Iran: I baha’i che educano la loro gioventù «cospirano» contro lo stato

GINEVRA, 27 luglio 2011 (BWNS) – Si è saputo che circa nove settimane dopo essere stati arrestati, undici baha’i iraniani, legati a un’iniziativa che offre corsi di studi superiori ai giovani membri della comunità che hanno il divieto di accedere all’università, sono ora stati formalmente accusati.

La Baha’i International Community ha saputo che gli undici, avendo fondato l’Istituto baha’i di educazione superiore, sono ora accusati di «cospirazione contro la Repubblica Islamica dell’Iran».

«Che cosa potrà mai spingere la Repubblica Islamica a muovere un’accusa di questo genere?», si chiede Diane Ala’i, rappresentante della Baha’i International Community presso le Nazioni Unite a Ginevra.

Un’ampia protesta internazionale ha seguito il più recente attacco contro l’Istituto baha’i di educazione superiore (BIHE), durante il quale una quarantina di case sono state perquisite alla fine di maggio. Dei diciannove membri del personale e del corpo accademico che sono stati arrestati durante le perquisizioni, undici sono ancora in prigione.

«Un atto disumano»

La recente aggressione del BIHE è il più recente tentativo di una politica che intende tenere la più grande minoranza religiosa non musulmana dell’Iran ai margini della società. Dalla rivoluzione islamica del 1979, i giovani baha’i sono stati sistematicamente esclusi dagli studi superiori. Non potendo fare altrimenti, la comunità ha avviato un proprio programma educativo. Le autorità iraniane lo hanno aggredito ripetutamente e ora lo dichiarano «illegale».

«Questo atto disumano fa parte di un piano per impoverire i baha’i dell’Iran», spiega la signora Ala’i. «Le autorità sono chiaramente decise a spingere verso l’estero i giovani baha’i, i quali invece hanno voglia di dare un contributo alla società iraniana.

«I baha’i sono esclusi dagli studi superiori da trent’anni. E ora, la loro pacifica iniziativa, intrapresa per soddisfare un’esigenza creata dalle azioni del governo, è accusata di essere una cospirazione contro lo stato.

«Le azioni dell’Iran sono sotto attento esame sia in patria, sia nel mondo da parte di governi, organizzazioni e persone giuste. È tempo che la comunità internazionale contesti energicamente il governo iraniano su questo tema», dice.

I timori delle famiglie

Le famiglie degli undici prigionieri temono che i loro cari possano essere trattenuti in prigione per lungo tempo.

«Nel caso dei sette dirigenti baha’i iraniani, sappiamo che avrebbero dovuto essere liberati dopo otto mesi. Il tribunale non aveva presentato nessuna prova che ne giustificasse la detenzione», dice la signora Ala’i.

«Quando gli avvocati degli imputati hanno protestato contro la detenzione, il tribunale ha presentato altre accuse per giustificarla. Sono stati trattenuti illegalmente per quasi due anni».

Condanna mondiale

Le proteste contro il recente attacco contro l’Istituto baha’i di educazione superiore arrivano da tutto il mondo, dall’Australia allo Zambia.

Universities Australia, che rappresenta le 39 università del paese, ha presentato la questione all’attenzione del direttore generale dell’UNESCO. «Le Università australiane sono unite nel facilitare a tutti l’accesso all’istruzione, indipendentemente dalla fede religiosa», ha scritto l’organizzazione.

In una dichiarazione del 1° giugno, il vice cancelliere e ministro degli esteri austriaco Michael Spindelegger ha detto che questa restrizione imposta ai giovani baha’i è «inaccettabile».

Il 2 giugno u.s. il deputato Luiz Couto, già presidente della Commissione brasiliana per i diritti umani e le minoranze, ha detto al Congresso nazionale brasiliano: «L’azione delle autorità contro persone legate al BIHE dimostra che il governo iraniano intende perseguire la sua politica per l’eliminazione della comunità baha’i».

Il 21 giugno la senatrice Mobina Jaffer, la prima donna musulmana nominata nella camera alta del Canada, ha informato il Senato canadese che gli attacchi «non colpiscono solo gli studenti e il corpo accademico del BIHE, ma la stessa preziosa idea che l’educazione è un diritto di tutti».

Il 15 giugno, il Senato cileno ha chiesto all’unanimità al presidente Sebastian Pinera di «condannare energicamente» l’Iran per la sua «dura e sistematica persecuzione dei baha’i». La risoluzione menziona specificamente l’arresto di membri del corpo accademico e del personale del BIHE e condanna «l’ingiusta detenzione di quelle persone».

L’11 giugno un gruppo di professori di Oxford, Cambridge e altre grandi università inglesi hanno scritto una lettera aperta, invitando gli accademici, gli studenti e i politici ad appoggiare il diritto dei baha’i di accedere agli studi superiori in Iran. «Si deve insegnare alle autorità che i diritti umani sono universali», hanno scritto al quotidiano The Guardian. «L’esclusione dei baha’i dalle università espone l’ignoranza del governo».

In Francia e in Olanda sono state spedite migliaia di cartoline che descrivono la situazione. Alcune stazioni radio francesi hanno mandato in onda servizi sulla campagna di cartoline.

Il 9 giugno, Christoph Strasser, membro del Parlamento tedesco e portavoce dei socialdemocratici per i diritti umani, ha inviato una lettera di protesta all’ambasciatore iraniano in Germania. «Tutti gli esseri umani hanno diritto all’istruzione», ha scritto il signor Strasser. «Proibendo ai baha’i di studiare nelle università, il vostro governo viola diritti umani fondamentali».

Condannando le perquisizioni e gli arresti, il ministro neozelandese degli affari esteri, Murray McCully, ha detto che l’esclusione dall’istruzione superiore dei baha’i in Iran è «riprovevole».

Circa 80 eminenti cittadini indiani hanno firmato una petizione al Governo iraniano che chiede l’immediato e incondizionato rilascio dei prigionieri. «Le conseguenze di questa politica che nega ai giovani baha’i l’accesso agli studi superiori non nuoce solo alla comunità baha’i in Iran, ma anche all’intera nazione», hanno scritto.

Il presidente del Comitato irlandese congiunto degli affari esteri e del commercio ha incontrato, assieme ad altri membri del Comitato, fra i quali vi sono deputati e senatori, l’ambasciatore iraniano in Irlanda e ha affrontato la questione con lui, chiedendogli di trasmettere le loro preoccupazioni alle autorità a Teheran. L’ambasciatore ha promesso che lo avrebbe fatto.

Il 24 maggio il quotidiano Al Seyassah del Kuwait ha pubblicato un articolo sull’aggressione contro il BIHE.

Studenti dell’Università dello Zambia hanno lanciato una campagna di cartoline «in sostegno del BIHE e del diritto all’educazione». La cartolina ritrae da una parte studenti zambiani e dall’altro riporta un messaggio indirizzato al Ministro iraniano della scienza, della ricerca e della tecnologia che afferma: «i baha’i devono essere liberi di entrare nelle università come membri del corpo docente e del personale e come studenti che vogliono laurearsi».

«Continuiamo a invitare i governi, le organizzazioni e le persone di tutto il mondo a sollecitare l’Iran a riconoscere ai baha’i il fondamentale diritto all’istruzione e a liberare immediatamente questi prigionieri», dice Diane Ala’i.

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La «disperata situazione» dei diritti umani in Iran illustrata da istituzioni legali britanniche

LONDRA, 8 luglio 2011, (BWNS) – Due note associazioni legali chiedono al relatore speciale dell’ONU per l’Iran di esaminare la «disperata situazione» dei difensori dei diritti umani e di presunti «dissidenti» nel paese. In una dichiarazione congiunta, la Law Society e il Solicitors’ International Human Rights Group chiedono al nuovo relatore speciale per l’Iran del Consiglio per i diritti umani dell’ONU di affrontare temi come «il trattamento dei “dissidenti” accusati di aver minacciato la sicurezza nazionale in base a esilissime prove. . .». La dichiarazione menziona i casi di «pacifici dimostranti che hanno chiesto di por fine alla discriminazione contro le donne e accademici che si sono opposti alla cinica esclusione dei loro correligionari dall’educa-zione terziaria creando un’università per accogliere i giovani baha’i esclusi». Nove persone sono ancora in carcere dopo una serie di incursioni fatte sette settimane or sono in 39 case di baha’i che davano lezioni a giovani membri della comunità che il governo aveva messo al bando dalle università. Nel marzo scorso il Consiglio ONU dei diritti umani ha nominato un relatore speciale per monitorare la situazione dell’Iran nei confronti dei criteri internazioni dei diritti umani. Il posto è stato assegnato a Ahmed Shaheed, ex ministro degli affari esteri delle Maldive.  La Law Society ha detto che la nomina è un «passo positivo». «Negli ultimi anni la Law Society e il Solicitors Human Rights Group hanno ripetutamente chiesto all’Iran spiegazioni su certi casi di violazione dei diritti umani e sono al corrente dei gravi problemi dei diritti umani nel paese», ha detto la presidentessa della Law Society, Linda Lee. Lionel Blackman, presidente del Solicitors’ International Human Rights Group, ha detto che il relatore speciale «deve andare coraggiosamente al di là delle menzogne delle autorità iraniane, come quelle dette il mese scorso da Mohammad-Javad Larijani, segretario generale dell’Alto consiglio per i diritti umani, che l’Iran non arresta nessun baha’i in Iran solo perché è baha’i.  «Molti documenti da fonti attendibili raccolti in oltre trent’anni indicano il contrario. Infatti i rappresentanti nazionali di questa minoranza religiosa sono appena entrati ne terzo anno di detenzione dopo essere stati condannati a 20 anni di carcere in un processo legale pieno di difetti», ha detto il signor Blackman. Secondo le ultime notizie in questo momento nelle prigioni iraniane si trovano oltre cento baha’i. La dichiarazione, pubblicata il 6 luglio, esprime anche preoccupazione per «la detenzione e la radiazione di avvocati che hanno fatto il loro lavoro difendendo i diritti di attivisti dell’opposizione, giornalisti, minoranze etniche e religiose, imputati minorenni e altre vittime di gravi violazioni dei diritti umani».  «In Iran non esistono il giusto processo, l’indipendenza della magistratura e l’uguaglianza davanti alla legge e questo mette in pericolo i diritti umani universali di tutti gli iraniani», ha detto Linda Lee.  La Law Society rappresenta migliaia di legali in Inghilterra e nel Galles. Il Solicitors’ International Human Rights Group promuove la conoscenza dei diritti umani internazionali fra i legali, incoraggia gli avvocati che si occupano di diritti umani al di fuori del Regno Unito e gestisce missioni, ricerche, campagne e formazioni su questo tema.

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Su un francobollo olandese ritratto uno dei dirigenti bahai in prigione

HILVERSUM, Olanda, 6 luglio 2011 (BWNS) – In Olanda è stata lanciata una serie speciale di francobolli che ritraggono vittime di violazioni dei diritti umani in Iran.  I francobolli della serie ritraggono la nota poetessa Simin Behbahani, il sindacalista Mansour Osanlou, Mahvash Sabet, uno dei sette dirigenti baha’i in Iran e il legale per i diritti umani Nasrin Sotoudeh. I francobolli sono validi per il servizio postale olandese e possono essere utilizzati per la posta.  L’iniziativa è partita da Mina Saadadi, dirigente dell’organizzazione mediatica Shahrzad News, che produce programmi radio e pubblicazioni online in persiano e in inglese.  «Qui in Olanda, abbiamo la possibilità di pubblicare e disegnare i nostri francobolli», ha detto la signora Saadadi. «In Iran ci sono molte violazioni dei diritti umani e così abbiamo pensato di dare un volto alle persone sotto pressione, includendo le diverse sezioni della società iraniana». La Shahrzad News ha prodotto e promosso i francobolli in società con altre importanti organizzazioni. Il francobollo che ritrae Mansour Osanlou, il capo di un sindacato di trasportatori ora in prigione, è stato usato su lettere riguardanti la situazione di attivisti sindacali iraniani che sono state spedite in Iran dalla federazione olandese di sindacati, Federatie Nederlandse Vakbeweging (FNV). Sono appena state stampate cinquemila copie di francobolli con il ritratto di Mahvash Sabet. «È molto commovente vedere il viso di una persona che è stata disposta a sacrificare tutto per i propri valori andare in tutto il mondo su lettere e cartoline», ha detto Marga Maartens della comunità baha’i olandese. La signora Sabet, psicologa, lavorava come insegnante e preside in diverse scuole. Ma dopo la rivoluzione islamica del 1979 è stata licenziata dal suo lavoro, con migliaia di altri educatori baha’i, e le stato vietato di lavorare nella pubblica istruzione.  La signora Sabet è stata messa in prigione il 5 marzo 2008. È stata arrestata per prima fra i sette membri di un gruppo ad hoc di livello nazionale che contribuiva a provvedere alle necessità dei 300 mila membri della comunità baha’i iraniana. Dopo una detenzione illegale di trenta mesi, i sette sono stati processati in base ad accuse costruite e nell’agosto 2010 sono stati condannati a vent’anni di prigione.  «Questo francobollo non rappresenta solo i sette dirigenti e gli altri novanta baha’i circa che sono detenuti in Iran, ma tutti coloro che sono oppressi perché si attengono ai propri principi», ha detto la signora Maartens. «In un momento in cui le autorità iraniane stanno bloccando le iniziative comunitarie per istruire i giovani baha’i messi al bando dalle università, la signora Sabet, insegnante, madre e baha’i, simboleggia la dedizione all’educazione e il diritto alla libertà religiosa per tutti». Nasrin Sotoudeh, ritratta su un altro francobollo della serie, è un eminente avvocato che ha rappresentato molte delle vittime delle violazioni dei diritti umani, fra cui alcuni prigionieri condannati a morte per crimini commessi in età minorile. Lo scorso gennaio, le autorità hanno condannato la signora Sotoudeh a 11 anni di prigione per accuse come «attività contro la sicurezza nazionale» e «propaganda anti-regime». Inoltre le è stato proibito di esercitare la professione e di lasciare l’Iran per i prossimi 20 anni.  L’83enne Simin Behbahani, anche lei ritratta su un francobollo, è una delle più eminenti figure della letteratura persiana moderna. Soprannominata dai suoi ammiratori «leonessa dell’Iran», anche lei ha il divieto di uscire dal paese. La Shahrzad News ha pubblicato alcuni articoli sui francobolli e li ha presentati in alcuni incontri, come per esempio la settimana scorsa in un convegno in Olanda al quale hanno partecipato circa 300 donne iraniane.   «I partecipanti sono stati felici di sapere che era stato dato un volto ad alcune persone che lottano in Iran», ha detto la signora Saadadi. «I gruppi devono potersi mettere in contatto con altri gruppi pur concentrandosi sui propri temi. È molto importante lavorare con gli altri. Le minoranze etniche, le minoranze religiose e gli altri movimenti non sono abbastanza forti per farsi sentire se lavorano da soli».

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Un convegno universitario discute la volontà di rendere estranei i bahai iraniani

TORONTO, 4 luglio 2011 (BWNS) –

Molti studiosi iraniani, provenienti da università famose nel mondo, si sono riuniti qui per un pionieristico convegno universitario sulle persecuzioni dei baha’i in Iran.  Intitolato «Othering intellettuale e la questione baha’i in Iran», il convegno ha esaminato il modo in cui le autorità iraniane hanno cercato di escludere i baha’i dalla vita sociale, politica, culturale e intellettuale descrivendoli come estranei nel loro steso paese, un processo noto come «othering», rendere diverso.  L’evento, che si è svolto dal 1° al 3 luglio, è stato il primo grande convegno accademico in una nota università per trattare le persecuzioni dei baha’i in Iran sotto ogni aspetto.  «Questo convegno non è un convegno di studi baha’i», ha detto il suo principale organizzatore Mohamad Tavakoli. «È un tentativo di comprendere l’uso della repressione nella storia dell’Iran moderno e di capire come l’«othering» dei baha’i sia divenuto un meccanismo di mobilitazione di massa per legittimare lo stato e creare un’ideologia politico-religiosa». Il dottor Tavakoli, noto esperto dell’Iran e del Medio Oriente dell’Università di Toronto, ha detto che l’idea del convegno gli è venuta dalle sue ricerche personali sul modo in cui vari gruppi iraniani avevano usato la retorica anti-baha’i e avevano fatto dei baha’i un capro espiatorio per conquistare il potere politico, sia nel passato sia nel presente. In questo contesto, i discorsi e gli articoli, presentati da studiosi di diverse convinzioni, atei, baha’i, cristiani, umanisti, ebrei e musulmani, hanno esplorato un vasto territorio: dai primi tentativi di umiliare i baha’i dipingendoli come agenti colonialisti degli inglesi e dei russi, all’uso delle moderne tecniche della propaganda che, per esempio, descrivono i baha’i iraniani come appartenenti a un culto che usa la tecnica del «lavaggio del cervello» per rapire bambini musulmani. Una presentazione ha descritto l’uso di memorie e racconti orali di sacerdoti per demonizzare i baha’i dopo la rivoluzione del 1979. Queste memorie, ha detto Shahram Kholdi, candidato al PhD dell’Università di Manchester nel Regno Unito, costituiscono una vasta letteratura, per lo più finora ignorata in Occidente, che è stata usata per creare un racconto revisionista della fondazione della Repubblica Islamica, per i fedeli.  Gli attacchi contro i baha’i, spesso con linguaggio indiretto, sono un tema ricorrente di queste memorie, ha detto il signor Kholdi. «Spesso si afferma che i baha’i sono agenti di potenze straniere», ha detto, spiegando che i baha’i sono descritti come appartenenti a una forza esterna che spalleggiava le misure oppressive del regime Pahlavi. «Così si servono dei baha’i per legittimare la storia della loro rivoluzione». I politici hanno spesso usato i pogrom contro i baha’i per ragioni politiche, ha spiegato Homa Katouzian, professore di studi orientali all’Università di Oxford, che ha esaminato un episodio del 1924 quando una dimostrazione anti-baha’i è sfociata nell’assassinio del vice console americano in Iran. I baha’i sono stati «un bersaglio particolarmente facile», ha detto.   Paralleli nella storia Molti oratori hanno paragonato l’oppressione dei baha’i iraniani sotto la Repubblica Islamica e altri tentativi storici di dipingere un particolare gruppo religioso o etnico come estraneo, fatti che sono spesso finiti in pogrom generali o peggio. Il padre di Rhoda Howard-Hassmann, professoressa di diritti umani internazionali all’Università Wilfrid Laurier in Canada, era un rifugiato ebreo fuggito dalla Germania nazista. La professoressa Howard-Hassmann ha detto che i racconti delle violenze contro i baha’i che ha sentito durante il convegno le erano fin troppo note. «La profanazione delle tombe, le teorie di cospirazioni . . . le accuse di essere un culto che rapisce i bambini, sono tutte caratteristiche di una dura punizione se non di un pre-genocidio», ha detto. «Questo è un fenomeno politico, causato da un regime e dalle sue manipolazioni delle convinzioni politiche. Non sono cose che si sviluppano da sole fra la gente». Ahmad Karimi-Hakkak, professore di studi persiani nell’Università del Maryland, ha esaminato la distruzione dei luoghi sacri e delle proprietà baha’i in Iran. Ha fornito un lungo elenco di siti baha’i che sono stati distrutti, dai centri baha’i di alcuni villaggi alla fine del XIX secolo alla Casa del Bab, uno dei luoghi baha’i più sacri nel mondo, rasa al suolo da una folla incitata da preti musulmani, poco dopo la Rivoluzione islamica.   Il professor Karimi-Hakkak ha paragonato queste demolizioni agli attacchi contro altri grandi siti religiosi, per esempio i Buddha di Bamiyan in Afghanistan, dicendo che esse erano intese per affermare il potere della maggioranza sulla minoranza e per mettere la minoranza nella categoria del «diverso». Quando un credente sciita distrugge un edificio o una tomba, ha detto «dimostra che le minoranze religiose devono obbedire e non hanno il potere di proteggere i propri luoghi sacri o le proprie onorate tombe». Altri studiosi hanno menzionato i pogrom contro gli armeni ottomani e i cristiani ortodossi nella Russia sovietica.  L’importanza di questa persecuzione Si è parlato anche dell’importanza della «questione baha’i» nei confronti dei grandi temi dell’intolleranza religiosa e della repressione politica nel mondo e i partecipanti hanno esaminato ciò che si può apprendere dall’esperienza baha’i. Molti oratori hanno detto che secondo loro il caso baha’i è un esempio della crescente oppressione percepita da tutti gli iraniani, soprattutto dopo le misure restrittive prese dopo le elezioni presidenziali del 2009. Questo ha indotto molti iraniani a simpatizzare per i baha’i e a identificarsi con loro, hanno detto. «Penso che le atrocità commesse contro i baha’i siano intuitivamente considerate fra i più importanti casi di violazioni dei diritti umani in Iran», ha detto Reza Afshari, professore di storia all’Università Pace di New York. «Finalmente si è arrivati a un crescente riconoscimento del fatto che i diritti umani contano e che le loro violazioni sono sottoprodotti del governo autoritario e della cultura intollerante del paese, favoriti dalle intromissioni dei mullah sciiti nel campo della politica nazionale». Ramin Jahanbegloo, professore di scienze politiche all’Università di Toronto, che ha passato quattro anni in prigione nella Repubblica Islamica dell’Iran, ha parlato dell’importanza di includere la questione baha’i nei futuri sforzi di riconciliazione nazionale. Ha paragonato questo processo a quanto è accaduto in Sud Africa, dicendo che il primo passo per ricostruire e risanare l’Iran del futuro è perdonare, senza dimenticare. A questo proposito, ha detto, è importante «portare alla luce gli episodi oscuri» della vita collettiva dell’Iran, come la persecuzione dei baha’i. «Perdonare non significa dimenticare», ha detto. Il convegno si è concluso con un discorso del noto legale iraniano dei diritti umani Abdol-Karim Lahidji, che ha esaminato molti strumenti legali internazionali che si possono usare per proteggersi dal tipo di discriminazione che era tema dell’incontro.  Il dottor Lahidji ha parlato coraggiosamente della necessità di un maggior rispetto per i diritti umani in Iran e della necessità di riconoscere ai baha’i tutti i diritti della cittadinanza. «Si devono riconoscere la libertà di coscienza, la libertà di credo, la libertà di religione», ha detto, sottolineando l’importanza di difendere appassionatamente i diritti umani e le vittime della discriminazione, a qualunque gruppo esse appartengano.  «Se sono violati i diritti degli altri, dobbiamo difendere anche quelli. È una lotta che ci riguarda tutti», ha detto.

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Legale dei dirigenti bahai detenuti parla nella sede del Parlamento europeo

BRUSSELS, Belgio, 29 giugno 2011 (BWNS) –

Uno dei legali che hanno difeso i sette dirigenti baha’i detenuti in Iran ha pronunciato un appassionato appello alla giustizia durante un incontro straordinario nella sede del Parlamento europeo.

Mahnaz Parakand ha detto ai convenuti che il popolo dell’Iran si aspetta di «non essere abbandonato dai governi e dalle organizzazioni internazionali che si prefiggono in primo luogo il rispetto dell’umanità e dei diritti umani . . .».

L’intero popolo iraniano è «detenuto in una grande prigione che si chiama Repubblica Islamica dell’Iran», ha detto, «soggetto a oppressioni e sofferenze e molti sono messi in prigione, torturati e giustiziati per varie accuse».

L’incontro, che si è svolto ieri in una sala conferenze della sede del Parlamento europeo, è stato la prima apparizione pubblica della signora Parakand dopo che è fuggita dalla sua terra avendo saputo che stava per essere arrestata per aver difeso i sette dirigenti baha’i e per altri casi, fra i quali quello di Nasrin Sotoudeh, anche lei avvocato, condannata a 11 anni di prigione per aver patrocinato alcuni attivisti dei diritti umani.

 

Membri del Parlamento europeo e membri della Commissione europea e del Servizio europeo per l’azione esterna hanno ascoltato la signora Parakand mentre esponeva un dettagliato resoconto del caso dei sette dirigenti e dell’ingravescente persecuzione subita dai loro correligionari.

«Il dolore e le sofferenze subite dai baha’i si aggiungono alle crudeltà subite dall’intero popolo iraniano», ha detto.

Dopo aver espresso la sua gratitudine per poter «parlare liberamente e senza restrizioni e senza sentirsi in pericolo e aver paura di essere imprigionata e torturata», la signora Parakand ha affermato di sentirsi onorata di essere «la voce di martiri giustiziati solo per le loro credenze» e «di parlare apertamente a nome di persone che hanno trascorso anni in prigione e sono state torturate per il solo fatto di aver espresso la propria opinione . . .».

La signora Parakand ha affermato di parlare anche a nome di «coloro ai quali è impedito di occupare posti governativi e di accedere agli studi superiori, coloro le cui case sono state distrutte, i cui cimiteri sono stati profanati solo per le loro credenze, persone costantemente vessate mentre svolgono il loro lavoro, perché hanno una fede diversa da quella che domina il paese».

Alludendo ai recenti attacchi delle autorità iraniane contro il Baha’i Institute for Higher Education, un’iniziativa presa dalla comunità per dare ai giovani baha’i ai quali è vietato accedere alle università la possibilità di proseguire gli studi superiori, la signora Parakand ha detto che lei rappresentava «le persone cui è stato impedito avere istituzioni per educare i loro figli, ai quali è fatto divieto di accedere alle scuole e alle università pubbliche.

«Quando queste istituzioni esistono, vengono chiuse e i loro gestori sono arrestati e imprigionati», ha detto.

«Voglio parlare dei bambini che non sono liberi di esprimere le proprie credenze, altrimenti sarebbero espulsi dalla scuola. Voglio parlare di persone che non hanno la libertà di scegliersi gli amici e la cui amicizia con persone che non siano baha’i è considerata insegnamento della Fede baha’i, cosa che li espone all’imprigionamento e alla tortura».

 

Un elenco di ingiustizie

La signora Parakand è membro del Defenders of Human Rights Centre, fondato dal Premio Nobel per la pace Shirin Ebadi, che si è occupata della difesa dei sette dirigenti baha’i. Durante l’incontro di ieri la signora Parakand ha potuto fornire il primo resoconto dettagliato di ciò che è accaduto dietro le porte chiuse durante il processo dei sette dirigenti baha’i l’anno scorso, presentando un lungo elenco di ingiustizie e di irregolarità del sistema giudiziario iraniano.

In questo elenco c’erano l’arresto clandestino dei sette, senza alcuna citazione, nel 2008, la loro iniziale detenzione in celle d’isolamento, senza contatti con le famiglie, interrogatori e detenzione illegale per oltre due anni senza poter consultare i loro legali, un processo in base ad accuse inventate e una successiva procedura dell’appello che ha visto la condanna a vent’anni prima ridotta a dieci e poi riportata a venti.

«L’atto d’accusa contro i nostri clienti . . . è stato una dichiarazione politica, piuttosto che un documento legale», ha ricordato la signora Parakand. «Era un documento di 50 pagine . . . pieno di accuse e di offese contro la comunità baha’i in Iran, soprattutto i nostri clienti. È stato scritto senza produrre alcuna prova delle imputazioni.

«È stato emesso un unico atto di accusa per i sette dirigenti . . . contro tutti gli usi del mondo legale, senza specificare il reato di cui ciascuno di essi era imputato», ha detto.

La signora Parakand ha aggiunto che prima del processo, durante i due anni e mezzo di detenzione illegale, né lei né i suoi colleghi hanno potuto incontrare i loro clienti.

«In un solo mese abbiamo studiato con grande diligenza la pratica, che occupava oltre duemila pagine, e abbiamo letto con attenzione ogni pagina, cercando di scoprire le ragioni, i documenti, le prove e le testimonianze in base alle quali sette persone erano state private in quel modo della libertà. Fortunatamente, non siamo riusciti a trovare né documenti né ragioni legali che dimostrassero la verità delle accuse mosse contro i nostri clienti», ha detto.

«Speravamo che sarebbero stati prosciolti, perché non c’era alcuna ragione per condannarli».

Dopo aver esaminato la pratica, i legali hanno potuto incontrare i detenuti una sola volta. «Mentre visitavamo i nostri clienti, le autorità carcerarie controllavano e le donne presenti registravano furtivamente la nostra conversazione . . . Questo atto viola il diritto dei clienti di descrivere in libertà ciò che è accaduto loro in prigione», ha spiegato la signora Parakand.

Ricordando il processo, la signora Parakand ha descritto le numerose violazioni delle procedure legali e la presenza durante il processo di agenti dei servizi segreti, con l’intenzione di intimidire gli imputati.

«Una delle condizioni di un equo processo è l’imparzialità del giudice che presiede», ha detto la signora Parakand, mentre in questo caso, «il giudice che presiedeva . . . ha usato lo stesso linguaggio e le stesse frasi esposte nell’atto di accusa come “perversa setta bahaista”. Questo dimostra chiaramente la parzialità del giudice che presiedeva e un iniquo processo basato sul credo degli imputati».

Durante il processo, il giudice ha spesso interrotto i clienti mentre parlavano per difendersi con il pretesto che stavano “insegnando il bahaismo”», ha detto.

«L’ingiustizia fatta ai nostri clienti . . . è un riflesso dell’oppressione esercitata su tutti i baha’i che vivono in Iran», ha aggiunto la signora Parakand.

 

Continuare ad agire

La signora Parakand ha concluso esortando i governi e le organizzazioni a chiedere all’Iran di modificare le sue leggi interne discriminatorie contro le minoranze intellettuali e religiose e a costringere i paesi che violano i diritti umani ad agttenersi scrupolosamente al contenuto della Dichiarazione universale dei diritti umani e del Patto internazionale sui diritti civili e politici.

Ha anche rivolto un appello all’Unione Europea affinché mandi in Iran un rappresentante che indaghi sulla situazione dei sette dirigenti baha’i, «per migliorare le loro attuali circostanze illegali e per prendere i provvedimenti necessari per il loro immediato rilascio».

La signora Parakand si è recata al Parlamento europeo per invito di Barbara Lochbihler, deputato tedesco al Parlamento europeo, che preside la delegazione parlamentare per le relazioni con l’Iran. La signora Lochbihler ha assicurato alla signora Parakand che la situazione dei diritti umani in Iran non è dimenticata.

Oltre ai sette dirigenti, circa 90 baha’i sono attualmente in prigione in Iran, compresi i nove membri del corpo docente e del personale del Baha’i Institute for Higher Education, ancora detenuti dopo le irruzioni in 39 case baha’i il mese scorso.

 

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