Diamo il benvenuto a Liliana Tartaglia

La piccola Liliana

La piccola Liliana

mamma Eryn Chesney e papà Andrew

papà Andrew e mamma Eryn Chesney

Nel primo pomeriggio di lunedì 22 Settembre 2014, a Toronto – Canada (tra le 20 e le 21 in Italia), è venuta al nostro mondo la piccola LILIANA TARTAGLIA, da Eryn Chesney e Andrew.

Auguri di una vita serena e radiosa alla neonata, e Felicitazioni a Mary e Mauro in Guatemala, nonni per la seconda volta, nonchè alla orgogliosissima bis-nonna Liliana a Mantova !

 

Il progetto della Casa di culto colombiana

NORTE DEL CAUCA, 16 settembre 2014, (BWNS) — Il progetto della Casa di culto baha’i locale nella regione colombiana del Norte del Cauca è stato presentato domenica scorsa durante un incontro che si è svolto nel terreno dove sorgerà l’edificio.    

Una piccola equipe della ditta colombiana appaltatrice, CUNA, ha presentato il progetto a 500 persone provenienti dalla regione e da altri territori. Parlando a nome della ditta, Eduard Lopez, uno degli architetti che lavorano per il progetto, ha espresso la gratitudine dell’equipe per aver avuto l’opportunità di partecipare a questa iniziativa.  

Parlando di come l’equipe ha sviluppato il progetto, il signor Lopez ha spiegato che i suoi membri hanno dedicato molte ore per mesi a visitare varie comunità e gruppi nel Norte del Cacua. Hanno ascoltato le loro idee e i loro pensieri sulla Casa di culto e partecipato alle loro attività per costruire la comunità, in modo da comprendere le loro aspirazioni.  

«Abbiamo capito che questa costruzione è per voi emotivamente coinvolgente», ha detto. «Lo è anche per noi». 

«Dicono che il progetto di questa Casa di culto è opera nostra». Ma in realtà è opera di tutti voi. Noi ci siamo limitati a esprimere le vostre idee». 

Il signor Lopez ha proseguito spiegando che l’equipe ha studiato l’ambiente naturale e l’architettura delle case della regione per preparare un progetto che fosse in armonia non solo con la cultura del luogo, ma anche con l’ambiente fisico.

«Abbiamo scelto il materiale per l’edificio con molte varianti in mente», ha spiegato il signor Lopez. «Volevamo materiali locali, materiali che non danneggiassero l’ambiente naturale». 

«I principali concetti sui quali si fonda il progetto sono semplicità e unità. Così noi pensiamo che Dio abbia fatto la natura», ha aggiunto. 

In una lettera indirizzata ai baha’i del mondo il 1° agosto 2014, la Casa Universale di Giustizia ha spiegato la natura del compito degli architetti che avrebbero lavorato per i progetti delle Case di culto baha’i locali che si devono prossimamente costruire in sette località del mondo:

«Gli architetti devono affrontare la singolare sfida di progettare Templi «quant’è possibile perfett[i] nel mondo dell’essere» che si armonizzino con naturalezza con la cultura locale e con la vita quotidiana di coloro che vi si riuniranno per pregare e meditare. Il compito richiede creatività e competenza per combinare bellezza, grazia e dignità con modestia, funzionalità ed economia». 

Norte del Cacua comprende varie cittadine intervallate da vasti campi di canna da zucchero. È una regione per lo più rurale. Il terreno della Casa di culto si trova nella piccola comunità di Agua Azul. Sullo sfondo ci sono le Ande. 

In questo territorio, alle tre del pomeriggio di domenica scorsa l’equipe di architetti ha presentato il progetto del Tempio.  

La presentazione è stata preceduta da una danza tradizionale colombiana e da canti eseguiti dalla comunità. C’era un’aria di eccitazione mentre la gente affluiva sotto le tende erette nel terreno del Tempio, esattamente là dove sorgerà l’edificio centrale.  

«Erano mesi che aspettavamo questo momento», ha spiegato Nilma Aguilar Vilas, nata nei sobborghi di Puerto Tejada, una cittadina che dista pochi chilometri dal terreno del Tempio. 

La signora Vilas è una delle molte persone di Puerto Tejada che ha abbracciato la Fede baha’i agli inizi degli anni 1980 e ha incominciato a partecipare ai programmi educativi ispirati dai suoi insegnamenti. 

«Tutti i miei amici hanno poi studiato in questi programmi», ha detto. «Molte giovani donne hanno ricevuto un’educazione da quei programmi e sono state quelle che hanno reso quest’area molto diversa». 

Anche Monica Campos è nata nel Norte del Cacua, nella piccola cittadina di Santander de Quilichao. Riflettendo sul contesto storico che aveva portato la Casa di culto alla sua gente, ha spiegato che «la Casa di culto è la materializzazione di quarant’anni di sviluppo nel Norte del Cacua. In questi decenni mentre la Fede baha’i si sviluppava in questa regione anche la regione si è sviluppata assieme ad essa». 

«Comprendere questo contesto storico», ha proseguito, «ci aiuta a capire che questa Casa di culto appartiene a tutta la popolazione della regione». 

Per leggere l’articolo in inglese online, vedere le foto e accedere ai link si vada a : http://news.bahai.org/story/1020

 

Una nuova relazione sulle mancate promesse iraniane riguardo i diritti umani

GINEVRA, 15 settembre 2014, (BWNS) — L’Iran ha completamente disatteso una serie di promesse che ha fatto quattro anni fa sul trattamento dei baha’i iraniani, dice la Baha’i International Community in una nuova relazione.

Intitolata «Promesse disattese» e lanciata oggi nel quartier generale delle Nazioni Unite a Ginevra, la relazione esamina 34 specifiche promesse fatte dall’Iran nel febbraio 2010 al Consiglio dell’ONU per i diritti umani, promesse che potevano rimediare alle violazioni dei diritti dei membri della comunità baha’i in Iran.

«L’Iran ha del tutto disatteso gli impegni presi, quattro anni fa davanti al Consiglio per i diritti umani, di migliorare la situazione dei diritti umani quanto al suo trattamento dei baha’i», ha detto Diane Alai, rappresentante della Baha’i International Community presso le Nazioni Unite a Ginevra, parlando della relazione.

«Il Consiglio si basa sull’idea che i membri siano onesti e sinceri nel loro impegno verso i diritti umani e la storia delle “promesse disattese” dell’Iran è una triste testimonianza del divario fra la retorica del paese e la realtà», ha detto la signora Alai.

L’Iran ha fatto le sue promesse durante una procedura nota come Riesame periodico universale (UPR). Ogni stato membro subisce l’UPR ogni quattro anni. Questa procedura esamina la situazione dei diritti umani nei vari stati trattando tutti gli stati nello stesso modo. L’Iran ha avuto il suo primo UPR nel febbraio 2010 e lo riavrà nell’ottobre 2014.

Nel 2010, l’Iran ha accettato 123 raccomandazioni fatte da altri paesi su alcuni provvedimenti specifici che avrebbe potuto adottare per migliorare la sua situazione dei diritti umani.

Quattro di quelle raccomandazioni riguardavano specificamente il trattamento della comunità baha’i in Iran.

Specificamente tre raccomandazioni accettate dall’Iran chiedevano un processo «equo e trasparente» per i sette dirigenti baha’i iraniani, che in effetti erano sotto processo nel 2010 durante l’UPR.

«Purtroppo, come tutti sanno, quel processo è stato caratterizzato da numerose violazioni di un equo processo, per esempio si è svolto a porte chiuse e ci sono stati molti errori giudiziari», ha detto la signora Alai. I loro legali hanno detto che l’atto di accusa contro i sette sembrava «una dichiarazione politica, piuttosto che un documento legale» ed è stato «scritto senza presentare alcuna prova delle accuse mosse».

Un’altra raccomandazione chiedeva all’Iran di «sottoporre a giudizio» coloro che fomentavano l’odio contro i baha’i.

«Ma nella prima metà del 2014 il numero degli attacchi sui media è nettamente cresciuto, da 55 casi in gennaio ad almeno 565 in giugno», ha detto la signora Alai, leggendo le statistiche della relazione. «E il governo non ha fatto nulla, perché gli attacchi sono pubblicati per istigazione del governo stesso

«Ai baha’i è negato l’accesso a tutti i mass media attraverso quali potrebbero confutare le mistificazioni e le false accuse mosse contro di loro e la loro fede, che si prefiggono di aizzare l’intera popolazione contro i baha’i e di giustificare la loro persecuzione», ha detto la signora Alai.

Altre 26 raccomandazioni riguardano alcuni diritti umani, come la protezione dalla tortura o la libertà da discriminazioni economiche ed educative, cose che negli ultimi anni sono state negate ai baha’i iraniani.

«La nostra relazione dimostra, raccomandazione per raccomandazione, che l’Iran non ha mantenuto nessuno dei suoi impegni», ha detto la signora Alai.

In questo momento oltre cento baha’i sono in prigione, ha detto, unicamente per le loro convinzioni religiose.

Oggi durante la presentazione della relazione, che ha avuto luogo nella sala XXIV del Palazzo delle nazioni, era presente anche Mahnaz Parakand, uno dei legali che ha contribuito alla difesa dei sette dirigenti durante il processo nel 2010.

La signora Parakand ha detto che era chiaro che l’esito del processo era già stato deciso.

«La magistratura è divenuta uno strumento per limitare la libertà delle persone», ha detto la signora Parakand. «I giudici del tribunale rivoluzionario sono diventati macchine che si limitano a firmare le sentenze decise dal Ministero dei servizi segreti.

«Tutto nello svolgimento del processo ha dimostrato che si trattava del processo della comunità baha’i in Iran e non dei sette dirigenti», ha detto la signora Parakand.

Per leggere l’articolo in inglese online, vedere le foto e accedere ai link si vada a: http://news.bahai.org/story/1019

http://news.bahai.org/story/1019

 

In Malesia, musica e preghiere esprimono la speranza di una maggiore armonia

SUBANG JAYA, 12 settembre 2014, (BWNS) — Centinaia di malesi hanno partecipato assieme a dignitari del governo, di comunità religiose e di altre organizzazioni a un incontro musicale di preghiera che si proponeva di migliorare l’armonia razziale e religiosa nel paese. 

Domenica 31 agosto, settecento persone hanno partecipato al Merdeka Unity Devotional organizzato dalla comunità baha’i malese in seguito alla richiesta del governo di indire molti incontri di preghiera in occasione del giorno dell’indipendenza.  

«È evidente che negli ultimi decenni le forze sprigionate dalla nostra mescolanza etnica sono cresciute», ha osservato il membro del parlamento Tan Sri Joseph Kurup, ministro nel Dipartimento del Primo Ministro, che è stato l’ospite d’onore dell’incontro.  

«Le nostre comunità sembrano essersi divise . . . la diversità è diminuita nelle nostre scuole e le nostre comunità sono maggiormente radicalizzate, Non è un problema che possiamo ignorare nella speranza che scompaia», ha detto. 

Il signor Kurup ha espresso la sua «più profonda gratitudine» alla comunità baha’i «per il suo duro lavoro per promuovere e preservare l’unità per le future generazioni». 

Ma «non possiamo accontentarci di avere incontri di preghiera come questo una volta l’anno», ha aggiunto. «Raccomandiamo alle persone delle varie provenienze e fedi nei nostri quartieri di riunirsi in preghiera nelle case, ogni qual volta sia possibile». 

La signora Sarojini Pasupathy, membro della Federazione delle organizzazioni malesi e cingalesi, ha espresso il suo apprezzamento della comunità baha’i dicendo: «Per la prima volta dopo una prolungata sensazione di divisione, ho sentito l’unità dei malesi». 

«È stato così bello e commovente. Se avremo un maggior numero di funzioni come la vostra, vinceremo definitivamente questa tendenza negativa e rifaremo della Malesia un paese armonioso». 

Un coro di 95 persone ha cantato arrangiamenti musicali di sacre scritture. C’è stato anche un pregnante momento di silenzio in ricordo delle 300 persone, passeggeri ed equipaggio, che il 17 luglio u.s. hanno perso la vita nel volo MH17 delle linee aeree malesi.  

L’incontro segnava il culmine del primo festival musicale baha’i della Malesia che aveva avuto inizio due giorni prima nel centro baha’i di Subang Jaya, che si trova a circa 20 chilometri a occidente della capitale Kuala Lumpur. 

Di età compresa fra 9 e 62 anni, i partecipanti al Festival sono venuti da tutta la Malesia e da Singapore per discutere le loro esperienze sulla costruzione di comunità nelle rispettive località. Durante i seminari essi hanno esibito i loro talenti musicali, hanno imparato a lavorare con un maggior spirito di collaborazione e hanno trovato modi per impiegare i loro talenti per sviluppare ulteriormente le rispettive comunità. 

Il partecipante più anziano, noto come zio Chin e venuto dallo stato di Sabah, si è unito ai canti in coro, ha composto musica con un gruppo e ha suonato il tamburo assieme agli altri per dare il ritmo. 

«Se pensate di essere troppo vecchi, non posso aiutarvi», ha detto scherzosamente ai suoi compagni musicisti- «Ma se volete sentirvi più giovani e più felici, unitevi a noi». 

Per leggere l’articolo in inglese online, vedere le foto e accede ai link si vada a: http://news.bahai.org/story/1018

La coesistenza religiosa alla luce di recenti eventi

8 settembre 2014, (BWNS) — Quando nell’aprile 2014 un membro del clero islamico iraniano offrì ai baha’i del mondo una riproduzione calligrafia delle parole di Baha’u’llah, compì un gesto senza precedenti che contrastava nettamente con una storia di 170 anni di ininterrotta persecuzione religiosa. 

Il dono dell’ayatollah Hamid Masoumi Tehrani alla comunità baha’i è di per sé un evento notevole, ma ciò che merita l’elogio e l’attenzione di tutti è l’intenzione con cui è stato offerto. Il fatto che egli abbia mostrato analoghe aperture verso i cristiani indica che nella sua terra c’è un profondo desiderio di favorire la coesistenza. L’Ayatollah non è solo, moltitudini di persone in Iran e in tutto il mondo vogliono la pace e l’armonia. Molti di loro riconoscono di non sapere come fare a conseguirle. 

Un’illustrazione delle circostanze storiche precedenti l’evento del dono di questo presule offre un punto di riferimento nella recente ondata di commenti e risposte sulla coesistenza pacifica da parte di vari capi religiosi in tutto il mondo.

 

Il contesto storico 

Sin dalla fondazione della Fede baha’i nel 1844, i suoi seguaci sono stati sottoposti, sotto i vari governi che si sono succeduti, a un’interminabile ondata di persecuzioni. Oltre 20 mila seguaci sono stati uccisi per le loro convinzioni religiose e migliaia di migliaia sono stati ingiustamente messi in carcere. Esecuzioni capitali, assassinii, torture e aggressioni violente sono state le più aperte forme di persecuzione. 

La persecuzione dei baha’i in Iran ha però assunto anche altre forme: confische di proprietà, di centri amministrativi e di Luoghi sacri, profanazioni di alcuni dei più sacri luoghi e dei cimiteri della comunità, atti di vandalismo contro le case e incendi dolosi, vessazione dei bambini baha’i nelle scuole, disseminazione di mistificazioni degli insegnamenti e della storia baha’i in testi di studio usati nelle scuole, esclusione dei giovani dagli studi superiori, arbitrari ritiri di licenze commerciali, chiusura di negozi e l’elenco continua. 

I baha’i sono tuttora regolarmente definiti eretici e associati ad atti immorali e pratiche occulte nei sermoni religiosi e nei media sponsorizzati dallo stato. Essi sono anche regolarmente accusati di essere spie di vari governi. E i capi religiosi hanno ripetutamente incitato la popolazione a compiere impunemente atti di violenza contro la comunità. 

Dal 1979 oltre duecento baha’i iraniani sono stati uccisi e centinaia sono stati torturati e imprigionati. 

E da quando è scoppiata la rivoluzione nessuno dei perpetratori di questi atti criminali è stato portato davanti alla giustizia. 

La persecuzione contro i baha’i in Iran non mostra segni di miglioramento perché è una politica del governo del paese. D’altronde i capi religiosi iraniani sono colpevoli di fomentare l’odio e il pregiudizio della popolazione contro la comunità baha’i. Un memorandum del governo iraniano che è trapelato nel 1993 e che prescrive che il progresso dei baha’i nella società iraniana sia «bloccato» porta la firma del supremo capo religioso del paese, Ali Khamenei. E più recentemente il signor Khamenei ha emesso una fatwa che prescrive al popolo iraniano di evitare qualunque interazione con i baha’i. 

È sullo sfondo di questo cieco pregiudizio religioso alimentato dai capi religiosi che l’ayatollah Tehrani ha compiuto per primo fra i presuli del suo rango nell’Iran postrivoluzionario il gesto di evidenziare una credenza baha’i di importanza fondamentale tratta dal più sacro testo della Fede e il diritto della comunità di praticare la propria religione nella sua terra d’origine. 

I mesi successivi hanno rivelato che il suo gesto risponde a una profonda aspirazione di molte persone di buona volontà in tutto il mondo, compresi i capi di molte religioni e denominazioni, nonché di accademici, giornalisti e difensori dei diritti umani, tanto in Iran quanto nel resto del mondo. 

Un mese dopo il dono dell’Ayatollah, alcuni esponenti dei diritti umani in Iran hanno espresso, per la prima volta collettivamente, il loro pubblico sostegno dei baha’i e dei loro ex dirigenti ora imprigionati, in occasione del sesto anniversario della loro detenzione. L’ayatollah Tehrani era presente all’incontro e ha affermato: «le opinioni devono cambiare . . . e io penso che questo sia il momento adatto». 

Anche al di fuori dell’Iran, l’iniziativa dell’ayatollah Tehrani ha ispirato le reazioni positive di alcuni alti dignitari del mondo musulmano, stimolando ulteriormente la conversazione sulla coesistenza religiosa che si stava facendo strada nei loro paesi. 

Questi risultati hanno colpito la comunità baha’i non perché qualcosa sia per loro cambiato in Iran, dato che le ultime notizie indicano che negli ultimi mesi le persecuzioni contro i baha’i si sono intensificate, ma perché essi toccano una delle più ardenti aspirazioni dei baha’i sin dai primi giorni dell’esistenza della loro religione. 

Oltre un secolo fa, quando ‘Abdu’l-Baha, figlio di Baha’u’llah e capo della Fede baha’i dopo il Suo trapasso, Si fermò per un anno in Egitto prima dei Suoi storici viaggi in Occidente, il tema dell’unità religiosa emerse spesso nelle sue interazioni con eminenti personaggi e con i media. 

Proseguendo nei Suoi viaggi in Europa e nel Nord America, Egli ripeté in molti discorsi pubblici che, come l’umanità è una, così lo sono anche le religioni e che se le religioni sono molte nell’aspetto esteriore, la loro realtà è una sola, proprio come «i giorni sono molti, ma il sole è uno solo». 

Più recentemente, nella sua lettera ai capi religiosi del mondo nel 2002, la Casa Universale di Giustizia ha scritto che il pregiudizio religioso è una forza pericolosa che sta crescendo nel mondo. 

«Con il passar dei giorni aumenta il pericolo che i crescenti fuochi del pregiudizio religioso inneschino un incendio mondiale di cui è impossibile prevedere le conseguenze», ha scritto la Casa di Giustizia. «La crisi esige dai capi religiosi una rottura con il passato tanto decisiva quanto quelle che hanno permesso alla società di affrontare gli altrettanto velenosi pregiudizi di razza, di genere e di nazionalità».

 

Che cosa ci aspetta 

La storia ha dimostrato che anche gli atti più piccoli possono avere conseguenze di vasta portata. Anche se l’incidente più spesso citato a questo proposito, l’assassinio dell’arciduca Ferdinando come evento scatenante della prima Guerra mondiale, è negativo, è altrettanto vero che un singolo esempio di altruismo può stimolare un aumento della consapevolezza che alla fine fa progredire un’intera comunità, una società, una nazione, il mondo. 

Coloro che cercano di trovare varie soluzioni per il trambusto di cui è preda il Medio Oriente in questo momento ammettono che il pregiudizio e il fanatismo settari sono alla base degli insolubili problemi che affliggono i popoli di quella regione. Il gesto compiuto dall’ayatollah Tehrani, uno dei molti compiuti da molte persone e da molti gruppi motivati dal desiderio di pace, mette in luce un processo parallelo che sta svolgendosi in contrasto con gli orrori che l’estremismo religioso sta infliggendo al mondo, un processo che offre la speranza di un cambiamento costruttivo e la possibilità che in questo gesto si possa raccogliere un seme che, se sarà curato, potrà diventare un albero che a sua volta si trasformerà in una foresta.