Processati sette educatori bahai: continuano le proteste

GINEVRA, 7 novembre 2011, (BWNS) — Mentre arrivano altre notizie sul processo di sette educatori baha’i, continuano ad aumentare in tutto il mondo le proteste contro la persecuzione degli studenti e degli insegnanti baha’i iraniani.

Negli ultimi giorni, politici brasiliani, accademici tedeschi e irlandesi e un gruppo internazionale di eminenti cineasti hanno condannato la sistematica esclusione dei baha’i dagli studi superiori in Iran e gli attacchi del governo iraniano contro un’iniziativa informale della comunità baha’i per educare i propri giovani membri.

La Baha’i International Community ha recentemente appreso che sette educatori in carcere, lettori o collaboratori di un’iniziativa comunitaria nota come Istituto baha’i per gli studi superiori (BIHE), sono stati portati in tribunale in due giorni diversi, ammanettati e con le catene alle caviglie. Qui, alla presenza dei loro avvocati, sono stati informati del verdetto e della condanna.

«Né gli imputati né i difensori hanno visto una copia scritta del verdetto», ha detto Diane Ala’i, rappresentante della Baha’i International Community presso le Nazioni Unite a Ginevra, «ma da appunti presi da persone che hanno presenziato all’udienza sappiamo che i sette sono stati dichiarati colpevoli di “appartenenza alla deviata setta bahaista, con l’intento di agire contro la sicurezza del paese, per promuovere gli scopi della setta deviante e di organizzazioni all’esterno del paese”».

I verdetti descrivono le attività degli accusati nel BIHE come crimini e prove del loro ipotetico intento di sovvertire lo stato, ha aggiunto la signora Ala’i.

Due dei baha’i, Vahid Mahmoudi e Kamran Mortezaie, sono stati condannati a cinque anni di prigione e quattro anni sono stati inflitti a Mahmoud Badavam, Nooshin Khadem, Farhad Sedghi, Riaz Sobhani e Ramin Zibaie.

«Le autorità sanno benissimo che nelle accuse non c’è niente di vero», ha detto la signora Ala’i. «Il fatto che abbiano proibito ai diplomatici esteri di essere presenti nel tribunale e che i magistrati si siano rifiutati di consegnare una documentazione scritta del verdetto dimostra che le affermazioni e le azioni del governo sono ingiustificabili e mettono chiaramente in evidenza la flagrante discriminazione religiosa sulla quale questo caso si basa».

Continuano le proteste

Nei cinque mesi trascorsi dopo il loro arresto, le proteste per l’incarcerazione dei sette educatori si sono sparse in tutto il mondo. Il Segretario generale dell’ONU Ban Ki-Moon è guidato le critiche contro le azioni dell’Iran, assieme a eminenti figure internazionali come i premi Nobel arcivescovo Desmond Tutu e Jose Ramos-Horta, Presidente di Timor East. In ottobre, 43 illustri filosofi e teologi di 16 paesi hanno sottoscritto una lettera aperta di protesta contro l’attacco al BIHE.

Venerdì scorso, in Irlanda, una cinquantina di accademici ha invitato le autorità iraniane a interrompere gli attacchi contro i baha’i e a permettere a tutti di accedere agli studi superiori. «È difficile credere che un governo neghi il diritto all’istruzione a un gruppo di studenti», hanno scritto all’Irish Times. «Queste azioni fanno chiaramente capire che le autorità iraniane intendono bloccare il progresso e lo sviluppo di questi giovani negando loro l’istruzione esclusivamente a causa della loro religione».

In Germania, 45 eminenti professori hanno chiesto l’immediata liberazione dei sette. Il 25 ottobre hanno scritto al Ministro iraniano per la scienza, la ricerca e la tecnologia: «Insistiamo sul rispetto senza riserve del diritto agli studi superiori per tutti i cittadini del vostro paese in accordo con le norme internazionali . . .».

Quattro giorni prima, Markus Loning, Commissario del Ministero degli esteri tedesco per le politiche dei diritti umani e degli aiuti umanitari, ha detto: «Gli accusati devono avere diritto a un processo trasparente secondo il principio dello stato di diritto». Rolf Mutzenich, portavoce per la politica estera del gruppo parlamentare socialdemocratico tedesco ha detto che il giudizio è «inaccettabile e l’intolleranza religiosa che rispecchia è intollerabile . . . È urgente e necessario che il governo iraniano ponga fine alla sua discriminazione contro i baha’i e rispetti i loro diritti fondamentali all’istruzione e alla professione della loro fede».

La settimana scorsa, 26 cineasti, produttori e attori cinematografici hanno raccomandato al governo brasiliano di difendere i diritti dei cineasti, dei giornalisti e degli educatori baha’i e di invitare l’Iran a liberarli immediatamente. Fra i firmatari della lettera aperta, riportata dal prestigioso quotidiano Folha de Sao Paolo, figurano applauditi registi come Hector Babenco, Atom Egoyan, Mohsen Makhmalbaf e Walter Salles.

In una dichiarazione del 20 ottobre, il rappresentante federale brasiliano Luiz Couto, già presidente della Commissione per i diritti umani del paese, ha detto: «Sappiamo tutti quanto lavoro stiano facendo i baha’i in Brasile nel campo della parità, della giustizia e dei diritti umani e molti di noi sanno anche del loro lavoro nel campo dell’educazione nelle comunità . . . perché queste persone non possono avere il diritto di professare la loro fede?».

Gli educatori incarcerati sono stati sostenuti anche da Scholars at Risk (SIR), una rete internazionale di oltre 260 università and college in 33 paesi che promuove la libertà accademica e la libertà di pensiero, di opinione, di espressione, di associazione e di viaggio.

«I fatti suggeriscono un tentativo di escludere i baha’i dalle possibilità di proseguire gli studi superiori in Iran e suscitano forti preoccupazioni che l’Iran organizzi una campagna più ampia per limitare la possibilità degli intellettuali e degli studiosi di lavorare liberamente nel paese», ha scritto la SIR il 31 ottobre.

«Scholars at Risk pensa che tutto questo sia particolarmente preoccupante e spiacevole, data la ricca storia intellettuale iraniana e il suo tradizionale sostegno dei valori degli studi e della libera ricerca».

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Mentre l’ONU esamina con attenzione la situazione dei diritti umani in Iran, proseguono gli attacchi contro i bahai

GINEVRA, 4 novembre 2011 (BWNS) – Mentre un’istituzione dell’ONU conclude che la persecuzione dei baha’i in Iran è una chiara violazione di uno dei principali trattati sui diritti umani, la Baha’i International Community apprende che i baha’i e le loro proprietà sono stati recentemente oggetto di un’ondata di attacchi.

A Rasht, tre donne sono state arrestate per accuse di attività contro la sicurezza nazionale dopo che 16 case baha’i sono state sottoposte a durissime perquisizioni. A Semnan, una decina di negozi di proprietà baha’i sono stati chiusi dalle autorità e due licenze di commercio sono state revocate. È giunta notizia che, nella città di Sanandaj, le autorità hanno cercato di convincere gruppi di baha’i a promettere di non partecipare ad alcune riunioni, conosciute come Feste del diciannovesimo giorno, che si svolgono nelle abitazioni dei loro correligionari.

«Questi recenti eventi hanno tutto l’aspetto di atti guidati da un centro coordinatore», ha detto Diane Ala’i, rappresentante della Baha’i International Community presso le Nazioni Unite, «e contraddicono chiaramente le dichiarazioni che sentiamo spesso dalle autorità iraniane che i baha’i hanno titolo ai diritti di cui godono tutti gli altri e che le attività inerenti il credo personale e gli affari della comunità sono permesse».

Oltre cento baha’i si trovano attualmente nelle prigioni iraniane. Fra questi vi sono i sette dirigenti della comunità, che stanno scontando vent’anni di prigione ciascuno, per accuse costruite, e sette educatori messi in prigione per aver partecipato a un’iniziativa informale creata per aiutare i giovani baha’i che il governo esclude dall’accesso agli studi superiori. Ma non è tutto.

Oltre alle persone già in prigione, più di trecento baha’i precedentemente arrestati e poi liberati sono in attesa di processo o di essere convocati per scontare la pena. Le somme che sono stati invitati versare come cauzione, molto spesso usando titoli di proprietà o licenze commerciali, sono esorbitanti. Centinaia di case baha’i sono state perquisite e beni personali, come libri, computer, telefoni cellulari, fotografie e documenti, sono stati confiscati.

Tutto ciò è un’ulteriore impoverimento delle risorse dei baha’i che sono già soggette a molti atti sistematici compiuti per assottigliarle con tattiche come vietare ai baha’i di essere proprietari o di lavorare in oltre 25 tipi di attività commerciali, revoche arbitrarie di licenze commerciali, chiusura di negozi di proprietà baha’i, ingiunzioni ai datori di lavoro di non assumere dipendenti baha’i e l’esclusione dei giovani baha’i dagli studi superiori.

Ieri, Il Comitato per i diritti umani delle Nazioni Unite, un corpo di 18 esperti indipendenti, ha criticato l’Iran perché non si attiene al Patto internazionale sui diritti civili e politici (ICCPR), che il paese ha sottoscritto e ratificato.

I risultati del Comitato sono arrivati due settimane dopo un’udienza durante la quale una delegazione del governo iraniano ha cercato di difendere la situazione dei diritti umani nel paese. La relazione scritta della delegazione (27 pagine) afferma che «nessun cittadino iraniano ha priorità sugli altri per la razza, la religione o la lingua».

Durante l’udienza, il Comitato ha posto diverse domande sul trattamento dei baha’i in Iran. Un membro del Comitato, l’egiziano Ahmad Fathalla ha detto che poiché l’ICCRP attribuisce lo stesso valore alla religione e alle convinzioni, l’Iran deve riconoscere ai baha’i il diritto di manifestare le loro convinzioni «personalmente e nella comunità, in pubblico e in privato», anche se le autorità non considerano la Fede baha’i una religione.

Il Comitato ha espresso preoccupazione anche per molti altri tipi di violazione dei diritti umani, come l’alta frequenza delle sentenze capitali, l’assenza di donne nelle alte gerarchie del governo e l’ampio uso della tortura.

Nelle sue conclusioni, il Comitato ha raccomandato all’Iran di «prendere provvedimenti immediati per assicurare che i membri della comunità baha’i siano protetti contro le discriminazioni in ogni campo, che le violazioni dei loro diritti siano immediatamente prese in considerazione, che i responsabili delle violazioni siano processati e che si trovino rimedi efficaci».

Soddisfatta per la relazione del Comitato, Diane Ala’i ha detto: «Il Comitato per i diritti umani dell’ONU sta dicendo all’Iran di smettere di giustificarsi e di rispettare il suo impegno di proteggere i diritti di tutti i suoi cittadini di avere una completa libertà di religione».

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Giunta provinciale di Bari delibera sulle violazioni dei diritti civili in iran

L’otto ottobre u.s. la Giunta della Provincia di Bari, sensibilizzata dall’Ufficio per le relazioni esterne dell’Assemblea Spirituale Nazionale e da alcuni volenterosi credenti della comunità bahai barese, ha approvato una deliberazione avente come oggetto «Violazione dei diritti civili in Iran. Appello della comunità Bahà’i [sic]. Adesione». Dopo una breve descrizione della Fede e della situazione dei bahá’í in Iran in questi anni, la delibera dice che la Giunta provinciale esprime solidarietà alle vittime delle persecuzioni contro le minoranze religiose in Iran, compresi i bahá’í, si impegna di informare il pubblico per sensibilizzarlo alla difficile situazione dei bahá’í in Iran, esprime seria preoccupazione per i sette dirigenti bahá’í detenuti, chiede «al Presidente del Consiglio e al Governo misure urgenti ed efficaci da attuarsi presso le autorità iraniane affinchè [sic] il processo si svolga in modo equo e aperto, nel rispetto di tutte le norme internazionali, nonché ai sensi della Convenzione Internazionale sui diritti civili e politici (ICCPR), ratificata dall’Iran», chiede al governo iraniano di liberare immediatamente i sette membri dello Yárán, trasmette lo stesso invito indirizzato al Presidente del Consiglio e al Governo italiano anche alle altre autorità italiane e alle autorità internazionali. Questa delibera è stata approvata poco meno di tre mesi dopo che, il 5 agosto u.s., la Regione Puglia ne ha adottata una analoga.

Una relazione illustra la campagna mediatica dell’iran per demonizzare i bahai

NEW YORK, 21 ottobre 2011 (BWNS) – Una vasta campagna mediatica, passata inosservata al di fuori dell’iran, fomenta sistematicamente odio e discriminazione contro i 300 mila membri della minoranza baha’i del paese.

In una relazione pubblicata oggi, la Baha’i International Community documenta e analizza oltre 400 pubblicazioni stampa e mediatiche in un periodo di 16 mesi, che fanno parte di un insidioso tentativo sponsorizzato dallo stato di demonizzare e diffamare i baha’i, usando false accuse, terminologie incendiarie e immagini ripugnanti.

Il testo inglese della relazione si trova in questo indirizzo: http://bic.org/resources/documents/inciting-hatred-book

«Questa propaganda anti-baha’i è sconvolgente per le dimensioni e la veemenza, la portata e la sofisticazione», ha detto Bani Dugal, il principale rappresentante della Baha’i International Community presso le Nazioni Unite.

«Tutto è cinicamente calcolato per fomentare antagonismo contro una comunità religiosa pacifica i cui membri cercano di contribuire al benessere della loro società», ha detto.

Le principali conclusioni della relazione, intitolata «Un incitamento all’odio: la campagna mediatica iraniana per demonizzare i baha’i», sono:

– la propaganda anti-baha’i nasce ai più alti livelli della dirigenza del paese, che la sanziona. Fra questi vi sono il Leader supremo Ayatollah Ali Khamenei, che l’anno scorso ha pronunziato un discorso altamente discriminatorio nella città santa (per gli aiatollàh, non certo per i Bahai, N.d.W.) di Qom;

– la campagna disdegna la legge e le norme internazionali dei diritti umani, compresa una risoluzione approvata qualche mese fa dal Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite che condanna e combatte specificamente la stereotipizzazione negativa e l’incitamento all’odio delle minoranze religiose;

– i baha’i sono stigmatizzati come «estranei» nel loro paese e nemici dell’Islam in modo chiaramente calcolato per provocare la sensibilità religiosa dei musulmani sciiti iraniani;

– la campagna mira a distogliere l’attenzione dalle richieste di democrazia in Iran usando i baha’i come «capro espiatorio» multiuso e, così facendo, a marchiare chi si oppone al governo e i difensori dei diritti umani come baha’i, «come se questo fosse il più odioso dei crimini».

– le autorità disseminano grottesche teorie compresa quella che i giornalisti, in particolare quelli della British Broadcasting Corporation (BBC) e di Voice of America (VOA), sono controllati o influenzati dai baha’i, perché trasmettono reportage sulle violazioni dei diritti umani in Iran;

«Il contenuto diversificato di questi attacchi dimostra un enorme sforzo e un immenso impegno di risorse da parte della repubblica islamica», dice la relazione.

«Molti attacchi sono costruiti su volgari mistificazioni della storia baha’i. Alcuni usano una strategia di colpevolizzazione accomunando i baha’i a gruppi totalmente estranei, come i “Satanisti” o la polizia segreta dello scià. Altri ancora ricorrono alla tattica di collegare i baha’i agli “oppositori” del regime, cosa che permette al governo di screditare i baha’i e i suoi oppositori in un sol colpo. La campagna fa ampio uso della Rete e spesso usa immagini crude che mostrano i baha’i come spiriti malefici o agenti di Israele».

Bani Dugal ha detto che il tema della demonizzazione della comunità baha’i iraniana merita l’attenzione dei governi, delle istituzioni legali internazionali e delle persone giuste di tutto il mondo.

«La campagna viola chiaramente la legge internazionale dei diritti umani», ha detto, «e inoltre contraddice la vecchia pretesa dell’iran presso le Nazioni Unite e altrove, ossia che il paese sta lavorando per appoggiare misure che mettano al bando o condannino ogni discorso di odio contro le religioni o i loro seguaci».

«Le somiglianze fra l’odierna campagna di propaganda anti-baha’i in Iran e altre passate campagne antireligiose sponsorizzate dallo stato sono innegabili. La storia dimostra che queste campagne fanno sempre prevedere vere e proprie violenze contro le minoranze religiose e, nel peggiore dei casi, precedono i genocidi.

«È arrivato al momento di dire all’iran che queste madornali violazioni delle leggi e delle norme internazioni non possono più essere tollerate», ha detto la signora Dugal.

Per leggere l’articolo in inglese online e accedere ai link, si vada a: http://news.bahai.org/story/861

Condannati gli educatori bahai in iran

NEW YORK, 18 ottobre 2011, BWNS – Secondo le ultime notizie ricevute dalla Baha’i International Community, sette educatori baha’i in Iran sono stati condannati a quattro o cinque anni di carcere.

I verdetti contro i sette sarebbero stati pronunciati da un giudice del Ramo 28 del Tribunale rivoluzionario di Teheran.

Gli educatori erano in carcere da circa cinque mesi per il loro coinvolgimento con un’iniziativa educativa informale della comunità, nota come Istituto baha’i di studi superiori (BIHE), per cui alcuni professori baha’i, ai quali il governo iraniano impedisce di esercitare la professione, danno lezioni a giovani membri della comunità messi al bando dalle università.

Due di questi educatori, Vahid Mahmoudi e Kamran Mortezaie, sono stati condannati a cinque anni di carcere.

Quattro anni di carcere sono stati inflitti ai docenti del BIHE Ramin Zibaie, Mahmoud Badavam e Farhad Sedghi, al consulente Riaz Sobhani e all’assistente Nooshin Khadem.

«Non è ancora chiaro quali accuse siano state mosse contro queste anime innocenti, che volevano solo servire alcuni giovani che erano stati ingiustamente esclusi dagli studi superiori per motivi puramente religiosi», ha detto Bani Dugal, principale rappresentante della Baha’i International Community presso le Nazioni Unite.

«Che razza di società è quella che considera un crimine da punire l’atto di dare istruzione a un giovane?», ha detto.

Altri due baha’i associati al BIHE, marito e moglie, Kamran Rahimian e Faran Hesami, insegnati di psicologia, sono trattenuti in carcere senza alcuna accusa.

Proteste in tutto il mondo

I recenti attacchi mossi contro il BIHE continuano a suscitare parole di condanna da parte di governi, organizzazioni, accademici e giovani di tutto il mondo.

Oltre 70 accademici in Australia, fra i quali anche il vicerettore dell’Università di Ballarat, David Battersby, hanno firmato una lettera aperta che protesta contro la discriminazione dell’Iran nei confronti degli studenti baha’i e chiede l’immediata liberazione degli educatori arrestati.

Il 10 ottobre, 43 eminenti filosofi e teologi di 16 paesi hanno firmato un’altra lettera di protesta. «Acquisire il sapere è un sacro diritto legale di tutti. In verità, lo stato è obbligato ad assicurare questo diritto. In Iran, il governo ha fatto il contrario . . .», hanno scritto gli accademici.

Due premi Nobel, Desmond Tutu, ex Arcivescovo anglicano di Città del Capo e Jose Ramos-Horta, presidente di Timor Est, hanno duramente criticato in un’altra lettera aperta il governo iraniano, paragonando le sue azioni ai «Secoli bui in Europa» e all’«Inquisizione di Spagna».

Il 5 ottobre, riassumendo un dibattito del Senato canadese sui baha’i in Iran, il senatore Hugh Segal ha detto che le sofferenze inflitte ai baha’i sono «sistematiche e brutali, tanto più che la religione baha’i è nota come una fede pacifica che accoglie la santità di tutte le religioni».

«L’oppressione ufficiale dei baha’i in Iran . . . è un campanello d’allarme per tutta l’umanità e le persone e le democrazie libere di tutto il mondo che indica la necessità di sorvegliare direttamente la dura realtà iraniana e di non smettere di farlo finché il problema non sarà direttamente affrontato», ha detto il senatore Segal.

Sono 112 i baha’i attualmente dietro le sbarre in Iran a causa della loro religione. Fra questi vi sono i sette dirigenti baha’i, che stanno scontando vent’anni di prigione per accuse costruite. I casi di circa 300 altri baha’i sono ancora aperti presso le autorità iraniane.

Per leggere l’articolo in inglese online e accedere ai link, si vada a: http://news.bahai.org/story/860