Un documentario mostra un processo di un gruppo di baha’i giustiziati

21 ottobre 2015, (BWNS) — Il filmato inedito del processo di alcuni membri dell’organo di governo della comunità bahá’í in Iran risalente al 1981 è stato trasmesso per la prima volta come parte di un documentario sul sistema giudiziario dell’Iran. Quei membri sono stati fucilati da un plotone di esecuzione poco dopo il loro breve processo. Il documentario, «Giustizia rivoluzionaria iraniana», trasmesso in inglese dal notiziario mondiale della BBC e in persiano dalla BBC persiana, esamina il funzionamento e l’impatto dei «tribunali rivoluzionari» in Iran dopo la rivoluzione islamica del 1979. Esso include interviste con membri della famiglia di alcuni dei bahá’ í mostrati nel filmato sul processo, nonché con esperti sull’Iran e i diritti umani. Sono presenti anche persone provenienti da altri due gruppi che hanno subito dure persecuzioni e sono stati processati. «I bahá’ í non sono l’unico gruppo perseguitato in Iran, anche se le ingiustizie perpetrate contro di loro sono state sistematiche e hanno fatto parte della politica ufficiale del governo dell’Iran fin dall’inizio della rivoluzione islamica», dice Bani Dugal, la principale rappresentante della Bahá’í International Community presso le Nazioni Unite a New York.  «Il film mostra un sistema giudiziario che viola praticamente ogni elemento accettato del giusto processo, da arresti e detenzioni arbitrarie a processi a porte chiuse e giudici prevenuti. Lo stesso sistema che ha mandato a morte i bahá’ í in passato continua a imprigionarli oggi». Il 13 dicembre 1981, otto membri dell’Assemblea Spirituale Nazionale dell’Iran – un consiglio nazionale eletto formato da nove-membri che fa parte della struttura amministrativa bahá ‘í in tutti i paesi – sono stati arrestati mentre erano riuniti nella casa di un bahá’ í del luogo. Quattordici giorni dopo, il 27 dicembre, tutti gli otto membri sono stati segretamente giustiziati da un plotone di esecuzione.  I nomi delle persone giustiziate sono: signor Mehdi Amin-Amin, signor Jalal Azizi, dottor Ezzatollah Forouhi, signora Jinous Mahmoudi, dottor Mahmoud Majzoub, dottor Sirous Rowshani, dottor Ghodratollah Rowhani, signor Kamran Samimi. Le famiglie non sono state informate né del processo né dell’esecuzione e le salme sono state sepolte senza alcuna cerimonia in un terreno incolto di proprietà del governo chiamato Kufr Abad – la terra degli infedeli.  Il filmato, recentemente scoperto e ora trasmesso oltre 30 anni più tardi, mostra due ore del processo dei sette membri di sesso maschile dell’Assemblea Nazionale. L’ottavo membro arrestato, la signora Jinous Mahmudi, non sembra essere parte del processo. Tuttavia, lei e gli altri sette membri sono stati fucilati contemporaneamente. «Quello che ho visto nel film può essere riassunto in una frase: non c’è stato un equo processo», dice la dottoressa Shirin Ebadi, prominente avvocato iraniano e premio Nobel per la pace che è intervistata nel documentario.  Nel filmato, i sette membri dell’Assemblea Nazionale sono mostrati in fila. Il video dura circa due ore. Per un’ora e 30 minuti il giudice, che non viene mai mostrato, parla delle accuse contro i bahá’ í, lasciando ai sette imputati solo 26 minuti per parlare. «Difesa [in tribunale] non significa che il procuratore dica all’imputato quello che deve dire sull’argomento», commenta la signora Mahnaz Parakand, un altro prominente avvocato iraniano che è stata anche lei imprigionata in Iran.  Durante tutto il procedimento giudiziario dei sette bahá’ í, accuse fantasiose e prive di fondamento sono mosse contro di loro e contro la comunità bahá’í. Per esempio, essi sono accusati di diffamare il nome della Repubblica islamica a livello internazionale, fornendo ai media la notizia dell’espulsione di alcuni studenti bahá’í dalle scuole. «È come se l’espulsione di studenti bahá’í dalla scuola perché sono bahá’ í fosse un segreto di stato», dice il dottor Payam Akhavan, professore ed ex consigliere legale dell’ufficio del procuratore per i tribunali penali internazionali dell’ONU.  «La parte più ridicola è quando il procuratore accusa di spionaggio anche gli studenti della scuola elementare che sono stati espulsi dalla scuola». Il documentario evidenzia la mancanza di un giusto processo legale nel sistema giudiziario dell’Iran. Lo dimostrano l’assenza di qualsiasi rappresentanza legale o di reali prove contro gli imputati, il tempo insufficiente per rispondere alle accuse, i giudici prevenuti e le pressioni e le minacce contro gli avvocati difensori.  Nel caso degli otto bahá’ í, il cortometraggio finisce prima della conclusione del processo e non è noto se la sentenza sia stata pronunciata in tribunale. Tuttavia, secondo il verdetto, gli otto bahá’ í sono stati tutti condannati a morte e le loro proprietà sono state confiscate. Sono stati fucilati il giorno stesso del processo.  «Questo documentario mette in luce le accuse infondate e assurde per cui i bahá’ í sono stati perseguitati per oltre 30 anni», dice la signora Dugal.  «Oggi il governo nega loro anche i più elementari diritti come cittadini. La persecuzione è senza giustificazione e nessuna prova documentata è ancora stata prodotta per suffragare le accuse contro di loro. Questa persecuzione ha influenzato la vita di intere generazioni, da bambini in tenera età a fragili anziani».  Oggi, ai bahá’ í sono ancora negati il diritto all’istruzione superiore e all’occupazione nel settore pubblico e i vantaggi del sistema pensionistico. Essi sono ingiustamente arrestati e imprigionati. Attualmente oltre 70 bahá’ í sono in carcere in Iran solo a causa delle loro credenze. I loro cimiteri sono distrutti, le loro aziende e i loro negozi sono attaccati o chiusi e il governo fa ampio uso dei mass-media come mezzo per denigrare sistematicamente i bahá’ í, un’abitudine che è aumentata negli ultimi anni.   «Questo non riguarda solo il passato», dice il dottor Akhavan. «Si tratta della realtà presente delle sfide che affrontiamo in Iran per andare verso una cultura dei diritti umani».

Film pluripremiato esamina il potere della religione

20 ottobre 2015, (BWNS) — Il regista iraniano di fama internazionale, Mohsen Makhmalbaf, ha reso disponibile al grande pubblico il suo film pluripremiato premiato, «Il giardiniere». 

Girato nei giardini baha’i sulle pendici del Monte Carmelo e nella periferia della città fortezza di San Giovanni d’Acri, il film è un’esplorazione della religione, nella forma di un dialogo tra un padre e un figlio. 

I due personaggi rappresentano i differenti punti di vista di due generazioni. Per il padre, interpretato da Makhmalbaf stesso, la religione ha un profondo potere. Anche se quel potere è stato utilizzato per fini distruttivi, Makhmalbaf sostiene che esso è anche stato incanalato verso la pace, il perdono e l’amore – e può esserlo ancora. 

«Voglio sapere perché alcune religioni portano alla violenza e altre no», dice al figlio nel film. 

Il figlio, interpretato dal figlio di Makhmalbaf, Maysam, sostiene che tutte le religioni portano alla fine all’oppressione e alla violenza. Ciò che segue è un profondo esame del tema. 

Il film che è stato premiato al Busan International Film Festival in Corea è stato dichiarato il miglior documentario al Festival internazionale del Film di Beirut. 

Il documentario ha avuto un’ampia copertura mediatica in tutto il mondo. Il New York Times descrive la pellicola come «un’inchiesta intima, discorsiva sulla credenza religiosa». Riferendosi a ciò che esso chiama «la grammatica e il discorso di questo film insolito», il popolare quotidiano indiano The Hindu, lo ha definito «razionale, intelligente, poetico e soprattutto profondamente civile». 

Con più di 20 lungometraggi al suo nome, Makhmalbaf ha vinto oltre 50 premi ed ha fatto parte della giuria di oltre 15 Festival cinematografici. 

Fino a questa settimana, il film, che è stato girato nel 2012, era stato disponibile solo nei Festival internazionali e in proiezioni selezionate. 

 

 

Capi religiosi contribuiscono all’Agenda 2030 dell’ONU

BRISTOL, Regno Unito, 16 settembre 2015, (BWNS) — La Baha’i International Community e i rappresentanti di 23 altre grandi tradizioni religiose hanno offerto alle Nazioni Unite (ONU) idee e piani d’azione a sostegno degli Obiettivi per uno sviluppo sostenibile — noti come Agenda 2030, la principale agenda di sviluppo dell’ONU per i prossimi 15 anni. 

Sotto il nome di «Impegni di Bristol», i contributi dei vari gruppi religiosi sono stati presentati e discussi in un evento di due giorni, intitolato «La fede nel futuro», che si è svolto a Bristol, Regno Unito, l’8-9 settembre. L’evento è stato co-ospitato dall’United Nations Development Programme e dall’Alleanza religioni e conservazione. 

Nel suo contributo alla riunione, la Baha’i International Community ha parlato del ruolo vitale della religione nel successo degli Obiettivi per uno sviluppo sostenibile. 

«La religione è stata una caratteristica della civiltà umana fin dagli albori della storia documentata e ha stimolato innumerevoli moltitudini ad agire per il benessere degli altri», ha spiegato in una dichiarazione scritta. «Quando è stata fedele allo spirito dei suoi fondatori trascendenti, la religione è stata uno dei più potenti strumenti per la creazione di modelli nuovi e benèfici della vita individuale e collettiva». 

La Baha’i International Community ha anche affermato che «il collegamento tra la convinzione religiosa e il servizio al bene comune non è assolutamente automatico». 

«Chiaramente c’è molto da imparare su come i nobili ideali si possono esprimere in un’azione impegnata e sostenuta», ha anche detto. 

Spiegando ciò che la comunità baha’i fa per contribuire allo sviluppo, il documento evidenzia una serie di iniziative, tra cui processi educativi che intendono costruire capacità negli individui e nei gruppi perché essi possano farsi carico del proprio sviluppo morale, sociale ed economico. In alcuni casi, questi sforzi si evolvono nel tempo e portano alla luce la «capacità di impegnarsi in aree relativamente complesse di attività e di stabilire rapporti di lavoro con le agenzie di governo e la società civile». 

Martin Palmer, segretario generale dall’Alleanza religioni e conservazione, ha affermato che l’impegno dei capi religiosi di essere una forza per il bene sociale nel contesto degli Obiettivi per uno sviluppo sostenibile si basa su una tradizione secolare. 

Il signor Paul Ladd, direttore della squadra dell’United Nations Development Programme che si occupa dell’agenda di sviluppo post-2015, ha formalmente accettato gli Impegni di Bristol delle comunità religiose per conto delle Nazioni Unite. 

Parlando del ruolo fondamentale che la leadership religiosa dovrà svolgere, il signor Ladd ha detto, «più dell’80 per cento delle persone del mondo è affiliato a una religione. Sapendo questo, è chiaro che l’ONU deve lavorare a stretto contatto con le comunità religiose nei prossimi 15 anni se i nuovi obiettivi globali per lo sviluppo sostenibile dovranno essere conseguiti». 

Daniel Perell, uno dei rappresentanti della Baha’i International Community presso le Nazioni Unite, ha parlato del potere di trasformazione della religione, che può stimolare la motivazione umana a livelli più profondi. 

«Possiamo tutti pensare a esempi di figure centrali della nostra fede che hanno cambiato i cuori, le menti e le vite – il corso della storia – mediante azioni apparentemente piccole», ha detto il signor Perell, rivolgendosi ai partecipanti all’evento. 

«Sono queste piccole azioni, dotate di purezza d’intenti, che, nel loro complesso, cambieranno il mondo. Ora abbiamo l’opportunità di dedicarci a un impegno globale, universale, concordato dalle nazioni del mondo. Possiamo approfittare di questo buon inizio e fare in modo che esso apporti una grande trasformazione». 

Gli Impegni di Bristol saranno presentati all’Assemblea generale dell’ONU questo mese, quando gli Obiettivi per uno sviluppo sostenibile saranno formalmente adottati. 

Per leggere l’articolo inglese on-line, vedere le foto e accedere ai link si vada a: http://News.Bahai.org/Story/1067

 

 

 

Lo spirito di sacrificio lega due comunità attraverso gli oceani

PORT MORESBY, Papua Nuova Guinea, 15 settembre 2015, (BWNS) — L’Oceano Pacifico ospita uno dei paesi più culturalmente e linguisticamente diversi nel mondo. In questa nazione — la Papua Nuova Guinea (PNG) — si parlano oltre 800 lingue e il territorio montagnoso è abitato da circa 700 gruppi tribali. 

Recentemente, uno dei due principali canali televisivi nazionali della Papua Nuova Guinea, EMTV, ha mandato in onda uno speciale programma preparato in collaborazione con i baha’i del luogo, che confronta la loro esperienza nel paese — in cui la comunità baha’i ha visto una grande fioritura negli ultimi decenni — con le dure condizioni in cui vivono i baha’i in Iran, i quali stanno subendo una persecuzione della loro comunità tuttora in atto, sponsorizzata dallo stato. Anche se le due comunità sono lontane l’una dall’altra nello spazio e nella realtà dei contesti culturali e sociali, il documentario mostra il profondo legame che i baha’i della Papua Nuova Guinea sentono con i loro correligionari in Iran. 

Il documentario presenta alcuni aspetti degli insegnamenti e della storia della religione baha’i, che è nata in Iran nella metà del secolo XIX e si è radicata nella Papua Nuova Guinea sin dal 1950. La prima parte del programma racconta la storia dell’arrivo della Fede baha’i nella Papua Nuova Guinea e i contributi dei diversi singoli baha’i la cui dedizione al popolo delle isole ha influenzato lo sviluppo della comunità baha’i e la società in generale. 

Il signor Apelis Mazakmat, il primo baha’i indigeno del paese, è una delle figure della storia della Fede baha’i in Papua Nuova Guinea presentate nel film. 

Il documentario cita Sir Julius Chan, ex primo ministro della Papua Nuova Guinea, che descrive il signor Mazakmat come una «leggenda vivente nel promuovere e mantenere un approccio integrato allo sviluppo di una società giusta e prospera». 

Il documentario racconta anche la storia della signora Violet Hoehnke, un’australiana baha’i che si trasferì nella Papua Nuova Guinea nel 1954, portandovi per la prima volta gli insegnamenti della Fede baha’i. La signora Hoehnke era una sostenitrice del principio dell’unità del genere umano e il video mette in evidenza la sua dedizione a questo fondamentale principio baha’i. 

«Infermiera professionale, nota come “Sorella Vi”, la signora Hoehnke era la capo sala del primo ospedale integrato nel paese», dice la voce narrante. 

«La signora Hoehnke invitava nella sua casa gli abitanti locali delle isole dell’Ammiragliato e impartiva loro lezioni di pronto soccorso, suscitando le critiche dei membri della comunità europea, che praticava la segregazione razziale. Di conseguenza, le autorità dell’ospedale l’hanno trasferita in un ospedale a Rabaul in un’isola vicina». 

La seconda parte si occupa della persecuzione della comunità baha’i in Iran e descrive le successive ondate di oppressione e di aggressione a partire dagli albori della religione, nonché le esecuzioni e gli imprigionamenti dopo la rivoluzione in Iran nel 1979. 

Le parti finali del programma descrivono gli sforzi della comunità baha’i per ottenere il miglioramento della società in Papua Nuova Guinea e in tutto il mondo. Evidenziando gli sforzi compiuti dai baha’i per promuovere l’unità e l’armonia, il film esamina una gamma di sforzi per contribuire alla trasformazione sociale costruttiva. 

Per leggere l’articolo in inglese on-line, visualizzare le fotografie e accedere ai link si vada a: http://News.Bahai.org/Story/1066