Festa Multi-Etnica a Cerese di Virgilio

DOMENICA 5 GIUGNO

ORE 17,30

Sala Polivalente adiacente al Palazzetto dello Sport

Via Tazio Nuvolari – Cerese

Apertura Stand “multi-etnico” ore 17,30 (presentazione)

  • Esposizione album matrimoni dal mondo

  • Laboratorio origami (farfalle e fiori)

  • Tatuaggi non permanenti con Henné

  • Laboratorio di punto-croce Algerino

  • Angolo del Tè (preparazione e degustazione del tè dai diversi paesi del mondo)

  • Stuzzichini, finger-food, frittelle

dalle 18,00 in poi

  • Consegna di Attestati di Frequenza alle partecipanti al Corso di Italiano a Cerese

  • Danze in cerchio con musiche popolari dal mondo

  • Giochi organizzati per i bimbi

  • Riso Pakistano- Riso Nigeriano- Riso Persiano

  • Bevande, dolcetti etnici ed italiani

  • L’Ingresso è libero e la degustazione gratuita

La comunità baha’i partecipa al primo Vertice mondiale umanitario

La comunità baha’i  partecipa al primo Vertice mondiale umanitario

ISTANBUL — Con questa crescente ondata di catastrofi naturali e di diffusi disordini civili, la comunità delle nazioni sta rendendosi conto della necessità critica di lavorare a più stretto contatto per garantire una risposta efficace alle crisi umanitarie.

Questa consapevolezza ha motivato il primo Vertice mondiale umanitario, organizzato dalle Nazioni Unite e tenutosi a Istanbul, Turchia, il 23 e 24 maggio 2016. Il vertice ha riunito i capi di governo e molti dirigenti del mondo degli affari, delle agenzie umanitarie, della società civile e delle organizzazioni di ispirazione religiosa.

«Un numero record di persone – 130 milioni – ha bisogno di aiuto per sopravvivere», ha detto il segretario generale dell’ONU Ban Ki-moon durante il suo discorso di apertura del Vertice. «Il numero delle persone costrette ad abbandonare le loro case è in questi giorni il più alto dalla fine della seconda Guerra mondiale».

Una dichiarazione rilasciata dalla Baha’i International Community (BIC) per l’occasione, intitolata «Crescere insieme: costruire la capacità di recuperare dall’interno», si avvale dell’esperienza fatta dalla comunità baha’i negli ultimi decenni costruendo comunità e rispondendo ad alcune catastrofi naturali. Il documento mette in evidenza i costanti sforzi compiuti dai baha’i locali, che si concentrano sullo sviluppo delle capacità delle persone, delle comunità e delle istituzioni in un processo di trasformazione sociale che aumenta notevolmente la resilienza delle comunità.

Commentando il vertice, Bani Dugal, rappresentante della BIC presso le Nazioni Unite, ha detto: «Sembra molto importante che in questo frangente le istituzioni e le organizzazioni impegnate nell’assistenza alle vittime dei disastri imparino a coinvolgere di fatto le comunità direttamente interessate, a consultarsi con loro, a pianificare con loro e a imparare con loro».

«Per la prosperità a lungo termine delle comunità colpite da un disastro è fondamentale garantire che lo sviluppo continui dopo che l’attenzione del mondo si è spostata verso la prossima sfida e questo dipende dalla partecipazione delle popolazioni colpite».

«Stiamo imparando che il lavoro dell’assistenza alle vittime dei disastri può essere unificante e può mettere in evidenza la forza di una comunità», ha detto Steve Karnik, un altro rappresentante della BIC all’evento. «Invece di vedere questo lavoro semplicemente come una risposta a una calamità naturale, possiamo vedere questi momenti, pur tragici, come un tempo nel quale le comunità possono schierare le loro risorse materiali e morali e diventare più forti e più resistenti per il futuro».

«Assumere la responsabilità del proprio sviluppo è diventato un elemento fondamentale della risposta delle comunità baha’i alle catastrofi e più in generale allo sviluppo sociale ed economico», ha detto il signor Karnik. «La nostra esperienza si basa sugli sforzi di comunità baha’i di tutto il mondo che hanno subito catastrofi naturali. E abbiamo imparato che quanto più forte è il modello della vita collettiva di una comunità, tanto maggiore è sua resilienza».

Nel suo discorso di apertura il signor Ban ha fatto notare che è importante che le nazioni si uniscano per affrontare significativamente le sfide che la crescente ondata di catastrofi nel mondo lancia all’umanità.

«Una generazione di giovani pensa che abbiamo perso la strada», ha dichiarato. «Siamo qui per modellare un futuro diverso. Oggi noi dichiariamo: siamo una sola umanità, con una responsabilità condivisa. Dobbiamo decidere qui e ora non solo di tenere viva la gente, ma di dare alla gente una possibilità di vivere con dignità».

Per far avanzare un processo di apprendimento su questo argomento e su come essa e altre organizzazioni affini possano fare la loro parte, la BIC riunirà il mese prossimo nel suo ufficio di New York vari attori sociali per riflettere sui risultati del vertice.

 

Domenica hanno avuto inizio gli scavi per la Casa di culto baha’i locale di Norte del Cauca in Colombia

NORTE DEL CAUCA, Colombia, 25 maggio 2016, (BWNS) — Domenica hanno avuto inizio gli scavi per la Casa di culto baha’i locale di Norte del Cauca in Colombia.

Circa 700 persone si sono riunite sul terreno del tempio nel piccolo villaggio di Agua Azul, nel comune di Villa Rica. Era presente anche il sindaco, signora Jenny Nair Gomez.

Rivolgendosi al pubblico, la signora Nair Gomez ha spiegato che la casa di culto «riecheggia la visione della spiritualità che i nostri avi ci hanno insegnato».

«Per noi “nortecaucanos”, avere una Casa di culto è motivo di orgoglio», ha detto. «Vogliamo soprattutto creare lo spirito della fratellanza. Condividiamo questa terra e questa è la nostra casa di culto. Come vicini di casa, essa ci ispira a lavorare insieme per il progresso del nostro villaggio e della nostra regione».

Durante l’evento sono state recitate alcune preghiere e dignitari e rappresentanti delle istituzioni baha’i hanno pronunciato vari discorsi.

Per celebrare l’effettivo inizio degli scavi, una cerimonia simbolica ha mescolato la terra portata dai rappresentanti di circa 60 comunità. La terra è stata depositata in un tradizionale vaso di argilla, chiamato «tinaja», in genere utilizzato per l’acqua. La terra simboleggia la libertà, perché questa regione è stata popolata da ex schiavi afro-colombiani che avevano lasciato le grandi piantagioni e si erano stabiliti in Norte del Cauca nel XIX secolo. La cerimonia ha collegato l’inizio degli scavi per il tempio con la storia della regione.

La Casa di culto, il cui progetto è stato inaugurato nel settembre 2014, è uno dei primi templi baha’i locali, assieme ad altri quattro annunciati dalla Casa Universale di Giustizia nel 2012. La Casa di Giustizia ha descritto il tempio locale come «un punto focale di adorazione, un centro nevralgico della vita comunitaria», dove i membri della comunità possono riunirsi «di primo mattino per umili invocazioni e comunione prima di uscire dalle sue porte per dedicarsi agli impegni della giornata».

Attorno alla Casa di culto sorgeranno anche strutture per le istituzioni e le agenzie che si occupano di promuovere il benessere della comunità, riunendo il culto e il servizio come due elementi essenziali e inseparabili della vita baha’i. In Norte del Cauca c’è una vibrante comunità baha’i che lavora con la gente della regione per l’avanzamento spirituale e materiale dei quartieri e dei villaggi della zona e il Tempio sarà naturalmente una parte integrante di questo processo di costruzione di comunità che lo circonda.

Per leggere l’articolo in inglese on-line, visualizzare le fotografie e accedere ai link si vada a: http://News.Bahai.org/Story/1109

La reazione all’incontro con una baha’i espone la verità

NEW YORK, 19 maggio 2016, (BWNS) — Una tempesta di furiose denunce, in reazione a un semplice incontro tra due amiche in una casa privata, ha drammaticamente esposto la doppiezza delle autorità iraniane le quali hanno ripetutamente affermato che il loro trattamento dei baha’i non è motivato da pregiudizi religiosi. 

L’incontro che ha suscitato la polemica è stato la visita di Faezeh Hashemi, figlia dell’ex presidente dell’Iran Akbar Hashemi Rafsanjani, alla casa di Fariba Kamalabadi, una dei sette ex dirigenti baha’i che si trovano in carcere dal 2008. 

Decine di religiosi di alto grado e di personaggi politici si sono affrettati a denunciare la signora Hashemi e un grande ayatollah ha anche chiesto di incriminarla a causa del suo incontro con una baha’i. Un’altra figura di alto rango ha detto che le «relazioni amichevoli» con i baha’i sono «un tradimento contro l’Islam e la rivoluzione». «Frequentare i baha’i ed essere loro amici è contro gli insegnamenti dell’Islam», ha detto un ayatollah, mentre un altro ha affermato che i baha’i sono «devianti» che devono essere «isolati» e ha affermato che incontrare un baha’i è di per sé «una deviazione religiosa assoluta». Il capo della magistratura e il suo vice hanno confermato la possibilità di incriminare la signora Hashemi, come è stato specificamente richiesto da molti prelati per dare una lezione al resto della società. 

Parlando a New York, Bani Dugal, la principale rappresentante della Baha’i International Community presso le Nazioni Unite, ha detto: «Ciò che sorprende è il candore, l’entità e l’alto profilo della reazione del regime. Da un grande ayatollah, indicato come una “fonte di emulazione”, a maggiori figure religiose e politiche, nonché organi esecutivi del governo, dichiarazioni allineate hanno ora dimostrato, senza ombra di dubbio, che il loro trattamento dei baha’i è motivato da un pregiudizio religioso. Pertanto, questa reazione collettiva ha messo a nudo la falsità dei rappresentanti del governo iraniano nei forum internazionali sui diritti umani e ha contraddetto categoricamente le loro affermazioni». La signora Dugal ha aggiunto: «Sia questo un momento di chiarezza assoluta per il mondo intero». 

«Provate a immaginare che cosa vuol dire essere baha’i in Iran, quando anche coloro che visitano la vostra casa sono pubblicamente condannati in questo modo e sono minacciati di incriminazione». 

L’incontro tra le due donne è avvenuto in un periodo di cinque giorni, quando la signora Kamalabadi ha avuto il permesso di uscire dal carcere prima di dover ritornare per completare la sua condanna a dieci anni. 

La signora Hashemi, che è anche un ex membro del Parlamento iraniano, ha trascorso sei mesi nella stessa prigione della signora Kamalabadi nel 2012 dopo essere stata accusata di «diffusione di propaganda contro il sistema di governo». Le due donne, che non si erano più viste dal giorno del rilascio della signora Hashemi, hanno voluto rinnovare la loro amicizia nata in prigione. 

«Nonostante il furore della critica che ha stigmatizzato questo atto di umanità, una semplice interazione di due cittadine, molte persone coraggiose — attivisti dei diritti umani, giornalisti, accademici e semplici cittadini —hanno difeso il diritto dei baha’i di avere normali relazioni umane nel loro paese» ha detto la signora Dugal. «Ma speriamo che ci siano più voci di questo genere, affinché gli sforzi di isolare sistematicamente e di estraniare la comunità baha’i in Iran non abbiano successo».

 La signora Dugal ha aggiunto: «Le straordinarie minacce e condanne espresse da molti prelati e autorità sono in contrasto con le recenti coraggiose azioni e dichiarazioni di diversi personaggi del clero e del mondo del pensiero religioso in Iran e altrove che hanno parlato a favore della convivenza, della tolleranza e dell’uguaglianza per tutti i cittadini. Speriamo che la voce della coscienza porti il resto del clero a rompere il silenzio e a mostrare che la vera religione non perdona la spietatezza dell’apartheid, dell’estraniamento e dell’odio».

 

 

Per leggere l’articolo in inglese on-line, visualizzare le fotografie e accedere ai link si vada a : http://News.Bahai.org/Story/1108

Campagna globale per l’anniversario dell’arresto dei dirigenti baha’i iraniani

NEW YORK, 14 maggio 2016, (BWNS) — La Baha’i International Community ha ricordato l’ottavo anniversario dell’ingiusta incarcerazione dei sette ex dirigenti baha’i in Iran con una campagna globale per chiedere la loro immediata liberazione.

Il tema della campagna «Basta! Liberate i sette baha’i» ricorda la situazione di queste sette persone e, inoltre, anche la situazione dei baha’i dell’Iran che stanno affrontando un’implacabile e sistematica persecuzione orchestrata dal regime iraniano.

Ulteriori informazioni sulla campagna sono reperibili in inglese in una sezione speciale del sito Web della Baha’i International Community www.BIC.org/8-years/enough-Release-Bahai-Seven . L’hashtag per la campagna è: #ReleaseBahai7Now. [Una traduzione italiana di queste informazioni si trova in calce.]

Per leggere l’articolo in inglese on-line, visualizzare le fotografie e accedere ai link si vada a: http://News.Bahai.org/Story/1107

Basta! Liberate i sette baha’i

In base a tutte le norme di giustizia, i sette dirigenti baha’i iraniani imprigionati devono essere immediatamente liberati

Otto anni fa, cinque uomini e due donne innocenti sono stati riuniti e internati nella famigerata prigione iraniana di Evin. Dopo oltre un anno di detenzione illegale, sono stati messi sotto processo, accusati di spionaggio, di «propaganda contro il regime» e di altri presunti crimini legati esclusivamente alla loro credenza e pratica religiosa.

I sette baha’i – i cui nomi sono Fariba Kamalabadi, Jamaloddin Khanjani, Afif Naeimi, Saeid Rezaie, Mahvash Sabet, Behrouz Tavakkoli e Vahid Tizfahm – sono stati purtroppo condannati a vent’anni di carcere.

Nel mese di novembre, la pena detentiva è stata ridotta a dieci anni, a causa della tardiva applicazione di un nuovo codice penale nazionale adottato nel 2013, che essenzialmente afferma che le pene devono essere scontate contemporaneamente anziché consecutivamente.

Ai sensi del nuovo codice penale, i sette possono ora essere rilasciati sotto cauzione. Come la riduzione della loro condanna, anche questo diritto avrebbe dovuto essere riconosciuto subito dopo l’applicazione del nuovo codice. I sette dovrebbero dunque essere liberati immediatamente, per una questione di giustizia e di coerenza con le leggi nazionali dell’Iran.

Nell’ottavo anniversario della loro incarcerazione, la Baha’i International Community lancia una campagna intitolata: «Basta! Liberate i sette baha’i».

«Il titolo – Basta! – ribadisce semplicemente e chiaramente il nostro urgente appello per la liberazione di questi sette prigionieri innocenti», ha detto Bani Dugal, il principale rappresentante della Baha’i International Community presso le Nazioni Unite. «In primo luogo essi non avrebbero mai dovuto essere arrestati e loro lunga carcerazione – basata esclusivamente sulla loro credenza religiosa – è ingiustificabile legalmente, logicamente e moralmente.

«La campagna», ha detto la signora Dugal, «intende incoraggiare le persone, i governi e le organizzazioni di tutti i settori della società in tutto il mondo a chiedere al governo dell’Iran di seguire le regole delle proprie legislazioni nazionali e di liberare immediatamente i sette dirigenti baha’i imprigionati.

«Ci auguriamo che la loro storia serva a ricordare per l’ennesima volta che è necessario proteggere le libertà fondamentali garantite dai documenti, come la dichiarazione universale dei diritti umani, che, tra l’altro, sostengono il diritto alla libertà di religione o di credo.

«Il governo dell’Iran è oggi uno dei più eclatanti violatori di questa libertà fondamentale. Speriamo che, richiamando l’attenzione sulla prolungata e ingiusta detenzione di questi sette uomini e donne innocenti, si possa evidenziare l’oppressione che anche molti altri stanno subendo in Iran», ha detto la signora Dugal.

Violazioni del diritto internazionale

Oltre all’interrogativo se la liberazione su condizionale sia stata impropriamente negata, la storia dei sette, del loro arresto e del loro processo evidenza diverse violazioni del diritto nazionale e internazionale.

La signora Sabet è stata arrestata a Mashhad il 5 marzo 2008, mentre gli altri sei sono stati prelevati dalle loro abitazioni a Teheran nel corso di incursioni la mattina presto il 14 maggio 2008.

Durante il primo anno di detenzione, i sette non sono stati informati delle accuse contro di loro e non hanno praticamente avuto alcun accesso a un avvocato. Il loro processo – che si è svolto nel 2010 nel giro di qualche mese e dopo solo sei giorni in tribunale – è stato illegalmente interdetto al pubblico, ha dimostrato che i pubblici ministeri e i giudici erano estremamente prevenuti e si è basato su prove inesistenti.

«L’atto d’accusa emesso contro i nostri clienti… è stato una dichiarazione politica, piuttosto che un documento legale», ha detto uno dei loro avvocati, Mahnaz Parakand. «Era un documento di 50 pagine… pieno di accuse e insulti contro la comunità baha’i dell’Iran, soprattutto i nostri clienti. È stato scritto senza produrre alcuna prova delle accuse».

I sette continuano a sopportare le dure condizioni di due dei più famigerati carceri iraniani. I cinque uomini sono ora incarcerati nella prigione di Gohardasht a Karaj, una struttura famigerata per il sovraffollamento, la mancanza di servizi igienico-sanitari e la violenza dei detenuti. Le due donne si trovano ancora nel carcere Evin di Teheran.

Protesta globale

Nel dicembre 2015, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha approvato una delibera sulla situazione dei diritti umani in Iran, che tra l’altro chiede la liberazione dei sette. L’Assemblea generale ha invocato la loro liberazione anche nel 2012, 2013 e 2014. Nel 2011, l’Assemblea ha detto che il loro processo era stato «profondamente viziato» e ha chiesto di riconoscere loro «i diritti che sono garantiti dalla costituzione».

Nel maggio 2015, il settimo anniversario della loro incarcerazione, numerose persone hanno chiesto la loro liberazione. Fra loro vi sono cinque membri del Parlamento europeo, che hanno parlato in televisione dicendo che l’imprigionamento dei sette è «crudele» e «inaccettabile», l’ex ministro degli affari esteri canadese Rob Nicholson, che ha detto che il prolungato imprigionamento dei sette «è un inquietante promemoria dello spregio per la libertà religiosa da parte del regime iraniano», e il commissario tedesco per i diritti umani, Christoph Strasser, che ha detto che il loro processo «mancava di qualsiasi trasparenza e aveva ignorato principi fondamentali dello stato di diritto».

Nel maggio 2014, influenti personalità iraniane, attivisti dei diritti umani, giornalisti e un prominente capo religioso si sono coraggiosamente riuniti nella casa di uno dei sette per commemorare il sesto anniversario della loro prigionia. Più tardi quell’anno, alcuni capi delle grandi religioni si sono riuniti a Londra per chiedere la loro liberazione.

E, nel maggio 2013, quattro esperti di diritti umani delle Nazioni Unite hanno chiesto la loro liberazione immediata.

Persecuzione sistematica

L’arresto e l’imprigionamento dei sette dirigenti è un aspetto di una persecuzione sistematica, dalla culla alla tomba, che è tra le più «estreme manifestazioni di intolleranza e persecuzione religiosa» nel mondo d’oggi, ha detto Heiner Bielefeldt, relatore speciale dell’ONU per la libertà di religione o di credo.

Nel 1980, più di 200 baha’i iraniani sono stati uccisi per le loro convinzioni. Centinaia di baha’i sono stati imprigionati e decine di migliaia hanno perso il lavoro, si sono visti confiscare le loro proprietà o negare l’accesso agli studi. Dopo una protesta internazionale, la persecuzione è di poco diminuita negli anni 1990, solo per crescere nuovamente nel primo decennio di questo secolo.

Dal 2005, sono stati arrestati più di 800 baha’i e, a partire dal febbraio 2016, almeno 80 baha’i, tra cui i sette dirigenti, sono stati ingiustamente imprigionati. Attualmente, i baha’i non sono ammessi a frequentare le università, non possono compiere gli atti di culto che vogliono e sono discriminati in una vasta gamma di attività economiche. Inoltre, il governo continua ad attaccare i baha’i nei mezzi di comunicazione, conducendo una campagna di odio contro di loro. E negli ultimi anni la comunità baha’i è stata colpita da varie forme di violenza, come incendi dolosi, graffiti anti baha’i, profanazione di cimiteri baha’i e aggressioni ai danni di scolari.