La Regione Puglia aderisce alla campagna internazionale contro la discriminazione dei bahai in iran

Il 5 agosto 2011 la Regione Puglia ha adottato la risoluzione n. 1836 secondo la quale essa assicura la propria adesione «alla campagna internazionale contro le discriminazioni politiche e religiose in atto in Iran nei confronti della Comunità bahá’í, rivolgendo un appello in tal senso alle autorità sotto elencate, affinché sia adottata ogni iniziativa utile ad assicurare che vengano rispettati i diritti fondamentali di questa minoranza». Questa risoluzione segue di qualche mese quella della Regione Piemonte, adottata il 14 giugno u.s. È la prima volta in Italia che intere regioni si muovono a protezione dei diritti umani per la nostra comunità.
Le due Regioni, grazie alle risoluzioni votate all’unanimità dai rispettivi Consigli Regionali, hanno preso posizione ufficiale con lettere scritte direttamente ad autorità come il signor Ban Ki-Moon, segretario generale delle Nazioni Unite, il signor Navi Pillay, Alto commissario per i diritti umani delle Nazioni Unite, il dottor Roberto Vellano, Direttore dell’ufficio per i diritti umani presso il Ministero degli Esteri, Roma, l’Ambasciatore dottor Giulio Terzi, Missione Italiana Permanente alle Nazioni Unite, New York, il signor Jose Manuel Durao Barroso, Presidente della Commissione europea, il signor Geoffrey Harris, Capo della sezione dei diritti umani del Parlamento europeo, l’onorevole Giorgio Napolitano, Presidente della Repubblica Italiana, l’onorevole Silvio Berlusconi, Presidente del Consiglio dei Ministri italiano, l’onorevole Franco Frattini, Ministro degli Esteri della Repubblica Italiana, l’onorevole Roberto Maroni, Ministro dell’Interno della Repubblica Italiana, Amnesty International, sezione italiana, il signor Ali Larijani, Presidente del Parlamento iraniano.
Le lettere chiedono ai destinatari un rapido e deciso intervento per fermare le persecuzioni che coinvolgono, in maniera sempre più ampia, i nostri confratelli nella Culla della Fede. Queste iniziative aprono la strada per ulteriori azioni utili a proteggere gli amici in Iran.

Una lettera aperta all’Iran chiede di mettere fine all’oppressione degli studenti

NEW YORK, 27 agosto 2011 (BWNS) – In una lettera aperta al Ministro dell’istruzione iraniano, la Baha’i International Community chiede di mettere fine alle «pratiche ingiuste e oppressive» che escludono dall’università i giovani baha’i e altri giovani iraniani.

«Questa lettera afferma che ogni persona ha il dovere di istruirsi per poter offrire i propri talenti e competenze al miglioramento della società», ha detto Bani Dugal, il principale rappresentante della Baha’i International Community presso le Nazioni Unite.

«Privare un giovane dell’istruzione è un atto riprovevole e contrario a tutte le norme legali, religiose, morali e umanitarie. Nessun governo può negare ai propri cittadini questo diritto fondamentale e sacrosanto».

La lettera di cinque pagine, indirizzata a Kamran Daneshjoo, il Ministro iraniano della scienza, della ricerca e della tecnologia, racconta la storia della trentennale, sistematica campagna iraniana per negare gli studi superiori ai giovani baha’i e il tentativo di bandire un’organizzazione comunitaria informale, nota come Istituto baha’i di studi superiori (BIHE), che dà lezioni ai giovani baha’i avvalendosi del servizio volontario di ex professori allontanati dall’università.

Notizie di stampa dall’Iran hanno recentemente annunciato che il BIHE è stato dichiarato fuori legge.

«Come mai il governo impedisce a una popolazione di giovani cittadini di proseguire gli studi superiori e poi, quando le loro famiglie, aiutandosi reciprocamente, si organizzano in privato per portarli nelle proprie case e farli studiare materie come la fisica e la biologia, dice che questa attività è “illegale” citando leggi che di fatto intendono guidare il funzionamento delle istituzioni scolastiche che servono il pubblico?», chiede la lettera aperta.

«Perché il governo è così spietato davanti al desiderio dei giovani baha’i di proseguire gli studi superiori? Anche i professori delle vostre università chiedono ai loro studenti di mostrare la stessa dedizione agli studi».

La traduzione italiana della lettera è trascritta in calce.

Per accedere alla lettera in inglese si vada a: http://news.bahai.org/sites/news.bahai.org/files/documentlibrary/848_BICLetter_English.pdf

Per accedere alla lettera in persiano si vada a: http://news.bahai.org/sites/news.bahai.org/files/documentlibrary/848_BICletter_Persian.pdf

La politica ufficiale del governo

La lettera elenca le varie strategie adottate dalle autorità iraniane nel corso degli anni per attuare una politica governativa ufficiale che intende escludere i giovani baha’i dalle università.

I baha’i sostengono gli esami di ammissione all’università, «solo per scoprire che sono stati squalificati in base a pretese speciose che le domande erano “incomplete”. Le università si rifiutano di iscrivere molti di coloro che superano gli esami. E quei pochi che riescono a iscriversi perché nel momento della registrazione la loro religione non è notata sono espulsi in seguito. In alcuni crudeli esempi particolari, l’espulsione è avvenuta solo poche settimane prima del completamento dei corsi di studio».

«Ogni osservatore attento», dice la lettera, «vede chiaramente che la sola ragione per cui alcuni giovani baha’i sono stati ammessi alle vostre università è che queste azioni permettono ai funzionari del vostro governo di negare che voi proibite ai baha’i di iscriversi all’università, un’affermazione che è spudoratamente falsa».

Nuove tribolazioni

«E ora nuove tribolazioni hanno colpito i baha’i», prosegue la lettera, «che sono trattati con durezza negli interrogatori sulla loro partecipazione agli sforzi informali per educare i giovani. Le persone che collaborano con il programma educativo sono minacciate di essere arrestate. I genitori che ospitano le classi sono informati che, se la classe proseguirà, le loro case saranno espropriate. E gli studenti sono invitati a non frequentare le classi e informati che non potranno mai proseguire gli studi superiori finché non abbandoneranno la loro fede e non dichiareranno di essere musulmani».

Eppure, fa notare la lettera, messi di fronte a questi fatti in ambito internazionale, i rappresentanti del governo iraniano sostengono che l’Iran non impedisce a nessuno di studiare per motivi religiosi.

«È deplorevole che i rappresentanti della Repubblica Islamica abbiano ripetutamente spacciato queste ovvie menzogne, diminuendo ulteriormente la credibilità del vostro governo. Quando la smetteranno i funzionari iraniani di dire una cosa ai baha’i e di dare contrastanti rassicurazioni in ambito internazionale?».

Pur essendo stati esclusi dagli studi superiori e non avendo mai ottenuto nessun diploma ufficiale, molti studenti dell’Istituto baha’i di studi superiori si sono dimostrati così bravi che diverse università di altri paesi li hanno accettati per corsi post-laurea.

«Ciò che ha suscitato la profonda ammirazione dei professori e degli studenti per quei giovani che sono andati a studiare all’estero», dice la lettera, «è la determinazione che essi hanno dimostrato di voler ritornare in Iran dopo aver completato gli studi malgrado i numerosi ostacoli da affrontare e la loro disponibilità ad accettare ogni genere di difficoltà nel loro desiderio di contribuire al progresso del loro paese . . .».

«Perché l’Iran non apprezza questa dedizione al miglioramento del paese?», chiede la Baha’i International Community.

La condanna del mondo

I recenti attacchi contro l’Istituto baha’i di educazione superiore hanno suscitato proteste in tutto il mondo. I raid di tre mesi fa nelle case del personale amministrativo e docente del BIHE e il successivo arresto di alcuni di loro sono stati condannati nel Parlamento del Brasile, del Canada e del Cile; biasimati da ministri e parlamentari in Austria, Germania, Irlanda, Nuova Zelanda e Stati Uniti; denunciati da dichiarazioni di eminenti cittadini in India e da educatori in Australia e nel Regno Unito e contestati da campagne di protesta inscenate da organizzazioni e persone, su Internet e nei campus universitari di tutti i continenti.

La lettera inoltra cita molti esempi di funzionari governativi ai quali i baha’i si rivolgono per avere giustizia, compresi alcuni dipendenti del Ministero della scienza, della ricerca e della tecnologia, che simpatizzano con loro, ma dicono di avere le mani legate da ordini superiori.

«Con questa lettera, ci uniamo a tutte le persone di buona volontà del mondo che fanno sentire la propria protesta», ha detto Bani Dugal.

«Diciamo al governo iraniano che è ora che questa ingiustizia e questa oppressione abbiano fine».

Per leggere l’articolo in inglese online e accedere alla lettera aperta in ignglese e in persiano, si vada a: http://news.bahai.org/story/848

La traduzione italiana è trascritta in calce.

Ritraduzione italiana dall’inglese
26 agosto 2011
Onorevole Kamran Daneshjoo
Ministro della scienza, della ricerca e della tecnologia
Repubblica Islamica dell’Iran

Signore,
Il 6 giugno 2011, la Iranian Student News Agency ha annunciato che il Ministero della scienza, della ricerca e della tecnologia ha dichiarato che l’Istituto bahá’í di studi superiori (BIHE) è illegale. Questa dichiarazione è stata fatta qualche giorno dopo che agenti governativi avevano fatto irruzione nelle case di una trentina di bahá’í legati al BIHE, arrestandone alcune.

Come lei sa, subito dopo la rivoluzione islamica, e contro le leggi in vigore in quel periodo, gli studenti bahá’í sono stati espulsi dalle università del suo paese e i professori e i docenti bahá’í sono stati licenziati. Il governo ha insistito sull’esecuzione di questa ingiustizia. I tentativi di esplorare possibili soluzioni con i funzionari sono stati infruttuosi. Alla fine degli anni ‘1980, fu chiaro che i bahá’í non potevano iscriversi nelle università senza abiurare e che il governo non avrebbe modificato questa situazione. In queste condizioni, era chiaro che i baha’i non avevano la possibilità di fondare un’università formale. Chiedere il permesso di farlo, davanti all’aperta ostilità del governo, sarebbe stata un’inutile, se non sconsiderata, provocazione. Di conseguenza, la comunità si è organizzata in modo informale per utilizzare il servizio volontario di ex professori allontanati dall’università che erano disposti a dare lezioni ai giovani bahá’í.

Come qualsiasi altro programma organizzato e coordinato, questa impresa si è a poco a poco sistematizzata. È stata poi chiamata Istituto baha’i di studi superiori. In quegli anni la comunità baha’i non ha fatto alcuna pubblicità all’iniziativa. Ma nel tempo altre persone in Iran e all’estero ne sono venute a conoscenza e si sono offerte di collaborare. Dato che la comunità aveva la volontà di rispondere ai bisogni di tutti i giovani, l’organizzazione è divenuta in qualche modo più complessa. Ma l’iniziativa è rimasta un’attività interna della comunità. Essa si è sempre occupata solo di giovani della comunità baha’i e non ha mai dato lezioni a membri del pubblico. Nella maggior parte dei casi le lezioni si svolgevano in case baha’i. La partecipazione era volontaria e i benefici per gli studenti erano limitati. Non potevano aspettarsi di ricevere un diploma ufficiale e non c’erano promesse di ottenere altri benefici, come maggiori prospettive di lavoro. L’Istituto si proponeva di alimentare le facoltà intellettuali dei giovani, per prepararli a servire la società. Questa attività della comunità bahá’í è paragonabile all’educazione domestica o alle lezioni private organizzate dai genitori quando i figli non possono frequentare le scuole pubbliche. Cose come queste erano ben note nel passato agli iraniani che hanno sempre apprezzato e desiderato il sapere.

Fin dall’inizio di questa iniziativa, la Repubblica Islamica ha ripetutamente tentato di impedirne il progresso e di vessarne i partecipanti. Le case di alcuni bahá’í sono state sommariamente perquisite. In questi raid, computer, libri e altri presidi educativi acquistati con sacrifici e difficoltà sono stati confiscati. Molte delle persone che partecipavano all’iniziativa sono state arrestate e invitate a sottoscrivere un impegno che avrebbero evitato ogni contatto con l’Istituto. Il raid del 1998 contro 500 case bahá’í in tutto l’Iran è un esempio di queste aggressioni e serve a evidenziare la natura privata e domestica di questa impresa.

Come lei sa, queste azioni sono state compiute in ottemperanza a una politica governativa ufficiale e facevano parte di una campagna sistematica per eliminare la comunità bahá’í in quanto entità vitale nel paese. Un memorandum riservato sulla «Questione baha’i», redatto nel 1991 dal Supremo consiglio culturale della Rivoluzione e approvato dal Leader supremo, affermava chiaramente la posizione della Repubblica Islamica verso la comunità bahá’í. Il memorandum specifica che i baha’i dell’Iran devono essere trattati in modo da «bloccare il loro progresso e il loro sviluppo». Si acclude una copia del documento. Indubbiamente lei conosce bene la clausola, sotto la voce «condizioni educative e culturali», secondo la quale i bahá’í «devono essere espulsi dalle università, nel processo di ammissione o nel corso degli studi, non appena si viene a sapere che sono bahá’í».

Negli anni successivi l’esperienza ha chiaramente dimostrato che la politica di escludere i bahá’í dalle istituzioni per gli studi superiori del suo paese resta ancora in vigore. Nel 2006, dopo aver ricevuto molte proteste per l’esclusione dei bahá’í dalle università del paese, alcuni rappresentanti del suo governo hanno ripetutamente detto alla comunità internazionale che il riferimento alla religione presente nei moduli universitari non identificava i candidati in base alla religione, ma semplicemente specificava i temi religiosi sui quali essi sarebbero stati esaminati. La comunità bahá’í, in buona fede, ha accettato la spiegazione offerta. Da quel momento, i bahá’í hanno cercato di sostenere l’annuale esame di ammissione, anche se le difficoltà che hanno incontrato ne ha fatto diminuire il numero di anno in anno. E tuttavia, la maggior parte di coloro che hanno sostenuta l’esame lo hanno superato con successo, alcuni con il massimo dei voti.

Alcuni mesi dopo che i baha’i avevano partecipato all’esame del 2006, si è saputo che, nello stesso anno in cui il governo affermava pubblicamente che i vostri moduli non chiedevano ai bahá’í di abiurare per essere ammessi all’università, l’Ufficio centrale della sicurezza ha diramato una circolare a 81 università dell’Iran, nella quale diceva che «se un baha’i, quando si iscrive all’università o negli scorsi degli studi, è identificato come tale, deve essere espulso dall’università. Pertanto, è necessario prendere provvedimenti per impedire alle persone suddette di proseguire gli studi e per inviare una successiva relazione a questo Ufficio». Si acclude una copia anche di questo documento. Perciò in un modo o nell’altro i giovani baha’i non possono accedere agli studi superiori. Sostengono l’esame di ammissione all’università solo per scoprire che sono stati squalificati in base a pretese speciose che le domande erano “incomplete”. Le università si rifiutano di iscrivere molti di coloro che superano gli esami. E quei pochi che riescono a iscriversi perché nel momento della registrazione la loro religione non è notata sono espulsi in seguito. In alcuni crudeli esempi particolari, l’espulsione è avvenuta solo poche settimane prima del completamento dei corsi di studio Per valutare equamente se i baha’i hanno accesso agli studi superiori bisogna vedere non a quanti di loro è permesso di entrare nell’università, ma a quanti di loro è permesso di completare gli studi. Ogni osservatore attento vede chiaramente che la sola ragione per cui alcuni giovani baha’i sono stati ammessi alle vostre università è che queste azioni consentono ai funzionari del vostro governo di negare che voi proibite ai baha’i di iscriversi all’università, un’affermazione che è spudoratamente falsa».

E ora nuove tribolazioni hanno colpito i baha’i, che sono trattati con durezza negli interrogatori sulla loro partecipazione agli sforzi informali per educare i giovani. Le persone che collaborano con il programma educativo sono minacciate di essere arrestate. I genitori che ospitano le classi sono informati che, se la classe proseguirà, le loro case saranno espropriate. E gli studenti sono invitati a non frequentare le classi e informati che non potranno mai proseguire gli studi superiori finché non abbandoneranno la loro fede e non dichiareranno di essere musulmani. Eppure, messi di fronte a questi fatti in ambito internazionale, i rappresentanti del governo iraniano sostengono che l’Iran non impedisce a nessuno di studiare per motivi religiosi. È deplorevole che i rappresentanti della Repubblica Islamica abbiano ripetutamente spacciato queste ovvie menzogne, diminuendo ulteriormente la credibilità del vostro governo. Quando la smetteranno i funzionari iraniani di dire una cosa ai baha’i e di dare contrastanti rassicurazioni in ambito internazionale?

È evidente a tutti, specialmente ai promotori della giustizia sociale, agli accademici, agli studenti e anche alla maggioranza degli iraniani che impedire deliberatamente a un giovane di accedere agli studi è un atto riprovevole e contrario a tutte le norme legali, religiose, morali e umanitarie. Molti funzionari governativi ai quali i baha’i si rivolgono per avere giustizia, compresi alcuni dipendenti del Ministero della scienza, della ricerca e della tecnologia, simpatizzano con i baha’i mentre dicono di avere le mani legate perché i loro superiori gli hanno ordinato di attenersi ai provvedimenti del memorandum del Supremo consiglio culturale della Rivoluzione del 1991. Nel frattempo il suo governo infierisce sui giovani membri della comunità baha’i.

Come mai il governo impedisce a una popolazione di giovani cittadini di proseguire gli studi superiori e poi, quanto le loro famiglie, aiutandosi reciprocamente, si organizzano in privato per portarli nelle proprie case e farli studiare materie come la fisica e la biologia, dice che questa attività è «illegale» citando leggi che di fatto intendono guidare il funzionamento delle istituzioni scolastiche che servono il pubblico? Perché il governo è così spietato davanti al desiderio dei giovani baha’i di proseguire gli studi superiori? Anche i professori delle vostre università chiedono ai loro studenti di mostrare la stessa dedizione agli studi

Anche se il programma comunitario baha’i per gli studi superiori non ha mai potuto rilasciare diplomi ufficiali agli studenti che hanno frequentato le sue classi, i risultati accademici di decine dei suoi diplomati e il loro desiderio di imparare hanno indotto varie università di molti paesi ad accettare il loro lavoro come una qualifica per frequentare corsi post-laurea. Ciò che ha suscitato la profonda ammirazione dei professori e degli studenti per quei giovani che sono andati a studiare all’estero è la determinazione che essi hanno dimostrato di voler ritornare in Iran dopo aver completato gli studi malgrado i numerosi ostacoli da affrontare e la loro disponibilità ad accettare ogni genere di difficoltà nel loro desiderio di contribuire al progresso del loro paese. Perché l’Iran non apprezza questa dedizione al miglioramento del paese?

Si fa fatica a trovare un altro esempio di un governo che si è impegnato così sistematicamente per arrestare il progresso nell’educazione di una comunità minoritaria. I baha’i non devono solo affrontare ostacoli sociali e istituzionali che si oppongono al loro progresso, come accade a molte minoranze. Non devono solo affrontare le pur deplorevoli politiche governative ufficiali che impediscono loro di proseguire gli studi superiori. Voi fate di più, senza alcuna ragione o base plausibile, voi dichiarate che alcuni vostri cittadini che usano la propria mente per imparare vanno contro la legge!

Ora il governo dell’Iran minaccia i bahá’í di arrestare tutti coloro che non smettono di contribuire a dare un’istruzione superiore ai giovani baha’i. ma le accuse sono alquanto vaghe. Che cosa è «illegale»? Studiare? Imparare? Accompagnare altre persone nel loro percorso per acquisire il sapere? Perché impedire ai giovani bahá’í di studiare e di riunirsi per imparare, o proibire a un ex professore universitario allontanato dall’università di trasmettere il proprio sapere a giovani che non possono accedere agli studi? In ultima analisi, che cosa è illegale: una politica governativa che esclude i propri cittadini dagli studi superiori a causa della loro affiliazione religiosa oppure gli sforzi compiuti da una comunità per istruire i propri giovani? È fin troppo evidente che la dichiarazione che l’attuale iniziativa della comunità baha’i per educare i propri giovani è illegale è, purtroppo, un ulteriore espediente, un trasparente tentativo di sfruttare il principio bahá’í dell’obbedienza al governo per rendere i bahá’í complici nel ritardare il progresso della propria comunità.

Agli occhi dei bahá’í, un governo, in quanto sistema per preservare il benessere e l’ordinato progresso della società umana, merita rispetto e completo sostegno. L’obbedienza al governo è una caratteristica del credo bahá’í. Ma questa obbedienza non è assoluta. I baha’i, per esempio, non possono accettare il minimo compromesso in tema di principi spirituali fondamentali, e l’educazione dei bambini e dei giovani è uno di questi principi.

Uno degli insegnamenti baha’i è che Dio «ha prescelto la realtà dell’uomo conferendole l’onore dell’intelletto e della saggezza, le più fulgide luci di entrambi i mondi». Secondo i nostri Scritti, «il sapere è come un’ala per la vita dell’uomo e una scala per la sua ascesa. Acquisirlo è un obbligo per tutti». Esso è «un vero tesoro per l’uomo, fonte di gloria, munificenza, gioia, esaltazione, consolazione e gaudio». Inoltre dicono: «La felicità e l’orgoglio delle nazioni in ciò consistono: risplendere come il sole nell’alto firmamento del sapere». Ai genitori gli Scritti ingiungono «di fare tutto il possibile per educare figlie e figli, per nutrirli al petto del sapere e per allevarli al seno delle scienze e delle arti».

Pertanto, i bahá’í ritengono che l’acquisizione del sapere sia un dovere di ogni persona ordinato dall’Onnipotente per sviluppare le gemme latenti delle capacità umane e per contribuire al miglioramento della società. A tutti dovrebbe essere concessa la libertà di acquisirlo. Nessun governo può negare ai propri cittadini questo diritto fondamentale e sacrosanto. Tuttavia, per rispondere alle recenti azioni del governo, i bahá’í dell’Iran si stanno impegnando per rivedere le attività che hanno svolto negli ultimi vent’anni per dare ai loro giovani un’istruzione superiore e, se necessario, apporteranno alcuni cambiamenti per mettere ancora maggiormente in evidenza la natura informale della loro iniziativa. Lo fanno ancora una volta per dimostrare la loro buona volontà.

Lei sa bene che i baha’i non possono rinunciare alla propria responsabilità di fare in modo che i loro giovani ricevano in Iran la migliore e la più utile istruzione disponibile e non negheranno la propria fede per avere accesso agli studi superiori. La invitiamo, nella sua veste di Ministro responsabile degli studi superiori dei giovani della sua nazione, di impegnarsi per mettere fine alle pratiche ingiuste e oppressive del governo della Repubblica Islamica non solo per i giovani bahá’í ma anche per tutti gli altri cittadini.
Con rispetto,
Bahá’í International Community

Allegati
cc: Missioni permanenti della Repubblica Islamica
dell’Iran presso le Nazioni Unite,
New York e Ginevra

In Catalogna le religioni unite per promuovere il cambiamento globale

BARCELLONA, Spagna, 24 agosto 2011 (BWNS) – Una nuova pubblicazione in spagnolo illustra come le religioni possono contribuire a conseguire gli obiettivi di sviluppo del millennio (Millennium Development Goals o MDG) dell’ONU.

In una significativa iniziativa religiosa per la Spagna, baha’i, buddhisti, ebrei, indù, musulmani e cristiani (cattolici romani, evangelici, ortodossi e universalisti unitariani) si sono riuniti per esaminare le rispettive credenze in relazione agli obiettivi di sviluppo del millennio (MDG) che tutti i 193 stati membri dell’ONU e altre organizzazioni internazionali hanno concordato di realizzare fra il 2000 e il 2015.

«La Catalogna è all’avanguardia nel dialogo interreligioso in Spagna», ha detto Lluis Cirera Font, un baha’i che ha servito per molti anni nel Gruppo iniziale per il dialogo interreligioso, creato sotto gli auspici del Centro dell’UNESCO per la Catalogna.

L’idea di pubblicare un libro che esponesse le discussioni del gruppo è nata dopo due anni di incontri regolari, ha detto.

«Abbiamo pensato che i risultati non fossero solo per noi, ma che interessassero la società in generale. Quando abbiamo deciso di discutere gli obiettivi di sviluppo del millennio (MDG) e il contributo che le religioni potevano offrire per il loro conseguimento, l’idea del libro si è consolidata».

Il libro è stato pubblicato prima in catalano e poi in spagnolo con il titolo «Religiones y Objetivos del Milenio» (Le religioni e gli obiettivi del millennio) dal Centro dell’UNESCO della Catalogna, con il sostegno della Fondazione per il pluralismo e la coesistenza. È in preparazione anche la versione inglese.

«Senza lo spirito di una sincera conversazione, di un desiderio di imparare e di comprendere gli altri, di un profondo dialogo fra le persone di origini diverse, non sarebbe stato possibile scrivere questo libro», ha detto il signor Cirera.

Principi spirituali

La prima sezione della pubblicazione prende in esame i contributi che le varie comunità religiose stanno offrendo per il conseguimento degli obiettivi (MDG) a livello locale.

Questo sforzo non richiede solo decisioni economiche e politiche, ma anche una buona dose di forza di volontà, ha detto il signor Cirera.

«Il libro afferma che la religione può motivare le persone ad agire e a vincere la paralisi della volontà in un mondo immerso nell’edonismo e nel materialismo. Se coloro che prendono le decisioni tenessero in maggiore considerazione i principi spirituali offerti dalla religione, il risultato degli sforzi sarebbe indubbiamente migliore e più duraturo».

Un altro elemento del libro è l’inclusione di passi delle sacre Scritture importanti ai fini della promozione del progresso sociale ed economico.

«Questa raccolta di citazioni fa capire a tutti che tutte le persone di tutte le origini religiose possono lavorare assieme per il conseguimento di obiettivi comuni», ha detto il signor Cirera.

Il libro cita anche esempi di buone abitudini delle varie comunità, in modo da ispirare i membri delle rispettive comunità e degli altri lettori a offrire un proprio contributo al processo. Vi si trovano inoltre dichiarazioni dei leader o rappresentanti internazionali di ciascuna comunità.

«Questa pubblicazione sintetizza emblematicamente la cultura della pace, il dialogo e la volontà di lavorare assieme per lo sviluppo paritario di tutta l’umanità», ha detto Francesc Torradeflot, segretario del Gruppo iniziale per il dialogo interreligioso e membro del centro dell’UNESCO per la Catalogna.

«Essa illustra un esempio di coerenza fra il livello locale, il lavoro per il dialogo interreligioso svolto da un gruppo di Barcellona, e il livello globale, cioè i contributi dei capi religiosi internazionali», ha detto il signor Torradeflot.

«Le tradizioni religiose e spirituali stanno lavorando e possono continuare a lavorare per contribuire a conseguire gli obiettivi di sviluppo del millennio (MDG) a livello locale e globale. Questa pubblicazione è un esempio di buon comportamento pratico che può diventare una guida per molti», ha detto.

La pubblicazione è stata accolta molto favorevolmente da organizzazioni religiose e di altro genere. L’ordine religioso cattolico romano Carmelitas Vedrunas, per esempio, ha usato il libro in diversi incontri di formazione appositamente organizzati per le sue suore, le quali sono ora in grado di illustrare le varie prospettive religiose nelle scuole frequentate da studenti di diverse origini.

«Credo che il dialogo interreligioso debba servire a creare ponti fra le persone», ha detto Lluis Cirera Font. «Non si tratta di discutere su chi ha ragione su temi specifici che sono spesso troppo complessi. Si tratta invece di prendere in esame gli aspetti essenziali che tutti condividono e sui quali è possibile costruire.

«La risposta esterna agli interessi spirituali può essere diversa, in relazione alle condizioni storiche e sociali dei vari periodi. Ma ciò che spinge all’azione proviene da un’unica fonte, dalla stessa origine. In verità si tratta di un’unica fede comune», ha detto.

Per leggere l’articolo in inglese online, si vada a: http://news.bahai.org/story/847

Recenti notizie sulle violazioni dei diritti umani evidenziano la situazione dei bahai in Iran

GINEVRA, 23 agosto 2011 (BWNS) – Tre importanti nuove analisi redatte da organizzazioni internazionali per i diritti umani identificano il trattamento dei cittadini baha’i da parte del governo dell’Iran come un motivo di grande preoccupazione.

Queste analisi sono state recentemente pubblicate dalla Federazione internazionale per i diritti umani (International Federation for Human Rights, FIDH), da Minority Rights Group International (MRG) e da Amnesty International.

La Baha’i International Community è lieta che la situazione dei baha’i in Iran sia stata esaminata nel più ampio contesto delle violazioni dei diritti umani internazionali.

«Ciascuna di queste analisi prende in esame un tema, le minoranze, le donne in carcere e il Medio Oriente in generale, e ciascuna di essi esamina la persecuzione dei baha’i nel proprio contesto, dimostrando che tutte le violazioni dei diritti umani sono strettamente collegate», ha detto Diane Ala’i, rappresentante della Baha’i International Community presso le Nazioni Unite a Ginevra.

«Anche noi esprimiamo la nostra forte preoccupazione per le violazioni dei diritti umani dirette contro altri gruppi in Iran, come le donne, i giornalisti e i difensori dei diritti umani, nonché quei comuni cittadini che chiedono la libertà di parola», ha detto la signora Ala’i.

«Liberate tutte le donne in carcere per motivi di coscienza»

Nella sua analisi sulle donne in carcere, da Parigi la Federazione internazionale per i diritti umani (FIDH) ha chiesto all’Iran di «liberare, subito e senza condizioni, tutte le donne in carcere per motivi di coscienza».

In questo momento l’Iran sta tenendo in carcere almeno 47 donne per motivi di coscienza, ha scritto la Federazione (FIDH) il 13 agosto.

La Federazione (FIDH) elenca sei donne baha’i, fra le quali ci sono Mahvash Sabet e Fariba Kamalabadi, che stanno scontando 20 anni di prigione per aver fatto parte di un gruppo ad hoc di livello nazionale che contribuiva a provvedere ai bisogni dei 300 mila membri della comunità baha’i dell’Iran. L’anno scorso esse sono state ingiustamente condannate per spionaggio e altre accuse costruite che erano tutte collegate alla loro appartenenza alla Fede baha’i.

L’analisi menziona anche Nasrin Sotoudeh, l’avocato che ha rappresentato numerose vittime di violazioni dei diritti umani, fra i quali figurano alcuni baha’i e prigionieri condannati a morte per crimini che avevano commesso in età minore. Lo scorso gennaio le autorità hanno condannato la signora Sotoudeh a 11 anni di carcere per accuse come «attività contro la sicurezza nazionale» e «propaganda contro il regime». La signora Sotoudeh è stata anche interdetta dalla sua professione di avvocato e dall’espatrio per 20 anno.

Fra i casi illustrati dalla Federazione internazionale per i diritti umani (FIDH) vi Mahboubeh Karami, sostenitrice dei diritti delle donne, che sta scontando tre anni di carcere, la giornalista Hengameh Shahidi, in carcere da sei anni, la studentessa attivista Bahareh Hedayat, condannata a nove anni e mezzo e l’attrice cinematografica Marzieh Vafammehr, che si trova in carcere illegalmente.

«La comunità internazionale deve esprimere il suo pieno appoggio del movimento delle donne iraniane e della sua lotta per la conquista delle libertà fondamentali, della parità dei diritti e del rispetto dei diritti umani in Iran», ha detto Karim Lahidji, vice-presidente della Federazione internazionale per i diritti umani (FIDH) e presidente della Lega iraniana per la difesa dei diritti umani in Iran (LDDHI).

«Molto difficile» la situazione dei baha’i»

L’analisi di Minority Rights Group International (MRG) pubblicata il mese scorso a Londra prende in esame le minoranze del mondo e si occupa in particolare dei problemi delle donne che appartengono a comunità minoritarie e indigene.

Queste donne sono spesso oggetto di stupro e altre forme di violenza sessuale, di torture e di omicidi, specificamente a causa della loro identità etnica, religiosa o indigena.

«Nel 2010 la situazione dei baha’i in Iran è stata molto difficile», afferma la parte dell’analisi che si occupa dell’Iran, la quale spiega che il processo e la condanna dei sette dirigenti baha’i in Iran si sono svolti in assenza di «osservatori indipendenti».

L’analisi dice anche che i baha’i iraniani sono sottoposti a restrizioni all’accesso all’educazione e all’impiego, nonché a «distruzioni arbitrarie delle case, arresti e confische e distruzioni di proprietà».
Amnesty International, in un supplemento speciale della sua rivista Wire sul tema «Cinquant’anni di difesa dei diritti umani nel Medio Oriente e nel Nord Africa», dice che i baha’i sono fra le molte minoranze religiose che popolano il Medio Oriente, «talvolta viste con sospetto e ostilità, cosa che li rende vulnerabili a violazioni dei loro diritti umani».

Per leggere l’articolo online e accedere al link, si vada a: http://news.bahai.org/story/846

Un caldo raggio di luce

Cari amici,

un caldo raggio di luce!! Mayara C. ha espresso il desiderio di abbracciare la Fede ed ha voluto essere ricevuta dall’Assemblea Locale di Mantova ieri sera, ad un giorno di distanza dal suo ritorno dal Brasile! E’ stato un momento davvero toccante e Mayara ha manifestato una grande consapevolezza e sensibilità. Un dolce benvenuto a lei!!

abbraccio forte,

Irene