I baha’i sudafricani riflettono su cent’anni di unità razziale

JOHANNESBURG, Sud Africa, 18 novembre 2011, (BWNS) – In Sud Africa, i baha’i di tutte le origini possono oggi liberamente riunirsi e dimostrare la loro fede nell’unità del genere umano. Ma non è sempre stato così.

Fra le storie che sono state raccontate durante la celebrazione del centenario della comunità baha’i sudafricana alcune hanno parlato dei pericoli affrontati dai baha’i che cercavano di seguire la loro fede durante gli anni più duri dell’apartheid.

«La comunità ha riflettuto sul ruolo dei primi baha’i nella promozione dell’unità in un paese con un difficile passato di segregazione razziale», ha detto Khwezi Fudu, portavoce dei baha’i del Sud Africa.

«Ma abbiamo anche celebrato, con presentazioni musicali, teatrali e audio-visive, il contributo offerto al paese dalla comunità baha’i nel campo dell’unità razziale, dell’educazione morale dei bambini e dei giovani, della parità di genere e del dialogo interreligioso».

In un messaggio alla riunione, che si è svolta nel centro nazionale baha’i il 12 novembre, l’ex presidente sudafricano Thabo Mbeki ha detto. «Siamo . . . molto incoraggiati dal fatto che nel rispondere alle sfide dello sviluppo umano avete cercato non solo di fornire servizi ma anche di alimentare la capacità che tutti gli esseri umani hanno di svilupparsi, anche nell’ambito morale».

«Siamo onorati e rafforzati dalla presenza nel paese di membri della fede baha’i», ha soggiunto.

Un’elezione multirazziale

Dignitari e ospiti che hanno partecipato alla celebrazione hanno sentito che, dopo l’arrivo della Fede baha’ in Sud Africa nel 1912, a poco a poco persone di tutte le razze hanno aderito alla fede. Ne 1956, quando le dimensioni della comunità furono tali da poter eleggere un direttivo regionale, i baha’i dell’Africa del Sud di varie origini razziali si riunirono in una piccola fattoria a Highveld.

Per precauzione, Reginald Turvey, un noto pittore che era baha’i, fu messo sulla strada che portava alla fattoria a fare da sentinella. Egli aveva il compito di segnalare l’arrivo di agenti della polizia. In quel caso i votanti si sarebbero separati. I baha’i africani facevano finta di pulire e cucinare, mentre i bianchi facevano finta di giocare a carte.

Quella storica elezione si concluse senza problemi e i suoi risultati fruono una testimonianza del principio baha’i dell’unità razziale: dei nove membri eletti, due erano neri, uno un meticcio sudafricano, uno swazi e quattro bianchi.

Ospiti illustri

Fra gli ospiti della celebrazione del centenario c’erano l’ex first lady del Sud Africa, Zanele Mbeki, la famiglia reale Sigcau del popolo AmaMpondo, Agostinho Zacarias, coordinatore locale delle Nazioni Unite e altri illustri personaggi, come funzionari del governo, membri del corpo diplomatico, artisti, rappresentanti dei media e dei sindacati, accademici, capi religiosi e attivisti sociali.

L’Alto commissario australiano, sua eccellenza la signora Ann Harrap, che ha pronunciato un discorso di apertura su temi come la valorizzazione delle donne, ha detto che l’evento è stato «piacevole, ispirante ed educativo».

«Mi ha colpito il modo in cui la comunità baha’i si è riunita per presentare il contributo che ha offerto alla società sudafricana negli ultimi cent’anni», ha detto.

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Il Tempio del loto personifica «il messaggio per il mondo moderno»

NEW DELHI, India, 14 novembre 2011 (BWNS) –

Nel XXV anniversario dell’apertura della Casa di culto baha’i, il primo ministro di Delhi ha elogiato l’impatto del tempio sulla società indiana e il resto del mondo.

«È un edificio tipico dell’India. Non ce n’è nessun altro», ha detto Sheila Dikshit alla folla che ha partecipato alle celebrazioni del giubileo d’argento del tempio. «Grazie anche a questo tempio Delhi ha trovato la strada per toccare il cuore di milioni di persone in tutto il mondo».

Il primo ministro lo ha detto durante la sua visita speciale l’ultimo giorno di un programma di celebrazioni per le quali si sono riunite nel terreno del tempio oltre cinquemila persone provenienti da tutto il subcontinente indiano e da altri 60 paesi.

«Vorrei esprimere a parole a mia gioia», ha detto la signora Dikshit. «Il vostro è il messaggio per il mondo moderno. La Fede baha’i insegna che siamo tutti uguali. Supera tutte le anguste considerazioni dell’umanità».

Nel suo messaggio per l’occasione, la Casa Universale di Giustizia ha osservato che il tempio ha il «potere di armonizzare l’evidente diversità dei suoi visitatori, di ridestare la nobiltà nei cuori e di rafforzare la speranza della pace».

«All’ombra di questo magnifico edificio, milioni di persone che cercano Dio hanno trovato pace e sono stati edificati dai canti di lode e di esaltazione che s’innalzano dal suo sancta sanctorum», ha scritto la Casa Universale di Giustizia.

Un messaggio di auguri è giunto anche dal Presidente dell’India, signora Shrimati Pratibha Devisingh Patil, e dall’ex Presidente, dottor A.P.J. Kalam.

«La Casa di culto con i suoi magnifici dintorni trasmette un messaggio sul modo in cui si possono celebrare le differenze che esistono nella società», ha scritto il dottor Kalam. «Questa cultura della celebrazione delle differenze nella società è il massimo contributo offerto dalla Fede baha’i all’umanità».

La Casa di culto baha’i, nota come «Tempio del loto» per il suo premiato progetto ispirato a un fiore di loto, è uno degli edifici più visitati del mondo. Nell’ultimo quarto di secolo è stato visitato da una media di 4 milioni e trecento mila persone l’anno, provenienti da tutte le nazioni, le religioni e le classi sociali.

Aperta a tutti, la Casa di culto si propone di offrire un luogo d’incontro centrale per la preghiera e la meditazione e, in futuro, una serie di strutture per provvedere ai bisogni sociali ed educativi della popolazione.

Il tempio di New Delhi, ha scritto la Casa Universale di Giustizia, «non ha solo dato espressione al profondo bisogno che l’uomo ha di adorare Iddio ma ha anche dimostrato di essere capace di tradurre e trasferire quel culto in un servizio dinamico e spassionato per il miglioramento dell’umanità».

Il crescente contributo della Casa di culto alla società indiana è stato evidenziato dal Ministro indiano del turismo, Subodh Kant Sahai, che ha scritto che esso «ospita attività aconfessionali come l’educazione spirituale e morale dei bambini e dei giovani e incontri durante i quali gli adulti studiano sistematicamente importanti principi spirituali e la loro applicazione alla vita di tutti i giorni».

Il messaggio che «la preghiera è incompleta se non si traduce in un servizio» è stato ripetuto durante tutte le presentazioni, su temi come l’armonia comunitaria, la trasformazione sociale, l’educazione dei bambini e la valorizzazione dei giovani.

Notevole la partecipazione dei giovani ai programmi devozionali, alle presentazioni artistiche e ai discorsi, alcuni dei quali sono stati preparati da persone e rappresentanti di organizzazioni che avevano ricevuto un premio intitolato «Campioni della trasformazione sociale».

Onori ai costruttori del Tempio

Alla fine del suo discorso, il Primo ministro di Delhi ha elogiato l’architetto della Casa di culto, Fariborz Sahba del Canada, presente alle celebrazioni, e a coloro che mantengono oggi il tempio.

«Soprattutto, mi inchino davanti a coloro che fanno apparire questo edificio esattamente come era il primo giorno», ha detto la signora Dikshit.

Sei membri dell’equipe che ha costruito il tempio hanno ricevuto uno speciale dono commemorativo. Fra loro c’era Anumolu Ramakrishna, ex presidente e vice direttore generale della Larsen & Toubro Ltd., la compagnia edile che ha costruito il tempio.

«Il progetto di un edificio ha bisogno di unità», ha detto il signor Ramakrishna. «Se non si lavora tutti uniti, le cose non funzionano».

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Processati sette educatori bahai: continuano le proteste

GINEVRA, 7 novembre 2011, (BWNS) — Mentre arrivano altre notizie sul processo di sette educatori baha’i, continuano ad aumentare in tutto il mondo le proteste contro la persecuzione degli studenti e degli insegnanti baha’i iraniani.

Negli ultimi giorni, politici brasiliani, accademici tedeschi e irlandesi e un gruppo internazionale di eminenti cineasti hanno condannato la sistematica esclusione dei baha’i dagli studi superiori in Iran e gli attacchi del governo iraniano contro un’iniziativa informale della comunità baha’i per educare i propri giovani membri.

La Baha’i International Community ha recentemente appreso che sette educatori in carcere, lettori o collaboratori di un’iniziativa comunitaria nota come Istituto baha’i per gli studi superiori (BIHE), sono stati portati in tribunale in due giorni diversi, ammanettati e con le catene alle caviglie. Qui, alla presenza dei loro avvocati, sono stati informati del verdetto e della condanna.

«Né gli imputati né i difensori hanno visto una copia scritta del verdetto», ha detto Diane Ala’i, rappresentante della Baha’i International Community presso le Nazioni Unite a Ginevra, «ma da appunti presi da persone che hanno presenziato all’udienza sappiamo che i sette sono stati dichiarati colpevoli di “appartenenza alla deviata setta bahaista, con l’intento di agire contro la sicurezza del paese, per promuovere gli scopi della setta deviante e di organizzazioni all’esterno del paese”».

I verdetti descrivono le attività degli accusati nel BIHE come crimini e prove del loro ipotetico intento di sovvertire lo stato, ha aggiunto la signora Ala’i.

Due dei baha’i, Vahid Mahmoudi e Kamran Mortezaie, sono stati condannati a cinque anni di prigione e quattro anni sono stati inflitti a Mahmoud Badavam, Nooshin Khadem, Farhad Sedghi, Riaz Sobhani e Ramin Zibaie.

«Le autorità sanno benissimo che nelle accuse non c’è niente di vero», ha detto la signora Ala’i. «Il fatto che abbiano proibito ai diplomatici esteri di essere presenti nel tribunale e che i magistrati si siano rifiutati di consegnare una documentazione scritta del verdetto dimostra che le affermazioni e le azioni del governo sono ingiustificabili e mettono chiaramente in evidenza la flagrante discriminazione religiosa sulla quale questo caso si basa».

Continuano le proteste

Nei cinque mesi trascorsi dopo il loro arresto, le proteste per l’incarcerazione dei sette educatori si sono sparse in tutto il mondo. Il Segretario generale dell’ONU Ban Ki-Moon è guidato le critiche contro le azioni dell’Iran, assieme a eminenti figure internazionali come i premi Nobel arcivescovo Desmond Tutu e Jose Ramos-Horta, Presidente di Timor East. In ottobre, 43 illustri filosofi e teologi di 16 paesi hanno sottoscritto una lettera aperta di protesta contro l’attacco al BIHE.

Venerdì scorso, in Irlanda, una cinquantina di accademici ha invitato le autorità iraniane a interrompere gli attacchi contro i baha’i e a permettere a tutti di accedere agli studi superiori. «È difficile credere che un governo neghi il diritto all’istruzione a un gruppo di studenti», hanno scritto all’Irish Times. «Queste azioni fanno chiaramente capire che le autorità iraniane intendono bloccare il progresso e lo sviluppo di questi giovani negando loro l’istruzione esclusivamente a causa della loro religione».

In Germania, 45 eminenti professori hanno chiesto l’immediata liberazione dei sette. Il 25 ottobre hanno scritto al Ministro iraniano per la scienza, la ricerca e la tecnologia: «Insistiamo sul rispetto senza riserve del diritto agli studi superiori per tutti i cittadini del vostro paese in accordo con le norme internazionali . . .».

Quattro giorni prima, Markus Loning, Commissario del Ministero degli esteri tedesco per le politiche dei diritti umani e degli aiuti umanitari, ha detto: «Gli accusati devono avere diritto a un processo trasparente secondo il principio dello stato di diritto». Rolf Mutzenich, portavoce per la politica estera del gruppo parlamentare socialdemocratico tedesco ha detto che il giudizio è «inaccettabile e l’intolleranza religiosa che rispecchia è intollerabile . . . È urgente e necessario che il governo iraniano ponga fine alla sua discriminazione contro i baha’i e rispetti i loro diritti fondamentali all’istruzione e alla professione della loro fede».

La settimana scorsa, 26 cineasti, produttori e attori cinematografici hanno raccomandato al governo brasiliano di difendere i diritti dei cineasti, dei giornalisti e degli educatori baha’i e di invitare l’Iran a liberarli immediatamente. Fra i firmatari della lettera aperta, riportata dal prestigioso quotidiano Folha de Sao Paolo, figurano applauditi registi come Hector Babenco, Atom Egoyan, Mohsen Makhmalbaf e Walter Salles.

In una dichiarazione del 20 ottobre, il rappresentante federale brasiliano Luiz Couto, già presidente della Commissione per i diritti umani del paese, ha detto: «Sappiamo tutti quanto lavoro stiano facendo i baha’i in Brasile nel campo della parità, della giustizia e dei diritti umani e molti di noi sanno anche del loro lavoro nel campo dell’educazione nelle comunità . . . perché queste persone non possono avere il diritto di professare la loro fede?».

Gli educatori incarcerati sono stati sostenuti anche da Scholars at Risk (SIR), una rete internazionale di oltre 260 università and college in 33 paesi che promuove la libertà accademica e la libertà di pensiero, di opinione, di espressione, di associazione e di viaggio.

«I fatti suggeriscono un tentativo di escludere i baha’i dalle possibilità di proseguire gli studi superiori in Iran e suscitano forti preoccupazioni che l’Iran organizzi una campagna più ampia per limitare la possibilità degli intellettuali e degli studiosi di lavorare liberamente nel paese», ha scritto la SIR il 31 ottobre.

«Scholars at Risk pensa che tutto questo sia particolarmente preoccupante e spiacevole, data la ricca storia intellettuale iraniana e il suo tradizionale sostegno dei valori degli studi e della libera ricerca».

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Mentre l’ONU esamina con attenzione la situazione dei diritti umani in Iran, proseguono gli attacchi contro i bahai

GINEVRA, 4 novembre 2011 (BWNS) – Mentre un’istituzione dell’ONU conclude che la persecuzione dei baha’i in Iran è una chiara violazione di uno dei principali trattati sui diritti umani, la Baha’i International Community apprende che i baha’i e le loro proprietà sono stati recentemente oggetto di un’ondata di attacchi.

A Rasht, tre donne sono state arrestate per accuse di attività contro la sicurezza nazionale dopo che 16 case baha’i sono state sottoposte a durissime perquisizioni. A Semnan, una decina di negozi di proprietà baha’i sono stati chiusi dalle autorità e due licenze di commercio sono state revocate. È giunta notizia che, nella città di Sanandaj, le autorità hanno cercato di convincere gruppi di baha’i a promettere di non partecipare ad alcune riunioni, conosciute come Feste del diciannovesimo giorno, che si svolgono nelle abitazioni dei loro correligionari.

«Questi recenti eventi hanno tutto l’aspetto di atti guidati da un centro coordinatore», ha detto Diane Ala’i, rappresentante della Baha’i International Community presso le Nazioni Unite, «e contraddicono chiaramente le dichiarazioni che sentiamo spesso dalle autorità iraniane che i baha’i hanno titolo ai diritti di cui godono tutti gli altri e che le attività inerenti il credo personale e gli affari della comunità sono permesse».

Oltre cento baha’i si trovano attualmente nelle prigioni iraniane. Fra questi vi sono i sette dirigenti della comunità, che stanno scontando vent’anni di prigione ciascuno, per accuse costruite, e sette educatori messi in prigione per aver partecipato a un’iniziativa informale creata per aiutare i giovani baha’i che il governo esclude dall’accesso agli studi superiori. Ma non è tutto.

Oltre alle persone già in prigione, più di trecento baha’i precedentemente arrestati e poi liberati sono in attesa di processo o di essere convocati per scontare la pena. Le somme che sono stati invitati versare come cauzione, molto spesso usando titoli di proprietà o licenze commerciali, sono esorbitanti. Centinaia di case baha’i sono state perquisite e beni personali, come libri, computer, telefoni cellulari, fotografie e documenti, sono stati confiscati.

Tutto ciò è un’ulteriore impoverimento delle risorse dei baha’i che sono già soggette a molti atti sistematici compiuti per assottigliarle con tattiche come vietare ai baha’i di essere proprietari o di lavorare in oltre 25 tipi di attività commerciali, revoche arbitrarie di licenze commerciali, chiusura di negozi di proprietà baha’i, ingiunzioni ai datori di lavoro di non assumere dipendenti baha’i e l’esclusione dei giovani baha’i dagli studi superiori.

Ieri, Il Comitato per i diritti umani delle Nazioni Unite, un corpo di 18 esperti indipendenti, ha criticato l’Iran perché non si attiene al Patto internazionale sui diritti civili e politici (ICCPR), che il paese ha sottoscritto e ratificato.

I risultati del Comitato sono arrivati due settimane dopo un’udienza durante la quale una delegazione del governo iraniano ha cercato di difendere la situazione dei diritti umani nel paese. La relazione scritta della delegazione (27 pagine) afferma che «nessun cittadino iraniano ha priorità sugli altri per la razza, la religione o la lingua».

Durante l’udienza, il Comitato ha posto diverse domande sul trattamento dei baha’i in Iran. Un membro del Comitato, l’egiziano Ahmad Fathalla ha detto che poiché l’ICCRP attribuisce lo stesso valore alla religione e alle convinzioni, l’Iran deve riconoscere ai baha’i il diritto di manifestare le loro convinzioni «personalmente e nella comunità, in pubblico e in privato», anche se le autorità non considerano la Fede baha’i una religione.

Il Comitato ha espresso preoccupazione anche per molti altri tipi di violazione dei diritti umani, come l’alta frequenza delle sentenze capitali, l’assenza di donne nelle alte gerarchie del governo e l’ampio uso della tortura.

Nelle sue conclusioni, il Comitato ha raccomandato all’Iran di «prendere provvedimenti immediati per assicurare che i membri della comunità baha’i siano protetti contro le discriminazioni in ogni campo, che le violazioni dei loro diritti siano immediatamente prese in considerazione, che i responsabili delle violazioni siano processati e che si trovino rimedi efficaci».

Soddisfatta per la relazione del Comitato, Diane Ala’i ha detto: «Il Comitato per i diritti umani dell’ONU sta dicendo all’Iran di smettere di giustificarsi e di rispettare il suo impegno di proteggere i diritti di tutti i suoi cittadini di avere una completa libertà di religione».

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Giunta provinciale di Bari delibera sulle violazioni dei diritti civili in iran

L’otto ottobre u.s. la Giunta della Provincia di Bari, sensibilizzata dall’Ufficio per le relazioni esterne dell’Assemblea Spirituale Nazionale e da alcuni volenterosi credenti della comunità bahai barese, ha approvato una deliberazione avente come oggetto «Violazione dei diritti civili in Iran. Appello della comunità Bahà’i [sic]. Adesione». Dopo una breve descrizione della Fede e della situazione dei bahá’í in Iran in questi anni, la delibera dice che la Giunta provinciale esprime solidarietà alle vittime delle persecuzioni contro le minoranze religiose in Iran, compresi i bahá’í, si impegna di informare il pubblico per sensibilizzarlo alla difficile situazione dei bahá’í in Iran, esprime seria preoccupazione per i sette dirigenti bahá’í detenuti, chiede «al Presidente del Consiglio e al Governo misure urgenti ed efficaci da attuarsi presso le autorità iraniane affinchè [sic] il processo si svolga in modo equo e aperto, nel rispetto di tutte le norme internazionali, nonché ai sensi della Convenzione Internazionale sui diritti civili e politici (ICCPR), ratificata dall’Iran», chiede al governo iraniano di liberare immediatamente i sette membri dello Yárán, trasmette lo stesso invito indirizzato al Presidente del Consiglio e al Governo italiano anche alle altre autorità italiane e alle autorità internazionali. Questa delibera è stata approvata poco meno di tre mesi dopo che, il 5 agosto u.s., la Regione Puglia ne ha adottata una analoga.