«L’istruzione non è un crimine»: la campagna si intensifica

LOS ANGELES, 8 febbraio 2015, (BWNS) — «L’istruzione non è un crimine», una campagna mondiale che intende far conoscere la risposta costruttiva della comunità baha’i al rifiuto del governo iraniano di consentire ai giovani baha’i di accedere agli studi superiori, sta intensificandosi mentre si avvicina la sua giornata di mobilitazione globale il 27 febbraio 2015.

Il sito web della campagna illustra ciò che le autorità in Iran stanno facendo per perseguitare i baha’i del paese e offre un contesto storico della persecuzione.

Nell’invitare tutto il mondo a partecipare alla campagna, la homepage del sito afferma: «In Iran studiare è un crimine. Ma noi possiamo cambiare le cose».

Lanciata nel novembre 2014, la campagna, organizzata da Maziar Bahari, giornalista e cineasta irano-canadese che è stato anche lui in prigione in Iran nel 2009, è stata ispirata dal film «To Light a Candle», un documentario prodotto dal signor Bahari.

Il film utilizza interviste, storie personali e materiale d’archivio, spesso fatto uscire dall’Iran con grandi rischi personali, per mostrare la creatività dei baha’i nel rispondere alle ingiustizie, di fronte a una costante oppressione. In particolare esso illustra la resilienza costruttive dei giovani baha’i che hanno espresso il loro desiderio di continuare a studiare sviluppando una sistemazione informale che permettesse loro di accedere agli studi di livello universitario.

La campagna proseguirà con un grande evento intitolato «L’istruzione non è un crimine live 2015», che si svolgerà a Los Angeles il 27 febbraio, durante il quale si proietterà il film «To Light a Candle». Lo stesso giorno il film sarà proiettato su centinaia di schermi in tutto il mondo.

Un importante elemento della campagna è il sostegno che essa ha ricevuto in tutto il mondo. Un gran numero di iraniani ha significativamente deciso di difendere i diritti dei baha’i contro decenni di sforzi da parte delle autorità e dei capi religiosi del paese in Iran di mistificare la comunità baha’i.

«Molte persone imparano dai baha’i», ha detto il signor Bahari in occasione della prima del film a Londra lo scorso settembre. Egli ha aggiunto che in passato gli iraniani «erano indifferenti alla sorte dei baha’i. Non ce ne curavamo affatto».

«Oggi molto giovani iraniani hanno amici baha’i anche se il governo continua a vessarli e a presentarli in termini negativi», ha detto il signor Bahari.

La campagna «L’istruzione non è un crimine» è stata appoggiata da molte eminenti personalità. Fra queste vi sono premi Nobel come l’arcivescovo Desmond Tutu, Shirin Ebadi, Tawakkol Karman, Jody Williams e Mairead Maguire. Inoltre la campagna è stata appoggiata da artisti e intellettuali come Nazanin Boniadi, Abbas Milani, Mohsen Makhmalbaf, Azar Nafisi, Omid Djalili, Eva LaRue e Mohammad Maleki, ex presidente dell’Università di Teheran.

Una sezione del sito dice alle persone come possono partecipare all’iniziativa. Inoltre, molte persone di tutto il mondo hanno mandato messaggi di sostegno al diritto allo studio dei baha’i in Iran e postato numerosi video sul sito web e sulla pagina Facebook della campagna.

«L’istruzione è un diritto umano fondamentale», dice una persona nel video postato sul sito web. «È come il diritto ai mezzi di sussistenza, alla sicurezza o al lavoro, il diritto a una casa. È un diritto umano fondamentale, non è un crimine. È un crimine esserne privati».

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L’arcivescovo Tutu condanna il rifiuto di permettere ai baha’i in Iran di studiare

CITTÀ DEL CAPO, 1° febbraio 2015, (BWNS) — In una dichiarazione pubblicata il 30 gennaio l’arcivescovo Desmond Tutu, l’attivista sudafricano per i diritti sociali e premio Nobel per la pace, ha aggiunto la sua voce al coro di condanna del rifiuto di permettere ai baha’i in Iran di accedere agli studi superiori da parte del governo dell’Iran.

Pubblicato sul sito web della fondazione Desmond e Leah Tutu la dichiarazione dice: «Il governo iraniano dice che per i baha’i l’istruzione è un crimine. Ma io vi dico che noi possiamo cambiare questo stato di cose, possiamo parlare a loro nome. Possiamo dire al governo iraniano e al mondo che escludere dagli studi superiori i baha’i o qualsiasi altro gruppo danneggia l’Iran e il popolo iraniano. La nostra dura esperienza dell’apartheid dimostra che ogni tipo di discriminazione danneggia tutti. Il governo iraniano nega al suo stesso popolo i servizi di migliaia di ingegneri, medici e artisti baha’i, che potrebbero aiutare l’Iran, gli iraniani e il mondo.

La dichiarazione fa parte della campagna L’istruzione non è un crimine, che ha avuto inizio nel novembre 2014, dopo l’uscita del film To Light a Candle, un documentario del signor Maziar Bahari, acclamato giornalista e produttore cinematografico, già corrispondente di Newsweek a Teheran.

La campagna L’istruzione non è un crimine ha avuto il sostegno di numerosi eminenti personalità di tutto il mondo. Fra questi vi sono i premi Nobel, signora Mairead Maguire, dottoressa Shirin Ebadi, signora Tawakkol Karman e signora Jody Williams. Hanno dato il loro sostegno anche il signor Mohsen Makhmalbaf, cineasta iraniano, il dottor Mohammad Maleki, già presidente dell’Università di Teheran, e la signora Azar Nafisi, scrittrice e professoressa iraniana.

Il film illustra la resilienza costruttiva dei giovani baha’i in Iran i quali, davanti ai sistematici tentativi del regime iraniano di negare loro l’accesso agli studi superiori, hanno creato un’organizzazione informale grazie alla quale essi possono accedere a studi di livello universitario. La campagna ha ottenuto in tutto il mondo voci di supporto per i baha’i in Iran e prevede una giornata globale di azione il 27 febbraio.

«Il diritto all’istruzione è un diritto umano che non deve essere negato a nessun essere umano», dice la dichiarazione del dottor Maleki, pubblicata sul sito web di L’istruzione non è un crimine. «Non è accettabile che questo diritto sia negato a qualcuno per motivi di credo, religione, sesso o altri criteri».

I baha’i in Iran hanno subito sistematiche e continue persecuzioni nella loro terra sin dalla rivoluzione islamica del 1979. In linea con la sua intenzione di sradicare la Fede baha’i, il governo del paese ha negato loro anche i più elementari diritti. Oltre al diritto di accedere alle università, i baha’i hanno il divieto di lavorare nel settore pubblico e sono ripetutamente ostacolati nelle loro attività per guadagnarsi da vivere. Nel corso degli anni molti baha’i sono stati illegalmente messi in prigione solo a causa delle loro credenze.

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Infondatamente incriminato un baha’i yemenita dopo 14 mesi di carcere duro

NEW YORK, 16 gennaio 2015, (BWNS) — Contro ogni senso di giustizia le autorità yemenite hanno accusato Hamed Kamal bin Haydara, cittadino yemenita, di essere una spia di Israele e di convertire i musulmani alla Fede baha’i. 

Queste accuse vengono all’inizio del suo secondo anno di carcere, In tutto questo tempo il signor bin Haydara è stato trattenuto senza alcuna accusa e ha subito vari tipi di torture e gravi violenze psicologiche.

Elham, la moglie del signor bin Haydara, ha detto all’agenzia Reuter che suo marito è stato crudelmente torturato in carcere per farlo confessare, cosa che lui non ha fatto. Di conseguenza il signor bin Haydara soffre ora di disturbi di salute cronici.

«Le accuse contro il signor bin Haydara sono infondate e insensate e arrivano dopo oltre un anno di maltrattamenti, compreso l’isolamento. In questo periodo le autorità hanno ripetutamente ammesso in privato che il signor bin Haydara è stato messo in prigione per motivi religiosi», ha detto Bani Dugal, la principale rappresentante della Baha’i International Community presso le Nazioni Unite.

«Il signor bin Haydara è un rispettato e sincero padre di famiglia che non ha violato nessuna legge. I baha’i non fanno proselitismo per principio e tutti i nativi yemeniti che hanno accettato la Fede baha’i lo hanno fatto per convinzione», ha aggiunto la signora Dugal

«L’accusa di essere una spia di Israele è una grottesca distorsione della realtà», ha detto la signora Dugal.«Le circostanze storiche che hanno portato all’insediamento in Terra Santa del centro amministrativo e spirituale della Fede baha’i risalgono ad anni in cui lo stato di Israele non esisteva.

«L’obbedienza e la lealtà al governo sono fra i principi centrali della Fede baha’i e l’idea che un baha’i faccia la spia è totalmente assurda», ha detto la signora Dugal.

«Nello Yemen ci sono baha’i da decenni e i baha’i sono noti nella regione araba, anzi in tutto il mondo, per la natura pacifica e per l’atteggiamento di altruistico sevizio alla società».

La signora Dugal ha aggiunto: «La Baha’i International Community condanna questa azione illegale contro il signor bin Haydara e ne chiede l’immediata liberazione. Le accuse sono false e non esiste alcuna prova contro di lui».

Oltre a queste accuse le autorità dicono che il signor bin Haydara non è un cittadino yemenita e ha cambiato nome per entrare nel paese.

Il signor bin Haydara è nato nelle isole yemenite di Socotra e ha vissuto nel paese come cittadino. Suo padre, un medico, si è trasferito nello Yemen dall’Iran negli anni Quaranta e ha avuto la cittadinanza yemenita del sultano di Qishn e Socotra in riconoscimento dei suoi eccellenti servizi ai poveri. La cittadinanza è naturalmente passata al figlio. Il sultano ha dato un cognome yemenita al padre del signor bin Haydara per onorarlo e in riconoscimento del suo rispetto per il paese di adozione.

«Il signor bin Haydara è un marito devoto, padre di tre bambine e un leale cittadino dello Yemen», ha proseguito la signora Dugal. «Ma forse l’elemento più ironico e significativo di questa incriminazione è che le autorità hanno condannato il signor bin Haydara per non essere riuscito a ottenere la fiducia dei suoi concittadini malgrado “abbia dimostrato un alto livello morale”».

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Una tavola rotonda discute le migrazioni, i media e le errate percezioni

LANGENHAIN, 4 gennaio 2015, (BWNS) — In quale misura i media influenzano il nostro senso di identità? Come modellano la nostra percezione di coloro che sono diversi da noi? Come rafforzano la diversità? Queste domande hanno animato una recente tavola rotonda su come i media tedeschi descrivono la migrazione interna in Germania.

Intitolata «L’esclusione in Germania: i media stanno svolgendo il loro compito?», la manifestazione ha avuto luogo il 7 dicembre 2014 nel Centro nazionale baha’i alla periferia di Francoforte in occasione della Giornata dei diritti umani. È stata organizzata dalla comunità baha’i e della Fondazione per le settimane internazionali contro il razzismo, un’ONG tedesca. Fra i partecipanti erano presenti membri del Parlamento europeo, rappresentanti religiosi e un folto pubblico.

Canan Topcu, giornalista di origini turche e membro della Neue deutsche Medienmacher ha moderato la tavola rotonda, formata dalla signora Ursula Russmann, redattrice presso il quotidiano Frankfurter Rundschau, il dottor Markus End, sociologo e Membro del direttivo dell’Associazione per la ricerca sull’ antiziganismo e la signora Mahyar Nicobin, rappresentante della comunità baha’i.

I partecipanti alla tavola rotonda hanno discusso le sfide che i giornalisti devono affrontare quando scrivono sul complesso tema della migrazione. Oltre alle normali pressioni del tempo e dei limiti della lunghezza degli articoli, i giornalisti hanno a che fare anche con la richiesta di storie sensazionali e di ridurre temi complessi in racconti semplicistici.

Parlando di uno studio sulla descrizione dei rom sui media tedeschi che ha recentemente pubblicato, il dottor End ha spiegato che «nei media certe parole sono parole chiave per descrive gruppi di persone».

«Per esempio», ha detto, «la parola tedesca “Armutszuwanderung” (che significa povertà, migrazione) è diventata un sinonimo degli extracomunitari dall’Europa sudorientale, in particolare dei Rom».

Ha anche spiegato che il linguaggio e le immagini dei media consolidano gli stereotipi e i pregiudizi della società, accentuando la «diversità» che caratterizza gli atteggiamenti popolari verso alcune minoranze etniche.

Quanto alle immagini utilizzate per gli articoli, i partecipanti alla tavola rotonda hanno ricordato che spesso i giornalisti si servono di foto d’archivio fornite da organizzazioni giornalistiche. Le foto disponibili sono spesso fuori contesto, rafforzano gli stereotipi e trattano le popolazioni come oggetti.

Degli oltre 230 milioni di migranti internazionali documentati dall’ONU nel 2013, un milione e 200.000 sono entrati in Germania, che in questo campo è seconda solo agli Stati Uniti.

La signora Saba Detweiler, una delle organizzatrici della manifestazione, ha spiegato che la Germania, come molti altri paesi, ha visto i temi della migrazione venire alla ribalta dell’attenzione del pubblico.

Parlando delle motivazioni della manifestazione, ha spiegato che il tema sta molto a cuore ai baha’i, che lavorano con crescenti numeri di gruppi che la pensano come loro per vincere gli effetti distruttivi del pregiudizio e favorire l’armonia fra i diversi elementi della società.

«Questa manifestazione è stata una fra le molte che gruppi e persone riflessivi stanno organizzando in tutta la Germania», ha detto, «e si spera che ce ne siano ancora molte altre».

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