La Regina Elisabetta II apre il Giubileo di diamante con un ricevimento interreligioso

LONDRA, 21 febbraio 2012, (BWNS) – Alcuni rappresentanti della comunità baha’i del Regno Unito hanno partecipato assieme ai membri di altre otto religioni a un incontro speciale per il Giubileo di diamante di Sua Maestà la Regina Elisabetta II.

Durante un ricevimento che si è svolto a Palazzo Lambeth, residenza ufficiale dell’Arcivescovo di Canterbury, baha’i, buddhisti, cristiani, ebrei, giaini, indù, musulmani, sikh e zoroastriani hanno parlato delle loro credenze con la Regina e con Sua Altezza Reale il Principe di Edimburgo e hanno mostrato loro oggetti preziosi delle varie fedi.

La comunità baha’i ha parlato della presente celebrazione del centenario dei viaggi di ‘Abdu’l-Baha in Egitto e in Occidente e ha mostrato una veste da Lui indossata. La rappresentante baha’i, Shirin Fozdar-Foroudi, ha detto che quella semplice veste ricorda lo spirito di ‘Abdu’l-Baha, la cui vita di servizio è stata un esempio per tutti.

La mostra comprendeva anche una riproduzione calligrafica incorniciata delle seguenti parole tratte dal primo discorso pubblico di ‘Abdu’l-Baha, pronunciato il 10 settembre 1911 nel City Temple di Londra: «Il dono che Dio ha fatto a questa era illuminata è la conoscenza dell’unità del genere umano e della fondamentale unità delle religioni».

La Regina ha ascoltato con molta attenzione le parole lette dalla dottoressa Fozdar-Foroudi seguendole sul testo.

Della delegazione baha’i facevano parte anche Patrick O’Mara, Segretario dell’Assemblea Spirituale nazionale dei Baha’i del Regno Unito, Nasrin O’Kane dall’Irlanda del Nord e Liam Stevens dall’isola di Skye.

«La Regina ci ha detto che la comunità baha’i sembra molto diffusa», ha detto la dottoressa Fozdar-Foroudi.

«Abbiamo anche colto l’occasione per ringraziare lei e il Duca di Edimburgo per i servizi che hanno reso per 60 anni nella promozione dei principi dell’unità, dell’uguaglianza e della giustizia fra i diversi popoli del Commonwealth», ha detto.

Il ricevimento, che ha avuto luogo il 15 febbraio, è stato uno dei primi impegni pubblici della Regina nelle celebrazioni del suo Giubileo di diamante.

Rivolgendosi ai presenti, la Regina ha detto: «La fede ha un ruolo fondamentale nell’identità di milioni di persone, alle quali offre non solo un sistema di credenze ma anche un senso di appartenenza».

«Le nostre religioni ci danno un’importante guida su come vivere la nostra vita e sul modo in cui ci trattiamo reciprocamente».

«Esse possono essere uno sprone all’azione sociale. In verità i gruppi religiosi possono vantarsi di aiutare le persone che hanno maggiormente bisogno».

La Regina ha concluso facendo gli auguri a ciascuno dei gruppi religiosi presenti fra gli ospiti, «nella speranza che, con la certezza della protezione della nostra Chiesa ufficiale, continuiate a prosperare e a mostrare forza e visione nelle relazioni fra noi e con il resto della società».

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I parlamentari australiani invitano l’Iran a proteggere i diritti umani

CANBERRA, Australia, 14 febbraio 2012, (BWNS) – In una mozione appoggiata dai deputati del governo e dell’opposizione del Parlamento australiano, i parlamentari australiani hanno raccomandato ai loro colleghi in Iran di promuovere e proteggere i fondamentali diritti umani dei cittadini iraniani.

I parlamentari iraniani sono anche stati specificamente invitati a indagare sul divieto di accesso agli studi superiori imposto agli studenti attivisti, baha’i e altri e a chiedere una revisione del processo dei sette ex dirigenti baha’i, nonché dei difensori e dei legali dei diritti umani.

Il testo inglese della mozione e del dibattito sono trascritti qui:

http://www.aph.gov.au/hansard/reps/latesthansard/rhansard.pdf

Ieri in apertura del dibattito, Melissa Parke, deputatessa per Fremantle, ha notato che le gravi violazioni dei diritti umani in Iran sono aumentate dopo che il tema era stato oggetto di discussione nel Parlamento federale australiano il 15 novembre 2010.

«Nel 2011, molte persone, come il Segretario generale dell’ONU, l’Alto commissario dell’ONU per i diritti umani e le grandi ONG che si occupano di diritti umani hanno citato l’Iran per le sue violazioni della legge internazionale sui diritti umani», ha detto.

La signora Parke ha parlato di otto aree, menzionate lo scorso settembre da Ban Ki-moon, nelle quali il governo iraniano commette sistematicamente gravi violazioni contro i diritti umani del suo popolo, per esempio non proteggendo la libertà di religione.

«Ma lo stato iraniano è stato particolarmente crudele nell’opprimere i baha’i . . . Secondo la mia esperienza, essi sono persone gentili e pacifiche e mi è perciò difficile capire l’ostilità delle autorità iraniane contro di loro», ha detto la signora Parke.

Diversi prigionieri baha’i hanno membri della famiglia che sono cittadini australiani, ha aggiunto, «fratelli, sorelle, zie, nipoti, i quali si chiedono se potranno mai rivedere i loro cari».

Soddisfatta per la mozione e per il dibattito, la portavoce della comunità baha’i australiana Natalie Mobini ha detto: «Nella nostra comunità ci sono parenti stretti di alcune delle persone ingiustamente imprigionate e questa mozione così diretta dei nostri deputati sarà per loro rincuorante».

Nel corso del dibattito, il deputato per Wills, Kelvin Thomson, ha ricordato che un rappresentante iraniano presso l’ONU ha detto che l’organizzazione baha’i in Iran non è religiosa, ma politica, che essa era illegale e che pertanto era stata “sciolta”.

«Questa agghiacciante risposta mostra un chiaro disprezzo per i concetti fondamentali della libertà di parola ed espressione e della libertà dell’espressione religiosa», ha detto il signor Thomson.

Kelly O’Dwyer, deputata per Higgins, ha detto che concordava con i deputati della camera del partito opposto nel condannare le violazioni dei diritti umani in Iran.

«Non c’è in questo mondo un atto più grave ed esecrabile di quello commesso da un governo che va contro il suo popolo e commette violente atrocità contro i suoi cittadini», ha detto la signora O’Dwyer.

 

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Le disparità fra i ricchi e i poveri illustrate da una commissione dell’ONU

Mentre la crisi economica ha comportato una maggiore attenzione alle disparità nelle nazioni, gli estremi di ricchezza e povertà in ambito internazionale sono divenute una minaccia per la stabilità del mondo.  Questo è stato uno dei temi discussi da una commissione delle Nazioni Unite , durante la sessione della Commissione ONU per lo sviluppo sociale che in questo momento è in corso e proseguirà fino a venerdì.    Organizzata dalla Baha’i International Community e co-sponsorizzata da ATD Quarto Mondo, la discussione, che affronta il tema dell’eliminazione della povertà proposto dalla Commissione, ha riunito alti diplomatici dell’ONU, funzionari di agenzie dell’ONU e rappresentanti di varie ONG.    L’ambasciatore Jorge Valero, rappresentante permanente del Venezuela presso le Nazioni Unite e presidente della Commissione per lo sviluppo sociale, ha attribuito la responsabilità delle crescenti disparità agli eccessi del capitalismo globale.     «Le disparità e la povertà, i cambiamenti climatici e la distruzione degli ecosistemi sono importanti voci dell’agenda internazionale», ha detto l’ambasciatore Valero.   «Queste calamità possono essere efficacemente combattute affrontando le cause strutturali che le producono: un sistema globale consumistico, egoista e predatore che si basa sulla mercificazione dell’uomo e della natura».     Jomo Kwame Sundaram, assistente del Segretario generale dell’ONU per lo sviluppo economico, ha detto che il tema delle disparità è spesso esaminato dal punto di vista delle nazioni, ma due terzi delle disparità globali dipendono dalle differenze fra i paesi.   Le differenze internazionali sono «molto, molto forti», ha detto, notando che esse sono cresciute negli ultimi trent’anni.   «La grande promessa della globalizzazione economica era che se si fossero mitigate le restrizioni, ci sarebbe stato un libero flusso del capital e che questo flusso sarebbe andato dai ricchi verso i poveri. Non è stato così. Il capitale è risalito, dai poveri ai ricchi», ha detto il dottor Sundaram.   Fra i partecipanti alla discussione, che si è svolta mercoledì 1° febbraio, ci sono stati Isabel Ortiz, direttore associato delle politiche dell’UNICEF; Christine Bockstal, Capo della cooperazione tecnica per il dipartimento di sicurezza sociale dell’ILO e Sara Burke, analista politica del Friedrich-Ebert-Stiftung.    La dottoressa Ortiz ha detto che il 20 per cento della popolazione mondiale ha oltre l’80 per cento del reddito mondiale, mentre il 20 per cento più povero ha meno dell’1 per cento del reddito mondiale.   «La ridistribuzione nazionale non basta a combattere le disparità», ha detto. «C’è un forte legame fra grandi disparità di reddito e disordini sociali e instabilità economica».   Il signor Ming Hwee Chong della Baha’i International Community (BIC) ha ricordato le recenti osservazioni del segretario dell’ONU Ban Ki-moon sull’incremento della disparità dei redditi a tutti i livelli negli ultimi 25 anni e sul grave impedimento che questo rappresenta per l’eliminazione della povertà e l’integrazione sociale.    Il signor Chong ha detto che è tempo di porci importanti domande sul rapporto fra l’eliminazione della povertà e gli estremi economici che esistono oggi nel mondo.   Il signor Chong, che ha presentato una dichiarazione che la BIC ha redatto per la Commissione, ha notato che il rapporto di dominanza, una nazione sull’altra, una razza sull’altra e una classe sociale o un genere sull’altro, è responsabile di un iniquo accesso alle risorse e al sapere.   La dichiarazione afferma con preoccupazione che la «visione materialistica del mondo, sulla quale per lo più si fonda il moderno pensiero economico, riduce i concetti dei valori, dello scopo della vita umana e delle interazioni umane a un egoistico perseguimento della ricchezza materiale».

La dichiarazione in inglese si trova seguendo questo link: http://news.bahai.org/sites/news.bahai.org/files/documentlibrary/886_BIC_Statement.pdf. La traduzione italiana è trascritta in calce.

Il signor Chong ha detto che si è dato molto rilievo alle dimensioni politiche e transazionali dell’attuale crisi, ma lo scopo della discussione era di contribuire a «creare uno spazio per scavare più a fondo al fine di portare alla luce alcune delle fondamentali ipotesi che plasmano la nostra realtà economica e sociale».

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http://news.bahai.org/story/886

 

 

 

Commissione per lo sviluppo sociale. 50a sessione. 1-10 febbraio 2012. Voce 3 (a) dell’agenda provvisoria*

Seguito del Summit mondiale per lo sviluppo sociale e XXIV sessione speciale dell’Assemblea generale: tema prioritario: eliminazione della povertà

Dichiarazione presentata dalla Baha’í International Community, organizzazione non governativa in stato consultivo con il Consiglio sociale ed economico

The Secretary-General has received the following statement, which is being circulated in accordance with paragraphs 36 and 37 of Economic and Social Council resolution 1996/31.

Dichiarazione

I programmi per l’eliminazione della povertà si sono in genere occupati di creare ricchezza materiale. Questi provvedimenti hanno migliorato il tenore di vita in alcune parti del mondo, ma le disparità restano ancora molto diffuse. Nel suo Rapporto sulla situazione del mondo del 2005, il Dipartimento degli affari socio-economici del Segretariato delle Nazioni Unite ha evidenziato il crescente divario fra le economie formali e informali, le crescenti differenze fra lavoratori qualificati e non qualificati e la crescente disparità nella salute e nell’istruzione, nonché nelle opportunità di partecipazione sociale, economica e politica. È stato molto ben documentato che l’attenzione alla crescita e alla produzione di reddito non ha necessariamente comportato significativi miglioramenti sociali e che le crescenti disparità hanno reso la comunità globale sempre più instabile e insicura.

La Baha’í International Community vuole contribuire alla discussione della Commissione sull’eliminazione della povertà considerando il fenomeno, ad essa collegato, degli estremi di povertà e di ricchezza. Mentre la meta dell’eliminazione della povertà è ampiamente condivisa, per molti l’idea di eliminare gli estremi di ricchezza è ostica. Alcuni temono che possa essere usata per insidiare l’economia di mercato, per soffocare l’imprenditorialità e per imporre misure per la perequazione del reddito. Non è questo che intendiamo. La ricchezza materiale è indubbiamente fondamentale per il conseguimento delle mete personali e collettive. Analogamente, un’economia forte è una componente basilare di un ordine sociale vibrante. Suggeriamo che il riconoscimento del problema degli estremi di povertà e di ricchezza ha a che fare, in essenza, con la natura dei rapporti che intercorrono fra le persone, le comunità e le nazioni. Oggi, la maggior parte delle persone del mondo vive in società caratterizzate da rapporti di dominanza, di una nazione sull’altra, di una razza sull’altra, di una classe sociale sull’altra, di un gruppo religioso o etnico sull’altro, o di un genere sull’altro. In questo contesto, il discorso sull’eliminazione degli estremi di povertà e di ricchezza presuppone che le società non possano fiorire in un ambiente che alimenta un iniquo accesso alle risorse, al sapere e a una partecipazione significativa alla vita della società. In questo documento, riflettiamo succintamente sul modo in cui i seguenti aspetti della società contribuiscono a produrre questi estremi: la visione materialistica del mondo, alcuni assunti sulla natura umana, i mezzi per produrre la ricchezza e l’accesso al sapere. Suggeriamo un insieme di assunti alternativi e spieghiamo come essi possano favorire un ambiente economico più equo.

Il modello di sviluppo dominante è legato a una società di accaniti consumatori di beni materiali. Gli indicatori del progresso e della prosperità sono livelli di consumo crescenti all’infinito. Questa visione materialistica del mondo, sulla quale per lo più si fonda il pensiero economico moderno, riduce i concetti dei valori, dello scopo della vita umana e delle interazioni umane a un egoistico perseguimento della ricchezza materiale. Il risultato inevitabile, un’illimitata promozione di bisogni e necessità, ha prodotto un sistema dipendente dall’eccessivo consumo di pochi rafforzando l’esclusione e la povertà di molti.

Ma, come molte persone concordano, la visione materialistica del mondo non include la totalità dell’esperienza umana. L’esperienza umana comprende le espressioni dell’amore e dell’abnegazione, la ricerca del sapere e della giustizia, l’attrazione verso la bellezza e la verità e la ricerca del significato e dello scopo, per menzionare solo alcuni aspetti. In effetti, il progresso e la vitalità dell’ordine sociale richiedono un rapporto coerente fra le dimensioni materiali e spirituali della vita umana. In un ordine di questo tipo, le misure economiche sostengono lo sviluppo di relazioni umane giuste e pacifiche e presuppongono che ogni persona possa fare qualcosa per il miglioramento della società.

Secondo l’Istituto delle statistiche dell’UNESCO circa 800 milioni di adulti non sanno leggere e scrivere, due miliardi e mezzo di persone mancano dei servizi igienici fondamentali e quasi la metà dei bambini del mondo vive in povertà. All’altro estremo un gruppuscolo di persone, circa 500 miliardari, controllano il 7 per cento del prodotto interno lordo (PIL). Abbiamo un sistema economico che genera disparità estreme. Molti sostengono che, pur indesiderabile, questa disparità è necessaria per la produzione della ricchezza. Se il processo mediante il quale si accumulano le ricchezze è caratterizzato dall’oppressione e dalla dominazione degli altri, come possiamo sperare, in un simile contesto, di mobilitare le risorse materiali, intellettuali e morali che occorrono per eliminare la povertà?

Molti concordano sul fatto che la legittimità della ricchezza dipende dal modo in cui è stata acquisita e in cui è spesa. La ricchezza è altamente encomiabile se è acquisita grazie a un onesto sforzo e a un diligente lavoro, se le misure per produrre la ricchezza servono ad arricchire la società, se la ricchezza così acquisita è spesa per promuovere il sapere, l’istruzione, l’industria e, in generale, per far progredire la civiltà. Il principio della giustizia può esprimersi a vari livelli del processo dell’acquisizione della ricchezza. I datori di lavoro e i lavoratori, per esempio, sono tenuti a obbedire alle leggi e alle convenzioni che regolano il loro lavoro. Ciascuno è tenuto a svolgere i propri compiti con onestà e integrità. A un altro livello, possiamo vedere se le misure che producono la ricchezza servono ad arricchire la società e a promuoverne il benessere. I vari metodi per procurarsi la ricchezza devono rientrare nel discorso sull’eliminazione della povertà, sì che le misure che comportano lo sfruttamento degli altri, la monopolizzazione e la manipolazione dei mercati e la produzione di merci che favoriscono la violenza e lacerano il tessuto sociale possano essere esaminate e valutate da tutti. Per esempio, possiamo chiederci: è giusto ed equo il rapporto fra i salari e il costo della vita? Quale tipo di provvedimenti capaci di produrre ricchezza potrebbe arricchire tutti invece che pochi eletti?

Proseguendo nel discorso, l’eliminazione degli estremi di ricchezza e povertà richiede una rivoluzione della conoscenza. Questa rivoluzione richiede una nuova definizione del ruolo di ogni persona, di ogni comunità e di ogni nazione nella produzione e nell’applicazione del sapere. Dovrà riconoscere la scienza e la religione come due sistemi di conoscenza complementari, che nel corso della storia hanno consentito l’investigazione della realtà e il progresso della civiltà. Nel loro svolgimento questi processi contribuiranno a trasformare la qualità e la legittimità dell’istruzione, della scienza e della tecnologia, nonché i modelli dei consumi e della produzione. Le masse dei popoli del mondo non possono più continuare a essere considerate solo consumatori e utilizzatori finali di tecnologie che vengono dai paesi industriali. Questo orientamento soffoca i necessari livelli di intraprendenza e di creatività che occorrono per affrontare i pressanti problemi odierni. Lo sviluppo della capacità di identificare i bisogni tecnologici, di innovare e adattare le tecnologie esistenti è vitale. Sufficientemente sviluppata, questa capacità servirebbe a interrompere il flusso squilibrato di conoscenze dal Nord verso il Sud, dalle città verso le campagne e dagli uomini alle donne. Aiuterebbe a trasformare il concetto di tecnologia «moderna» in un più ampio concetto caratterizzato da bisogni definiti sul posto e da priorità che tengono conto del benessere materiale e spirituale della comunità.

Come si è detto all’inizio di questa dichiarazione, l’eliminazione della povertà non può essere concepita in termini di aumento delle ricchezze materiali dei soli poveri. È un’impresa più ampia basata su rapporti che definiscono le interazioni fra le persone, le comunità e le nazioni. Invitiamo le altre parti che lavorano attivamente per instaurare un ordine socio-economico più giusto ed equo a dialogare con noi su questi temi di fondo al fine di imparare gli uni dagli altri e di promuovere collettivamente l’impegno in questo senso. Concludiamo sottoponendo alla vostra attenzione alcune domande.

Qual è lo scopo dell’economia? Su quali assunti sulla natura umana si fonda la nostra comprensione dello scopo dell’economia? Che idea abbiamo del concetto di ricchezza?

In quali modi gli estremi di povertà e di ricchezza frenano lo sviluppo, la valorizzazione e un sano rapporto fra le persone? Quali tipi di identità si formano in presenza di questi due estremi (per esempio, dipendente, moralista, consumista eccetera)? In quale modo questi tipi di identità perpetuano le disparità?

Che funzione ha la conoscenza, derivata dalla scienza e dalla religione, nella trasformazione delle nostre strutture e dei nostri processi economici?

Come possiamo definire la natura e lo scopo del lavoro, della ricchezza e della valorizzazione economica al di là delle nozioni della massimizzazione dell’utilità da parte di persone interessate?

Quali ruoli hanno le persone, la comunità, il settore aziendale e i leader eletti nei confronti dell’eliminazione degli estremi di povertà e di ricchezza? Che cosa significa tutto questo in pratica?

Quali sono i punti di accesso per introdurre dei cambiamenti nell’economia? Che cosa spinge le persone, le comunità, le imprese e i governi a riformare le strutture e i processi economici? Da dove nascono il loro scopo e il loro impegno?

Quali concetti o quali convinzioni molto diffusi intralciano la nostra capacità di trasformare i sistemi economici che abbiamo oggi? Come possiamo superarli?

 

Nuove misure restrittive evidenziano la campagna per bloccare il progresso dei baha’i iraniani

NEW YORK, 26 gennaio 2012, (BWNS) – La strategia sistematica del governo iraniano per portare i baha’i alla rovina economica non dà segni di rallentamento.

Secondo notizie ricevute dalla Baha’i International Community, a Kerman, la più grande città dell’Iran centro-meridionale, è in atto una nuova campagna.

«Abbiamo saputo che l’Ufficio per la supervisione dei posti pubblici si rifiuta di rinnovare la licenza delle ditte di proprietà baha’i della città e di rinnovare alcune di quelle già rilasciate», dice Bani Dugal, il principale rappresentante della Baha’i International Community presso le Nazioni Unite.

«Bersaglio di questa campagna sono molte professioni, dai negozi per la vendita e la riparazione di computer alle agenzie immobiliari. I baha’i che si occupano di vendere leghe di ferro, acciaio e oro stanno perdendo le licenze, così come le ditte di proprietà baha’i che si occupano di prodotti alimentari e di servizi sanitari e cosmetici, come gli ottici», dice la signora Dugal.

I baha’i di Kerman sono anche stati informati che non hanno il permesso di avere un eccessivo numero di negozi nella stessa strada.

«Le autorità sono arrivate al punto di revocare le licenze di persone che sono socie in affari dei baha’i, ma non sono membri della Fede baha’i», dice la signora.

Dopo la Rivoluzione islamica del 1979, molte migliaia di baha’i hanno perso il lavoro o la loro fonte di reddito. Nel 1993, l’ONU ha scoperto un memorandum segreto del governo iraniano, avvallato dal capo supremo del paese, che descrive esplicitamente un piano per «bloccare» lo «sviluppo della comunità baha’i iraniana».

Oltre a impedire ai giovani baha’i di proseguire gli studi superiori, dice la signora Dugal, è chiaro che le autorità continuano ad applicare questa politica con molti altri provvedimenti.

«Negli ultimi cinque anni abbiamo ricevuto informazioni su almeno sessanta episodi, intesi a frenare le prospettive economiche dei baha’i», afferma.

Ecco alcuni recenti esempi:

– Dal 2 al 12 gennaio 2012, più del 70 per cento delle ditte di proprietà baha’i a Sari e Ghaemshahr (nella povincia del Mazandaran) e alcune ditte a Gorgan e Gonbad (nella provincia del Golestan), sono state ispezionate per trovare un pretesto per intimidire o arrestare i baha’i. Le autorità hanno inoltre perquisito le case dei baha’i che lavorano a domicilio, talvolta oltre due anni dopo che essi avevano chiuso i negozi.

– Nel luglio 2011, il proprietario baha’i di un negozio di Abadan ha ricevuto una notifica dal sindacato dei rivenditori e dei fabbricanti di gioielli, orologi e occhiali che gli intimava di restituire la licenza e di liquidare le sue proprietà entro 24 ore.

– Nel giugno 2011, un negozio di ottica è stato chiuso con il pretesto di trasferire altrove la licenza. Il capo dell’Ufficio per la supervisione dei posti pubblici ha detto che l’ordine di chiudere il negozio era stato impartito dalle autorità superiori. Il negozio era stato già chiuso dalle autorità nel dicembre 2008, con altri quattro negozi baha’i di Nazarabad. Ma dopo una battaglia legale, il proprietario era riuscito a riaprirlo altrove, solo per vederselo nuovamente chiuso.

– Dopo un’ondata di attacchi incendiari contro una decina di ditte di proprietà baha’ia Rafsanjan, Iran, alla fine del 2010, una ventina di case e di negozi hanno ricevuto un’ingiunzione che intimava ai baha’i di sottoscrivere un impegno «di astenersi dal mettersi in contatto con i musulmani e dal fare amicizia con loro» e «dall’usare o assumere apprendisti musulmani».

– Agli inizi del 2009, nella città di Semnan, l’associazione dei sindacati ha approvato un regolamento in base al quale nessun baha’i può ottenere una licenza commerciale. Poco dopo, diverse ditte e negozi di proprietà baha’i della città sono stati sequestrati o chiusi.

– In un esempio di pressione economica di altro genere, un baha’i di Isfahan, poco prima di essere licenziato, ha chiesto al servizio della previdenza sociale di ricevere la somma che gli era stata dedotta dagli stipendi per la pensione. Ha ricevuto una notifica che la sua domanda non poteva essere evasa perché era «un non-problema», dato che la ragione per cui aveva perduto il lavoro era il fatto che era membro della «deviante setta bahaista». La notifica specificava che era stato licenziato assieme ad altre quattordici persone per la proibizione legale della loro assunzione e quindi le loro richieste non avevano alcun fondamento.

«La legge internazionale specifica con fermezza che ogni persona ha il diritto di essere libera di lavorare e di guadagnarsi da vivere, senza discriminazioni», dice la signora Dugal.

«Il mese scorso, la comunità internazionale ha chiesto con forza all’ONU di condannare l’Iran per le costanti e ricorrenti violazioni dei diritti umani. È sicuramente tempo che l’Iran sappia che non può più continuare a opprimere I suoi cittadini pensando che nessuno ci faccia caso».

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Personalità rumene chiedono i diritti umani per i bahai dell’Iran

BUCAREST, Romania, 25 gennaio 2012, (BWNS) – Una settantina di eminenti rumeni chiedono al governo dell’Iran di garantire ai baha’i i loro diritti umani fondamentali.

Sessantotto celebri figure, del mondo dell’accademia, dell’arte, delle banche, degli affari, dei mass media e della medicina hanno firmato una petizione, che chiede alle autorità iraniane di cessare la sistematica campagna di persecuzione dei baha’i, «i quali chiedono solo i loro diritti in base alla Dichiarazione dei diritti umani, che prevede il diritto alla vita, alla liberta e alla sicurezza della persona, all’educazione e al lavoro e il diritto di praticare la propria religione . . .».

Il promotore della lettera è stato Radu Gabrea, rinomato regista, assieme a Istvan Haller del Consiglio nazionale rumeno per combattere la discriminazione.

Fra i firmatari vi sono l’acclamata attrice Maia Morgenstern, nota per la aver impersonato Maria nella «Passione di Cristo», l’annunciatore televisivo Andreea Berecleanu, il noto suonatore di tamburo Ovidiu Lipan Tandarica e un ex ministro del governo, Ilie Serbanescu.

La petizione illustra il caso dei sette dirigenti baha’i detenuti e «i ripetuti tentativi» compiuti dall’Iran «di impedire alla comunità baha’i di istruire i propri giovani» e una «lunga serie di altri abusi e violazioni dei loro diritti fondamentali».

«Non comprendiamo . . . perché lo stato iraniano sancisca l’incitamento all’odio contro i baha’i in Iran, perché permetta attentati dinamitardi e incendiari contro i loro luoghi di lavoro e altre forme terroristiche, che cercano di cacciarli via dalle città e dalle cittadine . . .», dice la petizione.

«Non comprendiamo perché essi siano vessati quando seppelliscono i loro morti, perché i cimiteri baha’i siano profanati, perché non possano avere licenze commerciali, perché le loro ditte e le loro proprietà siano confiscate e perché essi non possano avere un lavoro e una pensione».

Della Marcus della comunità baha’i rumena ha detto che il numero delle persone eminenti che hanno difeso la causa dei baha’i in Iran è così alto da non avere precedenti.

«Preghiamo che questa petizione contribuisca a chiarire al governo iraniano che ci sono molte persone in tutto il mondo che non accettano la loro persecuzione sponsorizzata dallo stato contro i baha’i», ha detto la signora Marcus.

Per leggere l’articolo in inglese online, vedere la foto e accedere ai link, si vada a: http://news.bahai.org/story/883