Il monitor dell’ONU illustra le pecche del sistema giudiziario dell’Iran

GINEVRA, 14 marzo 2012, (BWNS) – Il monitor delle Nazioni Unite per i diritti umani in Iran ha duramente criticato il sistema giudiziario e lo stato dei diritti umani del paese.

Durante un incontro a Ginevra del Consiglio per i diritti umani il Relatore speciale Ahmed Shaheed ha detto di aver ricevuto le testimonianze di oltre 141 testimoni che evidenziano «molteplici e sistematiche mancanze del Governo nella sua capacità di assicurare il rispetto dei diritti umani».

E nella sua relazione formale scritta per il Consiglio, il dottor Shaheed ha evidenziato, in una misura che non ha precedenti nelle indagini dell’ONU sull’Iran, il totale fallimento del sistema giudiziario del paese. Le violazioni del giusto processo sono abituali, ha detto, e «procedure di sicurezza non ben definite» sono applicate in modo da «limitare indebitamente la libertà di espressione, associazione e assemblea».

Il rapporto del dottor Shaheed in inglese si trova in questo sito: http://www.ohchr.org/Documents/HRBodies/HRCouncil/RegularSession/Session19/A-HRC-19-66_en.pdf

 

«I testimoni hanno spesso detto di essere stati arrestati per attività protette dalla legge internazionale e di essere stati trattenuti in isolamento per lunghi periodi senza poter avere contatti con consulenti legali o con membri della famiglia e in assenza di accuse formali», ha detto il dottor Shaheed durante l’incontro.

Il Relatore speciale ha parlato di un preoccupante aumento del numero delle condanne a morte eseguite nella Repubblica Islamica, oltre 600 nel 2011, molte delle quali per crimini che la legge internazionale non considera gravi. Sono anche aumentati i casi di detenzione volute dalle autorità iraniane di giornalisti e avvocati, ha detto, e le stesse autorità hanno proseguito la persecuzione delle minoranze etniche e religiose.

I baha’i continuano ad essere arrestati e detenuti arbitrariamente per le loro convinzioni religiose, ha notato il dottor Shaheed, in violazione del Patto internazionale sui diritti civili e politici. I baha’i sono anche soggetti a una «grave pressione socio-economica», poiché vengono privati di «proprietà, impieghi e istruzione».

Durante la sessione di ieri c’è stato un dialogo interattivo fra il Relatore speciale e i membri del Consiglio per i diritti umani. Le sue preoccupazioni sono state subito condivise dalla maggioranza delle nazioni presenti nella sessione. Una quindicina di paesi hanno parlato specificamente della situazione dei baha’i in Iran.

Il delegato brasiliano, João Genésio de Almeida Filho, ha detto che il suo governo è «particolarmente preoccupato» per «le dichiarazioni sulla sistematica persecuzione delle comunità religiose non riconosciute, particolarmente la community baha’i».

Facendo riferimento alla campagna di stato in Iran per la demonizzazione dei baha’i sui mezzi di comunicazione, Veronika Stromsikova, delegata della Repubblica Ceca, ha detto che il suo paese concorda con l’osservazione del dottor Shaheed che «la tolleranza da parte del governo di un’intensa campagna di diffamazione contro i membri della comunità baha’i fomenta le discriminazioni» in violazione dei trattati internazionali.

Bani Dugal, il principale rappresentante della Baha’i International Community presso le Nazioni Unite, ha detto che oggi i baha’i in Iran subiscono «molte violazioni, nell’intera gamma dei diritti civili, politici, economici, sociali e culturali» e queste violazioni vanno «letteralmente dall’asilo nido alla tomba».

«Concordiamo anche con la sua presentazione degli ostacoli fondamentali», ha detto al dottor Shaheed, «come alcuni elementi della struttura legale e il mancato rispetto del governo del diritto».

 

«Come lei ha detto chiaramente, in Iran continua a prevalere l’impunità e alcuni individui non sono soggetti alle leggi e alle regole che limitano l’abuso del potere», ha detto la signora Dugal.

 

 

 

 

 

 

 

 

Per leggere l’articolo in inglese online, vedere le foto e accedere ai link, si vada a:

http://news.bahai.org/story/897

 

 

Un forum alle Nazioni Unite discute il ruolo delle donne rurali

NEW YORK, 6 marzo 2012, (BWNS) – Ascoltare e sostenere le donne rurali è fondamentale per mettere fine alla povertà e alla fame e per conseguire la pace e lo sviluppo sostenibile..

Questo il messaggio di Michelle Bachelet, direttrice esecutiva di UN Women, che il 27 febbraio ha aperto l’annuale Commissione ONU sulla condizione femminile.

Il tema principale della Commissione, i cui lavori proseguiranno fino a venerdì, è «la valorizzazione delle donne rurali e il loro ruolo nell’eliminazione della povertà e della fame, nello sviluppo e nelle attuali sfide».

Per sostenere il tema, la Baha’i International Community ha pubblicato una dichiarazione e ospitato il 1° marzo un Forum interattivo, cosponsorizzato dalla World Farmers Organization (WFO), che ha dato alle donne rurali uno spazio per parlare dello loro esperienze.

 

La traduzione italiana della la dichiarazione della Baha’i International Community è trascritt in calce. Il testo inglese si trova qui: http://news.bahai.org/sites/news.bahai.org/files/documentlibrary/896_CSW_English.pdf

 

La storia di una di esse, Cesarie Kantarama del Rwanda, è tipica delle sfide che molte di loro devono affrontare. Quando la signora ha incominciato aveva un piccolo campo e non aveva né capitali né aiuti. «Ma quando mi sono iscritta all’associazione delle donne contadine, ho incominciato a seguire corsi di formazione e ad acquisire conoscenze che hanno rafforzato la mia fiducia», la signora Kantarama ha detto alle persone convenute. «…Le cose incominciano realmente quando si è membri di un’organizzazione che ti dà la fiducia per cercare altre opportunità e sentirti produttiva».

L’importanza della formazione è stata confermata da Alice Kachere dell’Associazione nazionale dei contadini proprietari di piccole terre del Malawi. «Puoi dare alle donne ottimi semi, ma se loro non sanno usarli, non se ne fanno nulla», ha detto.

Robert Carlson, presidente del WFO, ha rafforzato il punto di Michelle Bachelet sull’importanza di un attento ascolto.

«Non possiamo imporre le nostre convinzioni sui bisogni delle donne rurali», ha detto. «Ci deve essere un coinvolgimento locale che dica come venire incontro ai loro bisogni. È necessario che loro stesse stabiliscano che cosa vogliono ottenere».

Nella sua dichiarazione alla Commissione, la Baha’i International Community ha esaminato il collegamento fra la valorizzazione delle donne e la costruzione di un nuovo ordine sociale più giusto.

«Abbiamo cercato di trasmettere l’idea che per ottenere la valorizzazione delle donne devono cambiare i cuori e le menti della gente, nonché le strutture della società», ha detto May Akale, che guidava la delegazione della BIC.

«Più specificamente, si deve riconoscere fondamentalmente che le donne e gli uomini sono uguali e che, se si vuole ottenere un progresso sociale, essi devono lavorare fianco l’uno dell’altra.

Fra le attività ospitate dalla BIC per la Commissione di quest’anno c’è stata una discussione sul tema «Donne rurali e investitori: elaborare azioni congiunte». L’evento ha esaminato la stereotipizzazione delle donne religiose. C’è stata anche una tavola rotonda intitolata «Le donne anziane: diritti, voci, azioni».

Per leggere l’articolo in inglese online, vedere le foto e accedere ai, si vada a: http://news.bahai.org/story/896

 

Commissione per la condizione femminile

LVI sessione

27 febbraio – 9 marzo 2012

Punto 3 (a) dell’agenda provvisoria*

 

Dichiarazione presentata dalla Bahá’í International Community, organizzazione non governativa in stato consultivo con il Consiglio sociale ed economico

 

Dichiarazione

Il vitale ruolo delle donne nella promozione dello sviluppo agricolo e rurale e nella produzione del cibo, ha avuto ampi riconoscimenti. Gli stati membri si sono impegnati di dare alle donne rurali un pari accesso alle risorse produttive e ai mercati, riconoscendo la loro opera per lo sviluppo rurale e agricolo. Malgrado il progresso compiuto, le donne rurali hanno ancora un basso reddito, un modesto accesso all’istruzione e ai servizi sanitari, una limitata sicurezza del posto di lavoro, poca terra e limitati diritti all’eredità. I loro bisogni e i loro contributi sono ripetutamente relegati ai margini delle politiche dello sviluppo e delle considerazioni budgetarie. Oltre a radicati modelli discriminatori, insostenibili pratiche nello sviluppo, i cambiamenti climatici e la violenza contro le donne accrescono il grave peso imposto alle donne e alle loro famiglie.

Vista in un più ampio contesto, la situazione delle donne rurali è uno dei sintomi di un ordine sociale caratterizzato da ingiustizie, violenza e insicurezza. Pertanto, la visione della valorizzazione delle donne non deve limitarsi a fare spazio alle donne perché esse partecipino alla società nel presente ordine sociale, perché questo non basterà a porre fine all’emarginazione delle popolazioni rurali e a radicati modelli di discriminazione contro le donne. La valorizzazione delle donne richiede profondi cambiamenti della mente e del cuore della gente e delle strutture della società. Si parte dal concetto che la parità delle donne e degli uomini è molto più che una condizione da conseguire per il bene comune. È una dimensione della realtà umana. In tutti gli aspetti che rendono umani gli essere umani, gli uomini e le donne sono fondamentalmente uguali. La meta da raggiungere dunque non è solo la valorizzazione delle donne per il progresso della vita rurale e agricola. È il totale impegno delle donne accanto agli uomini nella costruzione di un nuovo ordine sociale. Pur emarginate dalle attuali strutture economiche e per lo sviluppo, le donne non sono semplici vittime o membri sotto-dotati della società. Esse sono infatti la più grande risorsa inutilizzata nello sforzo globale per eliminare la povertà e promuovere la prosperità collettiva.

Come possiamo dunque pensare alla valorizzazione in modo da incominciare a trasformare l’attuale ordine economico e la condizione delle sue donne rurali? Offriamo tre considerazioni che riguardano l’accesso al sapere, la natura della piena partecipazione e l’importanza di prendere in esame assetti economici diversi.

Primo, l’accesso al sapere è un diritto di ogni essere umano. Ma nell’attuale ordine mondiale i modelli della produzione e della diffusione del sapere dividono il mondo in produttori e utenti del sapere. Questo ha importanti conseguenze sulla qualità e sulla legittimità dell’educazione, della tecnologia, della pratica decisionale e dell’amministrazione. Per esempio, sebbene nei paesi in via di sviluppo la maggior parte del lavoro agricolo sia svolto da donne a basso reddito, chi da forma a queste tecnologie agricole e chi le usa sono soprattutto maschi. Un’importante sfida è rafforzare la capacità delle donne di identificare i bisogni tecnologici e di creare a adattare tecnologie alla luce dei bisogni sociali e dei limiti delle risorse. La riforma dell’attuale flusso del sapere, dal nord al sud, dalle città alle campagne, dagli uomini alle donne, libererà lo sviluppo da angusti concetti di «modernizzazione».

Secondo, l’accesso al sapere promuove una partecipazione significativa e informata al processo decisionale nella famiglia, nella comunità e nei livelli più alti dell’amministrazione sociale. Perciò, se l’azione sociale può comportare l’erogazione di una qualche forma di beni e di servizi, il suo scopo principale deve essere la costruzione di capacità in una data popolazione perché essa possa partecipare alla creazione di un mondo migliore. È imperativo, dunque, che il processo educativo associato alla costruzione delle capacità aiuti le donne e le ragazze rurali a riconoscersi come agenti attivi del proprio apprendimento, come forza motrice di un costante sforzo di applicare il sapere al miglioramento della propria condizione materiale e spirituale e di contribuire al miglioramento delle loro comunità.

Terzo, l’aumento del flusso di merci, servizi, capitali e lavoro nelle strutture e nei processi esistenti torna a beneficio di pochissimi alle spese dei più. Questo ha prodotto l’impoverimento delle comunità rurali, lo sfruttamento delle popolazioni vulnerabili, in particolare le donne e i bambini, e la distruzione dell’ambiente. Queste pressioni economiche hanno anche causato la scomparsa della piccola agricoltura diversificata ed ecologicamente sostenibile che si trova soprattutto nelle aree rurali, colpendo duramente le donne che svolgono la maggior parte del lavoro. Le economie locali che storicamente hanno privilegiato il benessere collettivo rispetto alla competizione e all’individuo sono diventate sempre più insicure. Menzionare queste realtà non significa presentare un’idea ingenua delle economie locali ma ricordare che è necessario dare spazio allo sviluppo di assetti economici diversi.

Questo documento ha illustrato solo tre sfide che devono essere affrontate nell’opera di valorizzazione delle donne rurali. Restano ancora molte altre sfide, ma la Bahá’í International Community spera che l’esame di questi temi possa portare avanti il discorso sul ruolo delle donne rurali nell’avanzamento del proprio sviluppo e di quello delle loro comunità. Inoltre si spera che questo esame aiuti a collegare questi temi allo scopo più ampio di promuovere il totale impegno delle donne rurali, a fianco agli uomini, nella costruzione di un ordine sociale più giusto.

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Una relazione di Amnesty International condanna le violazioni dei diritti umani in Iran

GINEVRA, 2 marzo 2012, (BWNS) – La Baha’i International Community ha notato con preoccupazione che una nuova relazione di Amnesty International evidenzia crescenti misure restrittive contro i dissidenti in Iran.

Il documento, intitolato «“Abbiamo l’ordine di reprimervi”: l’aumento della repressione dei dissidenti in Iran», cita una recente ondata di arresti di avvocati, studenti, giornalisti, attivisti politici, produttori cinematografici e minoranze etniche e religiose.

Il testo della relazione in inglese si trova qui: http://www.amnesty.org/en/library/asset/MDE13/002/2012/en/2b228705-dfba-4408-a04b-8ab887988881/mde130022012en.pdf

La relazione descrive ampie restrizioni sulla libertà di espressione, associazione e assemblea, nonché torture, altri maltrattamenti e disagi durante la detenzione.

Esprime particolare preoccupazione per l’alto numero di esecuzioni capitali pubbliche, che nel 2011 sono state circa quattro volte di più rispetto all’anno precedente, e per le continue esecuzioni di imputati in età minore, cosa rigorosamente proibita dalla legge internazionale.

Le autorità iraniane inoltre vedono internet e i social media come una grande minaccia, ha detto Ann Harrison, vice direttrice ad interim del programma di Amnesty International per il Medio Oriente e il Nord Africa. «Cose come organizzare un gruppo sociale su internet, formare una ONG o aderirvi, o esprimere opposizione allo status quo possono farvi finire in carcere», ha detto.

Il documento riferisce un aumento del numero e della durezza degli attacchi contro i baha’i, attacchi come arresti, incendi dolosi e pubblicazioni di articoli denigratori sulla stampa.

«I non musulmani, soprattutto la comunità baha’i, sono stati sempre più demonizzati dai funzionari iraniani e dai mezzi di comunicazione di stato», dice la relazione. «Nel 2011, sembra che i ripetuti appelli del Leader supremo e di altre autorità di combattere i “falsi credi”, che sarebbero il Cristianesimo evangelico, il Baha’ismo e il Sufismo, abbiano comportato un aumento delle persecuzioni religiose».

Molto soddisfatta della relazione, Diane Ala’i, rappresentante della Baha’i International Community presso le Nazioni Unite a Ginevra, ha detto: «Essa conferma cose che i baha’i iraniani sanno da anni. Oggi in Iran chiunque si trovi al di fuori dell’angusto concetto governativo di ciò che è socialmente o politicamente accettabile è ufficialmente un paria e ne subisce gravi conseguenze».

 

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Il governo lancia l’iniziativa «Un anno di servizio» al centro nazionale baha’i

Il governo lancia l’iniziativa «Un anno di servizio» al centro nazionale baha’i

LONDRA, 2 marzo 2012, (BWNS) – Un’iniziativa sponsorizzata dal governo per incoraggiare la gente di ogni credo a contribuire a migliorare i loro quartieri è stata lanciata al centro nazionale baha’i di Londra.

Il programma, intitolato «Un anno di servizio», si propone di riconoscere il ruolo della fede nell’ispirare opere di carità e nel promuovere la collaborazione fra le nove grandi comunità religiose del Regno Unito, baha’i, buddisti, cristiani, ebrei, giaini, indù, musulmani, sikh e zoroastriani.

Nel 1912 saranno osservate dodici giornate speciali del volontariato. Ogni giornata coinciderà con una festività religiosa e si occuperà di un tema speciale dell’azione comunitaria.

Il 29 febbraio l’onorevole Eric Pickles, Segretario di stato per il governo comunitario e locale, ha partecipato assieme a leader religiosi e ospiti di tutte le età al lancio della prima giornata di volontariato, nel centro nazionale baha’i, a 27 Rutland Gate di Londra. La giornata coincideva con i Giorni intercalari baha’i, un periodo specificamente dedicato al servizio e all’ospitalità.

«Un anno di servizio è una meravigliosa celebrazione del contributo pratico che i gruppi religiosi possono offrire per arricchire i loro quartieri e migliorare la vita di coloro che vivono accanto a loro», ha detto il signor Pickles prima del lancio. «Senza il loro contributo saremmo molto più poveri…».

Una cinquantina di ospiti di tutte le fedi hanno aiutato a decorare le torte e a impacchettare articoli di abbigliamento e da toeletta, che sono poi stati distribuiti a un asilo per i senza tetto sponsorizzato da una chiesa nella parte occidentale di Londra.

Parlando a nome dei baha’i del Regno Unito, Kishan Manocha ha detto: «La fede deve essere una fonte di gioia e unire la gente in uno scopo comune. Noi speriamo che questo lancio esprima incisivamente questi speciali frutti della fede e e ci ispiri tutti nel nostro sforzo per migliorare i nostri quartieri».

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In Marocco, un simposio parla di religione, spiritualità ed educazione

MARRAKECH, Marocco, 2 marzo 2012, (BWNS) – Che cos’è la spiritualità? Come può l’educazione religiosa incoraggiarla? E quale ruolo svolgono la religione e la spiritualità nel promuovere il benessere dell’uomo?

Questi sono alcuni degli interrogativi presi in esame da un gruppo di educatori, accademici e teologi delle religioni del mondo, inclusa la Fede baha’i, durante il «Simposio internazionale di religione, spiritualità e educazione per la prosperità dell’uomo», che si è svolto a Marrakech il 24-26 febbraio.

L’evento, indetto dalla Guerrand-Hermes Foundation for Peace (GHFP) e dalla United Nations Alliance of Civilizations, ha incoraggiato una discussione su come i giovani possono essere educati alla religione e alla spiritualità, per affrontare problemi attuali come l’ingiustizia economica e il degrado ambientale.

«Il mondo sta oggi affrontando una serie di sfide che non hanno precedenti», ha detto Scherto Gill, segretaria generale del GHFP e promotrice del simposio. «nello stesso tempo, abbiamo anche enormi opportunità di unità e convivenza fra gli uomini in una reciproca solidarietà globale, in una grande comunità globale che lavora per il bene comune».

Per affrontare le sfide e cogliere le opportunità, ha detto la dottoressa Gill, il mondo deve ridefinire i suoi concetti di «prosperità dell’uomo» allontanandosi da un modello di crescita puramente economica e adotandone uno che includa i concetti della giustizia e della spiritualità e la comprensione di una comunità allargata.

«Il significato, la connessione e l’etica derivano dalla dimensione spirituale dell’uomo», ha detto la dottoressa. «Perciò è urgente che l’educazione sviluppi una più profonda consapevolezza delle dimensioni spirituali della nostra vita».

I partecipanti hanno detto che il simposio ha suscitato molte riflessioni ed è stato molto ispirante. Fra loro, Jocelyn Armstrong, una docente che vive in Nuova Zelanda, ha detto che il simposio le ha fatto capire l’importanza di assumere un atteggiamento olistico verso l’educazione religiosa.

«Si possono discutere in classe temi come l’onestà e l’integrità e poi vedere come le religioni incoraggiano queste virtù», ha detto, «o come le religioni considerano l’ambiente».

Diane Evans, cappellano dell’Hereford Sixth Form College nel Regno Unito, ha detto che spesso manca una buona conoscenza delle credenze delle religioni. «Più frequenti gli incontri per discutere su come migliorare l’educazione religiosa, maggiore la speranza di costruire programmi capaci di allentare molte tensioni», ha detto.

Le deliberazioni sono state ispirate da 20 documenti presentati dai partecipanti, fra i quali c’era anche un documento di lavoro della Baha’i International Community (BIC) che parla di come integrare nell’educazione i concetti di religione e di «prosperità dell’uomo».

«Si è così giunti a discutere le differenze fra educazione religiosa e educazione spirituale», ha detto il rappresentante della BIC, Ming Hwee Chong.

«Solo attraverso l’educazione», ha detto, «il potenziale latente in ogni essere umano può svilupparsi, esprimersi e infine servire al bene del’individuo e della sua comunità».

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