BATTAMBANG, Cambogia, hanno inizio i lavori per una Casa di culto locale

Hanno inizio i lavori per una Casa di culto locale 

BATTAMBANG, Cambogia, 15 novembre 2015, (BWNS) — Sabato 14 novembre hanno avuto inizio i lavori per una Casa di culto locale baha’i.  

Circa duecento membri della comunità della regione del Battambang in Cambogia si sono riuniti per celebrare lo storico evento, incominciando con preghiere all’alba. L’evento è coinciso con la commemorazione delle due Natalità gemelle — la Nascita del Bab e la Nascita di Baha’u’llah.  

Anche se non è stata ancora costruita, la Casa di culto sta diventando parte del tessuto della vita comunitaria e gli sviluppi relativi alla sua costruzione sono visti come uno sforzo collettivo, che sta galvanizzando la popolazione del luogo. Essa è, come scrive la Casa Universale di Giustizia, un ponte fra «due aspetti essenziali, inseparabili della vita baha’i: la preghiera e il servizio». 

L’inizio dei lavori segna una pietra miliare — il primo del suo genere — tra le sette località annunciate dalla Casa Universale di Giustizia nel 2012 nelle quali nei prossimi anni nascerà una Casa di culto.  

Per leggere l’articolo in inglese on-line, visualizzare le fotografie e accedere ai link si vada a : http://news.bahai.org/story/1082

Il ruolo della religione esplorato durante il Consiglio di Scambi europei

SARAJEVO, 8 novembre 2015, (BWNS) —La religione è una potente fonte di motivazione umana e la società deve cercare di capire meglio come si possa trarre vantaggio dalla sua influenza, ha detto la Baha’i International Community (BIC) durante un’importante riunione del Consiglio d’Europa.

Leader politici e religiosi, nonché rappresentanti della società civile e del mondo accademico hanno partecipato al Consiglio di Scambi europei sulla dimensione religiosa del dialogo interculturale a Sarajevo, Bosnia-Erzegovina, il 2-3 novembre.

La riunione ha esplorato il tema «come costruire insieme società inclusive», concentrandosi sul ruolo della religione nella sfera pubblica e su come l’educazione religiosa e non religiosa nelle scuole potrebbe promuovere comunità più tolleranti.

Rachel Bayani, rappresentante della Baha’i International Community presso l’Unione europea, ha detto: «Bisogna analizzare alcune delle ipotesi su cui poggiano gli attuali accordi sociali e garantire che essi non privino la società del ruolo costruttivo che la religione può svolgere».

«La religione è una potente fonte di motivazione umana positiva e abbiamo bisogno di capire meglio come attingere a quella fonte a beneficio della società nel suo insieme», ha proseguito.

La riunione ha anche riflettuto su come il pensiero religioso e secolare potrebbe aiutare a prevenire la diffusione della radicalizzazione e l’estremismo violento.

Il ministro dell’interno austriaco, Johanna Mikl-Leitner, ha detto che anche i leader religiosi condividono la comune responsabilità di rendere il mondo un posto migliore per tutti.

«La religione è la soluzione, non il problema», ha detto il ministro.

Il presidente dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa, Anne Brasseur, ha sottolineato il significato simbolico del raduno a Sarajevo, che è stata il teatro di uno dei più tragici conflitti, pur essendo un emblema di incrocio di civiltà e di convivenza religiosa.

Gli Scambi annuali organizzati dal Consiglio d’Europa — una grande organizzazione regionale composta da circa 47 stati membri — mirano a promuovere i diritti umani e la democrazia e a fornire una piattaforma per un dialogo aperto e trasparente su varie problematiche sociali.

Per leggere l’articolo in inglese on-line, visualizzare fotografie e accedere ai link si vada a: http://News.Bahai.org/Story/1081

Un documentario mostra un processo di un gruppo di baha’i giustiziati

21 ottobre 2015, (BWNS) — Il filmato inedito del processo di alcuni membri dell’organo di governo della comunità bahá’í in Iran risalente al 1981 è stato trasmesso per la prima volta come parte di un documentario sul sistema giudiziario dell’Iran. Quei membri sono stati fucilati da un plotone di esecuzione poco dopo il loro breve processo. Il documentario, «Giustizia rivoluzionaria iraniana», trasmesso in inglese dal notiziario mondiale della BBC e in persiano dalla BBC persiana, esamina il funzionamento e l’impatto dei «tribunali rivoluzionari» in Iran dopo la rivoluzione islamica del 1979. Esso include interviste con membri della famiglia di alcuni dei bahá’ í mostrati nel filmato sul processo, nonché con esperti sull’Iran e i diritti umani. Sono presenti anche persone provenienti da altri due gruppi che hanno subito dure persecuzioni e sono stati processati. «I bahá’ í non sono l’unico gruppo perseguitato in Iran, anche se le ingiustizie perpetrate contro di loro sono state sistematiche e hanno fatto parte della politica ufficiale del governo dell’Iran fin dall’inizio della rivoluzione islamica», dice Bani Dugal, la principale rappresentante della Bahá’í International Community presso le Nazioni Unite a New York.  «Il film mostra un sistema giudiziario che viola praticamente ogni elemento accettato del giusto processo, da arresti e detenzioni arbitrarie a processi a porte chiuse e giudici prevenuti. Lo stesso sistema che ha mandato a morte i bahá’ í in passato continua a imprigionarli oggi». Il 13 dicembre 1981, otto membri dell’Assemblea Spirituale Nazionale dell’Iran – un consiglio nazionale eletto formato da nove-membri che fa parte della struttura amministrativa bahá ‘í in tutti i paesi – sono stati arrestati mentre erano riuniti nella casa di un bahá’ í del luogo. Quattordici giorni dopo, il 27 dicembre, tutti gli otto membri sono stati segretamente giustiziati da un plotone di esecuzione.  I nomi delle persone giustiziate sono: signor Mehdi Amin-Amin, signor Jalal Azizi, dottor Ezzatollah Forouhi, signora Jinous Mahmoudi, dottor Mahmoud Majzoub, dottor Sirous Rowshani, dottor Ghodratollah Rowhani, signor Kamran Samimi. Le famiglie non sono state informate né del processo né dell’esecuzione e le salme sono state sepolte senza alcuna cerimonia in un terreno incolto di proprietà del governo chiamato Kufr Abad – la terra degli infedeli.  Il filmato, recentemente scoperto e ora trasmesso oltre 30 anni più tardi, mostra due ore del processo dei sette membri di sesso maschile dell’Assemblea Nazionale. L’ottavo membro arrestato, la signora Jinous Mahmudi, non sembra essere parte del processo. Tuttavia, lei e gli altri sette membri sono stati fucilati contemporaneamente. «Quello che ho visto nel film può essere riassunto in una frase: non c’è stato un equo processo», dice la dottoressa Shirin Ebadi, prominente avvocato iraniano e premio Nobel per la pace che è intervistata nel documentario.  Nel filmato, i sette membri dell’Assemblea Nazionale sono mostrati in fila. Il video dura circa due ore. Per un’ora e 30 minuti il giudice, che non viene mai mostrato, parla delle accuse contro i bahá’ í, lasciando ai sette imputati solo 26 minuti per parlare. «Difesa [in tribunale] non significa che il procuratore dica all’imputato quello che deve dire sull’argomento», commenta la signora Mahnaz Parakand, un altro prominente avvocato iraniano che è stata anche lei imprigionata in Iran.  Durante tutto il procedimento giudiziario dei sette bahá’ í, accuse fantasiose e prive di fondamento sono mosse contro di loro e contro la comunità bahá’í. Per esempio, essi sono accusati di diffamare il nome della Repubblica islamica a livello internazionale, fornendo ai media la notizia dell’espulsione di alcuni studenti bahá’í dalle scuole. «È come se l’espulsione di studenti bahá’í dalla scuola perché sono bahá’ í fosse un segreto di stato», dice il dottor Payam Akhavan, professore ed ex consigliere legale dell’ufficio del procuratore per i tribunali penali internazionali dell’ONU.  «La parte più ridicola è quando il procuratore accusa di spionaggio anche gli studenti della scuola elementare che sono stati espulsi dalla scuola». Il documentario evidenzia la mancanza di un giusto processo legale nel sistema giudiziario dell’Iran. Lo dimostrano l’assenza di qualsiasi rappresentanza legale o di reali prove contro gli imputati, il tempo insufficiente per rispondere alle accuse, i giudici prevenuti e le pressioni e le minacce contro gli avvocati difensori.  Nel caso degli otto bahá’ í, il cortometraggio finisce prima della conclusione del processo e non è noto se la sentenza sia stata pronunciata in tribunale. Tuttavia, secondo il verdetto, gli otto bahá’ í sono stati tutti condannati a morte e le loro proprietà sono state confiscate. Sono stati fucilati il giorno stesso del processo.  «Questo documentario mette in luce le accuse infondate e assurde per cui i bahá’ í sono stati perseguitati per oltre 30 anni», dice la signora Dugal.  «Oggi il governo nega loro anche i più elementari diritti come cittadini. La persecuzione è senza giustificazione e nessuna prova documentata è ancora stata prodotta per suffragare le accuse contro di loro. Questa persecuzione ha influenzato la vita di intere generazioni, da bambini in tenera età a fragili anziani».  Oggi, ai bahá’ í sono ancora negati il diritto all’istruzione superiore e all’occupazione nel settore pubblico e i vantaggi del sistema pensionistico. Essi sono ingiustamente arrestati e imprigionati. Attualmente oltre 70 bahá’ í sono in carcere in Iran solo a causa delle loro credenze. I loro cimiteri sono distrutti, le loro aziende e i loro negozi sono attaccati o chiusi e il governo fa ampio uso dei mass-media come mezzo per denigrare sistematicamente i bahá’ í, un’abitudine che è aumentata negli ultimi anni.   «Questo non riguarda solo il passato», dice il dottor Akhavan. «Si tratta della realtà presente delle sfide che affrontiamo in Iran per andare verso una cultura dei diritti umani».

Film pluripremiato esamina il potere della religione

20 ottobre 2015, (BWNS) — Il regista iraniano di fama internazionale, Mohsen Makhmalbaf, ha reso disponibile al grande pubblico il suo film pluripremiato premiato, «Il giardiniere». 

Girato nei giardini baha’i sulle pendici del Monte Carmelo e nella periferia della città fortezza di San Giovanni d’Acri, il film è un’esplorazione della religione, nella forma di un dialogo tra un padre e un figlio. 

I due personaggi rappresentano i differenti punti di vista di due generazioni. Per il padre, interpretato da Makhmalbaf stesso, la religione ha un profondo potere. Anche se quel potere è stato utilizzato per fini distruttivi, Makhmalbaf sostiene che esso è anche stato incanalato verso la pace, il perdono e l’amore – e può esserlo ancora. 

«Voglio sapere perché alcune religioni portano alla violenza e altre no», dice al figlio nel film. 

Il figlio, interpretato dal figlio di Makhmalbaf, Maysam, sostiene che tutte le religioni portano alla fine all’oppressione e alla violenza. Ciò che segue è un profondo esame del tema. 

Il film che è stato premiato al Busan International Film Festival in Corea è stato dichiarato il miglior documentario al Festival internazionale del Film di Beirut. 

Il documentario ha avuto un’ampia copertura mediatica in tutto il mondo. Il New York Times descrive la pellicola come «un’inchiesta intima, discorsiva sulla credenza religiosa». Riferendosi a ciò che esso chiama «la grammatica e il discorso di questo film insolito», il popolare quotidiano indiano The Hindu, lo ha definito «razionale, intelligente, poetico e soprattutto profondamente civile». 

Con più di 20 lungometraggi al suo nome, Makhmalbaf ha vinto oltre 50 premi ed ha fatto parte della giuria di oltre 15 Festival cinematografici. 

Fino a questa settimana, il film, che è stato girato nel 2012, era stato disponibile solo nei Festival internazionali e in proiezioni selezionate.