i nostri cuori», ha detto un rappresentante della comunità baha’i. «Questo tempio sarà un luogo di culto, un centro nevralgico della vita della comunità, un sito dove le anime si riuniranno all’alba per un’umile invocazione e comunione prima di recarsi a svolgere le occupazioni quotidiane». 

Anche il capo anziano del villaggio Violet Ombeva ha parlato al pubblico, esprimendo la sua felicità perché nella zona sorgerà una così bella struttura. 

Il semplice ma elegante progetto della Casa di culto si ispira alle capanne tradizionali della regione. L’architetto del tempio, Neda Samimi, è la prima donna ideatrice di una Casa di culto baha’i. 

Il concetto base del progetto consiste in una struttura a due piani che ospiterà circa 250 visitatori. Le travi a vista mettono in evidenza i nove lati dell’edificio e confluiscono in un lucernario apicale sotto il quale verrà inserito il Più Grande Nome. Il disegno incorpora un reticolo intricato ed espressivo che ripete la forma di un diamante, un motivo familiare nella cultura keniota. Il Tempio sarà costruito con materiali provenienti dalla regione – per il tetto si utilizzerà ardesia locale e per le pareti pietra proveniente dalle cave della regione. 

Il processo che ha condotto a questa tappa fondamentale per la comunità è nato dall’opera svolta da tutti i suoi membri per coltivare lo spirito devozionale e un processo educativo che costruisce capacità di servizio all’umanità. Durante questo percorso, il progetto della Casa di culto è stato elaborato mentre la comunità lavorava in altri campi ed è stato perfezionato nel corso del tempo. 

«Scopo del Tempio è servire Matunda Soy e i suoi dintorni», ha detto la signora Samimi. «La sua intenzione è di servire tutti gli esseri umani, indipendentemente dalla razza, dalla religione o dalla tribù». 

La Sig.ra Neda Samimi, giovane architetto ideatrice del Tempio.

Il Kenya è uno dei cinque paesi che nel 2012 la Casa Universale di Giustizia ha scelto per costruirvi una Casa di culto baha’i locale. I Templi baha’i sono aperti a tutti come uno spazio per il culto e la riflessione. 

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Dopo un devastante uragano, la comunità si unisce nella ricostruzione

ROSEAU, Dominica, 13 aprile 2018, (BWNS) –

Comunità baha’i al lavoro per la ricostruzione dopo l’uragano Maria, nella Repubblica Dominicana

L’uragano Maria, una tempesta di categoria 5, è stato uno dei più gravi uragani atlantici che si ricordino. Quando esso ha spazzato i Caraibi sette mesi fa, la distruzione che si è lasciato alle spalle scia è stata immane – case distrutte, campi agricoli rovinati e comunità decimate. La copertura mediatica internazionale si è giustamente concentrata sulle perdite e sulla tragedia dalle quali la gente delle isole era stata colpita. 

Ma nei mesi successivi, un’altra storia si è svolta nei Caraibi – una storia positiva e piena di speranza, della quale si parla poco. È la storia di comunità che, in tutte le isole, hanno scoperto nella tragedia la forza dell’unità, della collaborazione e dell’azione collettiva per ricostruire l’ambiente materiale e per rafforzare i legami sociali e spirituali che uniscono coloro che abitano vicini. Nei momenti di prova questi legami sono essenziali per la resilienza. 

Quando i disastri naturali colpiscono, le comunità che uniscono gli sforzi «hanno maggiori capacità di compiere passi significativi ed efficaci per reagire e recuperare», ha scritto la Baha’i International Community (BIC) in una dichiarazione pubblicata nel maggio 2016. L’esperienza «ha dimostrato che in momenti come quelli le persone possono dar prova di grande resilienza, altruismo, intraprendenza e creatività». 

L’isola di Dominica ne è un esempio. Anche se relativamente piccola, la comunità baha’i locale dell’isola non si è vista come una vittima indifesa, ma come un protagonista della trasformazione dell’ambiente materiale e sociale. 

Nel territorio di Kalinago in Dominica, una regione principalmente rurale e indigena che è stata duramente colpita dall’uragano Maria, gli aiuti hanno tardato ad arrivare dopo la tempesta e il cibo, l’acqua e le altre forniture che erano stati stanziati per la regione non partivano mai da Roseau, la capitale. 

Riconoscendo i bisogni fondamentali dei loro vicini nelle settimane successive alla tempesta, i baha’i della zona sono riusciti a riunire i capi della comunità, vicini di casa, amici e altri per consultarsi su che cosa potevano fare con le risorse di cui disponevano. Hanno deciso di costruire alcune serre per ristabilire rapidamente le coltivazioni di cibo che erano state decimate dalla tempesta. Diversi residenti hanno offerto terre da utilizzare per le serre dove si sono piantati semi e anche appezzamenti di terreno dove, più tardi, poter trapiantare le piantine. 

«La costruzione delle serre ha avuto sulla comunità un effetto unificante», ha spiegato Siila Knight, una baha’i di Barbados che si è recata a Dominica per fornire supporto logistico a nome della BIC. «I vicini di casa e gli amici si incontravano e lavoravano dalla mattina presto fino a sera, portando qualunque materiale potessero reperire o recuperare e ricavando assi da palme da cocco cadute. Dopo aver terminato il lavoro, la sera si ritrovavano ancora per le preghiere collettive». 

«È stato molto emozionante», ha proseguito. «In qualche modo mentre lavoravano insieme tutti percepivano l’atmosfera spirituale». 

Avvalendosi di ciò che si stava imparando in Kalinago, anche gli abitanti del quartiere Newtown di Roseau si sono riuniti per consultarsi su come avrebbero potuto farsi carico dei lavori di ricostruzione nella loro comunità. Una domenica all’inizio di gennaio, decine di persone del quartiere hanno discusso sulle cose più urgenti da fare dopo tutti i danni lasciati dall’uragano Maria. 

Consultandosi, i presenti alla riunione di Newtown hanno ritrovato una speranza. Insieme hanno fatto piani per rimuovere i tronchi abbattuti e i rifiuti che ostruivano il porto e bloccavano l’accesso all’oceano, cosa vitale per la loro comunità che vive di pesca. Ispirati dal lavoro fatto nel territorio Kalinago, hanno deciso di usare una parte del legno portato via dalla baia per costruire una serra dove far germogliare rapidamente i semi e poi distribuire le piantine per piantarle nelle aziende agricole le cui coltivazioni erano state distrutte. 

«Ho visto quanta speranza tutto questo lavoro ha dato a tutti», ha detto la signorina Knight, che ha partecipato al lavoro di ricostruzione in entrambe le comunità. La comunità ha constatato in prima persona che la consultazione può risolvere problemi difficili e stimolare in tutti la volontà collettiva di agire. 

Entro marzo, il quartiere di Newtown, con qualche aiuto finanziario e logistico dalla BIC, ha fatto notevoli progressi nell’affrontare quegli aspetti della ricostruzione che gli abitanti locali potevano svolgere da soli. Hanno inoltre organizzato l’arrivo di terapisti per dare una consulenza a coloro che avevano subito perdite tragiche dalla devastazione dell’uragano. 

Entrambe le comunità hanno rapidamente scoperto che questi progetti non davano solo un aiuto pratico, ma fornivano anche uno spazio nel quale i vicini di casa e gli amici potevano riunirsi, riflettere, pregare e studiare. Nel territorio di Kalinago, le serre sono diventate un punto di ritrovo collettivo. La comunità ha incominciato a tenere in loco classi per la formazione morale e spirituale dei bambini e degli adolescenti, così come incontri di preghiera aperti a tutti. Una serie di sedili sono stati approntati ricavandoli da tronchi d’albero segati. 

In un primo momento, gli unici semi che erano riusciti a procurarsi per le serre erano di bok choy, una verdura sconosciuta alla gente del luogo. Ma li hanno piantati ugualmente e presto hanno elaborato ricette per le verdure che le famiglie si scambiavano. In seguito sono stati in grado di piantare coltivazioni aggiuntive come zucche, fagioli, carote, cavoli, lattuga, angurie, erba cipollina, pomodori, prezzemolo e okra. 

Nei mesi successivi alla costruzione delle serre, le piantine cresciute sono state impiegate per creare coltivazioni e fornire cibo agli abitanti dei diversi villaggi della regione. La comunità ha anche lavorato per dare una mano ad altre imprese, come la costruzione di un nuovo tetto per la libreria della comunità e il reperimento di forniture per alcune scuole del territorio. 

Esprimendo un’opinione condivisa da molti, un abitante di un villaggio del territorio di Kalinago ha detto: «Quello che abbiamo fatto assieme ai baha’i, è la prima volta che abbiamo visto qualcuno promettere un aiuto ed effettivamente darlo». 

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Il fiore del Tempio colombiano sta sbocciando

AGUA AZUL, Colombia, 4 aprile 2018, (BWNS) –

Avanzamento lavori del tempio baha’i di Agua Azul (Colombia)

È stata installata la corona in cima al tetto della Casa di culto baha’i locale in Colombia, un importante traguardo per questa storica impresa. 

La struttura gialla che si trova in cima al tetto di terracotta rappresenta il fiore di cacao – un simbolo emblematico del paese – ed è stata sistemata subito dopo il primo giorno di primavera, che corrisponde al Capodanno baha’i. È fatta di un materiale fluorescente che assorbe la luce solare durante il giorno e si illumina al tramonto. 

Nelle prossime settimane, una riproduzione calligrafica della parola “Baha”, che significa gloria, sarà installata all’interno della corona del tetto. In ogni Casa di culto bahá’í una variante di questo sacro simbolo è collocata nel suo punto più alto.

Da quando la Casa Universale di Giustizia ha annunciato il Tempio nel 2012, le comunità circostanti si sono sentite collettivamente responsabili del suo sviluppo. 

«La costruzione del Tempio ha sicuramente avuto un grande impatto sulla comunità», ha detto il giovane Jean Paul Viafara Mora, diciottenne. «Ha aperto uno spazio salubre al quale tutti possono accedere e ha offerto un’alternativa al tipo di attività che le persone svolgono e che a volte non sono proprio l’ideale per loro».

Ha continuato: «La Fede ha una forza spirituale che ci sta influenzando tutti, contribuendo a farci crescere spiritualmente e a metterci in contatto con il nostro Creatore». 

Mentre il progetto andava avanti, assieme alla costruzione sono andati avanti anche gli sforzi per costruire una comunità spiritualmente e materialmente vibrante. Negli ultimi cinque anni, i membri della comunità hanno lavorato a un progetto di riforestazione dei terreni dove sorge la Casa di culto. L’iniziativa ha contribuito a reintrodurre nella zona una vegetazione autoctona, che era stata decimata dalla proliferazione in tutto il paese e per molti decenni delle piantagioni di canna da zucchero. 

Alla rinascita dell’habitat naturale del Norte del Cauca è corrisposto un risveglio spirituale della popolazione. Incontri di preghiera in tutti i tipi di ambienti riuniscono i vicini di casa in uno spirito di unità e amore. Molti tra la popolazione hanno trovato percorsi comuni di servizio alla comunità, rafforzando i legami di vicinato mentre lavorano assieme. 

Un importante aspetto del progetto di riforestazione è stato il collegamento spirituale tra la gente e la terra. La comunità tiene spesso incontri devozionali sul terreno del Bosque Nativo, o bosco nativo, al mattino, prima di andare al lavoro. 

Questi sviluppi hanno attirato l’attenzione di molte persone della regione, per esempio il sindaco locale Jenny Nair Gomez, che ha recentemente visitato i terreni del Tempio. Il sindaco ha detto che non vede l’ora che il Tempio si apra alla gente ed è chiaro che condivide l’entusiasmo della comunità quanto all’impatto di questo importante sviluppo sull’area. Il sindaco Gomez si è impegnata di lavorare per un progresso sociale positivo accanto alle molte persone che sono state ispirate dal Tempio. 

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Riesaminare la riconciliazione

VICTORIA, Canada, 2 aprile 2018, (BWNS) –

Un momento della conferenza: il professor Jeremy Webber. Presenti i nativi canadesi e oriundi.

Il professor Jeremy Webber, decano della Facoltà di giurisprudenza presso l’Università di Victoria, si è trovato davanti a una stanza piena di gente. Funzionari del governo, leader indigeni e religiosi, studenti e accademici e membri della comunità si erano riuniti per un simposio sulla riconciliazione tra le popolazioni indigene e non indigene del paese. 

L’evento intendeva favorire una maggiore comprensione di una questione fondamentale relativa alla riconciliazione, sollevata dal professor Webber nelle sue osservazioni preliminari: «Come dobbiamo affrontare il tema della religione e della spiritualità nel processo di riconciliazione?». 

Per la comunità baha’i del Canada, questa domanda è fondamentale per il processo della promozione della giustizia e della ricostruzione dei rapporti di fiducia, amicizia e collaborazione tra popoli indigeni e non indigeni del Canada. 

Un rapporto pubblicato nel 2015 dalla Commissione per la verità sulle scuole residenziali indiane e la riconciliazione (TRC), che ha esaminato gli impatti del sistema scolastico residenziale canadese nel corso di molti decenni sui bambini, sulle famiglie e sulle comunità indigene, ha stimolato una dinamica conversazione pubblica decennale sul rapporto tra gli indigeni e i non indigeni. Questo sistema scolastico era stato progettato per assimilare i bambini indigeni nella società canadese allontanandoli dalla loro famiglia, dalla loro cultura, dalle loro lingue e tradizioni spirituali. La TRC ha definito i suoi effetti un “genocidio culturale”. 

La comunità bahá’í del Canada ha partecipato attivamente ai lavori della TRC. Alcuni dei sopravvissuti delle scuole residenziali sono baha’i e alcuni di loro hanno testimoniato davanti alla Commissione. Durante le riunioni nazionali della TRC tenute in tutto il paese, dozzine di baha’i si sono offerti volontari per aiutare i partecipanti. 

Nel 2015 l’Assemblea Spirituale Nazionale dei Baha’i del Canada ha presentato alla TRC un documento e un dono, accompagnati da una presentazione pubblica di Deloria Bighorn, Presidente dell’Assemblea Spirituale Nazionale dei Baha’i del Canada. La comunità baha’i ha anche prodotto un cortometraggio, The Path Home, che è stato proiettato ad Ottawa nel corso dell’ultimo incontro nazionale. 

È in questo più ampio contesto che la comunità bahá’í del Canada ha collaborato con la Facoltà di giurisprudenza dell’Università di Victoria e con la Fondazione Pierre Elliott Trudeau per offrire il recente simposio a marzo, intitolato «Ripensare la relazione tra spiritualità e riconciliazione». 

L’evento ha riunito una serie di importanti pensatori, tra cui molti dei più importanti studiosi canadesi di legge indigena. Si è svolto nella First Peoples House dell’Università di Victoria ed è coinciso con il lancio del primo programma di legge indigena nel mondo, fornendo un’occasione per esaminare come la spiritualità sia concettualizzata e applicata all’interno di un campo di leggi in evoluzione e come ciò potrebbe aiutare a pensare in un modo più ampio ai cambiamenti sociali. 

Parlando durante il simposio a nome della comunità baha’i, la signora Bighorn ha espresso le sue speranze per l’incontro: «Siamo qui per creare un mondo nel quale la sofferenza della gente diminuisca e la sua nobiltà aumenti. Il nostro lavoro è quello di ricreare la società in base a principi di giustizia e unità». 

Il simposio si è aperto l’8 marzo con una conferenza pubblica nel centro di Victoria, tenuta in concomitanza con un festival annuale di ricerca, arte e innovazione. Oltre alle 750 persone presenti, 5.000 persone hanno guardato l’apertura online, mentre il professor John Borrows e il professor Val Napoleon parlavano del ruolo del sacro nella legge indigena. Borrows e Napoleon stanno conducendo una nuova iniziativa presso la facoltà di giurisprudenza dell’Università di Victoria per offrire una laurea in diritto indigeno e diritto consuetudinario. 

Il 9 marzo, 140 persone si sono riunite per una serie di tavole rotonde sul passato, presente e futuro della riconciliazione. Queste discussioni sono state guidate da una nota illustrativa preparata per il simposio e i partecipanti hanno esaminato i vari modi in cui la colonizzazione in Canada aveva interrotto il legame tra le popolazioni indigene e il loro patrimonio spirituale e culturale. 

Mentre le presentazioni hanno affrontato i tragici effetti della colonizzazione, sono state evidenziate anche occasioni di speranza e momenti di interazione interculturale. Uno di questi momenti è stato quando il dottor Chelsea Horton ha descritto gli sforzi compiuti dai baha’i indigeni e non indigeni in Canada negli anni ’60 per stimolare una conversazione pubblica sul “diritto a un’identità” rispettando e promuovendo le culture indigene. 

Il tema del cambiamento sociale è stato trattato dal dottor Roshan Danesh, un avvocato baha’i, che ha parlato nella prima tavola rotonda. Il dottor Danesh ha commentato: «Mentre impariamo a parlare e riflettere sulla riconciliazione, nasce un nuovo dinamismo, si presentano opportunità e sorgono tensioni». Ha sfidato coloro che erano riuniti a «mettere in discussione l’architettura della nostra società … mentre lottiamo per prendere i provvedimenti che sono necessari per una trasformazione». 

Douglas White, direttore del Centro per i trattati pre-confederati e la riconciliazione presso la Vancouver Island University, ha esaminato il tipo di trasformazione necessaria nella società canadese. Ha notato che, nonostante l’importanza dei processi legali, essi sono «insufficienti da soli a causa della loro natura altamente accusatoria». 

«Come possiamo ispirare i canadesi ad essere diversi?», ha proseguito White – che è un membro della prima nazione snuneymuxw e baha’i – chiedendo se le aspirazioni possano trascendere la mera convivenza e tolleranza. «Non voglio che voi tolleriate i miei figli. Voglio che li amiate, in modo che il loro benessere sia di interesse per tutti i canadesi». 

Il professor Borrows ha chiuso i lavori invitando i partecipanti a seguire un processo attivo di riflessione sugli eventi del giorno, in modo da comprenderli meglio. Ha detto che ciò significa «coinvolgere un mistero più grande nei nostri reciproci rapporti».  

Il simposio è stato l’ultimo di una serie di contributi che la comunità baha’i ha offerto al discorso pubblico nazionale sulla riconciliazione tra popoli indigeni e non indigeni in Canada. 

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