Festa Dichiarazione del Báb

la Comunità Bahai di Bigarello accoglierà TUTTI gli amici, dalle ore 20.30 di giovedì 22 maggio, presso:

Corte Associazione Onlus S. Lorenzo

S. Lorenzo di Curtatone.  Via Crocette, 24    46010 Curtatone Mn.

Il programma inizierà alle ore 21, con arrivi alle 20.30

In Bangladesh eminenti giuristi lodano un coraggioso gesto simbolico per la coesistenza

Quattro eminenti giuristi del Bangladesh hanno elogiato il gesto di un illustre presule iraniano che ha invocato la coesistenza di tutte le religioni, baha’i compresi.

L’avvocato Md. Abdus Salam Mondal, vice procuratore generale del Bangladesh, ha scritto che il gesto dell’ayatollah Abdol-Hamid Masoumi-Tehrani «è un’autentica espressione dello spirito e del messaggio dell’Islam che crede nella pari coesistenza dei seguaci di tutte le religioni». Egli ha anche detto che «i baha’i, come i seguaci di tutte le religioni, hanno il diritto di professare la loro fede senza restrizioni».

Tre membri fondatori dell’Associazione degli avvocati delle minoranze del Bangladesh – Barrister Nikhilesh Dutta, Advocate Cyril Sikdar e l’avvocato S. N. Goswami – hanno fatto dichiarazioni analoghe.

Barrister Nikhilesh Dutta, ex vice procuratore generale e attivista sociale, il quale esercita la professione legale presso la Suprema Corte del Bangladesh dal 1978, ha elogiato l’ayatollah Tehrani, «che ha dato un segnale positivo ai seguaci della religione baha’i con il nobile artistico dono che ha offerto loro». Egli ha inoltre espresso la speranza che il popolo e il governo dell’Iran seguano il suo esempio. Il signor Dutta è stato il primo cittadino del paese a essere nominato avvocato in Bangladesh, nel 1972. Nel 2007, in riconoscimento dei suoi servizi, Sua Maestà la Regina Elisabetta II lo ha nominato cavaliere.

L’avvocato Cyril Sikdar, ex ambasciatore del Bangladesh nel Nepal, che lavora come avvocato presso la Corte Suprema dal 1976, ha detto che la dichiarazione dell’ayatollah Tehrani è «una coraggiosa espressione dei veri sentimenti dei sinceri musulmani del mondo». Il signor Sikdar ha anche detto che l’appello dell’ayatollah Tehrani alla tolleranza religiosa è «in pieno accordo con le convinzioni e le speranze dei musulmani del Bangladesh i quali credono fermamente che le persone di tutte le religioni devono poter coesistere e lavorare per il progresso del proprio paese».

L’avvocato S. N. Goswami, il quale, oltre a essere cofondatore della dell’Associazione degli avvocati delle minoranze del Bangladesh, ha fondato il mensile «Bangladesh Law Times», del quale è ora editore, ha affermato che il dono dell’ayatollah Tehrani ai baha’i del mondo – e in particolare a quelli dell’Iran – «è un gesto encomiabile perfettamente in linea con gli insegnamenti del  santo Corano».

Questi quattro alti funzionari si sono uniti al crescente numero di persone di molti paesi del mondo, compreso l’Iran, le quali stanno parlando a sostegno della coraggiosa posizione dell’ayatollah Tehrani per la tolleranza religiosa. Queste richieste di por fine all’implacabile persecuzione dei baha’i in Iran da parte del loro governo ha consolato e rassicurato i baha’i di tutto il paese, i quali sono profondamente grati per le espressioni di solidarietà che stanno ricevendo da concittadini e altri sostenitori.

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A Londra, il Segretario di stato britannico loda gli ideali baha’i

LONDRA, 17 maggio 2014, (BWNS) — Durante un ricevimento che si è svolto nel Palazzo del Parlamento a Londra, il Segretario di stato britannico per le comunità e il governo locale ha espresso la propria ammirazione per la Fede baha’i e i suoi ideali.

Il principio baha’i dell’unità del genere umano è un principio che «ci sforziamo di promuovere nel Regno Unito», ha detto l’onorevole Eric Pickles durante un incontro al quale hanno presenziato oltre 100 ospiti.

«Condividiamo tutti la nostra fondamentale umanità ed è questa unità che ispira la Fede baha’i».

Il signor Pickles ha parlato nel Palazzo del Parlamento il 30 aprile per la celebrazione della festività annuale baha’i di Ridvan. Erano presenti funzionari del governo, parlamentari, rappresentanti di alcune comunità religiose e di organizzazioni della società civile e diplomatici esteri.

«Il Vostro messaggio di unità riecheggia nei secoli», ha detto il signor Pickles.

Il Segretario di stato ha elogiato anche le attività  che i baha’i offrono nei quartieri e nelle località, per costruire legami comunitari e incoraggiare il rinnovamento spirituale.

«Il Vostro talento per la promozione dell’unità è ispirante», ha detto.

Nel dare il benvenuto agli ospiti, l’onorevole Louise Ellman, che è il presidente dell’organizzazione pluripartitica Amici parlamentari della Fede baha’i – ha detto di voler presentare la comunità baha’i e i suoi contributi alla società britannica e nello stesso tempo far conoscere la situazione dei baha’i perseguitati in Iran.

La festa di Ridvan ricorda la prima dichiarazione pubblica di Baha’u’llah, il Profeta fondatore della Fede baha’i – in un giardino di Baghdad, nell’aprile 1863. In quell’occasione Egli ha informato il Suoi amici e i membri della Sua famiglia della Sua missione di unire la razza umana e instaurare la pace universale.

«La Fede baha’i è associata a un giardino», ha detto Sahba Besharati, parlando a nome della comunità baha’i, «il Giardino di Ridvan e la parola Ridvan significa paradiso – a buon diritto, perché la visione di Baha’u’llah implica la trasformazione di questo mondo travagliato in un giardino paradisiaco, nel quale la diversità sia celebrata e i differenti colori e le varie fogge dei fiori del giardino servano a migliorarne la bellezza e l’armonia complessive».

Nel 2012, il signor Pickles ha inaugurato nel centro baha’ di Londra l’iniziativa «un anno di servizio» e l’anno scorso ha ospitato un gruppo di baha’i per celebrare il centenario della visita al Regno Unito di ‘Abdu’l-Baha, figlio maggiore di Baha’u’llah da Lui nominato Suo successore a capo della Fede baha’i.

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Onorati gli eroi «sconosciuti» che hanno promosso la libertà e la coesistenza religiosa

NEW YORK, 16 maggio 2014, (BWNS) — In questo mondo di divisioni e di conflitto ci vuole un grande coraggio perché coloro che appartengono a un gruppo dominante rompano le fila e parlino a favore degli oppressi, specialmente quando questo atto implichi un grande rischio personale.

Se ne possono trovare esempi, spesso inosservati, in molti luoghi, come per esempio quando gli albanesi si rifiutarono di isolare gli ebrei durante la seconda guerra mondiale, quando due sacerdoti italiani hanno dato asilo a orfani della minoranza tutsi durante l genocidio in Ruanda negli anni Novanta, quando alcune donne musulmane e cristiane hanno negoziato la liberazione di alcuni bambini tenuti in ostaggio da un gruppo ribelle in Sierra Leone, o, più di recente, quando un presule iraniano ha coraggiosamente sostenuto la coesistenza con i baha’i.

Queste e altre storie di «valore sconosciuto» sono state raccontate ieri durante una manifestazione alla quale hanno partecipato ambasciatori presso le Nazioni Unite, accademici, funzionari delle Nazioni Unite e rappresentanti della società civile e durante la quale si è parlato dell’importanza delle azioni compiute da comuni cittadini a sostegno della libertà religiosa e della prevenzione di ogni atrocità.

«Le persone delle quali abbiamo sentito parlare dovrebbero diventare i nostri modelli e i nostri campioni e guidare le nostre azioni», ha detto Adama Dieng, consulente speciale del segretario generale dell’ONU per la prevenzione del genocidio. «Lasciamoci ispirare da loro a parlare apertamente e ad agire contro l’intolleranza, la discriminazione e la violenza».

Sponsorizzata da due comitati ONG presso le Nazioni Unite, «Valore sconosciuto: atti di coraggio interreligioso nella promozione della libertà di religione e di credenze» ha avuto luogo nell’ufficio della Baha’i International Community a New York.

Bani Dugal, presidentessa del Comitato ONG per la libertà di religion e di credenza, uno dei comitati sponsorizzatori, ha detto che la manifestazione era stata ispirata dal recente gesto dell’ayatollah Abdol-Hamid Masoumi-Tehrani, il quale ha pubblicamente donato ai baha’i del mondo il manoscritto miniato di un passo tratto dagli scritti di Baha’u’llah, il fondatore della Fede baha’i.

«È stato un gesto molto coraggioso data la sistematica persecuzione dei baha’i in Iran», ha detto la signora Dugal, la quale è anche la principale rappresentante della Baha’i International Community presso le Nazioni Unite.

«Presso le Nazioni Unite, le discussioni sui diritti umani e in particolare la libertà di religione e di credenza spesso vertono sul ruolo degli stati membri e della legge internazionale.

«E tuttavia, sappiamo che anche le azioni dei comuni cittadini sono altrettanto importanti per la difesa della libertà e questa manifestazione cerca di mettere in evidenza quelle persone che parlano apertamente, spesso con grande rischio personale, per dimostrare solidarietà alle persone a rischio, per ispirare e influenzare gli altri a creare unità e armonia nell’ambiente», ha detto la signora Dugal.

Ferit Hoxha, rappresentante permanente della Repubblica albanese presso le Nazioni Unite, ha raccontato la drammatica storia degli albanesi, i quali durante la seconda guerra mondiale, come popolo e come nazione, hanno accolto gli ebrei proteggendoli dalla persecuzione nazista, malgrado l’occupazione tedesca e il grande rischio delle persone che offrivano asilo.

«Ben pochi paesi in Europa hanno resistito e salvato migliaia di ebrei», ha detto l’ambasciatore Hoxha.

Quello che rende unica la storia Albanese, ha detto, è il fatto che «tutti i membri della comunità ebraica che vivevano in Albania sono sopravvissuti all’Olocausto».

«A differenza dagli altri paesi occupati, l’Albania è divenuta un santuario per gli ebrei e alla fine della guerra gli ebrei presenti entro i suoi confini erano dieci volte di più rispetto all’inizio».

«Non occorre molta immaginazione né molto sforzo per capire che quegli anni erano particolarmente bui anche per gli albanesi», ha detto l’ambasciatore Hoxha. «I rischi erano molti, molte le minacce alla vita e nascondere un ebreo sotto l’occupazione nazista metteva in pericolo di vita l’intera famiglia».

Jacqueline Murekatete ha raccontato una storia personale di come, con l’aiuto di due coraggiosi sacerdoti italiani dell’orfanatrofio Sant’Antonio a Nyanza, Ruanda, ella sia sopravvissuta al genocidio del 1994, durante il quale oltre un milione di tutsi sono stati uccisi dalla minoranza hutu. Purtroppo, i suoi genitori e tutti i suoi fratelli e le sue sorelle non sono sopravvissuti.

«I due sacerdoti italiani sono stati ripetutamente minacciati», ha detto la signora Murekatete, che ora è un’attivista dei diritti umani internazionalmente riconosciuta e che ha fondato il Jacqueline’s Human Rights Corner, un programma di educazione e di prevenzione del genocidio. «Sono sati malmenati. Ma ogni volta che sono stati convocati all’ambasciata e invitati ad andarsene, si sono rifiutati di farlo.

«Hanno detto all’ambasciata che, se non potevano portare via con sé i bambini, come me, non sarebbero partiti», ha detto la signora Murekatete. «In questo modo oltre 300 bambini tutsi sono sopravvissuti».

William Vendley, segretario generale di Religions for Peace International, ha raccontato diverse storie di capi religiosi che hanno lavorato dietro le quinte in tutto il mondo per placare conflitti religiosi o etnici.

In Sierra Leone, durante una brutale guerra civile durata dal 1991 al 2002, un gruppo di donne musulmane e cristiane ha coraggiosamente negoziato la liberazione di 50 bambini tenuti prigionieri dal Fronte rivoluzionario unito, ha detto il dottor Vendley, che è anche presidente del Comitato delle ONG religiose presso le Nazioni Unite, che ha co-sponsorizzato la manifestazione.

«Sono andate nella foresta completamente disarmate», ha detto il dottor Vendley. «E la loro forza è stata che erano donne ed erano tutte madri».

Quell’atto di coraggio ha aperto la porta agli accordi di pace che hanno poi messo fine alla guerra nel 2002, ha detto il dottor Vendley.

«Sono convinto che se queste donne, musulmane e cristiane assieme, non avessero fatto quello che hanno fatto, la strada verso la soluzione finale non sarebbe stata così diretta», egli ha detto.

Nel raccontare queste storie, molti oratori hanno detto che sono questi atti di coraggio di singole persone o di piccoli gruppi hanno abbattuto le barriere dell’odio e dell’intolleranza che tentano di disumanizzare alcuni gruppi.

In quel contesto, il consulente special Dieng ha detto che apprezzava «la saggezza e il coraggio» dell’ayatollah Tehrani.

«Faccio eco al suo appello alla “coesistenza religiosa “ con i baha’i iraniani», ha affermato il signor Dieng, dicendo che egli «ci dimostra che il legato islamico di pace non è solo storia: deve anche essere “futuro”».

«Il coraggio è come un fiore che sboccia dal cemento», ha detto il signor Dieng. «Può favorire la dignità umana sfidando gli stereotipi e gli stigmi e – nei casi migliori – salvare vite».

Borislava Manojlovic, esperta di analisi e soluzione dei conflitti della Seton Hall University, facendo riferimento in senso generale ad azioni di questo tipo, ha detto che quando singole persone o leader «si allontanano dalla norma», ciò può comportare «una varietà di effetti trasformativi a sostegno della pace».

L’esperta aveva parlato di persone che nel recente conflitto nella Repubblica Centro-Africana avevano dato asilo a musulmani. «Scegliere la pace durante un conflitto può essere pericoloso», ha detto la dottoressa Manojlovic, notando che i membri della maggioranza rischiano di essere emarginati dalle loro stesse comunità.

«Ma una vera pace sostenibile si realizza quando qualcuno nel sistema è capace di immaginare un modo per creare una discontinuità nel circolo vizioso delle vendetta (che spesso è alla base dei conflitti) e agire in questo senso», ha detto la dottoressa Manojlovic.

«Questa è una scelta che una persona o un gruppo, o una stato fanno», ha detto.

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In Iran alcuni difensori dei diritti umani commemorano il sesto anniversario dell’arresto dei sette dirigenti baha’i

GINEVRA, 15 maggio 2014, (BWNS) — In una dimostrazione di solidarietà che non ha precedenti, alcune influenti personalità iraniane, attivisti dei diritti umani, giornalisti e un eminente capo religioso, si sono riuniti questa settimana a Teheran per commemorare il sesto anniversario dell’arresto dei sette dirigenti baha’i iraniani e per esprimere la loro solidarietà.

Il 14 maggio la notizia di questo significativo incontro si è diffusa rapidamente online e sui social media. Fra i reportage spiccava una foto delle persone che si erano riunite in una casa privata accanto a un grande ritratto dei sette.

L’incontro rispecchia un crescente movimento di iraniani all’interno e all’esterno del paese i quali condividono la convinzione che «l’Iran deve essere per tutti», rifiutano la persecuzione dei baha’i da parte della nazione e si oppongono all’atteggiamento oppressivo del governo contro di loro, come ha osservato l’altro ieri la Casa Universale di Giustizia in una sua lettera ai baha’i iraniani.

Un dettagliato resoconto dell’evento è stato pubblicato da SahamNews, un sito web iraniano riformista.

«Fino all’anno scorso un incontro come questo non sarebbe stato possibile e noi non avremmo nemmeno potuto parlare del dolore che ci accomuna», ha detto Nasrin Sotoudeh, eminente legale e difensore dei diritti umani recentemente liberata dal carcere Evin. La signora  Sotoudeh era stata messa in prigione con alcune donne baha’i, fra le quai Mahvash Sabet e Fariba Kamalabadi, due dei sette dirigenti baha’i.

«Mahvash e Fariba non si sono perse di spirito con straordinaria perseveranza e vanno avanti con stupefacente valore», ha inoltre detto la signora Sotudeh. «Noi siamo qui assieme perché la comunità baha’i è oppressa e le nostre madri e i nostri padri non hanno prestato attenzione a questo fatto».

«Conosciamo i baha’i per il loro onore e le loro nobili qualità», ha detto Nargess Mohammadi, un’eminente attivista dei diritti umani che ha partecipato all’incontro.

«Spero che un giorno la nostra società arrivi al punto in cui anche i baha’i possano lavorare e studiare», ha detto la signora Mohammadi, vice presidente dei difensori del Centro per i diritti umani, che ha difeso i sette davanti alla corte e che è stata fondato dal premio Nobel per la pace Shirin Ebadi.

Fra gli eminenti attivisti e personalità presenti all’incontro c’erano: Muhammad Maleki, il primo capo dell’Università di Teheran dopo la rivoluzione islamica, Masumeh Dehghan, attivista e moglie di Abdolfatah Soltani, un noto legale che ha rappresentato i sette e che ora si trova anche lui in prigione e Jila Baniyaghoob e Issa Saharkhiz, due eminenti giornaliste che sono state anch’esse in prigione.

SahamNews ha scritto che il signor Maleki ha detto: «So molto bene che ai baha’i è vietato di andare all’università». Egli ha poi detto: «Tutte le credenze devono essere rispettate. Onoriamo le reciproche credenze e mettiamo da parte le divisioni… Dobbiamo lavorare basandoci su principi comuni come la libertà».

Anche l’ayatollah Abdol-Hamid Masoumi-Tehrani, un presule musulmano che ha recentemente auspicato la coesistenza religiosa, ha partecipato all’incontro.

«Le prospettive devono cambiare», ha detto l’ayatollah Tehrani, secondo SahamNews. «E penso che questo sia il momento più adatto».

Era presente anche Muhammad Nourizad, già giornalista del quotidiano semiufficiale Kayhan, che è stato recentemente in prigione. Secondo alcune fonti, egli ha detto: «Prima di andare in prigione, era pieno di pregiudizi. Ma dopo che sono stato rilasciato dalla prigione, il pesante fardello del pregiudizio mi è stato tolto e le mie prospettive sono cambiate».

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