Nuove condanne delle violazioni dei diritti umani in Iran

WASHINGTON D.C., U.S.A., 21 febbraio 2012 (BWNS) – Recenti manifestazioni nazionali organizzate negli Stati Uniti, in Bulgaria e in Canada riflettono la continua protesta globale per le misure restrittive adottate contro i baha’i dalle autorità iraniane.

Il 15 febbraio un centinaio di membri dello staff del Congresso, di funzionari d’agenzia statunitensi e di rappresentanti di ONG per i diritti umani e religiose hanno partecipato a un’udienza nell’edificio del Campidoglio americano.

L’udienza si proponeva di promuovere l’approvazione della risoluzione parlamentare 134 e della risoluzione del senato 80, che biasima la condanna a vent’anni di prigione dei sette dirigenti baha’i. Chiede inoltre una sanzione contro i funzionari iraniani «direttamente responsabili di gravi violazioni dei diritti umani in Iran, come quelli contro la comunità baha’i».

«Dobbiamo far sapere al governo iraniano che non tollereremo l’iniqua persecuzione dei baha’i o di altre religioni o altri cittadini iraniani», ha detto l’onorevole Michael Grimm di New York. «È arrivato il momento di parlare e di far sapere come stanno le cose».

Il deputato Howard Berman della California, membro anziano del Comitato parlamentare degli affari esteri, ha elencato una serie di violazioni contro i baha’i iraniani e ha chiesto: «Che razza di regime malato tratta in questo modo i propri cittadini?».

Felice Gaer, commissario della Commissione statunitense per la libertà religiosa, ha parlato della sistematica demonizzazione dei baha’i in Iran e ha detto che essa fa parte di uno sforzo per «fare in modo che essi cessino di esistere».

«Stiamo parlando di persone che non solo sono state messe in prigione, ma sono anche state sistematicamente trasformate in cose disumane», ha detto la signora Gaer. «Perché e come? Negando loro l’esistenza, negando loro i diritti fondamentali, negando loro il diritto all’istruzione, il diritto al lavoro, il diritto al matrimonio, il diritto a seppellire i morti, il diritto all’eredità, il diritto a essere umani e a vivere come esseri umani».

Le sue osservazioni sono venute due giorni dopo che il Gruppo per la libertà religiosa del Parlamento statunitense aveva ospitato un briefing su una recente relazione della Baha’i International Community, intitolata «Incitamento all’odio: la campagna mediatica iraniana per demonizzare i baha’i». La relazione mostra come il governo iraniano usi sistematicamente mezzi di informazione controllati dallo stato per fomentare odio contro i baha’i.

Un convegno in Bulgaria

A Sofia, Bulgaria, il 9 febbraio, funzionari governativi, diplomatici, accademici e gruppi per i diritti umani hanno partecipato a un convegno sul divieto di accesso agli studi superiori imposto dal governo iraniano ai giovani baha’i.

Georgi Kalaydzhiev dell’ufficio del Primo Ministro bulgaro ha promesso il sostegno del Primo Ministro nella difesa dei baha’i iraniani, dicendo: «Siamo disposti ad aiutare in questa causa per rispetto dei diritti umani e della libertà di tutte le comunità religiose».

«In passato, anche noi ci siamo trovati in una situazione di oppressione e ora ne vediamo i risultati, il bisogno di sviluppo spirituale . . .», ha detto il signor Kalaydzhiev. «Ecco perché proviamo la più sincera compassione per i problemi dei baha’i in Iran».

 

Un’udienza del Senato canadese

Proseguendo un’udienza che ha avuto inizio alla fine dell’anno scorso, anche alcuni senatori canadesi hanno parlato questo mese dei prigionieri ingiustamente detenuti in Iran, fra i quali alcuni legali e attivisti dei diritti umani, giornalisti e baha’i.

Il 7 febbraio, Salma Ataullahjan, senatrice musulmana, ha parlato del caso di uno dei sette dirigenti baha’i che sta attualmente scontando vent’anni di carcere. «Io condanno la deplorevole violazione dei diritti umani da parte del regime iraniano e chiedo l’immediata liberazione del prigioniero Behrouz Tavakkoli, illegalmente detenuto», ha detto la senatrice Ataullahjan.

Anche il senatore Romeo Dallaire, che nel dicembre del 2011 disse che il trattamento dei baha’i in Iran era arrivato «alle condizioni di un pre-genocidio», ha citato esempi menzionati in «Incitamento all’odio».

«Oltre a demonizzare le immagini, questa propaganda alimenta l’intolleranza nei segmenti più fondamentalisti della società iraniana. L’estremismo è una realtà», ha detto.

 

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Un pionieristico documentario su un secolare tabù persiano

LOS ANGELES, U.S.A., 21 febbraio 2012, (BWNS) – Un lungo film-documentario che esamina le persecuzioni contro i baha’i in Iran sarà proiettato a Los Angeles questa settimana, all’inizio di un programma di proiezioni negli Stati Uniti e in altri paesi.

«Tabù iraniani» è opera del famoso regista iraniano-olandese Reza Allamehzadeh.

«A dispetto del fatto che non ho il permesso di entrare nella mia patria, sono riuscito a filmare molte scene in Iran con l’aiuto di devoti amici che hanno rischiato la vita per fare le riprese di cui avevo bisogno», ha detto il signor Allamehzadeh, che non è baha’i.

«Durante la mia lunga carriera di regista ho prodotto molti documentari impegnativi, ma nessuno di essi è stato così difficile da produrre come “Tabù iraniani”», ha detto.

Il film, che incomincia in Iran, segue il viaggio di una donna iraniana e della figlia quattordicenne che decidono di vendere tutto e di lasciare il paese per rifugiarsi in Occidente.

Fa anche vedere gli sforzi che la comunità baha’i iraniana ha fatto per educare i suoi giovani membri che hanno il divieto di accedere agli studi superiori e, per la prima volta, dà voce ai proprietari terrieri baha’i che sono stati a lungo perseguitati nel villaggio di Ivel nella provincia settentrionale del Mazandaran.

Il signor Allamehzadeh ha detto di aver deciso di intitolare il film «Tabù iraniani» perché anche gli iraniani che pensano che sia giusto riconoscere ai baha’i i loro diritti hanno taciuto sulla questione.

«Avrei dovuto incominciare prima a girare il film», ha detto il signor Allamehzadeh. «Durante le mie ricerche, mi sono reso conto che tutti i settori della società sono sotto pressione per quanto riguarda il genere, l’etnia, la lingua e la religione, ma i baha’i sono vessati più degli altri, neppure i loro morti sono al sicuro e i loro cimiteri sono sotto attacco. Ho voluto concentrarmi soltanto sui diritti umani e fare vedere fino a che punto i diritti dei baha’i vengono violati».

«“Tabù iraniani” è il documentario più personale che ho fatto», ha detto.

Un’altra importante novità del progetto sono le interviste con politici, autori e accademici iraniani che ben di rado hanno parlato in pubblico della «questione baha’i». Fra questi c’è Abolhassan Banisadr, il primo presidente dell’Iran dopo la Rivoluzione islamica del 1979.

Il film comprende anche un’intervista con Shirin Ebadi, legale per i diritti umani e premio Nobel, la quale contesta il bando da certe professioni imposto ai baha’i. «Per lavorare . . . per guadagnarsi onestamente da vivere o ottenere un permesso di lavoro, per aprire un negozio di riparazioni di scarpe o un ristorante, non occorre essere musulmani», dice la signora Ebadi. «Dov’è scritto nell’Islam che un calzolaio dev’essere musulmano?».

La prima di «Tabù iraniani» avrà luogo venerdì 24 febbraio a Los Angeles e il film sarà poi proiettato nelle prossime settimane in Olanda, a Montreal e Toronto in Canada e, negli U.S.A., in Atlanta, Chicago, Orlando, San Diego, San Francisco e Washington D.C.

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La Regina Elisabetta II apre il Giubileo di diamante con un ricevimento interreligioso

LONDRA, 21 febbraio 2012, (BWNS) – Alcuni rappresentanti della comunità baha’i del Regno Unito hanno partecipato assieme ai membri di altre otto religioni a un incontro speciale per il Giubileo di diamante di Sua Maestà la Regina Elisabetta II.

Durante un ricevimento che si è svolto a Palazzo Lambeth, residenza ufficiale dell’Arcivescovo di Canterbury, baha’i, buddhisti, cristiani, ebrei, giaini, indù, musulmani, sikh e zoroastriani hanno parlato delle loro credenze con la Regina e con Sua Altezza Reale il Principe di Edimburgo e hanno mostrato loro oggetti preziosi delle varie fedi.

La comunità baha’i ha parlato della presente celebrazione del centenario dei viaggi di ‘Abdu’l-Baha in Egitto e in Occidente e ha mostrato una veste da Lui indossata. La rappresentante baha’i, Shirin Fozdar-Foroudi, ha detto che quella semplice veste ricorda lo spirito di ‘Abdu’l-Baha, la cui vita di servizio è stata un esempio per tutti.

La mostra comprendeva anche una riproduzione calligrafica incorniciata delle seguenti parole tratte dal primo discorso pubblico di ‘Abdu’l-Baha, pronunciato il 10 settembre 1911 nel City Temple di Londra: «Il dono che Dio ha fatto a questa era illuminata è la conoscenza dell’unità del genere umano e della fondamentale unità delle religioni».

La Regina ha ascoltato con molta attenzione le parole lette dalla dottoressa Fozdar-Foroudi seguendole sul testo.

Della delegazione baha’i facevano parte anche Patrick O’Mara, Segretario dell’Assemblea Spirituale nazionale dei Baha’i del Regno Unito, Nasrin O’Kane dall’Irlanda del Nord e Liam Stevens dall’isola di Skye.

«La Regina ci ha detto che la comunità baha’i sembra molto diffusa», ha detto la dottoressa Fozdar-Foroudi.

«Abbiamo anche colto l’occasione per ringraziare lei e il Duca di Edimburgo per i servizi che hanno reso per 60 anni nella promozione dei principi dell’unità, dell’uguaglianza e della giustizia fra i diversi popoli del Commonwealth», ha detto.

Il ricevimento, che ha avuto luogo il 15 febbraio, è stato uno dei primi impegni pubblici della Regina nelle celebrazioni del suo Giubileo di diamante.

Rivolgendosi ai presenti, la Regina ha detto: «La fede ha un ruolo fondamentale nell’identità di milioni di persone, alle quali offre non solo un sistema di credenze ma anche un senso di appartenenza».

«Le nostre religioni ci danno un’importante guida su come vivere la nostra vita e sul modo in cui ci trattiamo reciprocamente».

«Esse possono essere uno sprone all’azione sociale. In verità i gruppi religiosi possono vantarsi di aiutare le persone che hanno maggiormente bisogno».

La Regina ha concluso facendo gli auguri a ciascuno dei gruppi religiosi presenti fra gli ospiti, «nella speranza che, con la certezza della protezione della nostra Chiesa ufficiale, continuiate a prosperare e a mostrare forza e visione nelle relazioni fra noi e con il resto della società».

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I parlamentari australiani invitano l’Iran a proteggere i diritti umani

CANBERRA, Australia, 14 febbraio 2012, (BWNS) – In una mozione appoggiata dai deputati del governo e dell’opposizione del Parlamento australiano, i parlamentari australiani hanno raccomandato ai loro colleghi in Iran di promuovere e proteggere i fondamentali diritti umani dei cittadini iraniani.

I parlamentari iraniani sono anche stati specificamente invitati a indagare sul divieto di accesso agli studi superiori imposto agli studenti attivisti, baha’i e altri e a chiedere una revisione del processo dei sette ex dirigenti baha’i, nonché dei difensori e dei legali dei diritti umani.

Il testo inglese della mozione e del dibattito sono trascritti qui:

http://www.aph.gov.au/hansard/reps/latesthansard/rhansard.pdf

Ieri in apertura del dibattito, Melissa Parke, deputatessa per Fremantle, ha notato che le gravi violazioni dei diritti umani in Iran sono aumentate dopo che il tema era stato oggetto di discussione nel Parlamento federale australiano il 15 novembre 2010.

«Nel 2011, molte persone, come il Segretario generale dell’ONU, l’Alto commissario dell’ONU per i diritti umani e le grandi ONG che si occupano di diritti umani hanno citato l’Iran per le sue violazioni della legge internazionale sui diritti umani», ha detto.

La signora Parke ha parlato di otto aree, menzionate lo scorso settembre da Ban Ki-moon, nelle quali il governo iraniano commette sistematicamente gravi violazioni contro i diritti umani del suo popolo, per esempio non proteggendo la libertà di religione.

«Ma lo stato iraniano è stato particolarmente crudele nell’opprimere i baha’i . . . Secondo la mia esperienza, essi sono persone gentili e pacifiche e mi è perciò difficile capire l’ostilità delle autorità iraniane contro di loro», ha detto la signora Parke.

Diversi prigionieri baha’i hanno membri della famiglia che sono cittadini australiani, ha aggiunto, «fratelli, sorelle, zie, nipoti, i quali si chiedono se potranno mai rivedere i loro cari».

Soddisfatta per la mozione e per il dibattito, la portavoce della comunità baha’i australiana Natalie Mobini ha detto: «Nella nostra comunità ci sono parenti stretti di alcune delle persone ingiustamente imprigionate e questa mozione così diretta dei nostri deputati sarà per loro rincuorante».

Nel corso del dibattito, il deputato per Wills, Kelvin Thomson, ha ricordato che un rappresentante iraniano presso l’ONU ha detto che l’organizzazione baha’i in Iran non è religiosa, ma politica, che essa era illegale e che pertanto era stata “sciolta”.

«Questa agghiacciante risposta mostra un chiaro disprezzo per i concetti fondamentali della libertà di parola ed espressione e della libertà dell’espressione religiosa», ha detto il signor Thomson.

Kelly O’Dwyer, deputata per Higgins, ha detto che concordava con i deputati della camera del partito opposto nel condannare le violazioni dei diritti umani in Iran.

«Non c’è in questo mondo un atto più grave ed esecrabile di quello commesso da un governo che va contro il suo popolo e commette violente atrocità contro i suoi cittadini», ha detto la signora O’Dwyer.

 

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Le disparità fra i ricchi e i poveri illustrate da una commissione dell’ONU

Mentre la crisi economica ha comportato una maggiore attenzione alle disparità nelle nazioni, gli estremi di ricchezza e povertà in ambito internazionale sono divenute una minaccia per la stabilità del mondo.  Questo è stato uno dei temi discussi da una commissione delle Nazioni Unite , durante la sessione della Commissione ONU per lo sviluppo sociale che in questo momento è in corso e proseguirà fino a venerdì.    Organizzata dalla Baha’i International Community e co-sponsorizzata da ATD Quarto Mondo, la discussione, che affronta il tema dell’eliminazione della povertà proposto dalla Commissione, ha riunito alti diplomatici dell’ONU, funzionari di agenzie dell’ONU e rappresentanti di varie ONG.    L’ambasciatore Jorge Valero, rappresentante permanente del Venezuela presso le Nazioni Unite e presidente della Commissione per lo sviluppo sociale, ha attribuito la responsabilità delle crescenti disparità agli eccessi del capitalismo globale.     «Le disparità e la povertà, i cambiamenti climatici e la distruzione degli ecosistemi sono importanti voci dell’agenda internazionale», ha detto l’ambasciatore Valero.   «Queste calamità possono essere efficacemente combattute affrontando le cause strutturali che le producono: un sistema globale consumistico, egoista e predatore che si basa sulla mercificazione dell’uomo e della natura».     Jomo Kwame Sundaram, assistente del Segretario generale dell’ONU per lo sviluppo economico, ha detto che il tema delle disparità è spesso esaminato dal punto di vista delle nazioni, ma due terzi delle disparità globali dipendono dalle differenze fra i paesi.   Le differenze internazionali sono «molto, molto forti», ha detto, notando che esse sono cresciute negli ultimi trent’anni.   «La grande promessa della globalizzazione economica era che se si fossero mitigate le restrizioni, ci sarebbe stato un libero flusso del capital e che questo flusso sarebbe andato dai ricchi verso i poveri. Non è stato così. Il capitale è risalito, dai poveri ai ricchi», ha detto il dottor Sundaram.   Fra i partecipanti alla discussione, che si è svolta mercoledì 1° febbraio, ci sono stati Isabel Ortiz, direttore associato delle politiche dell’UNICEF; Christine Bockstal, Capo della cooperazione tecnica per il dipartimento di sicurezza sociale dell’ILO e Sara Burke, analista politica del Friedrich-Ebert-Stiftung.    La dottoressa Ortiz ha detto che il 20 per cento della popolazione mondiale ha oltre l’80 per cento del reddito mondiale, mentre il 20 per cento più povero ha meno dell’1 per cento del reddito mondiale.   «La ridistribuzione nazionale non basta a combattere le disparità», ha detto. «C’è un forte legame fra grandi disparità di reddito e disordini sociali e instabilità economica».   Il signor Ming Hwee Chong della Baha’i International Community (BIC) ha ricordato le recenti osservazioni del segretario dell’ONU Ban Ki-moon sull’incremento della disparità dei redditi a tutti i livelli negli ultimi 25 anni e sul grave impedimento che questo rappresenta per l’eliminazione della povertà e l’integrazione sociale.    Il signor Chong ha detto che è tempo di porci importanti domande sul rapporto fra l’eliminazione della povertà e gli estremi economici che esistono oggi nel mondo.   Il signor Chong, che ha presentato una dichiarazione che la BIC ha redatto per la Commissione, ha notato che il rapporto di dominanza, una nazione sull’altra, una razza sull’altra e una classe sociale o un genere sull’altro, è responsabile di un iniquo accesso alle risorse e al sapere.   La dichiarazione afferma con preoccupazione che la «visione materialistica del mondo, sulla quale per lo più si fonda il moderno pensiero economico, riduce i concetti dei valori, dello scopo della vita umana e delle interazioni umane a un egoistico perseguimento della ricchezza materiale».

La dichiarazione in inglese si trova seguendo questo link: http://news.bahai.org/sites/news.bahai.org/files/documentlibrary/886_BIC_Statement.pdf. La traduzione italiana è trascritta in calce.

Il signor Chong ha detto che si è dato molto rilievo alle dimensioni politiche e transazionali dell’attuale crisi, ma lo scopo della discussione era di contribuire a «creare uno spazio per scavare più a fondo al fine di portare alla luce alcune delle fondamentali ipotesi che plasmano la nostra realtà economica e sociale».

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Commissione per lo sviluppo sociale. 50a sessione. 1-10 febbraio 2012. Voce 3 (a) dell’agenda provvisoria*

Seguito del Summit mondiale per lo sviluppo sociale e XXIV sessione speciale dell’Assemblea generale: tema prioritario: eliminazione della povertà

Dichiarazione presentata dalla Baha’í International Community, organizzazione non governativa in stato consultivo con il Consiglio sociale ed economico

The Secretary-General has received the following statement, which is being circulated in accordance with paragraphs 36 and 37 of Economic and Social Council resolution 1996/31.

Dichiarazione

I programmi per l’eliminazione della povertà si sono in genere occupati di creare ricchezza materiale. Questi provvedimenti hanno migliorato il tenore di vita in alcune parti del mondo, ma le disparità restano ancora molto diffuse. Nel suo Rapporto sulla situazione del mondo del 2005, il Dipartimento degli affari socio-economici del Segretariato delle Nazioni Unite ha evidenziato il crescente divario fra le economie formali e informali, le crescenti differenze fra lavoratori qualificati e non qualificati e la crescente disparità nella salute e nell’istruzione, nonché nelle opportunità di partecipazione sociale, economica e politica. È stato molto ben documentato che l’attenzione alla crescita e alla produzione di reddito non ha necessariamente comportato significativi miglioramenti sociali e che le crescenti disparità hanno reso la comunità globale sempre più instabile e insicura.

La Baha’í International Community vuole contribuire alla discussione della Commissione sull’eliminazione della povertà considerando il fenomeno, ad essa collegato, degli estremi di povertà e di ricchezza. Mentre la meta dell’eliminazione della povertà è ampiamente condivisa, per molti l’idea di eliminare gli estremi di ricchezza è ostica. Alcuni temono che possa essere usata per insidiare l’economia di mercato, per soffocare l’imprenditorialità e per imporre misure per la perequazione del reddito. Non è questo che intendiamo. La ricchezza materiale è indubbiamente fondamentale per il conseguimento delle mete personali e collettive. Analogamente, un’economia forte è una componente basilare di un ordine sociale vibrante. Suggeriamo che il riconoscimento del problema degli estremi di povertà e di ricchezza ha a che fare, in essenza, con la natura dei rapporti che intercorrono fra le persone, le comunità e le nazioni. Oggi, la maggior parte delle persone del mondo vive in società caratterizzate da rapporti di dominanza, di una nazione sull’altra, di una razza sull’altra, di una classe sociale sull’altra, di un gruppo religioso o etnico sull’altro, o di un genere sull’altro. In questo contesto, il discorso sull’eliminazione degli estremi di povertà e di ricchezza presuppone che le società non possano fiorire in un ambiente che alimenta un iniquo accesso alle risorse, al sapere e a una partecipazione significativa alla vita della società. In questo documento, riflettiamo succintamente sul modo in cui i seguenti aspetti della società contribuiscono a produrre questi estremi: la visione materialistica del mondo, alcuni assunti sulla natura umana, i mezzi per produrre la ricchezza e l’accesso al sapere. Suggeriamo un insieme di assunti alternativi e spieghiamo come essi possano favorire un ambiente economico più equo.

Il modello di sviluppo dominante è legato a una società di accaniti consumatori di beni materiali. Gli indicatori del progresso e della prosperità sono livelli di consumo crescenti all’infinito. Questa visione materialistica del mondo, sulla quale per lo più si fonda il pensiero economico moderno, riduce i concetti dei valori, dello scopo della vita umana e delle interazioni umane a un egoistico perseguimento della ricchezza materiale. Il risultato inevitabile, un’illimitata promozione di bisogni e necessità, ha prodotto un sistema dipendente dall’eccessivo consumo di pochi rafforzando l’esclusione e la povertà di molti.

Ma, come molte persone concordano, la visione materialistica del mondo non include la totalità dell’esperienza umana. L’esperienza umana comprende le espressioni dell’amore e dell’abnegazione, la ricerca del sapere e della giustizia, l’attrazione verso la bellezza e la verità e la ricerca del significato e dello scopo, per menzionare solo alcuni aspetti. In effetti, il progresso e la vitalità dell’ordine sociale richiedono un rapporto coerente fra le dimensioni materiali e spirituali della vita umana. In un ordine di questo tipo, le misure economiche sostengono lo sviluppo di relazioni umane giuste e pacifiche e presuppongono che ogni persona possa fare qualcosa per il miglioramento della società.

Secondo l’Istituto delle statistiche dell’UNESCO circa 800 milioni di adulti non sanno leggere e scrivere, due miliardi e mezzo di persone mancano dei servizi igienici fondamentali e quasi la metà dei bambini del mondo vive in povertà. All’altro estremo un gruppuscolo di persone, circa 500 miliardari, controllano il 7 per cento del prodotto interno lordo (PIL). Abbiamo un sistema economico che genera disparità estreme. Molti sostengono che, pur indesiderabile, questa disparità è necessaria per la produzione della ricchezza. Se il processo mediante il quale si accumulano le ricchezze è caratterizzato dall’oppressione e dalla dominazione degli altri, come possiamo sperare, in un simile contesto, di mobilitare le risorse materiali, intellettuali e morali che occorrono per eliminare la povertà?

Molti concordano sul fatto che la legittimità della ricchezza dipende dal modo in cui è stata acquisita e in cui è spesa. La ricchezza è altamente encomiabile se è acquisita grazie a un onesto sforzo e a un diligente lavoro, se le misure per produrre la ricchezza servono ad arricchire la società, se la ricchezza così acquisita è spesa per promuovere il sapere, l’istruzione, l’industria e, in generale, per far progredire la civiltà. Il principio della giustizia può esprimersi a vari livelli del processo dell’acquisizione della ricchezza. I datori di lavoro e i lavoratori, per esempio, sono tenuti a obbedire alle leggi e alle convenzioni che regolano il loro lavoro. Ciascuno è tenuto a svolgere i propri compiti con onestà e integrità. A un altro livello, possiamo vedere se le misure che producono la ricchezza servono ad arricchire la società e a promuoverne il benessere. I vari metodi per procurarsi la ricchezza devono rientrare nel discorso sull’eliminazione della povertà, sì che le misure che comportano lo sfruttamento degli altri, la monopolizzazione e la manipolazione dei mercati e la produzione di merci che favoriscono la violenza e lacerano il tessuto sociale possano essere esaminate e valutate da tutti. Per esempio, possiamo chiederci: è giusto ed equo il rapporto fra i salari e il costo della vita? Quale tipo di provvedimenti capaci di produrre ricchezza potrebbe arricchire tutti invece che pochi eletti?

Proseguendo nel discorso, l’eliminazione degli estremi di ricchezza e povertà richiede una rivoluzione della conoscenza. Questa rivoluzione richiede una nuova definizione del ruolo di ogni persona, di ogni comunità e di ogni nazione nella produzione e nell’applicazione del sapere. Dovrà riconoscere la scienza e la religione come due sistemi di conoscenza complementari, che nel corso della storia hanno consentito l’investigazione della realtà e il progresso della civiltà. Nel loro svolgimento questi processi contribuiranno a trasformare la qualità e la legittimità dell’istruzione, della scienza e della tecnologia, nonché i modelli dei consumi e della produzione. Le masse dei popoli del mondo non possono più continuare a essere considerate solo consumatori e utilizzatori finali di tecnologie che vengono dai paesi industriali. Questo orientamento soffoca i necessari livelli di intraprendenza e di creatività che occorrono per affrontare i pressanti problemi odierni. Lo sviluppo della capacità di identificare i bisogni tecnologici, di innovare e adattare le tecnologie esistenti è vitale. Sufficientemente sviluppata, questa capacità servirebbe a interrompere il flusso squilibrato di conoscenze dal Nord verso il Sud, dalle città verso le campagne e dagli uomini alle donne. Aiuterebbe a trasformare il concetto di tecnologia «moderna» in un più ampio concetto caratterizzato da bisogni definiti sul posto e da priorità che tengono conto del benessere materiale e spirituale della comunità.

Come si è detto all’inizio di questa dichiarazione, l’eliminazione della povertà non può essere concepita in termini di aumento delle ricchezze materiali dei soli poveri. È un’impresa più ampia basata su rapporti che definiscono le interazioni fra le persone, le comunità e le nazioni. Invitiamo le altre parti che lavorano attivamente per instaurare un ordine socio-economico più giusto ed equo a dialogare con noi su questi temi di fondo al fine di imparare gli uni dagli altri e di promuovere collettivamente l’impegno in questo senso. Concludiamo sottoponendo alla vostra attenzione alcune domande.

Qual è lo scopo dell’economia? Su quali assunti sulla natura umana si fonda la nostra comprensione dello scopo dell’economia? Che idea abbiamo del concetto di ricchezza?

In quali modi gli estremi di povertà e di ricchezza frenano lo sviluppo, la valorizzazione e un sano rapporto fra le persone? Quali tipi di identità si formano in presenza di questi due estremi (per esempio, dipendente, moralista, consumista eccetera)? In quale modo questi tipi di identità perpetuano le disparità?

Che funzione ha la conoscenza, derivata dalla scienza e dalla religione, nella trasformazione delle nostre strutture e dei nostri processi economici?

Come possiamo definire la natura e lo scopo del lavoro, della ricchezza e della valorizzazione economica al di là delle nozioni della massimizzazione dell’utilità da parte di persone interessate?

Quali ruoli hanno le persone, la comunità, il settore aziendale e i leader eletti nei confronti dell’eliminazione degli estremi di povertà e di ricchezza? Che cosa significa tutto questo in pratica?

Quali sono i punti di accesso per introdurre dei cambiamenti nell’economia? Che cosa spinge le persone, le comunità, le imprese e i governi a riformare le strutture e i processi economici? Da dove nascono il loro scopo e il loro impegno?

Quali concetti o quali convinzioni molto diffusi intralciano la nostra capacità di trasformare i sistemi economici che abbiamo oggi? Come possiamo superarli?